Nautilus  n. 19 Gennaio 2023


I giganti silenziosi

Intervista a Tiziano Fratus

di Monica Pierulivo

Nel suo cercare fisico, poetico, filosofico e spirituale, ha elaborato un lavoro interiore di riavvicinamento e riscoperta del mondo naturale. Il bosco infatti rappresenta un mondo.

Non ho esattamente questo approccio, nel senso che mi considero semplicemente un artigiano, come mio padre che era un falegname. Ho iniziato intorno ai 20 anni a nutrire una curiosità nei confronti della scrittura e ho provato semplicemente a dedicarmi a questo. Nel corso del tempo mi sono poi avvicinato ai boschi, alla natura e agli alberi; le mie dinamiche personali mi hanno spinto in quella direzione e ho trovato una sorgente d’interesse e di nutrimento andando a cercare gli alberi, a frequentare i luoghi cosiddetti naturali, anche se il termine “naturale” può risultare ambiguo. Il mio interesse primario rimane la scrittura, passo la maggior parte del mio tempo a scrivere, sono usciti infatti tanti libri, forse troppi, ma questo è il mio percorso. La parola filosofo mi sembra impegnativa, fatico a riconoscermici.

Da dove nasce questo suo interesse?
 Fin da bambino sono stato curioso, perché mio padre aveva la falegnameria quindi il legno era presente nella nostra famiglia. Poi, come tanti figli di agricoltori e piccoli artigiani della Lombardia, i miei genitori hanno cercato di farmi studiare per guadagnare felle opportunità dal punto di vista lavorativo, le solite cose che hanno riguardato molti di noi. Io ho scelto la scrittura, per me più allettante rispetto ad altri mestieri, e ho cominciato a scrivere poesie e storie. Il periodo tra i 25 e i 30 anni, l’età in cui si deve decidere cosa fare della propria vita, è coinciso col momento in cui il rapporto con mio padre e la mia famiglia si è andato consumando definitivamente. Allora è come se gli alberi mi avessero un po’ chiamato.

Nautilus  n. 19 Gennaio 2023

Alberi di città

Intervista a Francesco Ferrini

di Monica Pierulivo

 
In riferimento alle sue pubblicazioni, tra cui l'ultima dal titolo "Alberi e gente nuova per il pianeta", gli alberi sono fondamentali per la qualità della vita, soprattutto negli ambienti urbani. L'albero è anche un simbolo, portatore di un messaggio nell'immaginario umano.  Nel titolo del suo libro si mettono in relazione gli alberi con una nuova umanità.  Ci può spiegare meglio questo connubio?
 
 Negli ultimi 50 anni la società umana ha sempre aumentato la velocità invece di frenare ogni tanto; mai siamo stati capaci di sollevare il piede dall’acceleratore, di diminuire il passo per non uscire di strada. Dovremmo invece ricercare la capacità di riappropriarci di qualche uso o abitudine del passato messa nel dimenticatoio, in quanto più lenta e proprio per questo sostenibile. La rotta futura che prenderà l’umanità ci porterà all’approdo invece che al naufragio solo se la gente tutta vorrà tornare a interfacciarsi con la Natura, comprendendone la meraviglia, la perfezione, amandola come accadeva in un tempo non troppo lontano, invece di continuare a straziarla. Tutto qui. Non perché ce lo impone qualcuno, ma soltanto perché lo riterremo fondamentale, in una sensibilità ritrovata. La gente nuova in cui confidiamo, riflette sulle proprie azioni, apprezza nella consapevolezza della biodiversità le infinite variegature che propone Madre Natura stessa, le protegge tutte. Ad oggi sembra invece che il Pianeta sia dominato e stravolto solo da una concezione maschile, quella che conosce un’unica capacità di relazionarsi, il dominio associato alla possessività.
 
 
Il verde delle nostre città può dare molti benefici in termini economici, ecologici e anche di salute per la popolazione urbana. Ci può riassumere quali sono i benefici delle piante?
Sono moltissimi e riassumibili nell’opportunità per massimizzare il ruolo della vegetazione nel migliorare l'effetto isola di calore, stoccare la CO2, abbattere la concentrazione d’inquinanti (specialmente le polveri sottili) ridurre la velocità del vento, proteggere gli edifici e, conseguentemente, ridurre il consumo di energia...



Nautilus  n. 17/18  Nov-Dic 2022

Relazione, inclusività, sostenibilità e benessere

Le funzioni dei nuovi musei 

Intervista a Maurizio Vanni


di
Monica Pierulivo


Ho avuto occasione di ascoltare Maurizio Vanni a ottobre scorso nell’ambito dell’Internet Festival di Pisa, durante un incontro dal titolo “Il museo diventa Phigital”.
La sua visione ampia e multidisciplinare unita a una grande competenza e passione lo portano a sostenere con forza l’importanza dei musei come luoghi relazionali, spazi di connessione, inclusivi e sostenibili. Tutto questo in sintonia con la nuova definizione di museo, ufficializzata a Praga nell’agosto 2022 dall’Assemblea Generale Straordinaria di ICOM -International Council of Museums, che avvicina l’istituzione museale alle persone rendendole parti attive dei territori e dalla Convenzione di Faro del 2005 sul  patrimonio culturale in relazione ai diritti umani e alla democrazia, ratificata dal Parlamento italiano nel 2020. 
 
Il museo non può più essere considerato solo un contenitore di beni culturali, ma un’istituzione che deve rispondere alle nuove esigenze di pubblici sempre più ampi e diversificati. La socializzazione, la relazione, il divertimento diventano strategie sempre più importanti per rendere più attrattivi i musei?

