Nautilus  n. 13/14  Luglio-Agosto 2022

Le nuove sfide del Sistema dei porti dell’Alto Tirreno 

Intervista a Luciano Guerrieri
(Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale)

L’Autorità di sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale (AdSP) si è costituita nel 2017, a seguito della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 169/2016, disegnando una nuova geografia portuale. Comprende sei porti: Livorno, Piombino, Portoferraio, Rio Marina, Cavo e Capraia.
Alla base della riforma portuale, la necessità di fare sistema, coordinando nel miglior modo il livello istituzionale con le regolamentazioni europee e con il sistema produttivo e logistico nazionale e internazionale, ricercando lo sviluppo del locale nel globale e il giusto equilibrio tra innovazione e sostenibilità.

Cosa si prevede per i porti in tema di transizione ecologica?
Dopo la crisi pandemica che ha fortemente penalizzato le attività portuali nel corso degli ultimi due anni – spiega Luciano Guerrieri - dobbiamo dare la giusta importanza alla portualità in un nuovo processo di sviluppo economico territoriale che faccia leva sulle filiere e sulla capacità degli operatori e delle istituzioni di fare gioco di squadra. Dobbiamo mettere al centro della portualità le competenze professionali, il capitale umano per sostenere in modo adeguato le sfide che ci attendono. Tra queste c’è sicuramente la sfida ambientale. Per quanto ci riguarda, da questo punto di vista stiamo procedendo al rinnovo del parco navi che dovranno utilizzare nuovi combustibili per arrivare a una totale decarbonizzazione. Nel PNRR, che è sicuramente una occasione per riparare i danni causati dalla crisi e preparare il futuro alle giovani generazioni, ci sono 500 milioni di euro per favorire la transizione ad altri combustibili. Le due associazioni Confitarma e Assarmatori stanno procedendo su questa linea, con le necessarie gradualità. Il processo è partito e già oggi in porto le emissioni sono in diminuzione. 

Nautilus  n. 13/14  Luglio-Agosto 2022

Il porto di Piombino: spazi, luoghi e persone nel tempo

Intervista a Mauro Carrara

 Per ricostruire la storia del porto di Piombino e della Compagnia Portuali, realtà importanti del territorio, abbiamo raccolto la memoria di Mauro Carrara, dipendente della Compagnia Portuali per 36 anni, oltre che attento e appassionato conoscitore della realtà locale e dei suoi passaggi storici più importanti, quelli legati al passato più remoto e alla storia illustre del piccolo Stato di Piombino e quelli più recenti relativi alle grandi trasformazioni del ‘900.

Avevo 16 anni e 8 mesi ed era il maggio del ‘54 quando cominciai a lavorare al porto, in una delle due sezioni della Compagnia Portuale di Piombino. All’epoca la Compagnia Portuali, nata nel 1945,  era suddivisa infatti nella sezione Elba e in quella intitolata a Edo Micchi, lavoratore portuale morto sul lavoro, che trattava le merci industriali. 
Nel ‘67 il Governo concesse l’autonomia funzionale all’Italsider e i lavoratori portuali furono esclusi dai lavori al pontile e alla darsena. Quindi le due sezioni furono unificate. 
Fino al ’67 a sezione Elba si collocava se non al primo sicuramente al secondo posto per reddito a livello nazionale, ma anche dopo l’unificazione le attività fecero registrare livelli molto positivi in termini di traffici turistici e industriali. Mi occupavo di amministrazione ma anche dei dati statistici....
 

Il cambiamento del porto dagli anni ‘50 

Oggi il porto è molto cambiato, non lo riconosco più, è senz’anima e assomiglia a molti altri luoghi. In quegli anni era un vero e proprio microcosmo: c’erano le agenzie, la “pesa pubblica” di Elbano Guiggi  dove venivano pesate le merci da e per l’Elba, la dogana, il bar collocato al centro del porto. Dove ora inizia la diga si trovavano le agenzie marittime, i piloti, gli ormeggiatori, tutti vicini alla diga foranea. C’era un piccolo Navalcarp dove dei veri e propri maestri d’ascia costruivano le barche da pesca. Quando facevano il varo, davanti all’attuale Capitaneria, veniva organizzata una vera e propria cerimonia...

