Nautilus n. 34 - aprile 2024

Il “Battaglione Mario”: mosaico di lingue, culture e religioni nella Resistenza italiana

di Matteo Petracci

La caratteristica principale del “Battaglione Mario”, formazione partigiana dislocata nel versante meridionale del massiccio del Monte San Vicino, a cavallo tra la provincia di Macerata e quella di Ancona, è rappresentata dal suo carattere spiccatamente internazionale.

La presenza documentabile di partigiane e partigiani italiani, inglesi, scozzesi, russi, ucraini, montenegrini, sloveni, croati, e poi ebrei italiani, polacchi e cecoslovacchi permette di ricostruire la storia di un vero e proprio melting pot resistente, multietnico, mistilingue e multireligioso, operante in una regione spesso apparentemente periferica rispetto ai “grandi” processi storici, tranne che per alcune parentesi, come la Settimana Rossa del 1914 o la Rivolta dei Bersaglieri del 1920.

Nautilus n. 34 - aprile 2024

Ad ottant’anni dalla Liberazione del nostro territorio

di
Catia Sonetti (direttrice Istoreco di Livorno)

Tutto il territorio della nostra regione, dal sud fino alla linea gotica che interessò le province di Massa e Carrara e una parte della provincia di Pistoia, soprattutto nella sua parte montuosa, fu liberato nel 1944. Le zone rimaste fuori furono liberate il 25 aprile del 1945. Nell’anno in corso, pertanto, ricorderemo l’80° anno dall’arrivo degli Alleati che insieme alle truppe partigiane sconfissero le ultime resistenze nazifasciste nel centro sud della nostra provincia.

Questo anniversario cade in un contesto storico, sia nazionale che internazionale, assai problematico: dalla guerra in Ucraina invasa dai russi, alla guerra nella striscia di Gaza tra esercito israeliano e Hamas che con l’aggressione terroristica del 7 ottobre e con le sue 1.500 vittime innocenti, ha provocato da parte del governo israeliano una risposta che ha superato tutte le peggiori aspettative con oltre 32.000 morti tra i palestinesi e la tenuta in ostaggio ad oggi, ancora di 130 israeliani. Nel contesto italiano con la presenza al governo del Paese degli eredi della fiamma tricolore che sono incapaci persino di pronunciare la parola: antifascista.

Nautilus n.34 - aprile 2024

Una lunga Resistenza: l’Italia dalla Marcia su Roma al 25 aprile 1945

di Francesco Catastini

A partire dai miei primi lavori dedicati al tema affrontato in questo numero di “Nautilus”, ho sempre pensato che, almeno per quanto riguarda il caso italiano, sia molto difficile separare Resistenza e antifascismo. Cercare di definire questa sorta di concetti primitivi è complicato. La prima difficoltà si incontra tentando di definire Resistenza quando cerchiamo di stabilire un’equivalenza tra il termine e il suo significato. 

La più classica definizione da dizionario, separando, anche se solo per un istante, la parola dalla sua area semantica, ci spiega che la resistenza è la proprietà di un corpo di non mutare se viene sottoposto a cambiamenti. In effetti, i partigiani italiani per autodefinirsi quasi mai facevano ricorso a questo termine. Come ha scritto Valerio Romitelli «è che per resistere bisogna aver qualcosa di preciso da difendere o cui fare riferimento: un esercito, magari anche sconfitto (come per i francesi fedeli al governo De Gaulle), o anche solo da ricostruire (come per i repubblichini sempre fedeli al Duce)» (L’odio per i partigiani: come e perché contrastarlo, Napoli, Cronopio, 2007). Se in Europa gli Alleati spingevano i popoli sottomessi dalla Germania nazista alla Resistenza, come già osservato dalla parte più attenta della storiografia italiana, in Italia ben pochi avevano il prestigio e la credibilità istituzionale di De Gaulle o di Stalin per incitare a resistere contro gli occupanti. 


Nautilus n. 33 - marzo 2024


Storia delle istituzioni manicomiali e della psichiatria

di Paolo Giovannini

Come recitano i dolenti versi di una poesia di Alda Merini, echeggiante la sua lunga esperienza di internata, «il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l’anonimità misura, /il manicomio è il monte Sinai, /maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta».