Certamente, queste sono considerazioni che faccio da molti anni. Le persone che si occupano di museologia, e lo fanno in maniera militante lavorando nel settore avendo a disposizione strutture per ricercare, innovare, sperimentare e dare risposte a esigenze di pubblici diversi, già anni fa hanno cominciato a ragionare in questi termini per creare un museo con le persone e per le persone, in altre parole un museo da vivere.
Il Lucca Museum, ora Lucca Center of Contemporary Art nasce nel 2007 e apre i battenti nel 2009 e prende vita proprio come living museum (era il nostro claim) con l’obiettivo di far diventare il museo un punto di orientamento socio-culturale per tutte le persone. Una definizione bella e attuale perché significa che non andiamo al museo solo per crescere culturalmente e artisticamente, ma per emanciparci “umanamente”, per divertirsi, per socializzare e, in generale, per stare bene...

 Nautilus  n. 17/18  Nov-Dic 2022

Dalle tradizioni locali alla contemporaneità

Intervista a Pietro Clemente


di Monica Pierulivo


Lei è presidente onorario di SIMBDEA, un’associazione che sta lavorando molto per la valorizzazione e la messa a sistema dei musei demoetnoantropologici. Quanti sono questi musei in Italia, quali sono le loro caratteristiche, e cosa è possibile fare e renderli vivi e farli diventare presidî culturali di riferimento?
 
Si fa spesso a gara per dire che i musei DEA sono di più di quelli d’arte e archeologia, e così è in effetti, ma con la creazione della rete nazionale da parte del ministero che si basa su musei accreditati dotati di varie caratteristiche di servizio pubblico, si vede che quelli DEA sono meno riconosciuti, mancano spesso di alcuni servizi. Sono più diffusi, ma spesso non hanno direttore, risorse, inventario e catalogazione.
Si parlava di circa 700 musei DEA qualche anno fa. Ma sono di più certamente perché alcuni sfuggono alla segnalazione e al web, altri si collocano in altre reti, ad esempio, la rete degli ecomusei (che è legata a leggi e finanziamenti regionali) o alla rete dei piccoli musei (una lobby di musei legati a finanziamenti ministeriali). Ma quella dei musei DEA non è una vera comunità perché prevalgono le esperienze locali, le collezioni individuali e non ci sono veri musei guida. Il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari è confluito nel MUCIV (Museo delle Civiltà), il Museo Etnografico delle Genti di Romagna di Sant’Arcangelo è stato museo guida sotto la direzione di Mario Turci, poi lui è andato in pensione, il museo è stato ristrutturato e ha perso ruolo; il Museo delle Genti Trentine non ha più un direttore DEA, la rete dei musei DEA senesi, cinque musei in rete, con al centro il Museo della mezzadria senese di Buonconvento, di recente realizzazione e di allestimento innovativo, è stata distrutta dalle scelte amministrative della Provincia. Come Museo guida è restato il Museo Internazionale delle Marionette di Palermo, legato anche al riconoscimento Unesco ICH (Intangible Cultural Heritage) dell’Opera dei pupi, con tanti premi europei e attività plurali, con un direttore, uno staff e una forte attività sul territorio...

 Nautilus  n. 16  Ottobre 2022

Demografia, giovani generazioni e scenari futuri

Intervista a Chiara Daniela Pronzato 

di Benedetta Celati 

La transizione demografica, nei Paesi europei e nelle altre economie avanzate, ha portato a un progressivo invecchiamento della popolazione, a fronte di un livello sempre più elevato di denatalità. Eppure, le generazioni future sono, oggi, le protagoniste indiscusse delle agende politiche nazionali, europee – emblematico è in tal senso il piano di ripresa “Next Generation Eu” – e internazionali. 

Gli studi demografici rivestono, dunque, un’importanza sempre più cruciale per la costruzione di politiche e interventi rivolti al futuro (“a prova di futuro” secondo il linguaggio delle Istituzioni europee). Come sottolinea la Professoressa Chiara Daniela Pronzato, che insegna Demografia, Economia e Statistica nell’Università di Torino «La diminuzione demografica in sé non costituisce un problema, quello che conta è la relazione tra le generazioni. Occorre soprattutto considerare il c.d. indice di dipendenza, indicatore con il quale si misura il rapporto tra la parte giovane della popolazione, che va ancora a scuola, quella anziana, che non può più partecipare alla produzione di beni e servizi e la parte “adulta”, che deve, invece, prendersi cura delle prime due. Tale indicatore, che calcola il numero degli individui in età non attiva ogni 100 in età attiva, ci mostra evidenze alquanto preoccupanti: se, nel 2021, per l’Italia erano 57 le persone di cui, ogni 100 adulti, era necessario prendersi cura, nelle prospettive future, il numero sale a 73 (di cui solo 29 sarebbero i giovani). Essere consapevoli di un simile scenario è essenziale per realizzare interventi di policy adeguati alle esigenze della società...


