Dal Mali alla Francia, la storia di Niandou Touré

Intervista a cura di Benedetta Celati

Vorrei innanzitutto chiederti di presentarti e di raccontarci brevemente la tua esperienza come giovane maliano che vive da molti anni in Francia.

Mi chiamo Niandou Touré, sono dottore in sociologia, docente-ricercatore ed editore di riviste scientifiche.
Sono nato in Niger da genitori maliani, ma ho trascorso gran parte della mia infanzia in Mali, a Timbuctù, una città situata nel nord-est del Paese, a circa 1.000 chilometri da Bamako, la capitale.
Il nome “Timbuctù” sarà certamente familiare ai vostri lettori, poiché la città è celebre per la sua storia millenaria, il suo ruolo di crocevia intellettuale nel Medioevo e le sue antiche biblioteche, i cui manoscritti testimoniano ancora oggi quel dinamismo di un tempo.

Alla vigilia del mio diciottesimo compleanno, ho conseguito il diploma di maturità in lingue e letteratura, e successivamente ho ottenuto una borsa di studio che mi ha permesso di proseguire gli studi universitari in Francia.
Lì ho intrapreso un percorso formativo in scienze sociali, incentrato da un lato sulla scienza politica — in particolare sulle relazioni internazionali e sulle questioni di sicurezza e difesa — e dall’altro sulla sociologia, in special modo sulla sociologia dell’educazione e delle migrazioni internazionali.

La mia esperienza di “giovane maliano” residente in Francia è inscindibile da quella del gruppo sociale di cui faccio parte, ovvero quello degli immigrati, e più in particolare degli immigrati provenienti da ex territori colonizzati, con cui la Francia intrattiene legami storici ambivalenti.
In questo senso, la storia personale di ogni maliano in Francia, compresa la mia, è attraversata da questa eredità storica e da ciò che essa continua a rappresentare.

Per quanto riguarda la popolazione immigrata maliana in particolare, l’episodio che più di ogni altro ha segnato l’inconscio collettivo resta probabilmente l’espulsione dei migranti dalla chiesa di Saint-Bernard, nel 18° arrondissement di Parigi, avvenuta quasi trent’anni fa.
Quel giorno dell’agosto 1996, la polizia fece irruzione e sgomberò con la forza diverse centinaia di sans-papiers, molti dei quali erano maliani, rifugiatisi in quel luogo di culto.
Un evento scioccante e molto mediatico, che ha lasciato un’impronta duratura nella memoria collettiva come simbolo della fragilità della condizione degli immigrati e della loro lotta per il riconoscimento e la dignità.

È in questo contesto storico e memoriale che va compresa la presenza maliana in Francia oggi.
I cittadini maliani presenti in Francia sono numerosi (oltre 100.000 secondo varie fonti), per lo più uomini con basso livello di istruzione, anche se la situazione sta evolvendo, con un aumento del numero di donne, giovani studenti e laureati, come me, che vengono per proseguire gli studi universitari.
Nella frase precedente, ho volutamente messo tra virgolette l’aggettivo “numerosi”, perché se si osserva più da vicino la questione, si scopre che, pur essendo la Francia una delle principali destinazioni per i maliani all’estero, essa è molto distante dalla Costa d’Avorio, che accoglie circa 3 milioni di miei connazionali.

Il mio percorso migratorio è segnato anche dalla relazione complessa tra il mio Paese d’origine e la Francia, eredità di una storia coloniale condivisa, che ancora oggi influenza mentalità, rapporti e rappresentazioni da entrambe le parti.

La mia esperienza è anche quella di uno studente straniero che ha potuto beneficiare di una formazione in uno dei principali Paesi di destinazione per gli studi nel mondo (al 7° posto attualmente).
Tra gli studenti internazionali in Francia, quasi la metà è africana, anche se questa tendenza sembra oggi minacciata da alcune iniziative politiche recenti, come la strategia "Bienvenue en France", che — imponendo condizioni economiche più rigide — tende a scoraggiare molti giovani africani.

Nonostante questi ostacoli, essere uno studente straniero significa soprattutto formarsi, incontrare coetanei di diversa provenienza, scoprire altre culture e aprirsi al mondo. Questo percorso consente di acquisire competenze accademiche, ma anche una maggiore tolleranza e comprensione dell’alterità.