In effetti l’istituzione manicomiale, sin dalle sue origini, fra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, viene a svolgere funzioni ambivalenti, se non contraddittorie, proponendosi da un lato come strumento terapeutico, come luogo deputato al risanamento delle menti malate o “disturbate” (anzi essa stessa terapia per eccellenza, attraverso la segregazione) e alla costruzione del sapere psichiatrica, dall’altro come dispositivo disciplinare e correttivo, nonché come “contenitore” nel quale rinchiudere (più o meno a lungo) le scorie della società, delle trasformazioni sociali ed economiche di volta in volta in atto, dove isolare gli improduttivi, gli “inutili”, dove internare coloro che non riescono oppure rifiutano di adattarsi alle morali dominanti e al mutare dei contesti storici.

Nautilus n. 33 - marzo 2024

La ricerca del benessere: alle radici del turismo

 di Annunziata Berrino
 

Più si studia la storia del turismo, più emerge con chiarezza che la ricerca della salute e del benessere giocò un ruolo importante nella diffusione di molte di quelle pratiche di viaggio e di soggiorno che a metà Ottocento, con il potenziamento dei servizi, maturarono in turismo.

Conclusa l’età napoleonica, in un continente politicamente stabilizzato, nei mesi invernali il bisogno di caldo e di sole spinse tanti uomini e donne dei Paesi del Nord a effettuare lunghi soggiorni climatici nelle località del Mediterraneo. Quella pratica vide l’Italia tra le mete più desiderate e frequentate, tanto che fino ai primi del Novecento la stagione per antonomasia fu l’inverno, perché nei mesi più freddi chi poteva fuggiva dai climi rigidi del Nord e cercava il benessere del tepore mediterraneo.

 

Nautilus n. 32 febbraio 2024

La scelta delle donne

La memoria al femminile dei fratelli Cervi

 di Anna Bigi

Dei sette fratelli Cervi si è scritto molto, il loro sacrificio è entrato a pieno titolo nella storia della Resistenza e dell’antifascismo[1]. Il loro padre, Alcide, è conosciuto in Italia e non solo come Papà Cervi. 

Ma se è stato possibile raccontare la storia di questa famiglia è soprattutto perché le loro compagne hanno deciso di proseguire la loro vita nella scia delle scelte compiute “dai loro uomini”. Del ruolo svolto dalle donne di casa Cervi sia durante la Resistenza che dopo, ci si è occupati poco, eppure è evidente quanto queste quattro donne che hanno condiviso con i loro mariti un tempo brevissimo siano state fondamentali sia nel sostenerne l’impegno resistenziale che nel trasmetterne la memoria già molto prima che “entrassero nel mito”.

[1] I fratelli Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore Cervi, antifascisti e contadini emiliani, furono fucilati dai repubblichini fascisti agli albori della Resistenza, il 28 dicembre 1943 a Reggio Emilia. 

Nautilus n. 32 febbraio 2024

I mestieri delle donne

Per una storia del lavoro al femminile tra Otto e Novecento

 di Rossano Pazzagli


Alle soglie dell’età contemporanea, in una economia caratterizzata da una ancora debole industrializzazione, la pluriattività e il lavoro femminile assumevano una dimensione rilevante, che riguardava soprattutto le attività relative al tessile, ai  servizi domestici e all’agricoltura: oltre a quella di contadina, intorno alla metà dell’Ottocento nei censimenti dei diversi Stati italiani preunitari, le condizioni professionali più rappresentative per quanto riguarda le donne erano infatti quelle di calzettara, cucitora, filatora, tessitora e altre connesse al settore. Nel paese di Borgo a Buggiano, ad esempio, che a tale epoca contava poco meno di 2000 abitanti e costituiva il centro più vitale e manifatturiero del comune di Buggiano, in Valdinievole, le donne impegnate in attività non agricole erano la maggioranza (circa il 57%) della popolazione attiva femminile e tra di esse prevalevano largamente – appunto – calzettaie, filatrici, cucitrici e trecciaiole. Mentre le attività di calzettaia e di tessitrice rimandano alla generalità delle lavorazioni tessili, esercitate negli strati popolari per l’autoconsumo o per imprenditori manifatturieri che adottavano il sistema dell’industria e domicilio, la definizione di “filatrice” o “filatora” riguarda essenzialmente la seta, che rappresentava un comparto importante dell’economia, i termini “cucitora” e “trecciaiola” corrispondono  più precisamente alla fabbricazione dei cappelli.