Nautilus  n. 16  Ottobre 2022

Generare cittadinanza

Intervista a Stefano Sarzi Sartori

di Monica Pierulivo

La cultura è la base da cui partire per produrre cambiamenti reali e innovativi.
In particolare, riferendosi a una società sempre più disgregata, emerge la necessità di ricostruire una cultura del legame. In tutto questo, due istituzioni principali come la scuola e la famiglia non sembrano rappresentare più dei riferimenti, la loro importanza si è affievolita, si sono rotte delle alleanze fondamentali. Cosa ne pensa?
Mi sono occupato dei temi della famiglia sin dall’inizio della mia attività, dalla fine degli anni ‘80 nell’ambito della rivista “la famiglia” (editrice La Scuola), una rivista con taglio scientifico divulgativo a diffusione nazionale. Attraverso questa esperienza ho cominciato a percepire la distanza che intercorre tra pensiero e realtà, anche attraverso la mia esperienza personale. Leggevo testi e articoli bellissimi ma poi, guardando al contesto personale e sociale, mi dicevo: è fondamentale che questi pensieri si trasformino in realtà, cioè in pratiche e cultura.
In Europa il modello organizzativo ricorrente della famiglia era quello orizzontale, aggregativo. Un modello che in alcuni paesi, come il Belgio, era diventato così forte da determinare realtà associative in grado di condizionare persino la scelta dei ministri per la famiglia. Tutto ciò grazie al fatto che, attraverso una rete vastissima di servizi organizzati dalle famiglie verso le famiglie, questa associazione (Ligue des familles) può aggregare un numero enorme di famiglie. Il modello italiano invece era e sostanzialmente è ancora diverso: aggrega le famiglie dove c’è la condivisione di una problematica particolare (per esempio le famiglie di diversamente abili), o una particolare appartenenza (religiosa o altro), altrimenti le rappresenta secondo un modello verticale o sindacale, avendo con ciò meno capacità aggregativa e dunque meno forza politica e anche trasformativa della realtà....


Nautilus  n. 16  Ottobre 2022

 Abitare la città

 Promuovere il cambiamento partendo dai bambini 

  Intervista a Federica Cicu


L’abitare implica la capacità di stare nei luoghi e nelle situazioni, di esplorarli, di soffermarsi su di essi con la presenza del corpo, delle idee, dei pensieri e delle emozioni. I bambini, attraverso l’esplorazione e la conoscenza degli spazi dei loro quartieri e delle loro città, riescono ad adattare lo spazio che li circonda alla misura del loro corpo e delle loro necessità, indubbiamente diverse da quelle di un adulto, vivendo in prima persona la gioia e la curiosità della creazione, della riappropriazione e condivisione del mondo, la conferma e la meraviglia di esserne parte e di prenderne cura.
Ne parliamo con Federica Cicu, coordinatrice del progetto Abitare la città, avviato nel 2021 a Milano coinvolgendo sette classi di due scuole primarie dell’Istituto “Antonio Scarpa” di via Clericetti e via Pini, zona Lambrate, e realizzato con il coinvolgimento di insegnanti, genitori e abitanti del quartiere.

Come è nato questo progetto e in quale contesto?
Io sono una psicomotricista in ambito terapeutico ed educativo e faccio parte dell’associazione culturale Caracol con la quale lavoro da anni promuovendo progetti con le scuole primarie e dell’infanzia nell’ambito della formazione.
Dopo la pandemia abbiamo sentito l’esigenza di avviare una grossa riflessione sul tema degli spazi, soprattutto di quelli esterni, per cercare di reagire anche al lungo periodo di segregazione e chiusura che avevamo vissuto e ritrovare un equilibrio in questo.
Nel novembre 2020, durante la fase pandemica, abbiamo quindi organizzato un convegno in collaborazione con il Movimento di Cooperazione Educativa e con l’Università Bicocca, al quale abbiamo invitato a partecipare Francesco Tonucci, fondatore del progetto internazionale “La Città delle bambine e dei bambini”, altri docenti universitari e non solo. ..



Oggi i rapporti tra generazioni sono spesso da ridefinire, reinventare. Pensiamo, ad esempio, al fenomeno dei figli unici: si perde il legame con fratelli e sorelle e quello con zii e cugini. L’assenza di altri bambini in famiglia modifica la relazione con gli adulti.
Un altro fenomeno importante è quello delle migrazioni. Le persone che a causa della migrazione vivono fuori dal proprio territorio geografico e culturale sono oltre cento milioni. Cento milioni.
Le migrazioni incidono fortemente sulla qualità e sulla tipologia di legami familiari. In Italia abbiamo circa 16.000 minorenni stranieri non accompagnati. Non sempre trovano altri parenti o comunità legate al paese di origine che offrono loro accoglienza e appartenenza. Anche nelle seconde generazioni di migranti assistiamo ad un sovvertimento di modalità e valori nei rapporti familiari.
Molte comunità si sforzano di mantenere la propria cultura. Questo permette di mantenere un’identità e un legame con il proprio luogo d’origine, diversamente da altre comunità che scelgono il percorso dell’assimilazione nel paese d’accoglienza...