L'albergo diffuso è una tipologia di recente diffusione in Italia e in Europa, nata dall’idea di utilizzo a fini turistici delle case vuote ristrutturate coi fondi del post terremoto del Friuli (1976). Il modello di ospitalità “albergo diffuso” è stato messo a punto da Giancarlo Dall’Ara, docente di marketing turistico ed è stato riconosciuto in modo formale per la prima volta in Sardegna con una normativa specifica che risale al 1998.
La progressiva e costante diffusione dell’”albergo diffuso” è dovuta principalmente all’attenzione di una parte della domanda turistica ai contenuti di sostenibilità e rispetto dell’ambiente proposte da alcuni luoghi di soggiorno. È in questo contesto che va collocata la natura propria di tale tipologia ricettiva. La naturale collocazione, pertanto, dell’”albergo diffuso”, riferendosi ad un modello ampio ed elastico definibile come “paese albergo”, vede privilegiare i piccoli centri storici ed i borghi e nuclei di antica formazione o gli insediamenti rurali o montani, pur non escludendo la validità di soluzioni legate a singole presenze significative in contesti diversamente urbanizzati.

Ed è proprio con Giancarlo Dall’Ara che ne parliamo, presidente dell’ADI - Associazione nazionale Alberghi Diffusi, nata il 15 giugno 2006 in occasione del primo “Raduno Nazionale dei Gestori dell’Albergo Diffuso” tenutosi a Rimini e avente la finalità di promuovere e sostenere lo sviluppo degli alberghi diffusi in Italia, tutelandone l’immagine e la reputazione presso le istituzioni pubbliche, la stampa, il sistema intermediario e la domanda turistica.

Quale è la situazione dello sviluppo della formula degli Alberghi Diffusi in Italia?

Sono circa 150 le strutture ospitali che hanno tutti gli standard necessari per essere considerati alberghi diffusi. Inoltre vi sono almeno un altro centinaio di strutture che hanno ripreso alcuni degli standard dell'albergo diffuso. Dunque complessivamente parliamo di una realtà composta da 250 imprese ricettive.



Nautilus  n. 12 - giugno 2022

Parco, la scelta giusta

Intervista a Giampiero Sammuri
Presidente del Parco Nazione dell'Arcipelago Toscano e di Federparchi



Il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, istituito oltre 25 anni fa, fu combattuto fortemente all'inizio da parte delle amministrazioni locali elbane e dei suoi residenti.  Adesso possiamo dire che non solo è accettato ma anche considerato un importante valore aggiunto, dal punto di vista ecologico e per l'economia turistica dell'Arcipelago. La scelta fatta nel 1996 fu pertanto una scelta vincente e a questo punto il Parco può rappresentare un modello positivo e anche un motore di sviluppo eco-turistico?
Come per tutte le aree protette vi è sempre una prima fase di resistenza da parte di settori delle comunità locali quando queste vengono istituite, specie se si tratta di parchi grandi, come anche nel nostro caso. Devo tuttavia sottolineare con grande soddisfazione che la popolazione dell’Elba ha rapidamente compreso l’importanza del parco come traino e motore di sviluppo per un turismo orientato sempre di più alla sostenibilità. Oggi, come nella maggior parte dei parchi nazionali, il solo fatto di potere esporre il “marchio” parco offre un valore aggiunto all’offerta turistica. Ovviamente questo comporta anche degli obblighi e, non a caso, la la Federparchi promuove in Italia la la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle aree protette, una certificazione di qualità, con vincoli e verifiche periodiche, che attesta il rispetto degli ecosistemi da parte  delle aziende turistiche che operano all’interno del territorio tutelato e che vi aderiscono. Il PNAT è fiero di essere stato fra i primi parchi ad averla ottenuta.

Nautilus  n. 12 - giugno 2022

Turismo senza “turistificazione”: 

un altro viaggio è possibile?

Intervista a Sonia Bregoli (rete IT.ACÀ) e a  Federico Prestileo e Maria Fiano (Rete SET)

di
Benedetta Celati

In base alla definizione adottata, nel 2005, dall’assemblea di AITR (Associazione italiana turismo responsabile), “Il turismo responsabile” è “il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” che “riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio”. Esso “opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”. A tale definizione si ispira il lavoro che, dal 2009, anno di fondazione del progetto, viene svolto dalla rete IT.A.CÀ, primo e unico festival in Italia sul turismo responsabile, promosso dalle associazioni YODA, COSPE e NEXUS. Ne parlo con Sonia Bregoli, co-fondatrice e coordinatrice nazionale dell’iniziativa, che mi racconta come nasce l’idea di valorizzare il c.d. “viaggio dietro casa”, ossia, più che la meta, la scoperta che si fa lungo il percorso, coniugando il benessere dei viaggiatori con quello degli abitanti dei territori visitati.
“It a cà”, in dialetto bolognese, significa proprio “Sei a casa?”, espressione divenuta centrale al tempo del Covid-19, quando l’unico presidio contro la diffusione del virus, almeno in una fase iniziale, era rappresentato, appunto, dal rimanere nelle proprie abitazioni
Sonia mi spiega come, in questi anni, il festival, partendo da Bologna, si sia gradualmente evoluto, creando una rete composta, oggi, da più di 700 realtà


