Il futuro non può essere un mondo chiuso

Il circolo Arci Samarcanda in Val di Cornia, una sfida culturale che continua 

Intervista a Vittorio Pineschi, Eraldo Ridi e Chiara Gorini 

a cura di Monica Pierulivo

Il circolo interculturale Samarcanda è una realtà che opera a Piombino e in tutta la Val di Cornia da quasi trent’anni. Nel suo atto costitutivo all’art. 2 si legge: il circolo Samarcanda è un’organizzazione democratica multietnica, antirazzista e non violenta, autonoma e senza fini di lucro, impegnata nella costituzione di una società multietnica e pluriculturale, libera dal razzismo e da ogni forma di intolleranza. La sede del Circolo, che oggi si trova in Via Carlo Pisacane n.64, è condivisa con Arci Comitato Territoriale Piombino Val di Cornia Elba – APS ed è costituita da 3 uffici, una postazione per ilServizio Civile e un ampio salone centrale dove tenere riunioni, incontri o svolgere attività.
Le attività principali che svolge sono legate allo sportello Informativo Immigrati, un punto di riferimento per le comunità straniere, mediazione linguistica su richiesta della scuola, dell’Asl o di chiunque ne abbia bisogno, attività di doposcuola, campi solari, corso di italiano L2 (alfabetizzazione adulti), alla promozione del confronto interculturale.
Di Samarcanda e del ruolo che svolge nel territorio della Val di Cornia, che comprende i comuni di Piombino, Campiglia M.ma, San Vincenzo, Suvereto e Sassetta, ne abbiamo parlato con Vittorio Pineschi, presidente dell’associazione, Eraldo Ridi membro del consiglio direttivo e con Chiara Gorini, presidente di Arci Piombino Val di Cornia.
 
Chiedo a Vittorio Pineschi un inquadramento generale di questa realtà, quando è nata, il contesto che l’ha generata e le attività che l’hanno caratterizzata sin dall’inizio.

Samarcanda nasce formalmente nel 1998 come “associazione di associazioni” perché all’epoca il fenomeno migratorio era agli albori e noi, che eravamo nel consiglio direttivo del circolo locale di Arci, insieme alla CGIL e alla Caritas, eravamo tre associazioni che stavano tentando di intercettare i bisogni degli immigrati. Invece di aprire quindi tre sportelli informativi diversi, ci prendemmo la briga di creare uno sportello unico, che realizzammo in via Pacinotti 12 a Piombino, gestito appunto da noi insieme a CGIL e a Caritas, quest’ultima rappresentata allora da Don Sebastiano Leone mentre il primo rappresentante CGIL fu Luciano Francardi. Siamo andati avanti per un po’ di tempo in tre con un’ottima collaborazione, poi alla fine abbiamo assunto direttamente noi tutta l’attività di sportello.  All’epoca ci autofinanziavamo per pagare gli addetti allo sportello.
Oltre a questo, abbiamo portato avanti fin da subito progetti e attività interessanti di tipo culturale, perché favoriti da una ridotta quantità di pratiche amministrative da svolgere, ci potevamo dedicare a pieno organico a cogliere la sfida culturale che gli immigrati portavano. Era il tempo del progetto Porto Franco, promosso dalla Regione Toscana dal 1999 che portava con sé una visione e un’apertura molto alta, teso a creare una rete tra istituzioni e società civile per affrontare questo fenomeno, nuovo per l’Italia. . Nel 2005 ricevemmo un riconoscimento importante per i nostri progetti in questo ambito, con l’assegnazione da parte dell’assessorato alle Culture della Regione Toscana del "Premio ad exAequo 2005" per le "Politiche della contemporaneità (intercultura, arte contemporanea) e dello spettacolo".
Con l’aumento dei flussi negli anni a venire, ci siamo strutturati avviando relazioni con gli enti del territorio, come la Società della Salute, e soprattutto iniziando un’attività importante con le scuole. Tutto questo in un’ottica di rete. L’attività con le scuole, seppur importantissima, è stata però parzialmente deludente, almeno sotto il profilo del superamento degli stereotipi, perché non abbiamo incontrato da parte dell’istituzione scolastica, all'epoca anch'essa non adeguatamente preparata, la volontà di mischiarsi, di creare una contaminazione vera che invece è sempre stato il nostro obiettivo primario.
Abbiamo comunque potuto mettere in piedi il progetto Tam Tam che consentiva un consistente affiancamento agli stranieri con interventi di mediazione linguistica per gli studenti non italofoni, in collaborazione con la scuola, l’Asl e l'amministrazione comunale di allora.
Inizialmente ci siamo mossi, sotto la spinta anche di Claudio Gentili, per potenziare le comunità dei migranti; è nata quindi la “Teranga”, comunità dei senegalesi, o quella della comunità marocchina o la “Rondine” degli ucraini, che hanno dato un protagonismo a coloro che nei loro paesi di provenienza normalmente non hanno una tradizione associativa come la nostra.
In collaborazione con l’amministrazione comunale in carica nei primi anni 2000, introducemmo la figura del consigliere comunale straniero, aggiunto a quelli eletti. Milvio Bottai organizzò una consultazione molto articolata che coinvolse moltissimi stranieri.
Ho trovato una vecchia cartolina del progetto di realizzazione del Palazzo della solidarietà a Piombino, iniziativa concepita nel 2003, per la quale avevamo preso contatto con la fondazione Michelucci. Volevamo realizzare un progetto molto importante, l’idea era di destinare questo edificio di proprietà comunale a una sorta di housing sociale a tempo determinato, una sorta di rifugio temporaneo. In accordo con la CNA locale, avevamo pensato anche a un progetto di autocostruzione. Purtroppo però non andò avanti. Poi le cose nel tempo sono cambiate, così come si è evoluto il rapporto con la Società della Salute e Samarcanda ha potuto potenziare l’attività originaria di sportello allargandola a tutta la Val di Cornia. Negli ultimi dieci anni c’è stato un cambiamento notevole nella società che ha portato anche a un cambiamento delle funzioni di Samarcanda.

