Nautilus n. 59 - giugno 2026
Fascismo e industria turistico-balneare
di Paolo Giovannini
Già dagli ultimi decenni del XIX secolo le vacanze al mare avevano iniziato a rappresentare una consolidata abitudine della borghesia italiana, con scopi ludici e di benessere fisico. Sullo sviluppo di tale settore, negli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma, investe il capo indiscusso del fascismo pesarese Raffaello Riccardi, deciso a utilizzare il controllo del potere locale come base per la sua ascesa politica a livello nazionale, oltre che come strumento per lasciarsi alle spalle una condizione economica finora oltremodo precaria.
Nell’ottobre del 1924 nasce a Pesaro la Società anonima industria bagni e alberghi (Saiba), con un capitale sociale effettivamente versato di un milione, aumentabile fino a due, sottoscritto in larghissima parte da un numero ristretto di persone, «che furono le iniziatrici e l’anima dell’impresa e che ne ebbero nelle mani l’indirizzo e l’amministrazione».
Nautilus n. 59 - giugno 2026
Dalla riva temuta alla spiaggia desiderata:
breve storia del turismo balneare
di Annunziata Berrino
Per quanto si dica che oggi il turismo abbia mille immaginari, di fatto la spiaggia paradisiaca, sabbiosa, deserta, con la palma e con l’acqua cristallina domina indiscussa tanti sogni di vacanza.
È ormai ben noto che l’idea della spiaggia associata alla vacanza, al riposo e al piacere del corpo e al sole, è in realtà una costruzione culturale relativamente recente. Per secoli, la linea di costa non fu pensata come uno spazio di svago, ma come un margine instabile: luogo di lavoro, di approdo, di fatica, di naufragi e di pericoli. Pescatori, marinai, mercanti e comunità costiere vivevano la spiaggia come soglia produttiva, non come paesaggio da contemplare. Il mare, nelle culture antiche e premoderne, poteva essere una via di comunicazione e fonte di ricchezza, ma anche elemento minaccioso, imprevedibile, spesso caricato di significati religiosi e simbolici.
Nautilus n. 59 - giugno 2026
Le spiagge del Ventennio:
osservazioni sul litorale toscano
di Mirella Scardozzi
Basta accostare due foto, una precedente e l’altra successiva alla Grande Guerra, per rendersi conto del cambiamento repentino del modo di vivere la spiaggia: da una parte rari gruppi a passeggio, dall’altra corpi stesi al sole. Il confronto potrebbe continuare con quadri o testimonianze letterarie, ma il punto è che dal primo dopoguerra la spiaggia assunse un’inedita centralità nel turismo balneare italiano.
Tra le due guerre cambiò il significato corrente del termine “bagni”, senza più confusione tra quelli marini e quelli termali, perché, come gli storici hanno poi ricostruito, la statistica attestava il superamento delle presenze nelle località di mare rispetto a quelle nei centri termali.
Un’emergenza ancora più significativa fu la diffusione delle colonie. La filantropia ottocentesca degli ospizi marini impallidisce rispetto alle nuove realtà, strumenti della costruzione dell’Italiano Nuovo del fascismo. Le colonie comparvero in tutta Italia, ma specialmente sulla costa romagnola e su quella toscana. In Toscana appunto, in località Calambrone al confine tra il comune di Pisa e quello di Livorno, tra il 1920 e il 1940 ne furono realizzate ben sette, contigue, tutte di grandi dimensioni e costruite direttamente sulla spiaggia.
Nautilus n. 57 - aprile 2026
Il tempo della storia tra ricerca e impegno civile
di Rossano Pazzagli
La storia è un fiume che scorre, non è solo il passato, ma qualcosa che fluisce verso il futuro. È anche questo il senso della Associazione Italiana di Public History (www.aiph.it). La Public History (storia pubblica) è un campo delle scienze storiche a cui aderiscono storici che svolgono attività attinenti alla ricerca e alla comunicazione della storia all’esterno degli ambienti accademici, nel settore pubblico come nel privato. È un’invenzione recente – l’AIPH è stata costituita nel 2016 - ma la funzione pubblica della storia è sempre esistita, come parte del lavoro culturale nella società. Ho richiamato il concetto di public history per sottolineare la funzione civile e politica del lavoro storico.