Nautilus  n. 11 - maggio 2022

 
Come cambia la partecipazione in Toscana

Intervista ad Andrea Zanetti 

(Autorità per la Partecipazione Regione Toscana)

La Toscana è stata la prima Regione in Italia a introdurre una legge sulla partecipazione. A che punto siamo oggi con il quadro legislativo e con le esperienze avviate in questi 15 anni?

La R. T. è stata decisamente all’avanguardia a livello nazionale con l’introduzione, già nel 2007, della prima legge che disciplina i processi partecipativi da parte dell’allora assessore regionale Agostino Fragai.
Negli ultimi anni questo elemento partecipativo si è un po’ diluito e altre Regioni, come la Puglia, l’Emilia Romagna ad esempio, si sono dotate di strumenti diversi sulla partecipazione guadagnando terreno.
Oggi, alla luce anche di quello che è successo negli anni, nella nostra Regione siamo davanti alla necessità di rivedere la legge attualmente in vigore (L.R. 46/2013) che è stata approvata dopo il primo periodo di sperimentazione.
C’è la necessità di armonizzare i diversi strumenti che sono stati approvati negli anni e che, pur occupandosi di temi specifici, hanno comunque a che fare con la partecipazione. Penso ad esempio alla legge sull’assistenza socio-sanitaria, a quella sulla pianificazione territoriale, legge n. 65/2014, che ha al suo interno strumenti definiti da seguire durante gli iter di discussione degli strumenti urbanistici; penso ai Contratti di Fiume, alla legge sui beni comuni che in Toscana è stata approvata nel 2020 e che è fortemente incentrata sul senso di comunità. Riconoscendo lo strumento dei patti di collaborazione, la legge sui beni comuni risponde infatti all’esigenza di dare un riconoscimento reciproco al rapporto tra cittadini e istituzioni e aiuta a generare politiche di prossimità.


Nautilus  n. 11 - maggio 2022

Progettare con i giovani

Intervista a Chiara Missikoff e Enrico Russo

(Sociolab cooperativa e impresa sociale)

 

Parliamo di partecipazione con due giovani della cooperativa Sociolab di Firenze: Enrico Russo, architetto ed esperto in pianificazione e urbanistica partecipata e Chiara Missikoff, facilitatrice e ricercatrice. 

Sociolab è un’impresa che dal 2006 opera sul territorio nazionale e internazionale occupandosi di ricerca e consulenza nei settori della partecipazione, di progettazione collaborativa, mediazione di conflitti, facilitazione e ricerca sociale. 

Enrico e Chiara provengono da due percorsi formativi diversi ma, ognuno per il proprio campo, si sono qualificati in pratiche partecipative, accompagnando persone, comunità e organizzazioni nella progettazione, trasformazione e gestione di spazi, servizi, beni comuni e modi di abitare, in modo da valorizzare la collaborazione come fattore di innovazione. 

Enrico, dopo la laurea e un Master in rigenerazione urbana e innovazione sociale allo IUAV di Venezia, ha iniziato un periodo di tirocinio con Sociolab che è stato molto proficuo e che lo ha avvicinato all’urbanistica partecipata. Chiara, laurea in Scienze politiche e un Master in Ricerca Sociale, si è invece sempre occupata di progetti sociali, di comunità e di tematiche relative all’inclusione. 

Attualmente stanno portando avanti il progetto di rigenerazione urbana “CLUE - Capraia e Limite Urban Expression” pensato per favorire il protagonismo giovanile con attività di coprogettazione e arte urbana. L’obiettivo è arrivare alla gestione condivisa dell’ex magazzino comunale coinvolgendo fin dall’inizio i giovani destinatari dello spazio nella definizione del suo uso, nella configurazione degli spazi e nell’identificazione delle modalità di gestione. 