 Nautilus  n. 15  Settembre 2022

In bici, in treno, a piedi 

tra i siti Unesco 

Il turismo lento a favore del riequilibrio dei territori 

 

Intervista a Andrea Rolando
(docente del Politecnico di Milano- dipartimento Architettura e Studi Urbani)
 


1.     Nei suoi progetti il turismo lento, che sta emergendo sempre più come modo di viaggiare e di conoscere, si configura come una vera e propria ragione di studio da applicare per lo sviluppo dei territori dal punto di vista urbanistico, economico e sociale. Condivide questa lettura?
Sì, l’idea è quella di considerare il turismo, lento e diffuso, come chiave di riequilibrio dei territori  cercando ricadute positive sui territori più marginali. Sostenibilità significa anche questo, la  possibilità di attraversare e conoscere i territori considerati minori e comunque meno collegati che ci sono tra i grandi centri più conosciuti.
Negli anni si è puntato molto sull’alta velocità ferroviaria, mettendo in connessione le grandi città e in modo da raggiungere in poco tempo Milano, Napoli, Firenze, Roma. Anche se il traffico ferroviario è più sostenibile rispetto al trasporto aereo, tutto questo ha sacrificato la linea litoranea, che oggi non esiste praticamente più. Per andare a Milano ormai non passiamo più da Genova ma utilizziamo prevalentemente la linea interna dell’Alta Velocità da Firenze-Bologna.
In questo senso si sono un po’ allontanati i territori intermedi tra le grandi città, per assurdo si sono allontanati i luoghi più vicini e si sono avvicinati invece quelli più lontani.
Ma l’Italia è piena di linee ferroviarie secondarie che meritano attenzione e possono servire a colmare questa situazione di disequilibrio territoriale...

Nautilus  n. 13/14  Luglio-Agosto 2022

Le nuove sfide del Sistema dei porti dell’Alto Tirreno 

Intervista a Luciano Guerrieri
(Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale)

L’Autorità di sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale (AdSP) si è costituita nel 2017, a seguito della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 169/2016, disegnando una nuova geografia portuale. Comprende sei porti: Livorno, Piombino, Portoferraio, Rio Marina, Cavo e Capraia.
Alla base della riforma portuale, la necessità di fare sistema, coordinando nel miglior modo il livello istituzionale con le regolamentazioni europee e con il sistema produttivo e logistico nazionale e internazionale, ricercando lo sviluppo del locale nel globale e il giusto equilibrio tra innovazione e sostenibilità.

Cosa si prevede per i porti in tema di transizione ecologica?
Dopo la crisi pandemica che ha fortemente penalizzato le attività portuali nel corso degli ultimi due anni – spiega Luciano Guerrieri - dobbiamo dare la giusta importanza alla portualità in un nuovo processo di sviluppo economico territoriale che faccia leva sulle filiere e sulla capacità degli operatori e delle istituzioni di fare gioco di squadra. Dobbiamo mettere al centro della portualità le competenze professionali, il capitale umano per sostenere in modo adeguato le sfide che ci attendono. Tra queste c’è sicuramente la sfida ambientale. Per quanto ci riguarda, da questo punto di vista stiamo procedendo al rinnovo del parco navi che dovranno utilizzare nuovi combustibili per arrivare a una totale decarbonizzazione. Nel PNRR, che è sicuramente una occasione per riparare i danni causati dalla crisi e preparare il futuro alle giovani generazioni, ci sono 500 milioni di euro per favorire la transizione ad altri combustibili. Le due associazioni Confitarma e Assarmatori stanno procedendo su questa linea, con le necessarie gradualità. Il processo è partito e già oggi in porto le emissioni sono in diminuzione. 

Nautilus  n. 13/14  Luglio-Agosto 2022

Il porto di Piombino: spazi, luoghi e persone nel tempo

Intervista a Mauro Carrara

 Per ricostruire la storia del porto di Piombino e della Compagnia Portuali, realtà importanti del territorio, abbiamo raccolto la memoria di Mauro Carrara, dipendente della Compagnia Portuali per 36 anni, oltre che attento e appassionato conoscitore della realtà locale e dei suoi passaggi storici più importanti, quelli legati al passato più remoto e alla storia illustre del piccolo Stato di Piombino e quelli più recenti relativi alle grandi trasformazioni del ‘900.

Avevo 16 anni e 8 mesi ed era il maggio del ‘54 quando cominciai a lavorare al porto, in una delle due sezioni della Compagnia Portuale di Piombino. All’epoca la Compagnia Portuali, nata nel 1945,  era suddivisa infatti nella sezione Elba e in quella intitolata a Edo Micchi, lavoratore portuale morto sul lavoro, che trattava le merci industriali. 
Nel ‘67 il Governo concesse l’autonomia funzionale all’Italsider e i lavoratori portuali furono esclusi dai lavori al pontile e alla darsena. Quindi le due sezioni furono unificate. 
Fino al ’67 a sezione Elba si collocava se non al primo sicuramente al secondo posto per reddito a livello nazionale, ma anche dopo l’unificazione le attività fecero registrare livelli molto positivi in termini di traffici turistici e industriali. Mi occupavo di amministrazione ma anche dei dati statistici....
 

Il cambiamento del porto dagli anni ‘50 

Oggi il porto è molto cambiato, non lo riconosco più, è senz’anima e assomiglia a molti altri luoghi. In quegli anni era un vero e proprio microcosmo: c’erano le agenzie, la “pesa pubblica” di Elbano Guiggi  dove venivano pesate le merci da e per l’Elba, la dogana, il bar collocato al centro del porto. Dove ora inizia la diga si trovavano le agenzie marittime, i piloti, gli ormeggiatori, tutti vicini alla diga foranea. C’era un piccolo Navalcarp dove dei veri e propri maestri d’ascia costruivano le barche da pesca. Quando facevano il varo, davanti all’attuale Capitaneria, veniva organizzata una vera e propria cerimonia...