Nautilus - n- 28 Ottobre 2023 

Adamo, Eva e il mito della performatività

Una breve storia del concetto di lavoro

di Patrizia Lessi

Cosa intendiamo oggi col termine lavoro?
Ciò che facciamo per vivere? Il mestiere che ci permette di mangiare e pagare le bollette? Il dovere opposto al piacere?
La Costituzione italiana fonda tutta la Repubblica sul lavoro. Perché? Che valore ha avuto dal passato fino ad oggi il concetto di lavoro nella nostra cultura?
Nella Grecia classica lavoravano i poveri, gli schiavi, coloro che dovevano prestare il proprio corpo per delle funzioni, rinunciare al possesso delle proprie braccia, delle mani, della schiena per fare cose evitate da chi, a quel possesso, non doveva rinunciare, essendo il cittadino in grado di contribuire alla grandezza e alla bellezza della Polis, qui intesa non solo come città, ma come Stato, cultura, mondo. A rendere disprezzabile il lavoro era inoltre la fatica fisica, lo sforzo costato per portare a termine un compito utile. Quella fatica fatta col corpo non poteva essere elevata al livello di quella utilizzata per pensare, ideare cose, meditare. Anche nella Bibbia si sancisce col lavoro la condanna dell’umanità all’inizio della propria esperienza terrena.
Nel Genesi Dio decreta che Adamo e i suoi discendenti dovranno vivere lavorando la terra da cui sono stati tratti. 
Ciò di cui l’umanità è fatta, la consistenza stessa del mondo, diventa contemporaneamente sostentamento e limite dell’esistenza umana...

Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023 

Non solo storia: il Mediterraneo

di Stefano D'Atri

The grand object of all travel is to see the shores of the Mediterranean 

Samuel Johnson 

 

Per i turchi Ottomani era Akdeniz, il Mar Bianco. Il turco, infatti, usava i colori per riferirsi ai punti cardinali: bianco, Ak, per l’Occidente, dunque il colore del Mediterraneo per chi veniva dall’Asia Minore come loro (Vanoli). Per i Romani era Mare nostrum. Gli ebrei si riferivano a lui come al Grande Mare (Abulafia). 

Ma che cosa è il Mediterraneo? 

Se siete alla ricerca di una risposta semplice, allora potere cambiare lettura. Quello che cercherò di fare qui è indicare possibili percorsi interpretativi, con la consapevolezza che nessuno ha la risposta. Poi lascio ai lettori la scelta di quale percorso intraprendere per ri/scoprire il Grande Mare. 

Iniziamo, allora. 

Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023 

Gli agrumi e il Mediterraneo, un incontro fecondo

di Giuseppe Barbera

Le ragioni del diffondersi degli agrumi, dalle originarie regioni asiatiche fino alle terre più fertili di ogni continente e ai giardini più preziosi, si ritrovano nella prefazione al Traité du Citrus (1811) nella quale Giorgio Gallesio dà conto dei caratteri particolari dei loro frutti ed alberi: “Questi alberi affascinanti riuniscono nello stesso tempo i vantaggi delle piante ornamentali e quelli delle piante utili, niente uguaglia la bellezza del loro fogliame, il soave profumo dei loro fiori, la lucentezza e il gusto dei loro frutti: nessuna altra pianta fornisce così deliziose confetture, piacevoli condimenti, acque profumate, essenze, sciroppi e il prezioso acido che tanto si usa per i coloranti: tutto, insomma, in questi alberi, affascina gli occhi, soddisfa l’odorato, stimola il gusto, nutre il lusso e le arti, e mostra all’uomo stupito l’insieme di tutti i piaceri”.
La loro storia inizia nelle regioni tropicali ai piedi dell’Himalaya...

Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023

Un mare di ospiti

di Elena Pecchia

Quando in classe al liceo comincio a “raccontare” il Mediterraneo e le prime civiltà nate nel Mare Nostrum il discorso cade subito sul loro senso dell’ospitalità, il tratto contraddistintivo di quella gente e di quei popoli vissuti così tanti secoli fa. 

