Province e Medioccidente
Un dialogo con Giuseppe Lupo sull’”Italia di mezzo”
a cura di Monica Pierulivo
Le riflessioni di Giuseppe Lupo sulla provincia e sull’“Italia di mezzo” si collocano nel solco della sociologia della modernità e dell’antropologia del territorio. In passato, la contrapposizione tra città e provincia aveva messo in luce il diverso regime temporale e relazionale prodotto dalla modernità urbana.
Oggi possiamo parlare di superamento della dicotomia centro/periferia, grazie a letture più recenti dello spazio come costruzione sociale. In ambito italiano, il dibattito sulle aree interne, ad esempio, ha contribuito a ridefinire questi territori non come margini residuali, ma come spazi dotati di risorse sociali e culturali specifiche.
Anche da qui scaturisce l’idea di Medioccidente, che si inserisce in una riflessione critica sull’Occidente contemporaneo e dialoga con l’antropologia dei luoghi e dei non-luoghi di Marc Augé, proponendo una visione in cui comunità, sostenibilità e bene comune diventano criteri centrali per ripensare le forme della convivenza, oltre le tradizionali gerarchie territoriali.
1. Nei suoi scritti lei definisce la provincia come una “soglia”, uno spazio intermedio tra città e altrove. In che modo questa condizione liminale ha contribuito alla costruzione dell’immaginario italiano del Novecento?
La provincia emerge come categoria antropologica nel momento in cui l’Italia attraversa la transizione dalla società rurale a quella industriale. Nella società contadina, infatti, non esisteva una netta distinzione tra centro e periferia: il territorio era relativamente omogeneo e la città rappresentava soprattutto un luogo funzionale, un nodo di scambio e concentrazione.
È l’urbanizzazione, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, a produrre una frattura simbolica e materiale. Il trasferimento verso i centri urbani genera un’esperienza di discontinuità antropologica: cambia il ritmo del tempo, la struttura delle relazioni sociali, la percezione dello spazio. In questo senso, la provincia diventa una “soglia” tra due regimi di vita e di senso, una condizione intermedia che la letteratura e il cinema del Novecento hanno intensamente esplorato.
La provincia diventa così un dispositivo narrativo privilegiato per raccontare l’Italia: uno spazio di relazioni dense, di conoscenza reciproca, ma anche di immobilità e conflitti latenti. Dopo il boom economico, negli anni Settanta, si assiste a una riscoperta della provincia come laboratorio simbolico e narrativo. Oggi, invece, questa viene spesso rappresentata come luogo di rifugio, soprattutto nel dibattito sui borghi e sulle aree interne. Questo discorso, tuttavia, rischia di essere nostalgico e poco progettuale, se non accompagnato da una riflessione sulle condizioni materiali e sulle infrastrutture sociali necessarie per una vita pienamente moderna.
2. Lei richiama una tradizione letteraria e cinematografica che ha visto nei paesi un osservatorio privilegiato del carattere nazionale. Perché, dal suo punto di vista, la provincia è stata una lente così efficace per comprendere l’Italia?
L’Italia è storicamente una civiltà municipale. Autori come Machiavelli, Guicciardini, Dante e, in epoca moderna, Carlo Cattaneo hanno colto questa struttura policentrica del paese. La nostra storia è segnata da una forte frammentarietà territoriale e culturale, che ha prodotto una pluralità di identità locali.
Dal punto di vista antropologico, questa pluralità ha reso i paesi e le piccole città luoghi privilegiati per osservare le differenze: linguistiche, culturali, sociali. A differenza di altri Stati-nazione caratterizzati da una maggiore omogeneità, in Italia la variazione culturale è estremamente ampia: bastano pochi chilometri per cambiare dialetto, consuetudini, forme di socialità. La provincia diventa quindi un microcosmo dove le tensioni tra tradizione e modernità, locale e nazionale, sono particolarmente visibili.
3. Un tema ricorrente è quello del “partire” o “restare”. In che modo questa scelta ha inciso sulle identità individuali e collettive, e come è cambiata con la globalizzazione?
Nel secondo dopoguerra, la migrazione verso le città e i poli industriali rappresenta una dinamica strutturale, l’ultima fase di un processo avviato già con l’Illuminismo, che identifica la città come spazio paradigmatico della modernità. Partire dalla provincia significava entrare in un nuovo regime temporale e sociale, spesso vissuto come rottura identitaria.
Con la globalizzazione e la diffusione delle tecnologie digitali, questa frattura si è in parte attenuata. Si diffonde l’idea che sia possibile vivere in una relativa omogeneità culturale indipendentemente dal luogo. I modelli di vita, le pratiche culturali, persino le percezioni del tempo tendono a convergere. In termini sociologici, si assiste a una deterritorializzazione parziale dell’esperienza, anche se le disuguaglianze materiali continuano a essere fortemente territorializzate.
4. Lei preferisce parlare di “Italia di mezzo” piuttosto che di provincia. Che cosa comporta questo spostamento terminologico sul piano simbolico e analitico?
Il termine “provincia” è carico di un’eredità semantica negativa, legata all’idea di provincialismo come arretratezza e marginalità. Sostituirlo con “Italia di mezzo” significa operare uno spostamento simbolico: non più una periferia subordinata, ma una zona intermedia in un sistema policentrico.
Questa categoria consente di leggere il territorio italiano in termini di gerarchie di attenzione politica, economica e mediatica: esiste un’Italia dei centri decisionali e un’Italia meno visibile, dove le innovazioni e le politiche arrivano più tardi, ma che non è per questo immobile. L’“Italia di mezzo” è quindi una categoria analitica che permette di superare la dicotomia rigida centro/periferia e di cogliere le gradazioni territoriali dello sviluppo.
5. In Medioccidente lei mette in discussione proprio le categorie di centro e periferia. In che modo questo concetto contribuisce a ripensare l’identità culturale italiana ed europea?
Centro e periferia sono categorie proprie della modernità novecentesca e di una certa idea di Occidente fondata su crescita, utilitarismo e razionalità strumentale. La crisi contemporanea – ecologica, sociale, identitaria – mostra i limiti di questo paradigma.
Il concetto di Medioccidente nasce come proposta di ripensamento: una dimensione occidentale “mediana”, orientata alla sostenibilità, alla comunità, a un’economia a misura d’uomo. In un mondo globalizzato, le dicotomie spaziali tradizionali perdono rigidità: pratiche comunitarie, modelli cooperativi e forme alternative di convivenza possono emergere tanto in una metropoli quanto in un piccolo centro.
Dal punto di vista teorico, Medioccidente invita a superare la gerarchia spaziale implicita nel linguaggio centro/periferia e a ripensare la convivenza in termini di bene comune, riconfigurando lo spazio come campo di possibilità e non come scala di valore.
6. Quali autori o esperienze dialogano maggiormente con l’idea di Medioccidente?
Nel libro richiamo figure che hanno anticipato una critica dell’Occidente modernista e immaginato alternative comunitarie. Ivan Illich, con la sua teoria della convivialità, don Lorenzo Milani e l’esperienza di Barbiana, don Zeno di Nomadelfia, ma anche progetti urbanistici come quelli di Giancarlo De Carlo negli anni Settanta.
In ambito letterario, autori come Mario Pomilio e Ignazio Silone hanno lavorato su una dimensione comunitaria dell’umano, centrata sulla responsabilità condivisa e sul senso di destino comune. Queste esperienze, pur diverse, costituiscono un archivio di pensiero per immaginare forme di convivenza oltre il paradigma dominante.