L'albergo diffuso è una tipologia di recente diffusione in Italia e in Europa, nata dall’idea di utilizzo a fini turistici delle case vuote ristrutturate coi fondi del post terremoto del Friuli (1976). Il modello di ospitalità “albergo diffuso” è stato messo a punto da Giancarlo Dall’Ara, docente di marketing turistico ed è stato riconosciuto in modo formale per la prima volta in Sardegna con una normativa specifica che risale al 1998.
La progressiva e costante diffusione dell’”albergo diffuso” è dovuta principalmente all’attenzione di una parte della domanda turistica ai contenuti di sostenibilità e rispetto dell’ambiente proposte da alcuni luoghi di soggiorno. È in questo contesto che va collocata la natura propria di tale tipologia ricettiva. La naturale collocazione, pertanto, dell’”albergo diffuso”, riferendosi ad un modello ampio ed elastico definibile come “paese albergo”, vede privilegiare i piccoli centri storici ed i borghi e nuclei di antica formazione o gli insediamenti rurali o montani, pur non escludendo la validità di soluzioni legate a singole presenze significative in contesti diversamente urbanizzati.

Ed è proprio con Giancarlo Dall’Ara che ne parliamo, presidente dell’ADI - Associazione nazionale Alberghi Diffusi, nata il 15 giugno 2006 in occasione del primo “Raduno Nazionale dei Gestori dell’Albergo Diffuso” tenutosi a Rimini e avente la finalità di promuovere e sostenere lo sviluppo degli alberghi diffusi in Italia, tutelandone l’immagine e la reputazione presso le istituzioni pubbliche, la stampa, il sistema intermediario e la domanda turistica.

Quale è la situazione dello sviluppo della formula degli Alberghi Diffusi in Italia?

Sono circa 150 le strutture ospitali che hanno tutti gli standard necessari per essere considerati alberghi diffusi. Inoltre vi sono almeno un altro centinaio di strutture che hanno ripreso alcuni degli standard dell'albergo diffuso. Dunque complessivamente parliamo di una realtà composta da 250 imprese ricettive.



Nautilus  n. 12 - giugno 2022

Parco, la scelta giusta

Intervista a Giampiero Sammuri

Presidente del Parco Nazione dell'Arcipelago Toscano e di Federparchi



Il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, istituito oltre 25 anni fa, fu combattuto fortemente all'inizio da parte delle amministrazioni locali elbane e dei suoi residenti.  Adesso possiamo dire che non solo è accettato ma anche considerato un importante valore aggiunto, dal punto di vista ecologico e per l'economia turistica dell'Arcipelago. La scelta fatta nel 1996 fu pertanto una scelta vincente e a questo punto il Parco può rappresentare un modello positivo e anche un motore di sviluppo eco-turistico?
Come per tutte le aree protette vi è sempre una prima fase di resistenza da parte di settori delle comunità locali quando queste vengono istituite, specie se si tratta di parchi grandi, come anche nel nostro caso. Devo tuttavia sottolineare con grande soddisfazione che la popolazione dell’Elba ha rapidamente compreso l’importanza del parco come traino e motore di sviluppo per un turismo orientato sempre di più alla sostenibilità. Oggi, come nella maggior parte dei parchi nazionali, il solo fatto di potere esporre il “marchio” parco offre un valore aggiunto all’offerta turistica. Ovviamente questo comporta anche degli obblighi e, non a caso, la la Federparchi promuove in Italia la la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle aree protette, una certificazione di qualità, con vincoli e verifiche periodiche, che attesta il rispetto degli ecosistemi da parte  delle aziende turistiche che operano all’interno del territorio tutelato e che vi aderiscono. Il PNAT è fiero di essere stato fra i primi parchi ad averla ottenuta.

In base alla definizione adottata, nel 2005, dall’assemblea di AITR (Associazione italiana turismo responsabile), “Il turismo responsabile” è “il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” che “riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio”. Esso “opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”. A tale definizione si ispira il lavoro che, dal 2009, anno di fondazione del progetto, viene svolto dalla rete IT.A.CÀ, primo e unico festival in Italia sul turismo responsabile, promosso dalle associazioni YODA, COSPE e NEXUS. Ne parlo con Sonia Bregoli, co-fondatrice e coordinatrice nazionale dell’iniziativa, che mi racconta come nasce l’idea di valorizzare il c.d. “viaggio dietro casa”, ossia, più che la meta, la scoperta che si fa lungo il percorso, coniugando il benessere dei viaggiatori con quello degli abitanti dei territori visitati.
“It a cà”, in dialetto bolognese, significa proprio “Sei a casa?”, espressione divenuta centrale al tempo del Covid-19, quando l’unico presidio contro la diffusione del virus, almeno in una fase iniziale, era rappresentato, appunto, dal rimanere nelle proprie abitazioni
Sonia mi spiega come, in questi anni, il festival, partendo da Bologna, si sia gradualmente evoluto, creando una rete composta, oggi, da più di 700 realtà


Nautilus  n. 11 - maggio 2022

 
Come cambia la partecipazione in Toscana

Intervista ad Andrea Zanetti 

(Autorità per la Partecipazione Regione Toscana)

La Toscana è stata la prima Regione in Italia a introdurre una legge sulla partecipazione. A che punto siamo oggi con il quadro legislativo e con le esperienze avviate in questi 15 anni?