La storia non è il passato, dicevo. È la disciplina che studia il passato, ma la vera storia parte dal presente, altrimenti è esercizio, erudizione, semplice descrizione di come andarono le cose. Si distingue dalla leggenda e dalla cronaca, per il metodo scientifico e un forte legame con l’utilizzo – un uso critico – delle fonti.
Nautilus n. 56 - marzo 2026
Laura Diaz: una comunista da raccontare
Nello scrivere il mio libro, “Il cuore rosso di Livorno. San Marco Pontino, viaggio nella memoria di un rione”, mi sono imbattuto in una figura di donna comunista singolare: Laura Diaz, dal forte legame con le popolane livornesi in quegli anni duri della ricostruzione dopo il ventennio fascista. Ed allora mi sono chiesto perché non raccontare quella che mi è apparsa come una “sentinella del cambiamento” possibile nel modo di concepire il ruolo della donna nell’attività politica.
Laura Diaz proviene da una famiglia benestante, di forti convincimenti antifascisti; il padre Augusto, uno degli avvocati più conosciuti a Livorno, viene arrestato e denunciato più volte durante il ventennio, il fratello Furio sarà il primo sindaco della Livorno liberata, in seguito storico e docente universitario di grande prestigio. Laura si iscrive al PCI nel 1944 e da lì partecipa attivamente alla costruzione del radicamento comunista in città e in provincia, ricoprendo numerosi incarichi.
Nautilus n. 56 - marzo 2026
Prima del voto, un lungo cammino
di Rossano Pazzagli
Nel 1861 ci fu la proclamazione del Regno d’ Italia. Alla costruzione dell’unità nazionale avevano partecipato anche molte donne, tra le quali spiccano i nomi di Cristina di Belgiojoso, Carmelita Manara, Bianca Milesi, Jessie White Mario e Anita Garibaldi. Elevato fu anche il numero di quelle che parteciparono ai moti del Risorgimento. Tuttavia, guardando alla popolazione si vede che la condizione femminile rimaneva arretrata in gran parte d’Italia: l’analfabetismo, la miseria e la sottomissione agli uomini erano molto presenti. Il Regno d’Italia ereditò dalla precedente legislazione sabauda il principio dell’incapacità giuridica della donna, che comportava la tutela maritale: ciò significava la necessità del consenso del marito per decisioni come donare, acquistare e vendere i propri beni, ecc. La vita delle donne è collegata a quella della famiglia. Il capo famiglia era quasi sempre il padre o il marito. Il codice civile italiano del 1875 fa dei passi avanti rispetto al passato: la donna, come l’uomo, diventa maggiorenne a 21 anni di età e le si riconosce anche la capacità di essere titolare della patria potestà e di esercitarla in caso di impedimento o morte del padre.
Nautilus n. 56 - marzo 2026
Da man a person
Dal primo emendamento al reform bill inglese alla legge per il diritto di voto alle donne italiane
di Martina Pietrelli
Nella storia dei diritti delle donne, c’è un discorso fondamentale, pronunciato al parlamento inglese il 20 maggio 1867: è quello di John Stuart Mill, filosofo politico liberale, noto nella storia del pensiero in particolare per due testi Saggio sulla libertà (1859) e L’utilitarismo (1861). Mill decise di candidarsi al parlamento inglese nel 1865: il primo atto del suo mandato fu, nel 1866, la presentazione di una petizione, firmata da migliaia di donne, per chiedere il diritto di voto. È l’antefatto della proposta di emendamento alla Reform Bill, la legge inglese sul diritto di voto, portato in discussione nella seduta del 20 maggio 1867. L’emendamento consisteva nella richiesta di sostituire nel testo la parola “man” (uomo) con la parola “person” (persona). La proposta fu bocciata con 193 voti contrari e 73 favorevoli.
Dopo La rivendicazione dei diritti delle donne, scritto da Mary Wollstonecraft nel 1792 e considerato il manifesto fondativo del pensiero femminista, il discorso di Mill può essere visto a ragione come il simbolo della lotta per il riconoscimento alle donne del diritto di voto e, più in generale, dei diritti politici.
Nautilus n. 56 - marzo 2026
1946: quando il voto delle donne ha cambiato la nostra storia
di Marica Notte
La storia è fatta di date perché alcune date fanno la storia. Ma le date a cosa servono? Perché ricordarle dovrebbero essere importante specialmente per chi non ha vissuto direttamente determinati eventi? Che cosa significa far rivivere nel presente qualcosa che è avvenuto nel passato? Forse, lo scopo della storia è anche quello di conservare tracce su cui bisogna continuare a ragionare, affinché diventino per tutti gli individui esercizi di orientamento politico, sociale e morale? Forse perché la storia è parte di una testimonianza che lascia uno scopo non scontato, che va difeso e rispettato perché in esso ci sono identità di resistenza, di conquiste per la libertà ed eguaglianza che ci rimangono come eredità comune?