Eraldo Ridi interviene per specificare a questo proposito che oggi siamo entrati in una fase diversa. Quando è iniziata l’attività di Samarcanda, alla fine degli anni ’90, avevamo un riferimento, avevamo puntato molto sull’organizzazione delle comunità. Oggi molte di quelle persone hanno trovato un loro ruolo all’interno della vita sociale ed economica. In quest’ultimo decennio è iniziata un’altra fase: le comunità non avevano più bisogno di un soggetto terzo per autorganizzarsi. Quindi alcune si sono disfatte o profondamente modificate, come la comunità marocchina ad esempio. Allo stesso tempo dobbiamo tenere conto delle trasformazioni del contesto generale e in particolare di questa città, Piombino, dove la crisi industriale ha creato uno sbandamento totale che non ha garantito tutele per gli stranieri. Sono convinto che il fenomeno sociale sia legato profondamente a quello economico. In una città come questa che non ha più un’identità come si fa a parlare di intercultura?
 
Qual è stata la risposta di Samarcanda a tutto questo?
 
Adesso Samarcanda non è più associazione di associazioni - afferma Vittorio - è un’associazione di volontariato ed è praticamente un circolo che si muove all’interno delle logiche dell’Arci. La nostra attività è sicuramente cresciuta e si è anche diversificata. Abbiamo ricevuto e lo trovo molto positivo, una grande richiesta di corsi d’italiano. Ci sono moltissimi che vogliono approfondire, perfezionarsi ed è una cosa alla quale cerchiamo di dare risposta, proprio perché la padronanza della lingua è quella che permette la comprensione della realtà in cui ci muoviamo. Ci occupiamo anche della formazione dei mediatori culturali, fondamentale per dare competenze a chi lavora con noi o per noi, strumenti che possono servire a svolgere bene il lavoro sotto tutti i profili, dalla scuola, agli enti locali. Molto proficuo continua ad essere anche il rapporto con la Società della Salute con la quale operiamo con una convenzione che coinvolge ora le Valli Etrusche e vede coinvolti, oltre a noi, altri due soggetti del terzo settore. E poi, in base alle richieste e alle opportunità che le normative consentano abbiamo messo in piedi una serie di servizi di supporto ai migranti e alle loro famiglie.
Nelle scuole non ci sono sostanziali fenomeni di intolleranza e questo è molto positivo e credo sia anche un po’ per merito nostro attraverso la formazione dei mediatori culturali.
Riteniamo che sia importante organizzare una formazione specifica anche per tutti coloro, uffici e sportelli pubblici, che si trovano a gestire il rapporto con gli immigrati, per motivi diversi. L’obiettivo è quello di fare in modo che gli immigrati si mescolino il più possibile con la collettività e possano portare così un valore aggiunto alla nostra società. Abbiamo esempi positivi di immigrati che hanno realizzato progetti specifici anche innovativi e che sono riusciti a dare un contributo alla comunità, integrandosi perfettamente nel quartiere in cui vivono.  Una cosa che mi piacerebbe e che vedo come prospettiva, è che il prossimo presidente dell’associazione ritorni ad essere una persona immigrata. Ricordo, con piacere, che la prima presidente fu infatti una ragazza marocchina, Rabia, e che una ragazza messicana, Patricia Hernandez, una persona molto preparata che poi ha sposato un piombinese e insieme sono tornati a vivere in Messico, è stata una operatrice di sportello di grande qualità. È importante insomma che ci sia un naturale ricambio in questo senso, una crescita, un concreto sviluppo sociale.
 