Prendiamo l’epica e il più antico dei due poemi omerici, l’Iliade. Diomede, grande eroe greco, si trova a combattere in singolar tenzone contro il giovane troiano Glauco. Seguendo un codice cavalleresco che farà scuola nelle età successive, Diomede chiede al nemico: chi sei? Chi vincerò? A quale stirpe appartiene colui che mi potrebbe dare la morte? Glauco menziona l’illustre avo, Bellerofonte, che si si scopre essere stato ospitato dal nonno di Diomede. Lo scontro muore sul nascere, i due eroi scendono da cavallo e si scambiano le armature: quella d’oro di Diomede, ben più preziosa, va a Glauco che dona, come ricordo dell’ospitalità ricevuta, la sua corazza di bronzo. Il vincolo ospitale è più importante dello scontro eroico e del valore squilibrato dello scambio...


Nautilus - n- 24 Giugno 2023 


Se le scuole fanno storia, memoria e patrimonio. 

Un fertile terreno per esercitare il mestiere di storico

di Alberto Barausse
 

La scuola italiana non è solo l’occasione per riflettere sulle sfide che la società deve affrontare per formare le future generazioni nei sistemi complessi, ma rappresenta anche l’ambito attraverso il quale ripensare il passato a partire dalle domande del presente. 

Ma come ci è stata tramandata la rappresentazione della scuola del passato? Che visioni di società le classi dirigenti e quelle popolari hanno espresso nel corso dei secoli che ci hanno preceduto? Che cosa hanno studiato gli alunni e gli allievi delle nostre scuole? In quali condizioni hanno esercitato la professione insegnante i tanti maestri e maestre, o le tante professoresse e professori che hanno animato le aule scolastiche? Ed oggi attraverso quali forme la memoria della scuola condiziona la rappresentazione storica delle nostre scuole? 

 Nautilus - n. 23 Maggio 2023

Il naufragio del piroscafo Utopia del 1891

Tra scarsità di conoscenza, mood politico condizionante e asfittica ricerca delle fonti 

di Gianni Palumbo

Nella storia dell’umanità nomade, errante, che migra per tanti e differenti motivi, ogni naufragio - antico o recente - è causa di dolore.

Dolore generato anteriormente dalla drammaticità dell’evento, sovente premonitore di sottrazione di vite umane; evento che disarciona esistenze, seppellisce vite, sottrae al mondo di chi esiste. Nei naufragi avvenuti durante l’epoca delle grandi migrazioni, uno, in particolare, è stato mediamente dimenticato, quello del piroscafo inglese SS Utopia della compagnia Anchor Line che il 17 marzo del 1891, con a bordo oltre 800 migranti di terza classe (tranne tre viaggiatori “di cabina”), quasi tutti italiani, si inabissa poco prima delle colonne d’Ercole[1]
Il piroscafo Utopia, dopo anni di viaggi tra Glasgow e gli States viene sottratto alla navigazione per la quale era stato concepito e, montato un motore al posto delle vele, viene aggiunto a servizio esclusivo del mercato dei migranti nel Mediterraneo.
L’Utopia naufragherà durante una drammatica tempesta, all’ingresso del porto di Gibilterra, causando quasi 600 vittime[2].


Nautilus - n. 22 Aprile 2023


Confini, frontiere e guerre tra storia e attualità

di Giorgio Vecchio

Il significato delle parole “confine” e “frontiera” ci sembra chiarissimo, tanto da non aver bisogno di spiegazioni. La storia invece ci mostra come esso abbia assunto connotazioni diverse nel corso del tempo. Nella nostra cultura europea otto-novecentesca, confine e frontiere ci sono stati descritti come insormontabili, netti, da difendere con ogni mezzo. Rigidi, quindi. Ma basta spostarsi nella cultura degli Stati Uniti d’America per capire che, lì, almeno per tutto l’Ottocento, confini e frontiere erano mobili: come aveva mostrato già un secolo fa Frederick J. Turner (The Frontier in American History, 1920), la storia degli USA andava intesa come la storia di una frontiera mobile, che spingeva verso l’Ovest da conquistare e colonizzare. La storia di una sfida, non a caso ripresa nella proposta della “nuova frontiera” di John F. Kennedy.
In Europa, peraltro, confini e frontiere sono stati impermeabili sulla carta.

Nautilus - n. 22 Aprile 2023

I confini delle fonti storiche territoriali

di Giuliana Biagioli

 

Tutte le volte che ci avviciniamo a una fonte storica dobbiamo operare un’accurata analisi critica chiedendoci chi l’ha creata, come e perché. Le fonti, infatti, non vengono prodotte per rispondere alle nostre domande ma per ragioni spesso di tipo pratico, amministrativo, politico, letterario e molto altro. 