Se il 2 giugno di quest’anno sono 80 anni dal Referendum istituzionale che vide nascere la Repubblica italiana è perché il 2 giugno del 1946 anche le donne furono chiamate alle urne.
Nautilus n. 56 - marzo2026
La Repubblica e il voto alle donne
80 anni dopo
di Vinzia Fiorino
Con il decreto legislativo luogotenenziale del primo febbraio 1945 sull’Estensione alle donne del diritto di voto, varato durante il secondo governo Bonomi, furono riconosciuti i diritti politici alle italiane. Non proprio a tutte le italiane, però. Non fu riconosciuto, infatti, il diritto di voto alle prostitute «vaganti» (per usare il linguaggio della pubblica sicurezza), quelle cioè che esercitavano in modo visibile e non già nelle famigerate “case chiuse” (che furono invece incluse). Ben presto, nel 1947, cadde questa esclusione, rivelatrice comunque di un clima culturale intriso di perbenismo, ipocrisie e timori. Il decreto, inoltre, riconosceva alle donne il diritto (attivo) di votare, ma non quello (passivo) di essere elette. Con un successivo decreto del marzo del 1946 cadde anche questa anomalia. Sebbene nella memoria e nel rituale commemorativo si sia imposta quella del 2 giugno come data del primo voto femminile, va ricordato che in realtà le italiane avevano già partecipato alle elezioni amministrative che si erano svolte, in più tornate, tra il marzo e l’aprile sempre del 1946. L’associazione, però, con il voto politico e la fondazione della Repubblica conserva una sua pregnanza.
Nautilus n. 55 - febbraio 2026
La provincia fascista
di Paolo Giovannini
Negli ultimi anni – nell’ambito di una ragionata attenzione verso il locale, come punto di osservazione privilegiato dal quale smontare visioni stereotipate della storia italiana - si è assistito a una significativa crescita di studi sui “fascismi provinciali”, nel contesto dello studio del poliedrico rapporto fra centro e periferie durante il cosiddetto Ventennio, attraverso rinnovate griglie interpretative, mentre questi argomenti hanno trovato uno spazio sempre maggiore nelle opere generali sul fascismo italiano.
In vari studi, a partire dalla più ristretta dimensione regionale e provinciale, ci si è mossi verso la complessa ricostruzione dell’impiantazione del regime nelle diverse realtà locali. In questa prospettiva si è affrontato l’importante nodo storiografico rappresentato dall’élite fascista emersa e affermatasi fra gli anni Venti e Trenta, soffermandosi in particolare sui processi di selezione e reclutamento che si vengono imponendo sul piano politico e sociale.
Nautilus n. 54 - gennaio 2026
Io c'ero... e nessuno se n'è accorto
di Marco Formaioni
Jacopo Fo (alias Giavanni Karen) mi chiede di mettere in posa una mano per permettergli di finire una tavola che sta disegnando... dietro di me Cinzia Leone: «Marco, si va a prendere un caffé?» ... Francesco Cascioli è uscito da poco, mentre tutti gli altri sono chissà dove. Stamattina è tornato da un fermo di polizia di una notte Vincenzo Sparagna, le solite rogne legate al giornale. Prima di uscire torno all'armadio dove quei simpaticoni hanno conservato tutte le cose che ho spedito per posta negli ultimi mesi alla redazione e guardo il ripiano che gli ho riempito.
Il primo numero (allora quindicinale) era del febbraio 1978 e già ad ottobre (dal n. 9, diventato settimanale) il mio nome compare tra i collaboratori: avevo 19 anni. Ero riuscito ad esaudire il sogno di far parte del primo, unico, irripetibile giornale di satira che questo Paese abbia mai avuto: “Il Male”. Facevo fotomontaggi e trovai subito sintonia e amicizia con Francesco Cascioli, uno dei fondatori del “Male”. Fu un turbinio di fatti ed emozioni quasi scioccante: trovarmi a fare riunioni di redazione con Vincino, Pazienza, Melik, Sferra e tutti gli altri che giravano lì intorno. Riunioni che non servivano a nulla, perché poi ognuno faceva quello che voleva; dopo la prima riunione Vincino mi chiese se allora mi era piaciuto conoscere quel mondo di sconvolti (chissà cosa gli risposi).