La R. T. è stata decisamente all’avanguardia a livello nazionale con l’introduzione, già nel 2007, della prima legge che disciplina i processi partecipativi da parte dell’allora assessore regionale Agostino Fragai.
Negli ultimi anni questo elemento partecipativo si è un po’ diluito e altre Regioni, come la Puglia, l’Emilia Romagna ad esempio, si sono dotate di strumenti diversi sulla partecipazione guadagnando terreno.
Oggi, alla luce anche di quello che è successo negli anni, nella nostra Regione siamo davanti alla necessità di rivedere la legge attualmente in vigore (L.R. 46/2013) che è stata approvata dopo il primo periodo di sperimentazione.
C’è la necessità di armonizzare i diversi strumenti che sono stati approvati negli anni e che, pur occupandosi di temi specifici, hanno comunque a che fare con la partecipazione. Penso ad esempio alla legge sull’assistenza socio-sanitaria, a quella sulla pianificazione territoriale, legge n. 65/2014, che ha al suo interno strumenti definiti da seguire durante gli iter di discussione degli strumenti urbanistici; penso ai Contratti di Fiume, alla legge sui beni comuni che in Toscana è stata approvata nel 2020 e che è fortemente incentrata sul senso di comunità. Riconoscendo lo strumento dei patti di collaborazione, la legge sui beni comuni risponde infatti all’esigenza di dare un riconoscimento reciproco al rapporto tra cittadini e istituzioni e aiuta a generare politiche di prossimità.


Nautilus  n. 11 - maggio 2022

Progettare con i giovani

Intervista a Chiara Missikoff e Enrico Russo

(Sociolab cooperativa e impresa sociale)

 

Parliamo di partecipazione con due giovani della cooperativa Sociolab di Firenze: Enrico Russo, architetto ed esperto in pianificazione e urbanistica partecipata e Chiara Missikoff, facilitatrice e ricercatrice. 

Sociolab è un’impresa che dal 2006 opera sul territorio nazionale e internazionale occupandosi di ricerca e consulenza nei settori della partecipazione, di progettazione collaborativa, mediazione di conflitti, facilitazione e ricerca sociale. 

Enrico e Chiara provengono da due percorsi formativi diversi ma, ognuno per il proprio campo, si sono qualificati in pratiche partecipative, accompagnando persone, comunità e organizzazioni nella progettazione, trasformazione e gestione di spazi, servizi, beni comuni e modi di abitare, in modo da valorizzare la collaborazione come fattore di innovazione. 

Enrico, dopo la laurea e un Master in rigenerazione urbana e innovazione sociale allo IUAV di Venezia, ha iniziato un periodo di tirocinio con Sociolab che è stato molto proficuo e che lo ha avvicinato all’urbanistica partecipata. Chiara, laurea in Scienze politiche e un Master in Ricerca Sociale, si è invece sempre occupata di progetti sociali, di comunità e di tematiche relative all’inclusione. 

Attualmente stanno portando avanti il progetto di rigenerazione urbana “CLUE - Capraia e Limite Urban Expression” pensato per favorire il protagonismo giovanile con attività di coprogettazione e arte urbana. L’obiettivo è arrivare alla gestione condivisa dell’ex magazzino comunale coinvolgendo fin dall’inizio i giovani destinatari dello spazio nella definizione del suo uso, nella configurazione degli spazi e nell’identificazione delle modalità di gestione. 

Nautilus, n. 9 marzo 2022

La poesia della memoria

Intervista a Pupi Avati

di Fabio Canessa


La poetica della memoria e lo struggimento dei ricordi sono da sempre ricorrenti nel suo cinema.
Non solo nel mio cinema. È un tema fondamentale della grande letteratura e della poesia in genere. Pensi alla madeleine di Marcel Proust da cui inizia un capolavoro come “Alla ricerca del tempo perduto”. O alla poetica del Fanciullino di Giovanni Pascoli, il mio poeta preferito, anche per tragiche coincidenze familiari: mia madre da bambino mi leggeva “X agosto” e “La cavallina storna”, quasi profeticamente. Mio padre sarebbe morto in un incidente stradale proprio dove fu ucciso Ruggero Pascoli, il padre del poeta.

Ed è un tema fondamentale anche nel grande cinema.
Nei capolavori del cinema: soprattutto in “Otto e mezzo” di Federico Fellini e nel film più straordinario di Ingmar Bergman, “Il posto delle fragole”, un’opera sulla vecchiaia che non ha uguali

Nautilus, n. 9 marzo 2022

Storia locale e cittadinanza

A colloquio con Mauro Carrara

di Monica Pierulivo

Appassionato di storia da sempre, grande divulgatore della conoscenza del territorio e della sua città natale, Piombino, con una particolare attenzione ai giovani, Mauro Carrara da oltre sessant’anni svolge un’opera importante di promozione della memoria locale attraverso la quale molte generazioni hanno potuto apprezzare il valore della ricerca storica come fondamento di una crescita culturale diffusa e di una cittadinanza attiva e consapevole.

Come è nata la tua passione per la storia?
“Fin da ragazzo frequentavo la biblioteca quando questa era ancora in via Giuseppe Garibaldi a palazzo Maberini, intorno al 1946-48; mi piacevano i libri ed ero molto curioso anche se ero ancora un bambino, avevo circa 10 anni.
Negli anni ’50 la biblioteca fu trasferita nella sua sede storica in via Cavour vicino ai due licei. Fu lì che iniziai ad appassionarmi. Era molto frequentata dai ragazzi delle scuole che cercavano la storia di Piombino ma non c’erano ancora molte pubblicazioni su questi temi.
Il testo di riferimento era quello di Licurgo Cappelletti, un testo sicuramente non facile e poco adatto alla divulgazione nelle scuole. Iniziai allora a scrivere delle schede, in particolare sui monumenti, iniziai dal Castello e poi mi dedicai a tutti i luoghi storici e
artistici di Piombino. Cercavo di arricchire il poco sapere del mio territorio.  All’epoca a Piombino non c’era molto interesse per il proprio patrimonio culturale e mi sembrava molto importante stimolare una conoscenza e un'attenzione poco presenti.
In seguito, nel 1969, nacque il “Centro Piombinese di Studi Storici“, un’associazione che ha avuto un ruolo molto importante per la città e il territorio, fondata da Luciano De Gregorio e da Alfredo Massart...

