Diritti al cinema

Intervista a Luca Caprara

di Marco Giovagnoli


Luca Caprara è dal 2018 il direttore artistico, assieme al direttore della fotografia e regista Daniele Ciprì, di un Festival  -‘Corto Dorico’ , -che si svolge ad Ancona. Un Festival che fin dal titolo ci dice avere come principale riferimento il cinema corto italiano e internazionale; in realtà negli ultimi anni si è aperto a tutta un’altra serie di forme di racconto per immagini, dal lungometraggio al cinema del reale, dal documentario alla realtà virtuale, al cinema di poesia: l'obiettivo è cercare di aprirsi a tutte le forme di racconto per immagini e di farlo con una grande attenzione soprattutto per i giovani autori e per il pubblico che,  molto numeroso e appassionato, da tanti anni segue il Festival .
 
All’interno dell’esperienza di "Corto Dorico "voi avete avuto negli anni delle prospettive e degli approcci diversi, tra cui un occhio molto attento al Mediterraneo

Si, è un indirizzo che abbiamo preso negli ultimi anni, complice anche una bella realtà che è nata, vale a dire la rete dei Festival adriatici che tocca più in generale anche il tema del Mediterraneo; sono alcuni importanti Festival che vanno da quello di Sulmona a Sud Festival a Molise Cinema, che si sono messi assieme proprio per raccontare l’area balcanica e mediterranea, e lo abbiamo fatto attraverso tutta una serie di attività. Da lì il Festival si è aperto al cercare di creare collaborazioni e partnership, con l’intento quindi anche a mostrare tutta una serie di contenuti, film, lungometraggi e corti provenienti da quell’area; per cui negli ultimi anni abbiamo aperto partnership con Festival provenienti dal Portogallo, dalla Spagna, il Tirana film festival – quindi Albania – e quest’anno toccheremo la Grecia, la Croazia. Stiamo cercando di proporre al pubblico e agli addetti ai lavori tutta una serie di cinematografie sia corte che lungometraggi provenienti da queste aree perché secondo noi sono aree che sia in termini di contenuti che di Autori stanno portando delle opere molto, molto interessanti.
 
Da questo punto di vista quali sono le aree che ritieni siano più attive, che producono di più materiale e che lavorano sui temi dell’incrocio, dell’inclusione, dello scambio mediterraneo?

Per quello che abbiamo potuto vedere noi, con queste prime attivazioni, sicuramente nell’area greca (a dispetto di quello che può succedere da un punto di vista istituzionale in Grecia) c’è una grande attenzione da parte degli Autori di corti ed anche di lungometraggi rispetto alla situazione nel Mediterraneo, con delle opere molto interessanti tant’è che proprio in questa edizione noi andremo a creare una partnership con il Drama International Film Festival di Drama, in Grecia, che ci fornirà dei contenuti molto interessanti in merito. Questo interesse lo abbiamo visto anche nel recente passato, con formule anche particolari – ad esempio mi viene in mente un film d’animazione che veniva dal Portogallo, o un lungometraggio spagnolo, un corto molto bello dell’anno scorso proveniente da Tirana: diciamo che la tematica di ciò che è adesso il Mediterraneo, di tutte le problematiche del Mediterraneo, non può non toccare la sensibilità degli Autori e quindi noi, andando a lavorare sulla sensibilità  di quelle aree, di quegli Autori, giocoforza andiamo a raccontare anche tutte quelle criticità.

Gli Autori, se non ho inteso male, affrontano principalmente tematiche inerenti la relazione, le relazioni umane; ci sono anche altri temi, ad esempio quello ambientale, oppure dei rapporti di forza (o geopolitici) tra le sponde? Ci sono interessi che vanno oltre il dato ‘sociale’ oppure il tema è quello di grande attualità delle traversate, o dei rapporti tra sponda nord e sponda sud del Mediterraneo?
 
A livello di proposte e di contenuti si trova un po’ di tutto. Per esperienza, per quello che abbiamo visto, la tematica diciamo così ‘ambientale’, se vogliamo recintarla, è un qualcosa che ci arriva dalla Mitteleuropa o dal Nord Europa; una sensibilità che tuttavia sta scendendo e sta attenzionando anche noi, per cui immagino che in questa edizione (ancora dobbiamo valutare le opere che arriveranno entro dicembre) qualcosa avremo e molto probabilmente verrà dalle collaborazioni che abbiamo attivato con Grecia e Croazia quest’anno. C’è di certo uno spettro, che è uno spettro anche abbastanza variegato, relativo ad alcuni contenuti che sono quelli della situazione geopolitica nel Mediterraneo e quindi spesso gli Autori trasformano il contenuto geopolitico in un racconto, che è un racconto di emozioni, di esseri umani, di vicende, quindi il discorso legato un po’ al tema dell’immigrazione, dell’inclusione, le rotte (per esempio c’è tutta la questione della rotta balcanica, sulla quale l’anno scorso avevamo un documentario). Tutti questi sono temi attenzionati dagli Autori, ma in fondo si trova un po’ di tutto nella proposta che queste aree ci fanno.
 
C’è una specificità della città di Ancona nell’accogliere un progetto di questo genere? C’è una visione della città, un  rapporto particolare della città rispetto ai vostri interlocutori?
 