Nautilus n. 53 - dicembre 2025
Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu
di Paolo Giovannini
Scritto fra il 1936 e 1937 – fra memoria e opera narrativa – dall’esule antifascista Emilio Lussu, rifugiatosi a Parigi, il libro viene stampato dapprima a Buenos Aires in lingua spagnola nel 1937 e poi a Parigi l’anno successivo, infine è fra i primi libri pubblicati da Einaudi nel 1945, dopo la liberazione. L’autore, valoroso combattente della Grande guerra in qualità di ufficiale di complemento (riceve bel quattro medaglie al valor militare) e successivamente fra i fondatori del movimento di “Giustizia e libertà” con Carlo Rosselli, sebbene non disconosca le ragioni storiche che lo avevano condotto a militare nelle file dell’interventismo democratico, nel testo racconta il volto autentico della guerra, a partire dalla sua esperienza diretta sull’Altipiano di Asiago dal giugno 1916 al luglio 1917, «in una serie di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi», attraverso i quali descrive le condizioni estremamente dure della vita di trincea nei suoi diversi aspetti: dalle lunghe attese nel fango agli assalti, dal fanatismo guerriero degli alti ufficiali all’ottusità della disciplina militare con i suoi drammatici esiti e i tentativi di insubordinazione e ribellione, dai suicidi alla vasta diffusione dell’alcool, soprattutto in prossimità degli attacchi alle trincee nemiche, e via dicendo.
Nautilus n. 53 - dicembre 2025
Lettere dall’alluvione
di Mario Lancisi
Don Lorenzo Milani è stato anche un letterato di prima grandezza. I suoi scritti hanno un forte stile narrativo. A cominciare dalle lettere, ciascuna è un piccolo racconto, una perla letteraria. Qui esamino quelle poco conosciute che scrisse in occasione dell’alluvione del 1966. Eccole.
4 dicembre 1966. Ad un mese dall’alluvione don Milani, in una lettera a Francuccio Gesualdi, ne dà una lettura di rara intelligenza e lungimiranza: “L’alluvione ha ricreato l’atmosfera del dopo guerra. Preti e comunisti fianco a fianco hanno in mano la situazione. Il governo è sempre l’ultimo ad arrivare e ognuno ne diffida. Preti che fino a ieri (...) non sapevano dove sbattere la giornata né loro né i loro giovani, hanno aperto la chiesa alle riunioni coi comunisti o a centri di raccolta e distribuzione di aiuti. Quando tutto sarà passato chissà che cosa resterà. Forse la nostalgia dell’alluvione. Ci vorranno anni per tornare alla normalità, perché molti non hanno voglia di ricominciare, specialmente nel campo dell’agricoltura e del piccolo artigianato”. (1)
Nautilus n. 53 - dicembre 2025
L'urgenza delle parole
Rileggere oggi “La specie umana”di Robert Antelme (R. Antelme, La specie umana, Einaudi, Torino, 2025)
di Luciana Rocchi
A Bocca di Magra, fra il fiume e il mare, seduto a scrivere, è come se Antelme lo andasse recuperando parola per parola dal relitto della nave con cui ha fatto naufragio. Sarà poi Perec a raccoglierlo dalle mani di quel Robert-Robinson e portarselo nella sua isola.
Così si conclude la postfazione del curatore dell'edizione fresca di stampa di “La specie umana” di Robert Anselme, l'unico libro di questo grande intellettuale francese, che per contenuto e per i contesti della scrittura e delle tre edizioni ci riguarda molto da vicino. È a noi lettori del 2025 che parla l'ultima, arricchita di inediti. Ci toccano profondamente la traduzione attenta alla molteplicità dei soggetti (io, noi, l'impersonale on), che rende “il linguaggio [del corpo] attraverso la lingua”; il racconto delle ragioni e del contesto della scrittura, tra 1946 e 1947, la prefazione datata 1963, autore George Perec. Per chi l'aveva conosciuto nella precedente edizione italiana, impreziosita dal disegno di Paul Klee in copertina, ma privo delle voci che parlano in questa ultima, è un'altra lettura.