Dal punto di vista politico, sono stato anche testimone della crescita dell’estrema destra in Francia negli ultimi vent’anni.
Anche se le sue “vittime” cambiano a seconda dei periodi, il bersaglio resta fondamentalmente lo stesso: gli stranieri, e in particolare coloro che vengono percepiti come i più “estranei”, cioè gli immigrati africani, sia del nord che del sud del Sahara.

In definitiva, il mio percorso riflette tanto le difficoltà quanto le opportunità di un’esperienza migratoria di questo tipo.
Le scienze umane e sociali, che ho scelto come ambito di studio e ricerca, mi hanno fornito gli strumenti per analizzare queste realtà complesse.
Sono convinto che quanto si apprende in queste discipline rappresenti un'arma preziosa per combattere ogni forma di estremismo e di rifiuto dell’altro, promuovendo invece il dialogo, la tolleranza e la comprensione reciproca.



A questo proposito, nel 2017 hai discusso la tua tesi di dottorato in sociologia, intitolata “Mobilità internazionale per studio e mobilità sociale. Traiettorie scolastiche e socioprofessionali degli studenti maliani nell’istruzione superiore in Francia e in Marocco”. Mi piacerebbe che ci parlassi un po’ dei risultati di questa tesi di dottorato, e più in generale dei tuoi studi in Francia e della loro influenza sulla tua esperienza personale come dottorando.

Nella mia tesi di dottorato, ho tratteggiato un’analisi della dimensione sociale della mobilità per motivi di studio degli studenti maliani nell’istruzione superiore in Francia e in Marocco.
La mia ricerca si interroga in particolare su come la mobilità internazionale per studio partecipi a una strategia di mobilità sociale.
Cerco di dimostrare come le disuguaglianze presenti nel sistema scolastico maliano, basate su disparità nei capitali economico, culturale e sociale, modellino le disuguaglianze di accesso alla mobilità internazionale.
Tuttavia, spiego anche come alcuni studenti meno avvantaggiati riescano in parte ad aggirare queste disuguaglianze, grazie alla mobilitazione di risorse sociali, come ad esempio le reti di conoscenze e le relazioni personali.

Senza entrare nel dettaglio degli aspetti metodologici della mia ricerca — che non sono oggetto della tua domanda — vorrei mettere in evidenza tre risultati principali, che mi sembrano particolarmente utili per comprendere alcune sfide attuali, non solo in Mali, ma anche in altri Paesi dell’Africa occidentale.

Primo, ho osservato un tasso elevato di mobilità "in uscita" per studio, ovvero verso l’estero (intorno al 10%), con una predominanza di destinazioni africane: secondo le fonti, a parte la Francia, che rappresenta la seconda destinazione per gli studenti maliani all’estero, 8 o 9 Paesi su 10 sono situati nel continente africano (Marocco, Senegal, Costa d’Avorio, ecc.).
Questo fenomeno riflette una vera e propria “esternalizzazione” del sistema educativo maliano, che non è soltanto legata alla qualità oggettiva del sistema scolastico nazionale, ma anche alla percezione negativa che ne hanno studenti e famiglie.
Si genera così una forma di "fuga", in cui il diploma ottenuto all’estero è spesso più valorizzato rispetto a quello rilasciato in patria.

Secondo, la mia tesi ha permesso di analizzare le disuguaglianze strutturali di accesso all’istruzione, legate per esempio al divario tra aree urbane e rurali, oppure tra la capitale Bamako e le altre regioni del Paese.
Coloro che riescono a “sfuggire” a un sistema percepito come carente sono spesso studenti provenienti da contesti socio-economici privilegiati.
Tali disuguaglianze sono aggravate dalla polarizzazione tra l’offerta educativa pubblica e privata, nonché da una gerarchia simbolica dei diplomi: come detto prima, un titolo di studio estero, soprattutto se conseguito in Francia, Canada, Stati Uniti, o in misura minore in Marocco, Algeria, Senegal o India, continua ad avere un valore sociale e professionale nettamente superiore rispetto a un diploma nazionale.

Infine, le traiettorie degli studenti e laureati che ho incontrato nel corso della mia ricerca mostrano un basso tasso di ritorno in Mali.
Infatti, molti studenti maliani che partono per studiare in Francia o in Marocco non rientrano, o comunque non subito dopo aver conseguito il diploma.
 Ciò solleva interrogativi sulla fuga di competenze (brain drain), ma anche sulle condizioni sociali, economiche e politiche nel Paese d’origine, che non favoriscono il ritorno di questi laureati.