Nautilus, n. 9 marzo 2022

La poesia della memoria

Intervista a Pupi Avati

di Fabio Canessa


La poetica della memoria e lo struggimento dei ricordi sono da sempre ricorrenti nel suo cinema.
Non solo nel mio cinema. È un tema fondamentale della grande letteratura e della poesia in genere. Pensi alla madeleine di Marcel Proust da cui inizia un capolavoro come “Alla ricerca del tempo perduto”. O alla poetica del Fanciullino di Giovanni Pascoli, il mio poeta preferito, anche per tragiche coincidenze familiari: mia madre da bambino mi leggeva “X agosto” e “La cavallina storna”, quasi profeticamente. Mio padre sarebbe morto in un incidente stradale proprio dove fu ucciso Ruggero Pascoli, il padre del poeta.

Ed è un tema fondamentale anche nel grande cinema.
Nei capolavori del cinema: soprattutto in “Otto e mezzo” di Federico Fellini e nel film più straordinario di Ingmar Bergman, “Il posto delle fragole”, un’opera sulla vecchiaia che non ha uguali

Nautilus, n. 9 marzo 2022

Storia locale e cittadinanza

A colloquio con Mauro Carrara

di Monica Pierulivo

Appassionato di storia da sempre, grande divulgatore della conoscenza del territorio e della sua città natale, Piombino, con una particolare attenzione ai giovani, Mauro Carrara da oltre sessant’anni svolge un’opera importante di promozione della memoria locale attraverso la quale molte generazioni hanno potuto apprezzare il valore della ricerca storica come fondamento di una crescita culturale diffusa e di una cittadinanza attiva e consapevole.

Come è nata la tua passione per la storia?
“Fin da ragazzo frequentavo la biblioteca quando questa era ancora in via Giuseppe Garibaldi a palazzo Maberini, intorno al 1946-48; mi piacevano i libri ed ero molto curioso anche se ero ancora un bambino, avevo circa 10 anni.
Negli anni ’50 la biblioteca fu trasferita nella sua sede storica in via Cavour vicino ai due licei. Fu lì che iniziai ad appassionarmi. Era molto frequentata dai ragazzi delle scuole che cercavano la storia di Piombino ma non c’erano ancora molte pubblicazioni su questi temi.
Il testo di riferimento era quello di Licurgo Cappelletti, un testo sicuramente non facile e poco adatto alla divulgazione nelle scuole. Iniziai allora a scrivere delle schede, in particolare sui monumenti, iniziai dal Castello e poi mi dedicai a tutti i luoghi storici e
artistici di Piombino. Cercavo di arricchire il poco sapere del mio territorio.  All’epoca a Piombino non c’era molto interesse per il proprio patrimonio culturale e mi sembrava molto importante stimolare una conoscenza e un'attenzione poco presenti.
In seguito, nel 1969, nacque il “Centro Piombinese di Studi Storici“, un’associazione che ha avuto un ruolo molto importante per la città e il territorio, fondata da Luciano De Gregorio e da Alfredo Massart...

Nautilus, n. 8 febbraio 2022


Le parole e la democrazia

Intervista a Luciano Canfora

di Fabio Canessa

 
Nella nostra società delle immagini, tra schermi di tv, pc e cellulari, social e piattaforme, qual è il destino della parola?
Quello di essere usata in modo falso, perché non corrisponde mai alla cosa. Colpa della banalità e dell’ignoranza sempre crescenti del ceto politico, del ceto giornalistico e dei loro accoliti. A partire dalla parola democrazia, che non corrisponde affatto alla realtà della nostra forma di governo.

Qual è l’origine, e dunque il vero significato, della parola “democrazia”?
È una parola greca che nasce polemicamente, come termine negativo, usata dagli oligarchici per denigrare uno stato nel quale politicamente prevale il “demo”, cioè i non ricchi, quelli che non possiedono la terra, considerati gentaglia. Lo dimostra bene Pseudo-Senofonte che, senza infingimenti, dichiara brutalmente questo.

Poi però la parola “democrazia” ha assunto una connotazione positiva.
Poi la parola “democrazia” si eclissa, tanto è vero che in latino non esiste. Tornerà fuori dopo molto tempo, con un’accezione positiva perché legata al senso di diritto elettorale e tutto quello che questo comporta.

Ancora oggi ha mantenuto un senso positivo.
Oggi è una parola del tutto priva di senso, perché i sistemi elettorali truccano già alla base l’esito delle votazioni, gli stati nazionali non contano più nulla e le decisioni avvengono tutte dall’alto, da lontano, per cui noi dobbiamo solo ubbidire alle direttive europee. Così chi dichiara di lottare per la democrazia dice una cosa che non ha senso. 