Nautilus, n. 8 febbraio 2022


Le parole e la democrazia

Intervista a Luciano Canfora

di Fabio Canessa

 
Nella nostra società delle immagini, tra schermi di tv, pc e cellulari, social e piattaforme, qual è il destino della parola?
Quello di essere usata in modo falso, perché non corrisponde mai alla cosa. Colpa della banalità e dell’ignoranza sempre crescenti del ceto politico, del ceto giornalistico e dei loro accoliti. A partire dalla parola democrazia, che non corrisponde affatto alla realtà della nostra forma di governo.

Qual è l’origine, e dunque il vero significato, della parola “democrazia”?
È una parola greca che nasce polemicamente, come termine negativo, usata dagli oligarchici per denigrare uno stato nel quale politicamente prevale il “demo”, cioè i non ricchi, quelli che non possiedono la terra, considerati gentaglia. Lo dimostra bene Pseudo-Senofonte che, senza infingimenti, dichiara brutalmente questo.

Poi però la parola “democrazia” ha assunto una connotazione positiva.
Poi la parola “democrazia” si eclissa, tanto è vero che in latino non esiste. Tornerà fuori dopo molto tempo, con un’accezione positiva perché legata al senso di diritto elettorale e tutto quello che questo comporta.

Ancora oggi ha mantenuto un senso positivo.
Oggi è una parola del tutto priva di senso, perché i sistemi elettorali truccano già alla base l’esito delle votazioni, gli stati nazionali non contano più nulla e le decisioni avvengono tutte dall’alto, da lontano, per cui noi dobbiamo solo ubbidire alle direttive europee. Così chi dichiara di lottare per la democrazia dice una cosa che non ha senso. 



Nautilus, n. 6-7/dicembre 2021-gennaio 2022

Il mondo a tavola

Il Laboratorio di Antropologia del Cibo di Milano 

Intervista a Giulia Ubaldi


di Monica Pierulivo

Siamo nel cuore del Giambellino, un luogo aperto e multiculturale, quartiere storico del Cerutti Gino di Giorgio Gaber, dove le storie da raccontare sono molte, di tutti i tipi, positive e negative, ma comunque piene di colori e di tanta vita.
È qui che, appena tre mesi fa, è  nato il Lac (Laboratorio di Antropologia del Cibo),  ideato e realizzato da Giulia Ubaldi, antropologa laureatasi all’Università di Siena con una tesi sulla “politica del velo” che a un certo punto della sua vita e dopo diverse esperienze in giro per l’Italia, soprattutto al Sud, ha deciso di creare nel suo quartiere uno spazio dedicato al cibo come cultura e incontro e alla cucina come condivisione e partecipazione. 140 mq costruiti intorno alla cucina dal design unico, firmato Riccardo Barthel.
Si tratta di un’esperienza unica per le modalità in cui è concepita e gestita, e soprattutto un’esperienza che considera il cibo e l’alimentazione come strumento per unire, proprio partendo dalle differenze e preservandole.

Giulia, puoi spiegarci che cos’è l’antropologia del cibo e come si collega al LAC? 

Il Laboratorio è un punto di arrivo di un percorso di elaborazione, di studio e di esperienze concrete che mi hanno portato all' antropologia del cibo

Non nasco infatti come esperta di alimentazione. Dopo la laurea in antropologia mi sono occupata di agricoltura, un settore comunque affine per certi versi, lavorando nel Cilento in alcune aziende agricole, fino a quando non ho aperto una mia azienda Caselle in Pittari. 

L’agricoltura non era l’unico campo di cui mi sono occupata perché mi piaceva anche l’arredamento, soprattutto nella ristorazione. Dal filone della campagna e poi dell’arredamento per la ristorazione, mi sono avvicinata molto al cibo. Ho fatto un corso di enogastronomia e poi, dopo aver trascorso quattro anni in Cilento, sono tornata di nuovo nella mia città,  Milano...



 

Nautilus, n. 5 - novembre 2021


I Parchi della Val di Cornia

Ascesa, declino e speranze di un progetto territoriale 


Intervista a MASSIMO ZUCCONI

Presidente e Amministratore delegato della  società Parchi Val di Cornia dal 1998 al 2007

di Monica Pierulivo

Architetto Zucconi, il sistema dei Parchi della Val di Cornia affonda le sue radici nella pianificazione coordinata tra i Comuni di Campiglia M., Piombino, Sassetta, San Vincenzo e Suvereto e prende forma con la costituzione della Società mista pubblico-privata Parchi Val di Cornia Spa nel 1993. 

Da subito si configura come un progetto fortemente innovativo, come è nato e quali erano gli aspetti innovativi che lo caratterizzavano?