Come vivono oggi gli immigrati che sono qui da tanti anni?
 
Molti hanno un lavoro, una casa ma la vita di relazione è piuttosto ristretta e non c’è una grande contaminazione. Il compito che ci eravamo posti inizialmente era la sfida culturale nella convinzione che se riusciamo a offrire qualcosa alle persone più svantaggiate, questo avrebbe rappresentato un arricchimento per tutti. Speravo che il contatto con realtà diverse potesse rappresentare una crescita anche per la nostra società, abituandoci magari ad allargare il nostro sguardo, ad aiutarci a riparlare anche tra di noi. Ma oggi la prevalenza delle tecnologie come mezzi di comunicazione ha reso tutto questo quasi anacronistico. Credo comunque che in prospettiva sia importante continuare a lavorare per ricreare relazioni. Samarcanda è comunque una realtà corale che continua a lavorare in questa direzione di multiculturalità
Il futuro non può essere un mondo chiuso, non ha senso e non è neppure possibile. Le merci circolano liberamente ma le persone no e questo è inaccettabile. Anche la ghettizzazione della città ne è una conseguenza.
 
Come si combatte la ghettizzazione?

Riguardo al tema della ghettizzazione, occorre però ricordare che nel passato a Piombino c’erano le palazzine degli impiegati e c’erano le case degli operai, mentre il centro storico negli anni ‘60/70 era svalutato e abitato in gran parte da immigrati italiani che venivano a lavorare nella fabbrica. Sono fenomeni quindi che sono sempre esistiti ma che ora debbono essere governati sulla scorta di quello che abbiamo già vissuto. Dobbiamo rigenerare il nostro modo di stare in collettività e anche per questo, nel quartiere Cotone, abitato da molti immigrati, abbiamo avviato e stiamo cercando di concretizzare una sorta di rigenerazione urbana.
Quando si parla di immigrazione si innesca subito una polarità negativa o positiva, mentre è necessario evidenziare la complessità della sfida migratoria. Vanno perciò costruite consapevolezze, la mancanza di dialogo è ovunque e questo non facilita la comprensione di fenomeni epocali.

A Chiara Gorini chiedo quali siano le modalità di emigrazione oggi in Italia
 
Con la chiusura dei flussi, gli immigrati hanno cominciato a entrare esclusivamente con la richiesta di asilo, incrementando il fenomeno dei barconi e tutto quello che questo fenomeno comporta dal punto di vista psicologico. Basti pensare a quello che queste persone devono subire dopo essere passati dalle carceri libiche e dopo aver vissuto momenti molto pesanti. Gli immigrati oggi devono sostenere un viaggio sicuramente più insicuro, più governato da interessi e più costoso; arrivano con tanto debito e con tante aspettative e desideri perché hanno davanti un modello di benessere che vorrebbero raggiungere. È un arrivo diverso e falsato per tanti aspetti rispetto al passato, che condiziona anche il percorso che devono affrontare una volta arrivati nel nostro paese. Intanto devono trascorrere un periodo iniziale di inattività nei CAS, dove non hanno nessuno che li segue ma allo stesso tempo hanno tutto. Quelli che arrivavano venti anni fa senza documenti, erano in qualche modo costretti a cavarsela con le proprie forze, ora invece sono totalmente a carico, si sentono supportati economicamente e forse per questo hanno maggiori aspettative. Spesso vengono ospitati in grandi centri con 400/500 persone perché i piccoli centri non sono più convenienti, e quando ci sono 400 persone con due assistenti sociali, è difficile intercettare i disagi.  È un cambiamento forte, il mondo stesso è cambiato. Vedo che ce la fanno meno perché c’è meno casa, meno lavoro, meno tutto. È saltato il sistema. Inoltre il mondo cambia, le persone arrivano soprattutto per motivi economici. I giovani che arrivano conoscono il nostro mondo e hanno delle aspettative alte venendo qui. I soldi sono l’obiettivo primario nella nostra società e anche per loro, mentre se non imparano l’italiano diventano schiavi. La situazione quindi è molto complessa. Noi come Arci gestiamo l’accoglienza più diffusa come rete SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) ma spesso tanti immigrati non sono interessati a questo, hanno un obiettivo diverso. È importante rivedere tutto il sistema altrimenti non saremo più in grado di prenderli in carico dal punto di vista psicologico, culturale e formativo e questo sarebbe una tragedia.