La Toscana è la regione italiana con il più alto patrimonio di carte storiche, eredità di una tradizione scientifica collegata agli interessi territoriali, a partire da Leonardo da Vinci e poi con Galileo e la sua scuola. 

Molte le tipologie di fonti che possiamo utilizzare per studiare il territorio dal punto di vista storico: fonti pubbliche fiscali come catasti ed estimi, fonti amministrative, fonti private come i cabrei, mappe delle varie Magistrature territoriali.  

Le piante e le carte relative ai confini dello Stato toscano, ad esempio, facevano anticamente parte dell'archivio dei Nove conservatori della giurisdizione e del dominio fiorentino, magistratura alla quale era affidata anche la tutela dei confini dello Stato durante il Principato mediceo

Nautilus -n. 21 Marzo 2023

Una storia dell' "invisibile": le acque sotterranee

di Antonio Bonatesta

Esattamente un anno fa, in occasione della trentesima Giornata mondiale dell’acqua, il World Water Assessment Programme (WWAP) dell’Unesco dedicava alle acque sotterranee il suo Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche, intitolandolo Rendere visibile l’invisibile.
Significativamente, l’enfasi degli studiosi del WWAP cadeva fin dalla scelta del titolo sulle ricadute che la principale caratteristica delle acque del sottosuolo ha avuto e tuttora mantiene sulle forme del loro consumo, quella cioè di essere acque sottratte alla nostra percezione, invisibili appunto, inattingibili nei loro connotati oggettivi di quantità e qualità se non attraverso il fragilissimo rapporto tra conoscenza scientifica e senso comune. 

Nautilus -n.19 Gennaio 2023

Gli alberi e la memoria

 di Giuseppe Barbera
 

Adesso che sì è deciso che bisogna piantare miliardi di alberi per frenare la temperatura del pianeta e salvare noi umani, sembra che si sia dimenticato quanta cura questo comporti. Cura e cioè, in ragione di una comune radice etimologica, coltura e cultura, che dovrebbe consigliare di andare oltre facili slogan che riducono tutto al semplice gesto del piantare.  Per di più l’etimo kwel, nelle lingue classiche indoeuropee, fa riferimento a “girare, muoversi tutt’intorno, andare in giro a osservare” e se ciò si facesse ascoltando gli avvertimenti che provengono dall’esperienza (e dagli esperti), si capirebbe che non tutto si risolve scavando una buca. Andrebbe considerato che se si vogliono piantare 1000 miliardi di alberi (questo è l’obiettivo dell’ONU per il 2030!) bisogna rinunciare a un miliardo di ettari di suolo con inevitabili gravi conflitti sociali, economici ed ecologici. 

Nautilus - n. 17/18 Novembre Dicembre 2022

Esposizioni regionali e arti applicate: un rapporto interrotto tra museo e tradizioni locali

 di Marta Vitullo

 

La data del 1860 segna un momento fondamentale per la storia italiana, allorquando una costellazione di territori articolati in stati preunitari - che vedevano nelle fede religiosa l’unica sfera comunitaria - si riuniva in una Nazione da costituire. Uno dei primi mezzi di costruzione della nazione fu l’educazione, cui si pensava sia per la formazione laica dei cittadini, sia in chiave di identità e appartenenza. Se da un lato i canoni dell’estetica idealista guidarono le scelte di conservazione e musealizzazione, d’altro canto la necessità di tramandare e conservare le tradizioni locali richiedeva altri modelli per gli spazi della memoria. Contribuirono a tali ragioni l’erezione di monumenti, l’istituzione di festività nazionali, e videro la luce nuove forme di musealizzazione. Tra quest’ultime si annoverano, quali diretti discendenti dell’allora recente passato, i Musei del Risorgimento, con allestimenti di messa in scena del senso della Patria, incardinati intorno alla sacralizzazione di spade, armi da fuoco, foto, lettere e cimeli, esposti in vetrina a rendere “monumento-documento” il valore patriottico di coloro che parteciparono alla lotta per l’indipendenza. 