In questo senso, la mia ricerca mi ha aiutato a comprendere meglio la mia stessa traiettoria personale: essere uno studente straniero, in Francia come altrove, significa vivere un’esperienza di migrazione internazionale (al di là delle definizioni ufficiali del termine), fare l’esperienza dell’alterità e, in definitiva, affrontare questioni identitarie che probabilmente si pongono con meno intensità quando si vive nel proprio Paese d’origine.

In questo senso, le mie ricerche mi hanno aiutato a comprendere meglio la mia stessa traiettoria: essere uno studente straniero in Francia significa navigare tra un’opportunità di ascesa sociale e un confronto costante con le disuguaglianze e le contraddizioni dei sistemi educativi coinvolti.

Qual è la tua opinione sulla questione della Françafrique, termine che designa le relazioni neocoloniali che la Francia intrattiene con i paesi che un tempo facevano parte del suo ex impero coloniale in Africa?

Ti ringrazio per questa domanda che, a mio avviso, richiederebbe uno spazio un po’ più ampio per sviluppare appieno il mio ragionamento.
 Per precauzione, preferisco sin da subito precisare il perimetro della mia risposta, che riguarda principalmente l’area geografica che conosco meglio, ovvero il Mali, e, per estensione, i Paesi saheliani dell’Africa occidentale

È importante ricordare che la Françafrique non si limita al solo ambito politico, ma comprende diverse altre dimensioni, in particolare culturali, economiche e sociali.
Può inoltre essere utile sottolineare che questo sistema ha conosciuto, nel corso dei decenni, profonde trasformazioni.
Ne è prova il fatto che, per una decina d’anni prima dell’intervento militare francese in Mali nel 2013, l’ingerenza di Parigi negli affari dell’Africa occidentale era diventata, in molti casi, meno evidente

Le evoluzioni recenti, che hanno portato alla fine della presenza militare francese nella regione — e in primo luogo in Mali — hanno sancito una forte diminuzione dell’influenza della Francia, già ampiamente ridimensionata sul piano economico a favore della Cina, e sul piano della sicurezza a beneficio di nuovi attori come la Russia o, in misura minore, la Turchia

Non intendo tuttavia affermare che la Françafrique sia scomparsa, poiché, nonostante le dichiarazioni ufficiali, le logiche di influenza ereditate dalla colonizzazione permangono in molti ambiti.
È in questo contesto che il presidente francese Emmanuel Macron, all’inizio del suo primo mandato, ha dichiarato che l’era della Françafrique era finita, esprimendo il desiderio di inaugurare una nuova fase nelle relazioni tra la Francia e l’Africa, motivando ciò con il fatto di appartenere a una generazione che non ha “conosciuto” la colonizzazione

Tuttavia, se si esaminano i fatti, i meccanismi di ingerenza e dipendenza sono proseguiti anche dopo il 2017, accompagnati da un discorso ufficiale talvolta segnato da una forma di arroganza quasi inedita… 

È importante, infine, sottolineare quanto sarebbe riduttivo e fuorviante attribuire i problemi “africani” unicamente alle relazioni che i Paesi del continente intrattengono con i loro partner stranieri, siano essi francesi o di altra nazionalità.
Come hanno dimostrato numerose analisi, un simile approccio rischia, da un lato, di esagerare il ruolo delle potenze straniere nei processi politici e socioeconomici locali, e dall’altro, di sminuire la responsabilità delle autorità politiche degli Stati interessati. 



È una questione molto ampia e complessa, ma cosa pensi del futuro del continente africano nel contesto geopolitico attuale, così complicato?
 

Sì, confermo: è davvero ampia, questa domanda!
Stiamo vivendo un’epoca segnata da inedite riconfigurazioni della geopolitica mondiale.
È come se la storia accelerasse: le relazioni tra gli Stati evolvono a una velocità raramente osservata in passato, sotto l’effetto combinato dell’emergere di nuove potenze e del ritorno di movimenti conservatori — basti pensare a Donald Trump negli Stati Uniti, Javier Milei in Argentina o Viktor Orbán in Ungheria. 

Il riassetto delle alleanze tradizionali illustra bene questo clima di incertezza, in particolare all’interno della NATO.
L’immagine dei leader europei umiliati da Donald Trump a metà agosto richiama, con le dovute proporzioni, la scena surreale dell’inizio di luglio, quando cinque capi di Stato africani furono ricevuti con condiscendenza dallo stesso presidente. 