Nautilus, n. 6-7/dicembre 2021-gennaio 2022

Il mondo a tavola

Il Laboratorio di Antropologia del Cibo di Milano 

Intervista a Giulia Ubaldi


di Monica Pierulivo

Siamo nel cuore del Giambellino, un luogo aperto e multiculturale, quartiere storico del Cerutti Gino di Giorgio Gaber, dove le storie da raccontare sono molte, di tutti i tipi, positive e negative, ma comunque piene di colori e di tanta vita.
È qui che, appena tre mesi fa, è  nato il Lac (Laboratorio di Antropologia del Cibo),  ideato e realizzato da Giulia Ubaldi, antropologa laureatasi all’Università di Siena con una tesi sulla “politica del velo” che a un certo punto della sua vita e dopo diverse esperienze in giro per l’Italia, soprattutto al Sud, ha deciso di creare nel suo quartiere uno spazio dedicato al cibo come cultura e incontro e alla cucina come condivisione e partecipazione. 140 mq costruiti intorno alla cucina dal design unico, firmato Riccardo Barthel.
Si tratta di un’esperienza unica per le modalità in cui è concepita e gestita, e soprattutto un’esperienza che considera il cibo e l’alimentazione come strumento per unire, proprio partendo dalle differenze e preservandole.

Giulia, puoi spiegarci che cos’è l’antropologia del cibo e come si collega al LAC? 

Il Laboratorio è un punto di arrivo di un percorso di elaborazione, di studio e di esperienze concrete che mi hanno portato all' antropologia del cibo

Non nasco infatti come esperta di alimentazione. Dopo la laurea in antropologia mi sono occupata di agricoltura, un settore comunque affine per certi versi, lavorando nel Cilento in alcune aziende agricole, fino a quando non ho aperto una mia azienda Caselle in Pittari. 

L’agricoltura non era l’unico campo di cui mi sono occupata perché mi piaceva anche l’arredamento, soprattutto nella ristorazione. Dal filone della campagna e poi dell’arredamento per la ristorazione, mi sono avvicinata molto al cibo. Ho fatto un corso di enogastronomia e poi, dopo aver trascorso quattro anni in Cilento, sono tornata di nuovo nella mia città,  Milano...



 

Nautilus, n. 5 - novembre 2021


I Parchi della Val di Cornia

Ascesa, declino e speranze di un progetto territoriale 


Intervista a MASSIMO ZUCCONI

Presidente e Amministratore delegato della  società Parchi Val di Cornia dal 1998 al 2007

di Monica Pierulivo

Architetto Zucconi, il sistema dei Parchi della Val di Cornia affonda le sue radici nella pianificazione coordinata tra i Comuni di Campiglia M., Piombino, Sassetta, San Vincenzo e Suvereto e prende forma con la costituzione della Società mista pubblico-privata Parchi Val di Cornia Spa nel 1993. 

Da subito si configura come un progetto fortemente innovativo, come è nato e quali erano gli aspetti innovativi che lo caratterizzavano?

A metà degli anni ’70 del secolo scorso la Val di Cornia era caratterizzata dalla monocoltura siderurgica e la popolazione tendeva a concentrarsi nella città di Piombino.  È in quello scenario che prese forma l’esperienza dei piani regolatori coordinati con l’obiettivo di riequilibrare il rapporto tra coste e colline per contenere lo spopolamento delle aree interne e ridurre l’inurbamento lungo le coste. Dal punto di vista economico l’obiettivo era la diversificazione.
Il sistema dei parchi fu una delle leve fondamentali di quella strategia.
Era contemporaneamente un progetto culturale, territoriale ed economico. Per attuarlo i Comuni dovevano agire uniti e per questo si dotarono di una società strumentale. Alla luce di ciò che è accaduto nei decenni successivi si può affermare
che ebbero grande lungimiranza politica, volontà di cooperazione istituzionale e capacità innovativa.

C’è stata nel tempo, da parte degli enti locali, una forte progettualità e capacità di attrarre finanziamenti. Oggi non è più così. Cosa è successo?
La maggior parte degli interventi nei parchi sono stati realizzati tra il 1993 e il 2007. Allora la società Parchi agiva per conto del Circondario (la forma associativa di cui si erano dotati i Comuni) con ampia autonomia operativa. Curava le progettazioni, valutava le priorità degli interventi e la sostenibilità economica della gestione....