Nautilus n. 15 settembre 2022

Le “ferrovie di prossimità”

Un patrimonio da rivitalizzare

 

di Stefano Maggi

 

Nella seconda metà del XIX secolo le ferrovie cambiarono il mondo, creando i mercati nazionali e contribuendo allo sviluppo degli Stati. Il paese che per primo inaugurò una linea ferroviaria fu l'Inghilterra, nel 1825. Il treno trasportava le merci e i viaggiatori, trainava la rivoluzione industriale.

Nella seconda metà dell'Ottocento, chi aveva la ferrovia era al passo con il progresso, chi non era toccato dalla rete dei binari si sentiva fermo al medioevo, costretto a viaggiare su lenti carri trainati dai buoi, o su scomode carrozze a cavalli.

Una volta completate le ferrovie più importanti, tutti i centri minori cominciarono a chiedere il collegamento su ferro, una sorta di “ferrovia di prossimità” – si potrebbe dire oggi – realizzabile grazie a nuove tecnologie come: la cremagliera, ruota dentata centrale che aumentava l'aderenza consentendo di superare le salite; lo scartamento ridotto che permetteva di ridurre le opere d'arte come ponti e gallerie; la tramvia che non aveva sede propria, visto che i binari erano posati sulla sede stradale...



Nautilus n. 15 settembre 2022

Interconnessioni infrastrutturali nella Pisa dell’800 

di Cristiana Torti

 
In un paese come l’Italia, complessivamente non avanzato sul piano dell’industrializzazione e dei servizi, la Toscana dell’800 si connotava per vivacità economica e funzionalità di collegamenti. 

Già dall’età medicea una storia prestigiosa aveva piantato salde radici, e i governi successivi avevano sempre tenuto presente che trasporti fluidi ed efficienti erano base di commerci e produzioni; avevano sempre guardato verso il mare i Granduchi, con l’“invenzione” del porto di Livorno, perché il mare significava viaggi, rapporti commerciali, idee e scambi. E al mare bisognava arrivarci, ma la Toscana contava su varie vie d’acqua: l’Arno, prima di tutto, in gran parte navigabile e navigato, e già nel Settecento importante fattore di localizzazione di attività. Di commerci e trasporti beneficiava anche l’agricoltura, che in fiere e mercati trovava una via di sviluppo per superare contratti agrari arcaici. Accanto all’Arno, vie d’acqua costruite avevano il duplice scopo di fornire energia idraulica alle ruote dei mulini e di collegare territori al mare.
Esempio identificativo è il Canale dei Navicelli, già nel nome destinato al transito di barche commerciali. P


Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022

Porti senza mare

Navigazione e approdi nelle acque interne 

di Rossano Pazzagli 

 

Verso la fine di marzo del 1720 i "populi del piano e comunità di Buggiano", nella ricca Valdinievole tra Lucca e Pistoia, si rivolsero al granduca di Toscana per lamentare gli "arbitrj a' poveri abitanti" compiuti dalle guardie del marchese Feroni impedendo "che i navicelli non carichino vino a' particolari al Porto del Capannone, e questo è contro l'uso antico e inveterato che detto Porto è stato sempre per commodo universale". Era uno degli aspetti della privatizzazione del territorio che si andava affermando nel corso dell’età moderna, che ci consente di fare luce sull’importanza storica della portualità interna in Toscana...

Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022

Le navi e il mare

Ragusa (Dubrovnik), una storia nel Mediterraneo

 di Stefano D'Atri


«Le navi, e il mar, son’ invece à Raugia, di campi e d’oliveti». Questa definizione si trova nella Storia di Ragusa che Serafino Razzi scrive verso la fine del XVI secolo e può essere considerata la migliore rappresentazione di Ragusa. Perché la sua storia è legata al mare e dal mare Ragusa ha tratto la sua forza, forse – facendo le dovute distinzioni di scala - anche più di Genova e Venezia.

Non si può fare a meno di provare un senso di meraviglia davanti alla storia straordinaria di questa piccola Repubblica, un territorio di circa 45 miglia e 54/5 mila abitanti nella seconda metà del XVI secolo... 

Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022

Fra terra e mare: il porto adriatico di Termoli 

di Lucia Checchia 

Se provassimo a guardare al mare con occhi più attenti non vedremmo una lunga distesa di acqua salata, ma uno “spazio storico” costituito da un intricato sistema di strade, sia di mare che di terra; un complesso sistema di circolazione costituito da innumerevoli nodi tra loro interconnessi: i porti.
La nascita di un porto, a prescindere dall’esistenza o meno di strutture artificiali, era legata innanzitutto alle condizioni geomorfologiche di un luogo ed era favorita dalla presenza di un “territorio abitato” nelle vicinanze. 
Ogni porto doveva essere dotato di servizi utili ai naviganti e garantire la presenza di cantieri navali e magazzini per lo stoccaggio delle merci. ..

Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022

Un palcoscenico mediterraneo 

Il porto di Livorno e la portualità toscana nel tempo 

di Olimpia Vaccari 

 

«..Si distinguono le città con porto dalle città-porto. Nelle prime i porti sono stati costruiti per necessità, nelle altre si sono creati secondo la natura dei luoghi; qui sono una mediazione o un completamento, là l’inizio o il centro. Ci sono porti che restano sempre soltanto approdi o ancoraggi, mentre altri divengono palcoscenici e infine mondi (...). Possiamo altresì distinguere i porti da altri elementi: se sono stati aperti dal corso di un fiume, se l’hanno scelto o imposto le spinte di terraferma o addirittura dall’entroterra o se infine è stato proprio voluto dal mare…»
Così Prédrag Matvejevic, saggista croato, nel Breviario mediterraneo oltre a ricostruire gli infiniti significati storici della parola “Mediterraneo” descrive le numerose caratteristiche della città-porto mediterranea, definita dal rapporto con il luogo e dalle relazioni che instaura con l’orografia ed il paesaggio. Ne consegue che la scelta fondativa di un porto è legata a condizioni geografiche ottimali di approdo e che a loro volta inducono la fondazione di un insediamento urbano. ..


Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022

Una struttura tardiva

Le origini del Porto di Marina di Carrara 

di Alessandro Volpi 

Nel gennaio 1752 il noto ingegnere francese Milet de Mureau, che tra il settembre e l’ottobre del 1751 aveva soggiornato a Carrara, preparò per incarico del duca Francesco Maria d’Este una memoria “sur la construction du port de Massa de Carrare” che individuava il sito migliore di tale opera nella spiaggia di Avenza dove ormai da tempo venivano caricati i marmi provenienti dalle cave apuane.
Si trattava di un tassello importante nel più complessivo progetto del duca, successo nel 1737 al padre Rinaldo, che intendeva aprire una via di comunicazione tra Modena e Massa, garantendo ad essa uno sbocco marittimo. I lavori diretti da Milet, che prevedevano una diga foranea si interruppero già nel 1753 a causa della sua morte, dopo un primo scandaglio di tutta la costa e la realizzazione di alcune opere in muratura...

Nautilus - n. 12 Giugno 2022


In difesa di una storia del turismo

di Annunziata Berrino


In queste settimane di tarda primavera e inizio estate del 2022 il turismo ha ripreso la sua corsa dopo due lunghi e difficili anni di pausa, causata dal Covid-19. Si parla di effetto rimbalzo, di overtourism, di numero chiuso, di questioni balneari e di tanto altro.


Il turismo: un fenomeno complesso della modernità occidentale, sintesi puntuale e talvolta anticipatrice di pratiche, modelli, mode, tendenze; un fenomeno di cui ciascuno di noi si sente legittimato a parlare, così come si può parlare di che tempo farà, dell’amore, di internet… esprimendo giudizi in cui turismo di massa, turismo mordi e fuggi, turismo buono e cattivo sono denominazioni e classificazioni gettate lì.


Giudicare il turismo è un esercizio che in Italia è nato assieme al turismo stesso; è un esercizio che appassiona e nel quale il pensiero è così corto da non lasciar vedere che giudicare il turismo è giudicare se stessi.

Il turismo siamo noi, verrebbe di sintetizzare.


Nautilus n. 9 - Marzo 2022


Quando le fonti orali sono importanti: una brevissima panoramica


di Giovanni Contini

Le fonti orali si sono rivelate molto utili quando utilizzate insieme alle fonti coeve agli eventi, scritte, orali o visive. In alcuni casi illuminano oscurità o falsità contenute nei documenti prodotti in situazioni ambigue e incerte, che si riflettevano nel testo. In altri casi, non di rado, ampliano le informazioni ricavabili dalle fonti tradizionali. E sempre forniscono il punto di vista particolare dei soggetti della storia, permettendoci di capire non solo cosa era avvenuto, ma anche cosa le persone pensavano che stesse accadendo, allora, e spesso pensano ancora oggi. 