Questi momenti di crisi, come dimostra la storia politica del mondo, possono rappresentare tanto delle opportunità quanto dei pericoli.
Per gli Stati africani, ciò significa che il futuro resta ampiamente aperto

Tuttavia, affinché questo snodo geopolitico si traduca in un reale vantaggio per il continente, sarà necessario che vengano soddisfatte alcune condizioni fondamentali: forti investimenti nell’istruzione, condizione indispensabile per valorizzare il capitale umano e trarre beneficio dal cosiddetto “dividendo demografico”; vere riforme istituzionali, volte a realizzare una governance più efficace, e una maggiore autonomia strategica, che dipende anch’essa dalle scelte politiche in materia di educazione e formazione

 



Je voudrais tout d’abord te demander de te présenter et de nous raconter brièvement ton expérience en tant que jeune Malien vivant depuis de nombreuses années en France.

 Je m’appelle Niandou Touré, je suis docteur en sociologie, enseignant-chercheur et éditeur de revues scientifiques. Je suis né au Niger de parents maliens, mais j’ai passé l’essentiel de mon enfance au Mali, à Tombouctou, une ville située dans le nord-est du pays, à 1 000 kilomètres de Bamako, la capitale. Ce nom, « Tombouctou », est sûrement familier à votre lectorat, car la ville est célèbre pour son histoire millénaire, son rôle de carrefour intellectuel au Moyen-Âge et ses bibliothèques anciennes, dont les manuscrits témoignent encore aujourd’hui de ce dynamisme d’antan.

À la veille de mes 18 ans, j’ai obtenu mon baccalauréat en langues et littérature, puis une bourse d’études qui m’a permis de poursuivre mes études supérieures en France. J’y ai suivi une formation en sciences sociales, axée d’un côté sur la science politique — notamment les relations internationales et les questions de sécurité et de défense — et de l’autre sur la sociologie, en particulier la sociologie de l’éducation et celle des migrations internationales.

S’agissant de mon expérience de « jeune Malien » vivant en France, elle est indissociable de celle du groupe social auquel j’appartiens, c’est-à-dire celui des immigrés, et en particulier de ceux venus d’anciens territoires colonisés avec lesquels la France entretient des liens historiques ambivalents. En ce sens, l’histoire personnelle de chaque Malien en France, y compris la mienne, est traversée par cette histoire et ce qu’il en reste. Pour ce qui concerne la population immigrée malienne en particulier, l’épisode le plus marquant sans doute dans l’inconscient collectif reste l’expulsion, il y a près de 30 ans, des migrants de l’église Saint-Bernard, dans le 18e arrondissement de Paris. Ce jour d’août 1996, la police avait délogé de force plusieurs centaines de sans-papiers, dont beaucoup étaient maliens, qui s’étaient réfugiés dans ce lieu de culte. Cet événement, médiatisé et choquant, a durablement marqué les esprits comme un symbole de la fragilité de la condition des immigrés et de leur lutte pour la reconnaissance et la dignité.

C’est dans ce contexte historique et mémoriel qu’il faut comprendre la présence malienne en France aujourd’hui. Les ressortissants maliens sont nombreux en France (plus de 100 000 selon diverses sources), majoritairement des hommes peu ou pas instruits, même si la situation évolue, avec une croissance du nombre de femmes, de jeunes étudiants et diplômés, comme moi, qui viennent poursuivre leurs études supérieures. Dans la phrase précédente, j’ai mis à dessein le qualificatif « nombreux » entre parenthèses, car si l’on s’intéresse de près à la question, on apprend vite que même si la France constitue effectivement une des principales destinations des Maliens vivant à l’étranger, elle se situe loin, très loin derrière la Côte d’Ivoire qui accueillerait autour de 3 millions de mes concitoyens. Mon parcours migratoire est également marqué par la relation complexe entre mon pays d’origine et la France, héritage d’une histoire coloniale commune, qui influence encore aujourd’hui les mentalités, les rapports et les représentations des deux côtés. 

Mon expérience est aussi celle d’un étudiant étranger qui a pu bénéficier d’une formation dans un pays qui figure parmi les principales destinations pour études au monde (7e position aujourd’hui). Parmi les étudiants internationaux en France, les Africains représentent près de la moitié, même si cette dynamique semble menacée par certaines initiatives politiques récentes, comme la stratégie « Bienvenue en France » qui, en imposant des conditions financières plus strictes, tend à décourager nombre de jeunes Africains.

Malgré ces contraintes, être un étudiant étranger, c’est surtout se former, rencontrer des pairs venus d’horizons variés, découvrir d’autres cultures et s’ouvrir au monde. Ce cheminement forge non seulement des compétences académiques, mais aussi une tolérance et une compréhension accrues de l’altérité.

