Allenare alla vita
Essere genitori autorevoli nel mondo reale
Intervista a Alberto Pellai
(a cura di Monica Pierulivo)
La famiglia, troppo spesso, non appare luogo di amore incondizionato e di serenità ma, nei casi più estremi, anche luogo di violenza e di oppressione. Spesso all’interno delle famiglie i bambini e le bambine subiscono la repressione della propria individualità oppure vengono lasciati troppo soli. Il nuovo libro di Alberto Pellai,” Allenare alla vita”, uscito quest’anno ed edito da Mondadori, affronta il tema dell’emergenza educativa che affligge il nostro tempo, affermando l’importanza del ruolo genitoriale davanti alle sfide del Terzo Millennio.
Cosa significa allenare alla vita?
Educare un figlio è un progetto di allenamento alla vita. Appena nasce, il bambino è totalmente dipendente dai genitori, non ha autonomia e, nella relazione con gli adulti che si occupano del suo progetto educativo, dovrà necessariamente conquistare quelle abilità, quelle competenze che lo renderanno capace di gestire in modo autonomo la propria esistenza. L’età evolutiva è quel tempo in cui gli adulti devono lavorare per rendere possibile quest’allenamento alla vita, per cui un figlio poi non avrà più bisogno della sua protezione, del suo sostegno e accompagnamento, perché avrà imparato a diventare genitore di sé stesso.
Oggi questa è una sfida molto grande perché la famiglia in realtà è sola, isolata anche rispetto al passato, c’è poca appartenenza alla comunità educante, e poi è evidente questo sdoppiamento enorme delle vite di tutti, che sono in parte dentro la vita reale e in parte dentro la vita virtuale.
In questo contesto i genitori tendono a esercitare un’eccessiva protezione nei confronti dei figli, nel tentativo di rimuovere ogni ostacolo che possano trovarsi davanti per non farli soffrire. È giusto questo?
Questa è proprio una caratteristica della famiglia del Terzo Millennio che si è data come obiettivo quello di crescere dei figli sempre felici, e ha declinato la felicità di un figlio come assenza di ogni forma di fatica, frustrazione, disagio. Il genitore quindi è sempre in prima linea nella logica di eliminare qualsiasi asperità che si possa presentare nella vita. È chiaro che questa è una mossa fallimentare perché crescere i figli per farli diventare adulti responsabili e consapevoli, non vuol dire garantire loro l’assenza di fatica e sacrifici, frustrazioni e delusioni nel loro percorso di crescita, anzi vuol dire l’esatto contrario. Vuol dire cercare il radicamento in un principio di realtà, sapere che la vita ha anche le sue zone di grande fatica e che è necessario essere preparati per rimanere in piedi con qualsiasi tempo ci sia fuori. Rappresenta pertanto un allenamento fondamentale e imprescindibile.
Lei in alcune occasioni ha parlato di adultescenza. Cosa è l’autorevolezza di un genitore?
L’autorevolezza dell’adulto è la capacità di dire i “sì” che aiutano a crescere, ma anche i “no” che aiutano a crescere. Di conseguenza, a volte un genitore potrà risultare non amabile e un po’ antipatico a suo figlio o a sua figlia, ma lo farà nell’ottica di farli uscire dalla loro comfort zone, individuando il loro potenziale di crescita e stimolando quella fatica e quell’allenamento che permetteranno loro di acquisire il potenziale che altrimenti non raggiungerebbero mai. Ecco, il compito dell’adulto è quello di essere “per” e “con” il figlio che sta crescendo. L’autorevolezza è molto diversa invece dall’autorità che ha come unico obiettivo di esercitare un potere su un figlio che sta crescendo. L’adulto autorevole è invece un adulto competente dove la potenza che si esercita è di servizio e non di potere.
All’autoritarismo di una volta, fondato su un modello patriarcale, non si è però sostituito un modello fondato sull’autorevolezza dei genitori.
A differenza della figura del padre padrone, oggi c’è un padre che sa essere affettivo, disponibile emotivamente e capace di stare con il proprio figlio e con la propria figlia; questo non gli impedisce di essere anche un padre guida che direziona, che limita e mette confini di cui c’è molto bisogno. Purtroppo molti genitori oggi interpretano il loro ruolo genitoriale essenzialmente solo come un ruolo affettivo, consentendo ai propri figli di vivere qualsiasi cosa a loro piacimento senza considerare l’importanza di porre limiti e confini che sono necessari.
Questo tipo di comportamento cosa genera?
Provoca la cosiddetta fragilità narcisistica, cioè il sentire di io piccolo che, pur essendo alto come un cespuglio, mi percepisco in realtà con la potenza di una sequoia gigante, che guardo dall’alto, con un senso di onnipotenza, assolutamente non ancorata al principio di realtà. Significa che vorrò governare la mia vita sempre secondo il mio desiderio, che chiaramente non è un desiderio ragionato e competente ma spesso si colloca nella logica di essere gratificato e di ottenere il massimo della piacevolezza. Questo porta inoltre a essere sguarniti di risorse interiori. La vita non è un Luna Park e non accade che si trovino compagni di lavoro sempre perfetti, sintonizzati con i nostri bisogni, capaci di fare quello che vogliamo noi. A quel punto la vita diventa una foresta, una giungla in cui non si riesce più a orientarsi perché non abbiamo generato dentro di noi una bussola che permetta di riconoscere tutti i punti cardinali, non solo il nostro ma anche quello degli altri.