Ci sono però ambiti per i quali le fonti orali sono indispensabili, perché uniche o perché capaci di mostrare una verità opposta, o comunque infinitamente più ricca, rispetto a quella fornita dalle fonti scritte. 

Penso, ad esempio, alla ricca esperienza di vita delle famiglie mezzadrili, che i libri colonici conservati allo scrittoio della fattoria riescono a descrivere solo in minima parte. 

Nautilus n- 9 Marzo 2022

Testimoniare il Lager 

Parole di Dante, memoria condivisa 

 

di Marina Riccucci 

 

A volte bisogna trovare le parole giuste per tradurre la memoria più dolorosa in testimonianza condivisa. È il caso del ricordo della Shoha così come emerge dalla voce dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, voci che in più occasioni recuperano parole dall’opera di Dante Alighieri, eleggendo termini ed espressioni dell’Inferno a vocabolario della  propria testimonianza: il  “dovere della parola”, come abbiamo scritto in un libro recente. 

Quello della testimonianza è stato - ed è per i pochi che ancora vivono -, comunque per tutti che coloro che, salvati, se la sono sentita, un dovere: un dovere che in molti è giaciuto, doloroso e violento, nel fondo dell’anima, per decenni, prima di farsi voce, prima di trasformarsi in memoria riferita, in racconto di fatti subìti, sia in prima persona che da tanti, troppi, altri che dal Lager non erano tornati.. 


 
Nautilus n- 9 Marzo 2022 

Vivere Casa Cervi


 di Albertina Soliani  

 

Vive oggi Casa Cervi, il luogo della memoria della vita di una famiglia i cui 7 figli maschi sono stati catturati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.

Vive la Casa dove i 7 Fratelli, i genitori Genoeffa e Alcide, le sorelle e le nuore hanno vissuto dagli anni Trenta in poi coltivando il podere dei Campirossi, studiando e cambiando l'agricoltura. Ben presto, in pieno regime fascista, hanno cominciato a cambiare la storia diventando antifascisti.

Dal 1972 l'eredità dei Cervi, materiale e morale, è stata affidata all'Istituto che porta il nome del padre, Alcide Cervi. E accanto alla casa, diventata anche Museo, hanno trovato sede la Biblioteca e l'Archivio di Emilio Sereni, antifascista e studioso dei movimenti dei contadini, delle trasformazioni delle campagne, del paesaggio agrario italiano. 

Nautilus n- 9 - Marzo 2022

La memoria del 25 aprile

di Paolo Pezzino
 

Cosa ricordiamo e cosa celebriamo ogni 25 aprile? In questa data ricordiamo la fine della guerra e la sconfitta dell'esercito tedesco ad opera degli alleati, che nella campagna d’Italia riportarono oltre 300.000 perdite, e celebriamo il sacrificio dei tanti, civili e combattenti, morti in quegli anni lottando contro il regime fascista, nonché l'inizio di una nuova fase nella storia del paese, che vide i suoi momenti fondanti nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che sanzionò il distacco degli italiani dalla monarchia complice dei crimini del fascismo, e nella Costituzione della Repubblica italiana del 27 dicembre 1947, che ha garantito in questi cinquanta anni, e garantisce tuttora, le libertà civili e il progresso sociale...

 
Nautilus n- 9 Marzo 2022 

La democrazia e la sua memoria

di Giovanni Cerchia
 

Democrazia è una parola antica, con significati che cambiano a seconda delle epoche e dei contesti. Evoca l’idea di un coinvolgimento popolare nel governo di una comunità, ma non specifica di per sé né i meccanismi di decisione, né i contenuti, né i criteri attraverso i quali si è inclusi o esclusi dall’assemblea chiamata a decidere. 

Democrazia era quella ateniese, considerata un po’ impropriamente come l’origine della moderna cittadinanza europea, che identificava la polis con gli uomini in armi. Pertanto, come ci ricordava Luciano Canfora, il cittadino ateniese era necessariamente il maschio libero, purosangue, abile alla guerra e necessariamente possidente (cioè in grado di pagarsi l’armamento). 
Fu solo la nascita della flotta e la conseguente esigenza di reclutare gli equipaggi a estendere la cittadinanza anche ai nullatenenti.