Sur le plan politique, j’ai également été témoin de la progression de l’idéologie d’extrême droite dans ce pays depuis une vingtaine d’années. Si la cible varie selon les époques, elle reste fondamentalement la même : les étrangers, et plus encore ceux perçus comme les plus “étrangers”, à savoir les immigrés venus d’Afrique, du nord comme du sud du Sahara.

En définitive, mon parcours illustre à la fois les difficultés mais aussi les opportunités d’une telle expérience. Les sciences humaines et sociales, que j’ai choisies comme champ d’étude et de recherche, m’ont donné les outils pour analyser ces réalités complexes. Je suis convaincu que ce que l’on apprend dans ces disciplines constitue autant d’armes précieuses pour combattre toute forme d’extrémisme et de rejet de l’autre, en promouvant au contraire le dialogue, la tolérance et la compréhension mutuelle.

 

 

A ce sujet, justement, tu as soutenu en 2017 ta thèse en sociologie intitulée « Mobilité internationale pour études et mobilité sociale. Trajectoires scolaires et socioprofessionnelles des étudiants maliens dans l’enseignement supérieur en France et au Maroc ». J’aimerais que tu nous parles un peu des résultats de cette thèse de doctorat, et plus généralement de tes études en France et de leur influence sur ton expérience personnelle en tant que doctorant.

Dans ma thèse de doctorat, j’ai esquissé une analyse de la dimension sociale de la mobilité pour études des Maliens dans l’enseignement supérieur en France et au Maroc. Ma recherche interroge notamment la manière dont la mobilité internationale pour études participe d’une stratégie de mobilité sociale. J’y démontre comment les inégalités du champ scolaire malien, fondées sur les disparités de capitaux économique, culturel et social, façonnent les inégalités d’accès à la mobilité. Toutefois, j’y explique aussi que ces inégalités sont, en partie, contournées par les étudiants les plus défavorisés par la mobilisation de diverses ressources sociales, à l’instar de leur entregent. Sans approfondir ici les aspects méthodologiques de ma recherche – ce n’est pas l’objet de votre question – je voudrais souligner trois résultats qui me paraissent éclairants pour comprendre certains enjeux actuels, non seulement au Mali, mais aussi un peu au-delà, pour différents pays d’Afrique de l’Ouest.

Tout d’abord, j’ai observé un taux élevé de mobilité « sortante » pour études, c’est-à-dire hors du Mali (autour de 10%), avec une prédominance là encore des destinations africaines : selon les sources, et hormis la France qui est la deuxième destination des étudiants maliens à l’étranger, 8 à 9 des 10 pays sont situés sur le continent (Maroc, Sénégal, Côte d’Ivoire, etc.). Ce phénomène témoigne d’une « extraversion » du système éducatif malien, qui n’est pas seulement liée à la qualité objective du système éducatif, mais aussi à la perception négative que les élèves et leurs familles en ont. Cela crée une forme de « fuite », le diplôme acquis à l’étranger étant la plupart du temps plus valorisé que celui délivré dans le pays.

Ensuite, ma recherche doctorale a permis d’analyser les inégalités face à l’école, lesquelles sont structurelles (entre milieu rural et milieu urbain ; entre la capitale Bamako et les autres régions, etc.). Ainsi, celles et ceux qui parviennent à s’« échapper » de ce système jugé défaillant sont souvent issus de milieux favorisés. Ces inégalités sont renforcées par une polarisation entre l’offre d’éducation primaire et secondaire dans le public et le privé, ainsi que par la hiérarchisation symbolique des diplômes. Comme expliqué plus haut, un diplôme étranger, surtout lorsqu’il est acquis en France, au Canada, aux Etats-Unis, ou dans une moindre mesure au Maroc, en Algérie, au Sénégal ou en Inde, garde une valeur sociale et professionnelle bien plus forte qu’un diplôme national.

Enfin, les trajectoires des étudiants et diplômés que j’ai rencontrés dans le cadre de ma recherche indiquent un faible taux de retour au Mali. En effet, beaucoup d’étudiants maliens qui partent étudier en France ou au Maroc ne reviennent pas, ou du moins pas immédiatement après l’obtention de leur diplôme. Cela pose des questions sur la fuite des compétences, mais aussi sur les conditions sociales, économiques et politiques dans le pays d’origine, qui ne sont pas propices au retour de ces diplômés.