Ma la famiglia può avere un effetto disgregante anche all’esterno, nella sua dimensione pubblica. Basti vedere l’attacco frequente a un’istituzione fondamentale come la scuola, sempre più sottoposta al controllo delle famiglie che la considerano in maniera per lo più individualistica, non tanto come bene comune ma sempre più come servizio da piegare ai loro bisogni. Cosa ne pensa?
Fatichiamo a essere una comunità educante, quindi a sviluppare una mente adulta comune perché invece che generare alleanze e fare squadra, siamo scesi nell’arena del “tutti contro tutti”.
È davvero importante invece che famiglie e scuola assicurino un’alleanza e che la scuola difenda la sua autorevolezza di ruolo e di funzione senza essere screditata dalle famiglie. Semplicemente perché la scuola, avendo un mandato educativo basato sul potenziamento e il funzionamento degli elementi cognitivi, non è una comfort zone, è una palestra, proprio perché per imparare bisogna fare fatica.
Molte volte la famiglia, abituata a trattare il proprio figlio con tutti i riguardi perché non provi mai disagio, fatica e non provi sofferenza, trova nella scuola una palestra che adotta altri criteri educativi e altre modalità di approccio metodologico. In questo caso la famiglia deve saper riconoscere un valore a questa diversità, rispetto al proprio modello educativo, valorizzando appunto i due diversi ruoli. Si può essere complementari pur nella necessaria diversità dei ruoli e dei metodi, perché la famiglia è il luogo degli affetti e la scuola il luogo delle norme e del sostegno alla crescita.
Oggi viviamo una vita reale che convive con un mondo digitale, da non demonizzare, ma che sicuramente rappresenta un’altra dimensione e che è sempre più presente e pervasiva. Quali sono i rischi per i bambini e gli adolescenti che vengono lasciati troppo spesso soli con questi strumenti?
Il rischio è quello di passare un sacco di ore della propria giornata in una palestra che non fornisce alcun allenamento alla vita reale, dove si perdono le competenze sociali, di autoregolazione emotiva, le competenze empatiche, perché per metterle in gioco è necessario interfacciarsi necessariamente con gli altri, diversi da noi. In generale il mondo digitale è fortemente dominato dalla dimensione della gratificazione istantanea. È un mondo cioè molto attraente, un paese dei balocchi che non si spegne mai, dove non esiste un progetto educativo ma solo un progetto di mercato. È proprio un campo magnetico che ha la logica del gatto e della volpe, cioè di puro mercato. Risponde quindi a una visione non etica della crescita dell’infanzia e dell’adolescenza ed è chiaro che i genitori devono riappropriarsi del villaggio reale in cui poter crescere i propri figli. In questo senso è fondamentale per la famiglia fare una profonda inversione di rotta e riconsiderare in modo critico tutto quello che è stato accolto con molto entusiasmo negli ultimi quindici anni.
C’è un problema di dipendenze degli adolescenti anche dai video giochi. Cosa comporta tutto questo?
Essendo un meccanismo basato sulla stimolazione dei circuiti della gratificazione istantanea della nostra mente, che sono circuiti dopaminergici, la dopamina è quel neuromediatore che quando viene prodotto spinge a desiderare sempre la cosa che l’ha fatto produrre. È quindi la base neuro chimica delle dipendenze. Perciò tutta una serie di comportamenti collegati ai video online sono fortemente dipendentigeni e hanno questo doppio effetto: da una parte obbligano a continuare a spendere un sacco di tempo in quella realtà virtuale e il secondo aspetto è che più si rimane lì dentro e meno tempo si ha per stare nel mondo reale, dove c’è la vera palestra, dove si può sviluppare la muscolatura emotiva e cognitiva che può consentire di diventare adulto. È come se in età evolutiva tu avessi una muscolatura da sviluppare, che deve essere esercitata ma tu non fai mai gli esercizi che la potenziano.
Cosa possiamo fare per promuovere l’educazione alle emozioni?
Questo è un po’ il tema dell’analfabetismo emotivo e della diseducazione emotiva. Le cose che servono sono queste: a scuola si possono promuovere progetti di educazione emotiva che in effetti oggi vengono considerati un aspetto importante dell’attività scolastica, dall’altra parte bisogna lavorare tanto con i genitori, soprattutto nel tempo dello 0-6, perché si riapproprino di quelle competenze educative, in particolare competenze relazionali ed emotive, che permettano a un bambino di acquisire a sua volta quelle capacità che un adulto riesce a trasmettergli. È chiaro che anche in questo caso diventa molto importante aiutare gli adulti ad evitare determinati comportamenti. Il fatto che ci siano tanti minori, già in età precoce, che vengono calmati nei loro processi di sregolazione emotiva con i cosiddetti “ciucci elettronici”, cioè con gli schermi, smartphone o tablet, è una cattiva abitudine di cui l’adulto deve diventare sempre più consapevole. È come avere un flauto magico che apparentemente, senza far fatica, permette di addomesticare qualsiasi intemperanza emotiva del tuo bambino; ma se gli dai uno strumento come quello, il bambino non acquisirà mai le risorse interiori per saper riconoscere e gestire davvero la sua emotività. Non imparerà ad ascoltarsi, a connettersi con le sue emozioni interne e soprattutto non imparerà a gestire le sue emozioni in assenza di stimolazioni reali dall’esterno.