Sì, assolutamente, e ti dico di più: l’anno scorso le due sezioni, quella portoghese e quella albanese, sono state molto partecipate, è venuta molta più gente di quella che ci aspettavamo; non erano le sezioni di concorso, che sono di solito quelle più sotto i riflettori per quanto riguarda il pubblico o l’attenzione anche dei media, e invece sono andate molto molto bene perché c’è da un lato l’attenzione del pubblico di andare a vedere un certo tipo di lavori, di opere che tu vedresti solamente ad un Festival (perché altrimenti, diciamocelo, quante selezioni di corti albanesi, o quest’anno di corti greci, o croati, portoghesi o spagnoli tu hai l’occasione di vedere, se non ad un Festival? – al cinema non li vedi, sulle piattaforme idem o anche per altri canali). C’è la percezione, da parte del pubblico, che non è cosa di poco conto, di dire “vado a quell’evento, vado a quella serie di proiezioni perché c’è una cinematografia, una filmografia di un’area che trovo interessante ma che altrimenti non andrei ad intercettare” e quindi c’è una grande attenzione da questo punto di vista. Da parte nostra, è un Festival che ha una forte impronta legata al tema dei diritti umani e civili, ai temi sociali; noi abbiamo l’onore di avere la partnership di Amnesty International per quanto riguarda un concorso internazionale che attiene a tutto il mondo (abbiamo corti da oltre 60 Paesi) che riguarda il tema dei diritti umani e civili.
Ancona, ricordiamolo, è un porto; la Mole Vanvitelliana, dove noi facciamo il Festival, è davvero sul porto ed è già essa stessa qualcosa che comunica con l’Altro, con l’altrove, e quindi sono cose più o meno indotte che il Festival recepisce e rispetto alle quali c’è una grande attenzione. Tant’è che quello che è nato tre anni fa come un’idea di guardarsi appunto, assieme ad altri Festival italiani, all’area mediterranea (ad es. la Spagna, che è stata la prima, etc.) poi nel corso del tempo si è amplificato, per cui siamo partiti con un Festival, l’anno scorso erano due e quest’anno ci sono tre Festival che collaborano con noi.

I Paesi (a livello statuale e governativo) della sponda nord del Mediterraneo, ed anche quelli della sponda sud, sostengono questa modalità di espressione artistica dei loro cittadini oppure avete l’impressione che con i film arrivino anche i problemi dal punto di vista economico, politico, espressivo?

Criticità ci sono, e ti faccio un esempio. La partita di finanziamenti che per esempio viene destinata a tutto un cinema che è interessante, sia il lungo che corto, come quello greco, è a un livello di sostegno assolutamente misero – ce lo raccontano gli Autori, i promoter dei Festival che conosciamo; detto questo, nelle opere queste problematiche legate al sostegno di questo tipo di opere non emerge, emerge soprattutto il racconto delle vicende, dei personaggi, delle emozioni. Ovviamente emerge invece la situazione economica di queste aree , in alcuni corti è in stretta sinergia con quella che poi è la situazione più generale dell’area del Mediterraneo, dell’Africa del nord o della bassa Europa. 

Alcuni dei lavori presentati ad Ancona sarebbero potuti essere presentati e visti anche nei Paesi d’origine? Al di là del sostegno economico, qualche contenuto avrebbe potuto incappare nella censura o comunque avere qualche difficoltà nel Paese d’origine?

Per quella che è la nostra esperienza e ad oggi, per quanto riguarda le nostra connessioni – io ti ho citato alcuni Paesi europei perché ancora non abbiamo toccato ipotesi di partnership come  realtà del Nord Africa dove forse questa preoccupazione potrebbe essere reale – non abbiamo avuto da questo punto di vista nessun feedback relativo a difficoltà a proporre nei Paesi d’origine opere che noi presentiamo  normalmente ad Ancona. Per altre aree– ad esempio lavoriamo tantissimo con alcuni Autori iraniani –è comprensibile  la difficoltà che loro hanno nel proporre certe opere nel proprio Paese, opere che invece sono talmente belle che girano i Festival d’Europa e d' Oltreoceano.

In ultimo, hai l’impressione che gli Autori abbiano una ‘coscienza di luogo’, ossia si sentano parte di questa koinè mediterranea e la rappresentano, la esprimono, la vivono?

Quando si parla di opere artistiche, al di là della coscienza di luogo che può avere un Autore nel metterla in scena e raccontarla attraverso le immagini, molto dipende da come noi eventualmente recepiamo quel racconto, per cui magari per noi ci può essere o meno, ma non è detto lo stesso per l’Autore: magari noi la cogliamo e l’Autore non ce l’ha o viceversa. Quello che abbiamo colto noi che facciamo le selezioni è che sicuramente c’è una grande consapevolezza da parte degli Autori rispetto a se stessi; non so se è ‘coscienza di luogo’ ma probabilmente sì: c’è questa grande capacità – noi l’anno scorso abbiamo fatto una sezione (per me bellissima) di film albanesi – di creare opere intrise di quella terra ma con la capacità allo stesso tempo di realizzare racconti universali. Che poi sono le opere che ‘centrano’, centrano le emozioni e il cuore degli spettatori, che guardano a loro stesse ma poi hanno la capacità di creare questa sorta di vaso, di spettro universale. Quando i corti, o i lunghi, di queste aree sono ‘riusciti’, noi cerchiamo – con la nostra sensibilità, ovviamente – di selezionare opere che riteniamo che appunto facciano questa cosa, concretizzano quel tipo di emersione che tu hai citato: la consapevolezza di un autore di un luogo e la capacità di trasformare quel luogo, con la sua unicità, in un racconto che può essere poi recepito e apprezzato a livello universale.

Proposte di visione

Nothing holier than a dolphin (Grecia)
AirHostess 737 (Grecia)
Ice merchant (Portogallo)
The van (Albania)
Ajo (Kosovo)