L'architetto nella società contemporanea

Intervista a Stefano Giommoni 

Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Grosseto

 

di Marco Bracci 

Architetto Giommoni, quali aggettivi utilizzerebbe per definire la professione di architetto oggi? 

L’architetto è un umanista. Il lavoro dell’architetto è prendersi cura dell’uomo, di come vive, di come e dove lavora, di come si muove, di come si relaziona con gli altri e con il territorio. L’architetto ha, certamente, anche bisogno di specifiche competenze tecniche ma ciò che lo qualifica e distingue è saper interpretare e rispondere ai bisogni dell’uomo attraverso i piccoli e i grandi progetti. Quasi come fosse un medico condotto che segue quotidianamente i suoi pazienti e li indirizza da specialisti solo quando ne hanno bisogno. È questo ciò che differenzia, ad esempio, l’architetto dall’ingegnere. Compito dell’architetto è interpretare un bisogno e dare una risposta che permetta il miglioramento della qualità della vita dei suoi committenti. L’ingegnere serve per la risoluzione degli specifici aspetti tecnici del progetto. L’ingegneria è una disciplina scientifica e l’architettura umanistica. 

 

1.     A proposito degli obblighi nei confronti del pubblico interesse, l’articolo 3, comma 1 del nuovo CODICE DEONTOLOGICO DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI, PAESAGGISTI, CONSERVATORI, ARCHITETTI IUNIOR E PIANIFICATORI IUNIOR ITALIANI in vigore dal 30 aprile 2021 recita: “Il Professionista ha l’obbligo di salvaguardare e sviluppare il sistema dei valori e il patrimonio culturale e naturalistico della comunità all’interno della quale opera.” Pensa che ciò sia realisticamente possibile o ritiene che possano intervenire eventi di varia natura che lo impediscono? 

Ogni cittadino dovrebbe avere l’obbligo di “salvaguardare e sviluppare il sistema dei valori e il patrimonio culturale e naturalistico della comunità all’interno della quale opera”. Io sono ottimista. Sarà evidente tra qualche anno che la pandemia ha rafforzato in tutti noi la convinzione che far parte di una comunità coesa e rispettosa è utile a ogni singolo componente di quella comunità. Gli architetti hanno storicamente avuto un ruolo fondamentale nella società e, benché oggi sia difficile e complicato, il nostro lavoro deve essere votato a salvaguardare e interpretare i valori e il patrimonio della comunità nella quale operiamo. Impedimenti ve ne sono tanti e di varia natura, dalla giungla legislativa, alla burocrazia e alla scorsa disponibilità delle risorse economiche. Ma non possiamo esimerci dal valutare, sempre, gli effetti del nostro lavoro sul territorio e sulla comunità. Non per rispondere a un dettato normativo, ma per etica. 

 

Per un architetto è fondamentale progettare e costruire: termini che rischiano di apparire svuotati di ogni significato se non sono accompagnati dalla capacità di “immaginare”. Come si coniuga la necessità di avere una visione prospettica con le contingenze dettate dalle azioni legislativa e politico-amministrativa? 

Sono molti anni che progettiamo molto e costruiamo poco. La mortalità infantile della progettazione, per così dire, è altissima. Dipende da tanti fattori, spesso anche da imprenditori e committenti improvvisati oltre che da un impalcato procedurale ingestibile. Come coniugare le esigenze della progettazione con le leggi e le azioni della pubblica amministrazione? Io credo che si debba sempre partire facendosi una domanda: qual è il bisogno del committente e quale tipo di risposta è la più efficace? Il progetto deve rappresentare quella risposta, essere valutato per gli effetti che provoca verso gli altri, e allora sarà anche molto più facile renderlo coerente con norme, leggi e procedimenti. 

 

Nel processo creativo e realizzativo di un architetto com’è possibile trovare il giusto equilibrio tra gli aspetti tecnici e quelli artistici? Può fare un esempio sulla base della Sua esperienza professionale? 

Per me il processo della progettazione non è un compromesso o un equilibrio tra le esigenze tecniche e il gesto artistico. La soluzione sta nella forma e nelle regole di costruzione della stessa. L’equilibrio e le proporzioni della forma, i suoi rapporti con il contesto, producono di per sé armonia e bellezza. Sono quindi già un’espressione artistica. 

Il mio pensiero si fonda sull’essenzialità. L’essenzialità è bellezza, funzionalità e arte nello stesso tempo. Una partitura di aperture ben proporzionate su un fronte che si affaccia su una strada pubblica è una forma d’arte che possiamo apprezzare tutti i giorni. 

 

Quali criticità – se ve ne sono – riscontra nell’ambito territoriale locale in cui pratica la Sua professione? 

Le criticità sono molte e anche noi architetti abbiamo, per questo, delle responsabilità. Ci siamo per troppo tempo estraniati dal dibattito pubblico e non abbiamo saputo proporre un’agenda di temi da trattare e di cose da fare autonoma e indipendente da quella della politica. La criticità più importante riguarda uno stato della pianificazione pubblica incerto e frammentato. L’amministrazione pubblica, o meglio la politica, ha il compito fondamentale di tornare a parlare del futuro di questo territorio e di farlo con gli strumenti che ha a disposizione: i piani e i programmi pubblici. 

 

2.     Le propongo un gioco d’immaginazione: viene incaricato della progettazione di un’opera avente finalità pubbliche da costruire in Val di Cornia e che sia in grado di comunicare l’identità del territorio. Su cosa punterebbe e perché? 

 

Vorrei progettare un parco, pensare a un bosco in una porzione delle aree non utilizzate e non utilizzabili dalla fabbrica siderurgica di Piombino. Un’area, bastano 10.000 mq, da bonificare e utilizzare per un bosco urbano. Credo sia giunto il momento di pensare al futuro dell’area industriale dismessa di Piombino e passare subito alla fase operativa. Non è la negazione dell’industria. E’ l’introduzione del pensiero che i nuovi programmi industriali dovranno davvero essere integrati a un sistema economico e sociale più variegato e complesso. 

Non c’è segno più orientato al futuro che quello di piantare alberi. E a Piombino e in Val di Cornia credo ci sia una grande necessità di parlare di futuro. 

 

3.     Per concludere, una battuta sulle archistar: sono un bene o un male per l’architettura? 

 

Le archistar non esistono, sono solo un’ennesima esigenza rappresentativa della cultura della spettacolarizzazione. Esistono gli architetti e le loro opere, alcune bellissime e altre meno riuscite. Parlare dei grandi architetti e delle loro opere fa bene all’architettura e al riconoscimento del ruolo sociale della nostra professione. Ma ognuno di noi, nella sua dimensione e con la pratica quotidiana, può portare un granello di sale nel mondo dell’architettura. Gli amanti e i fruitori dell’architettura, in fondo, sono come gli appassionati di calcio. Il bel gesto tecnico lo sanno riconoscere e apprezzare anche nei campi di periferia. 

E infatti le opere di Benassi o di tanti altri architetti cosiddetti minori, benché sconosciute ai più, sono utili alla comunità, concorrono alla bellezza e fanno bene all’architettura italiana come quelle degli architetti più celebrati.