Dalle tradizioni locali alla contemporaneità 

Intervista a Pietro Clemente

di Monica Pierulivo

Lei è presidente onorario di SIMBDEA, un’associazione che sta lavorando molto per la valorizzazione e la messa a sistema dei musei demoetnoantropologici. Quanti sono questi musei in Italia, quali sono le loro caratteristiche, e cosa è possibile fare e renderli vivi e farli diventare presidî culturali di riferimento?

Si fa spesso a gara per dire che i musei DEA sono di più di quelli d’arte e archeologia, e così è in effetti, ma con la creazione della rete nazionale da parte del ministero che si basa su musei accreditati dotati di varie caratteristiche di servizio pubblico, si vede che quelli DEA sono meno riconosciuti, mancano spesso di alcuni servizi. Sono più diffusi, ma spesso non hanno direttore, risorse, inventario e catalogazione.
Si parlava di circa 700 musei DEA qualche anno fa. Ma sono di più certamente perché alcuni sfuggono alla segnalazione e al web, altri si collocano in altre reti, ad esempio, la rete degli ecomusei (che è legata a leggi e finanziamenti regionali) o alla rete dei piccoli musei (una lobby di musei legati a finanziamenti ministeriali). Ma quella dei musei DEA non è una vera comunità perché prevalgono le esperienze locali, le collezioni individuali e non ci sono veri musei guida. Il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari è confluito nel MUCIV (Museo delle Civiltà), il Museo Etnografico delle Genti di Romagna di Sant’Arcangelo è stato museo guida sotto la direzione di Mario Turci, poi lui è andato in pensione, il museo è stato ristrutturato e ha perso ruolo; il Museo delle Genti Trentine non ha più un direttore DEA, la rete dei musei DEA senesi, cinque musei in rete, con al centro il Museo della mezzadria senese di Buonconvento, di recente realizzazione e di allestimento innovativo, è stata distrutta dalle scelte amministrative della Provincia. Come Museo guida è restato il Museo Internazionale delle Marionette di Palermo, legato anche al riconoscimento Unesco ICH (Intangible Cultural Heritage) dell’Opera dei pupi, con tanti premi europei e attività plurali, con un direttore, uno staff e una forte attività sul territorio. SIMBDEA (Società Italiana per la Museografia e i Beni demoetnoantropologici) è nata nei primi anni 2000 per costruire una rete e dare un orientamento ai musei del settore, ha fatto iniziative nazionali importanti, ha lanciato la rivista Antropologia Museale che accompagna i musei con una attività di ricerca critica e di discussione, Ma è vero che, nonostante la recente apertura di un fronte ministeriale di funzionari del settore DEA, questi musei continuano ad essere ai margini del sistema museale nazionale. Ogni regione ha musei importanti, ma spesso non in condizioni di promuovere attività: così il caso del Museo Etnografico di Nuoro che nei primi anni 2000 faceva rete e iniziative insieme con SIMBDEA e che oggi per ragioni istituzionali ha perso questo ruolo. L’idea di riconnettere le esperienze dei musei DEA, sia nati da collezioni private che da progetti pubblici a una funzione di presidio territoriale, nasce già dal Convegno Internazionale ICOM di Siena 2014 in cui fu sottoscritta la Carta di Siena su Musei e paesaggi culturali; una funzione di presidio  territoriale e di promozione di comunità patrimoniale da parte dei musei è ormai all’attenzione di tutto il mondo dei musei ma è molto complessa da realizzare.
SIMBDEA è intervenuta più volte con varie esperienze nella rubrica “Il centro in periferia”, che coordino dentro la rivista on line Dialoghi Mediterranei, proprio nell’ottica del Museo come centro di riferimento per la rinascita del territorio  montano o delle zone interne e abbandonate. Sono convinto che guardando alle aree interne e marginali, alla necessità di riattivare esperienze e saperi, forse il decadimento di questi musei può diventare rilancio e funzione di avanguardia.

Ecologia, migrazioni, sviluppo sostenibile, sono argomenti che potrebbero servire per legare questi musei locali ai temi della contemporaneità e per parlare alle comunità. Ci sono esempi positivi in questo senso?

In Toscana da qualche anno il caso che ci appassiona di più è quello della Casa di Zela, che nel sito si presenta come Museo Casa di Zela – Espone cose, ma è un museo di relazioni. Come si vede già dal web espone cose ma è un museo di relazioni. Costruire comunità è pratica difficile. Nel campo DEA, la comunità di riferimento è quella delle comunità patrimoniali o di eredità, legate alla Convenzione europea di Faro, accolta anche dalla legislazione italiana.  Comunità che nascono intorno a persone che si prendono cura del loro patrimonio prima che intorno a istituzioni. Ma la normativa corrente non aiuta ancora per nulla le comunità di questo tipo, che nascono per essere la parte democratica e dal basso rispetto alle Soprintendenze. Casa di Zela in effetti fa tante attività didattiche, gestisce il museo, cura l’isola naturalistica, costruisce reti con le esperienze di riattivazione rurale e pastorale del territorio. L’esperienza museale è ancora molto viva: la casa museo di Palazzolo Acreide in Sicilia, (uno dei primi musei del dopoguerra) e il museo di Buscemi.
I luoghi del lavoro contadino sono entrati in rete come primo Ecomuseo siciliano; in Sardegna alcuni musei locali hanno riattivato la vita comunitaria, nel Lazio sono in rete con la rinascita delle grandi feste popolari, c’è ancora molta vita locale, ma resta difficile coordinare un nuovo spirito comune. Lo stiamo facendo. Il Museo Internazionale delle Marionette ha realizzato un convegno su I musei della restanza che allude proprio al costruire territorio e produrre ‘coscienza di luogo’.