Nautilus, n. 4 - ottobre 2021

Un tempo tutto per sé

Intervista a Graziella Civenti e Gianna Stefan
promotrici dell’autoinchiesta
Vivere soli, a Milano, ai tempi del Covid 19

di Benedetta Celati


Graziella e Gianna sono le due promotrici dell’autoinchiesta “Vivere da soli a Milano ai tempi del Covid 19”. A loro abbiamo chiesto di raccontarci come è nata questa indagine e quali riflessioni ne sono scaturite.
In verità, parte tutto da lontano, da quando Graziella ha svolto la sua prima ricerca che ha dato origine al libro “Una casa tutta per sé. Indagine sulle donne che vivono da sole” (https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=22615). In quell’occasione, Gianna conosce Graziella e l’aiuta a diffondere i suoi questionari. 
Si ritrovano, poi, a Milano, una sera di agosto 2020, dopo il primo lockdown, e dal confronto sulle reciproche esperienze di come avevano vissuto, abitando sole, quel lungo periodo passato in casa a causa del Covid-19, Graziella e Gianna traggono lo spunto per sviluppare un nuovo progetto condiviso. Graziella aveva già elaborato un questionario, senza però essere integrata in una ricerca istituzionale, ma solo sulla base dell’esigenza, avvertita da entrambe, di fare qualcosa riguardo a un tema così rilevante eppure così poco analizzato, anche nell’ambito degli studi condotti sul lockdown e i suoi effetti.  A quel punto occorreva solo partire...

Nautilus n. 3 - settembre 2021


Lavoro e Società InGenere

Formazione, servizi e nuovi modelli organizzativi per ridurre il Gender Gap

Intervista a Nicola Sciclone

direttore di IRPET Toscana

di Marco Bracci

  • L’IRPET http://www.irpet.it (Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana) di cui Lei è direttore da poche settimane ma presso il quale presta servizio e svolge ricerca da molti anni, è da sempre attento allo studio della condizione economica e lavorativa delle donne in Toscana, e più in generale all’analisi delle varie dimensioni tramite cui il cosiddetto Gender Gap si manifesta. A questo proposito, quali elementi e dati è importante comprendere, e quali riflessioni ne scaturiscono? 

 
Per motivare l’attenzione che Irpet dedica da sempre al tema delle donne, rispondo partendo anche io da una domanda. E’ utile avere un approccio di genere nell’analisi economica e sociale? La risposta è sì, perché nonostante evidenti miglioramenti rispetto al passato continuiamo ad osservare uno squilibrio del lavoro di cura, dei familiari e della casa, nella ripartizione fra i generi. Inoltre le donne scontano, in generale, minori opportunità di partecipazione al lavoro e di carriera. 
Cito due numeri: il tasso di attività delle donne (66%) è 12 punti più basso rispetto a quello degli uomini (78%) e il divario resta simile nei tassi di occupazione (61% rispetto a 73%) ...

Nautilus n. 2 - agosto 2021

Ferry Boat  Visioni di un territorio

Intervista a Guido Morandini
autore e regista RAI

di Monica Pierulivo

Regista Rai, vive tra Roma e Piombino. Comunicatore errante, navigatore, indagatore dell’autenticità dei luoghi e dei loro sistemi relazionali più profondi, creativo e visionario, ha realizzato ultimamente tre documentari che hanno al centro il rapporto con l’acqua, il mare e molto altro: “Ferry Boat Canale di Piombino”; “Aurelia, una Statale sull’Acqua”;” Aurelia, Bianco e Nero”, trasmessi su Rai5 e Rai3 nell’ambito della trasmissione televisiva “Di là dal fiume e tra gli alberi”.
I suoi documentari sono visibili su RaiPlay

Com'è nato il tuo rapporto con Piombino?

 Negli anni ’80, iscritto alla Facoltà di Architettura di Firenze, dovevo preparare un esame di urbanistica, insieme a Claudio Saragosa, e venni proprio a Piombino per studiare l’architettura sociale di questa città che ancora non conoscevo. All’epoca mi sembrò una città operaia con valori di concretezza, molto definita, non mi colpì particolarmente, forse perché avevo una visione immaginifica del mondo. Una città semplice, ma in quell’occasione non vidi il centro storico. Facevo un’analisi della città operaia e quindi visitai i suoi quartieri, la città nata nei primi decenni del ‘900, le scuole elementari di piazza Dante, il Cotone. Quello che più mi colpì fu il Villaggio Diaccioni e il mare. ...