En ce sens, mes recherches m’ont permis de mieux comprendre ma propre trajectoire : être étudiant étranger, en France comme ailleurs, c’est faire l’expérience d’une migration internationale (quelles que soient les limites qu’imposerait la définition officielle de l’expression), de l’altérité et, in fine, de questions sur l’identité qui sont sûrement moins prégnantes lorsqu’on vit dans son pays d’origine.

 

Quelle est ton opinion sur la question de la Françafrique, terme qui désigne les relations néocoloniales entre la France et les pays qui faisaient autrefois partie de son ancien empire colonial en Afrique ?

Je te remercie pour cette question qui, à mon avis, nécessiterait un peu plus d’espace pour élaborer mon raisonnement. Par précaution, je préfère d’entrée préciser le périmètre de ma réponse, qui concerne en premier lieu l’aire géographique que je connais le mieux, à savoir le Mali, et par extension les pays sahéliens d’Afrique de l’Ouest.

Il convient de rappeler que la Françafrique ne se limite pas au seul champ politique, car elle revêt plusieurs autres dimensions, notamment culturelles, économiques et sociales. Il peut être utile ensuite de noter que dans son fonctionnement, ce système a connu au fil des décennies de profondes mutations. En témoigne le fait que pendant une bonne dizaine d’années avant l’intervention militaire de la France au Mali en 2013, l’ingérence de Paris dans les affaires ouest-africaines était devenue, dans bien des cas, moins manifeste. Les récentes évolutions qui ont conduit à la fin de la présence militaire française dans la région – et en premier lieu au Mali – sont venues entériner la très nette diminution de l’influence de la France, déjà fortement réduite sur le plan économique au profit de la Chine, et sur le terrain sécuritaire au bénéfice de nouveaux acteurs comme la Russie, ou dans une moindre mesure, la Turquie.

Loin de moi cependant l’idée de dire ici que la Françafrique n’existe plus, car malgré les déclarations officielles, les logiques d’influence héritées de la colonisation persistent dans bien des domaines. C’est ainsi que le président français, Emmanuel Macron, a affirmé au début de son premier mandat que l’époque de la Françafrique était révolue, faisant part de son souhait d’ouvrir une nouvelle ère dans les relations entre son pays et l’Afrique, au motif qu’il appartient à une génération qui n’a pas « connu » la colonisation. Pourtant, à l’examen des faits, les mécanismes d’ingérence et de dépendance se sont maintenus après 2017, le discours officiel s’accompagnant même d’une forme d’arrogance quasi-inédite… 

Il est important, enfin, de dire à quel point il serait insensé de réduire les problèmes « africains » à la question des relations qu’entretiennent les pays du continent avec leurs partenaires, que ceux-ci soient français ou non. Comme l’ont démontré nombre d’analyses, cela reviendrait d’une part à exacerber le rôle des puissances étrangères dans les processus politiques et socioéconomiques locaux, et d’autre part à amoindrir la responsabilité des autorités politiques des Etats concernés.

 

C’est une question très vaste et difficile, mais que penses-tu de l'avenir du continent africain dans le contexte géopolitique complexe actuel ?

Oui, je confirme qu’elle est vaste, cette question ! Nous vivons une période caractérisée par des reconfigurations inédites dans la géopolitique mondiale. C’est comme une accélération de l’histoire : les rapports entre États évoluent à une vitesse rarement observée auparavant, sous l’effet conjugué de l’émergence de nouvelles puissances et du retour de mouvements conservateurs — qu’il s’agisse de Donald Trump aux États-Unis, de Javier Milei en Argentine ou de Viktor Orban en Hongrie.

Le basculement des alliances traditionnelles illustre bien ce flottement, notamment au sein de l’OTAN. L’image des dirigeants européens humiliés par Donald Trump à la mi-août rappelle, toutes proportions gardées, la scène rocambolesque, début juillet, avec les cinq chefs d’État africains reçus avec condescendance par ce même président.

Ces moments de crise, comme le démontre l’histoire politique du monde, peuvent être sources d’opportunités autant que de dangers. Pour les Etats africains, cela signifie que l’avenir reste largement ouvert. Toutefois, pour que ce tournant géopolitique profite réellement au continent, plusieurs conditions devront être réunies : d’importants investissements dans l’éducation, condition sine qua non pour valoriser le capital humain et profiter du « dividende démographique », de véritables réformes institutionnelles en vue de mettre en place une meilleure gouvernance, et une autonomie stratégique plus affirmée, laquelle dépend, là aussi, des choix politiques en matière d’éducation et de formation.