Cosa pensa dei cosiddetti musei della civiltà contadina e in che fase si trova, oggi, questo genere di iniziativa?

Sono un po’ i nostri antenati e sono ancora vitali, ma hanno perso il mandato che avevano negli anni ’70 di costruire memoria del mondo contadino, a partire da tante iniziative locali di associazioni e di singoli. Per lo più non hanno realizzato una dimensione professionale e pubblica, ma quando lo hanno fatto sono ancora la spina dorsale della nostra rete. Si pensi al favoloso Museo Guatelli, diventato dopo la morte di Ettore Guatelli “Fondazione Museo Guatelli”, diretto da Mario Turci, in Emilia ad Ozzano Taro. Lo straordinario e solitario protagonista di quella iniziativa ha lasciato anche diari, schede di cultura materiale, registrazioni, accumuli di materiali documenti libri, che aprono una dimensione conoscitiva straordinaria sul mondo contadino tra Appennino e pianura. Una ispirazione per tantissimi musei, anche perché è riuscito a dialogare con l’arte contemporanea e anche a costruire reti europee di ricerca introno a temi centrali della nostra museografia come la spazzatura e il riuso, temi nuovi radicali europei legati anche alla crisi ecologica.  È un museo guida pur essendo precario nelle risorse e nel sistema istituzionale.
Pur essendo fuori moda e fuori stagione i musei contadini mantengono un potenziale di memoria e di saper fare che può essere utile alle nuove generazioni per ricordare da dove vengono, ma anche per conoscere meglio il territorio le conoscenze e i saperi dei mezzadri spesso loro nonni o bisnonni, ma anche per poter trovare delle formule di nuova agricoltura che poggino le loro basi sulle conoscenze e l’esperienza di secoli di lavoro esperto dei contadini.

Che contributo può dare l’antropologia culturale alla costruzione di una società che sappia vivere nelle differenze e valorizzarle?

In Italia l’antropologia culturale o le discipline DEA (demo-etno-antropologiche), come le chiamiamo, ha poco spazio sia nell’Università e nella ricerca che nella società civile organizzata. È quasi ai margini rispetto alla sociologia o alla psicologia che in Italia entrarono nelle università con l’antropologia nel secondo dopoguerra. Non accede ai mass media che sono pieni di storici, di sociologi, di politologi. È una disciplina che ha scarsa vocazione a mettersi sul mercato delle consulenze e questo potrebbe essere un bene, ma talora questo coincide con una scarsa attenzione alla ricerca applicata, anche se oggi ci sono varie associazioni degli antropologi, una delle quali si occupa proprio di Antropologia Applicata con forte impegno nelle scuole e sul territorio. Potrebbe dare un grande contributo con l’esperienza degli studi sulla diversità culturale, sulle migrazioni, sui paesi più poveri, sulle Ong e la cooperazione internazionale. Ma non è ascoltata anche perché in Italia questi temi non hanno successo, e secondo alcuni ‘fanno perdere voti’.

Cosa vuol dire lavorare sulle tradizioni locali? Quale il rapporto con le nuove generazioni?

Lavorando a stretto contatto con il mondo UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale o Intangible Culturale Heritage (ICH) gli studi italiani sul patrimonio hanno condiviso la definizione che viene sia dalla Convenzione Unesco del 2003 che da quella di Faro del 2005, entrambe approvate dal parlamento italiano anche se scarsamente applicate. La nozione di salvaguardia del patrimonio immateriale per l’UNESCO significa che esiste una comunità che ha a cuore un fenomeno culturale e si impegna a trasmetterlo alle nuove generazioni nelle modalità che queste vorranno scegliere. È una idea di tradizione non conservativa ma dinamica. In Toscana è ad esempio il caso dei giovani maggerini che vanno in giro per poderi, dei nuovi poeti improvvisatori. Nessuno di loro imita in modo pedissequo il modo passato, ognuno porta un suo stile, un gusto, un modo di fare nuovo, che può non piacere ai puristi (qualche volta anche a me) ma è un modo vivo di continuare a trasmettere la tradizione.  Lavorare sulle tradizioni locali è un modo di tenere accesi tanti aspetti simbolici e rituali della vita comune che la modernità tende a distruggere o a spettacolarizzare. Dopo anni di dimenticanza oggi c’è una nuova esplosione di pratiche e di simbologie e anche di tradizioni inventate come sono le rievocazioni storiche, di feste religiose, di carnevali. Sono modi di stare insieme, di affrontare in modo comune il tempo dell’anno e della vita in cui prevale oggi la voglia di fare e che è interessante monitorare per capirne il senso la domanda collettiva che c’è sotto, le differenze e le somiglianze con quelle del passato e che con il loro rinascere mostrano la povertà di una vita senza riti comuni, chiusa nell’individualismo e nella festa ridotta a consumo.