A metà degli anni ’70 del secolo scorso la Val di Cornia era caratterizzata dalla monocoltura siderurgica e la popolazione tendeva a concentrarsi nella città di Piombino.  È in quello scenario che prese forma l’esperienza dei piani regolatori coordinati con l’obiettivo di riequilibrare il rapporto tra coste e colline per contenere lo spopolamento delle aree interne e ridurre l’inurbamento lungo le coste. Dal punto di vista economico l’obiettivo era la diversificazione.
Il sistema dei parchi fu una delle leve fondamentali di quella strategia.
Era contemporaneamente un progetto culturale, territoriale ed economico. Per attuarlo i Comuni dovevano agire uniti e per questo si dotarono di una società strumentale. Alla luce di ciò che è accaduto nei decenni successivi si può affermare
che ebbero grande lungimiranza politica, volontà di cooperazione istituzionale e capacità innovativa.

C’è stata nel tempo, da parte degli enti locali, una forte progettualità e capacità di attrarre finanziamenti. Oggi non è più così. Cosa è successo?
La maggior parte degli interventi nei parchi sono stati realizzati tra il 1993 e il 2007. Allora la società Parchi agiva per conto del Circondario (la forma associativa di cui si erano dotati i Comuni) con ampia autonomia operativa. Curava le progettazioni, valutava le priorità degli interventi e la sostenibilità economica della gestione....

Nautilus, n. 4 - ottobre 2021

Un tempo tutto per sé

Intervista a Graziella Civenti e Gianna Stefan
promotrici dell’autoinchiesta
Vivere soli, a Milano, ai tempi del Covid 19

di Benedetta Celati


Graziella e Gianna sono le due promotrici dell’autoinchiesta “Vivere da soli a Milano ai tempi del Covid 19”. A loro abbiamo chiesto di raccontarci come è nata questa indagine e quali riflessioni ne sono scaturite.
In verità, parte tutto da lontano, da quando Graziella ha svolto la sua prima ricerca che ha dato origine al libro “Una casa tutta per sé. Indagine sulle donne che vivono da sole” (https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=22615). In quell’occasione, Gianna conosce Graziella e l’aiuta a diffondere i suoi questionari. 
Si ritrovano, poi, a Milano, una sera di agosto 2020, dopo il primo lockdown, e dal confronto sulle reciproche esperienze di come avevano vissuto, abitando sole, quel lungo periodo passato in casa a causa del Covid-19, Graziella e Gianna traggono lo spunto per sviluppare un nuovo progetto condiviso. Graziella aveva già elaborato un questionario, senza però essere integrata in una ricerca istituzionale, ma solo sulla base dell’esigenza, avvertita da entrambe, di fare qualcosa riguardo a un tema così rilevante eppure così poco analizzato, anche nell’ambito degli studi condotti sul lockdown e i suoi effetti.  A quel punto occorreva solo partire...

Nautilus n. 3 - settembre 2021


Lavoro e Società InGenere

Formazione, servizi e nuovi modelli organizzativi per ridurre il Gender Gap

Intervista a Nicola Sciclone

direttore di IRPET Toscana

di Marco Bracci

  • L’IRPET http://www.irpet.it (Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana) di cui Lei è direttore da poche settimane ma presso il quale presta servizio e svolge ricerca da molti anni, è da sempre attento allo studio della condizione economica e lavorativa delle donne in Toscana, e più in generale all’analisi delle varie dimensioni tramite cui il cosiddetto Gender Gap si manifesta. A questo proposito, quali elementi e dati è importante comprendere, e quali riflessioni ne scaturiscono? 

 
Per motivare l’attenzione che Irpet dedica da sempre al tema delle donne, rispondo partendo anche io da una domanda. E’ utile avere un approccio di genere nell’analisi economica e sociale? La risposta è sì, perché nonostante evidenti miglioramenti rispetto al passato continuiamo ad osservare uno squilibrio del lavoro di cura, dei familiari e della casa, nella ripartizione fra i generi. Inoltre le donne scontano, in generale, minori opportunità di partecipazione al lavoro e di carriera. 
Cito due numeri: il tasso di attività delle donne (66%) è 12 punti più basso rispetto a quello degli uomini (78%) e il divario resta simile nei tassi di occupazione (61% rispetto a 73%) ...

Nautilus n. 2 - agosto 2021

Ferry Boat  Visioni di un territorio

Intervista a Guido Morandini
autore e regista RAI

di Monica Pierulivo

Regista Rai, vive tra Roma e Piombino. Comunicatore errante, navigatore, indagatore dell’autenticità dei luoghi e dei loro sistemi relazionali più profondi, creativo e visionario, ha realizzato ultimamente tre documentari che hanno al centro il rapporto con l’acqua, il mare e molto altro: “Ferry Boat Canale di Piombino”; “Aurelia, una Statale sull’Acqua”;” Aurelia, Bianco e Nero”, trasmessi su Rai5 e Rai3 nell’ambito della trasmissione televisiva “Di là dal fiume e tra gli alberi”.
I suoi documentari sono visibili su RaiPlay

Com'è nato il tuo rapporto con Piombino?

 Negli anni ’80, iscritto alla Facoltà di Architettura di Firenze, dovevo preparare un esame di urbanistica, insieme a Claudio Saragosa, e venni proprio a Piombino per studiare l’architettura sociale di questa città che ancora non conoscevo. All’epoca mi sembrò una città operaia con valori di concretezza, molto definita, non mi colpì particolarmente, forse perché avevo una visione immaginifica del mondo. Una città semplice, ma in quell’occasione non vidi il centro storico. Facevo un’analisi della città operaia e quindi visitai i suoi quartieri, la città nata nei primi decenni del ‘900, le scuole elementari di piazza Dante, il Cotone. Quello che più mi colpì fu il Villaggio Diaccioni e il mare. ...