Nautilus n. 51 - ottobre 2025
Il ritorno delle ricerche archeologiche: dallo scavo allo scavo d’archivio
di Rossella Schiavonea Scavello (Ricercatore Indipendente)
Vi sono in tali ricerche come per i vulcani, dei periodi attivi e poi degli abbandoni.
Così l’Onorevole Alessandro Turco, negli Atti Parlamentari della Camera dei Deputati (XXII Legislazione, 31 maggio 1907) descriveva l’andamento discontinuo e poco proficuo delle ricerche sul sito dell’antica Sibari. Questa affermazione è quantomai attuale: siti dimenticati, addirittura inediti, riemergono spulciando i dati d’archivio pertinenti a scavi e scoperte fortuite a partire dal XVIII secolo fino al secolo scorso. Scavi effettuati tra il 1800 e il 1950 in provincia di Cosenza risorgono dalle polverose carte d’archivio, ottimi documenti di prima mano per fornire un nuovo panorama cronologico e topografico della zona. Questi “scavi d’archivio” per la Calabria Citeriore hanno preso spunto da alcuni studi che almeno da un decennio a questa parte campeggiano nella letteratura scientifica: scopo principale è la rilettura critica dei dati archeologici tramite la documentazione archivistica. I dati sulla provincia di Cosenza sono invece stati raccolti dalla scrivente nella sua tesi di dottorato dal titolo Archeologia senza scavo. Storia degli studi e delle scoperte archeologiche tra il XVIII e la metà del XX secolo nella Calabria Citeriore attraverso i documenti d’archivio, discussa nel 2017. Da questo enorme apparato documentario sono emersi alcuni cold case dell’archeologia calabrese, taluni poco studiati, altri completamente inediti.
Nautilus n. 51 - ottobre 2025
Ritorno a Sibari
di Luca Policastri (Presidente dell’Associazione “Ritorno a Sibari e Thurii”)
Sibari, la città della Magna Grecia che da millenni viene descritta da tutti gli storici greci e romani come la più ricca, la più bella, la più evoluta e sfarzosa, la più emancipata anche nei rapporti sociali e nell’inclusione di popoli autoctoni, la potente polis che controllava quattro popoli e venticinque città satelliti, la cui influenza territoriale si espandeva anche su gran parte del tirreno meridionale dove fondò importanti città come Laos e Poseidonia (l’attuale Paestum). Sybaris, descritta come grande città con migliaia di abitanti (alcuni storici parlano addirittura di 300.000), con monumenti imponenti e mura di cinta lunghe più di nove chilometri, che fine ha fatto? Certamente da qualche parte sepolta nella piana che porta il suo nome.
Una pianura prospera e ricca nel lasso cronologico che ha ospitato gli Enotri ed in seguito Sibari - ma anche Thurii (la città ricostruita per volere di Pericle dopo la sua distruzione ad opera dei crotoniati) - ed infine Copiae, il nome romano della stessa dal II secolo a.C. La piana di Sibari tornata fertile e prospera dopo la bonifica degli anni ‘30 del secolo scorso, per secoli è stata però anche la causa della sua scomparsa. La sua natura idrogeologica, nel tempo, accogliendo i detriti e le acque trasportate dai suoi fiumi principali - il Crati ed il Coscile (l’antico fiume Sybaris) - ha trasformato la ridente pianura in una palude rimasta per secoli malsana ed invivibile.
Nautilus n. 50 - settembre 2025
Lumumba, Armstrong e gli altri
di Marco Giovagnoli
Come al solito, un Fabrizio De André è di quelli che con tre-quattro parole esprimono compiutamente quello che pensi ma non sei mai riuscito a dire. “Abortire l’America e guardarla con dolcezza” rappresenta plasticamente il travaglio di più di una generazione novecentesca (non sapremmo dire di quelle post-Novecento), ossia il sentirsi naturalmente antiamericani[1]per tutto quello di negativo e di odioso che quel Paese ha fatto e allo stesso tempo avere assorbito tutto ciò che lo stesso ci ha messo a disposizione per rovesciare gli ancien régime che opprimevano in particolare i più giovani, nel loro voler essere qualcosa di altro rispetto ai loro ‘genitori’ che in qualche modo avevano portato (e stavano ancora portando) il mondo alla catastrofe bellica, poi alla minaccia nucleare, alla distruzione della natura, alla fossilizzazione dei saperi e delle opportunità. Insomma, malattia e medicina hanno sempre fatto spola tra le due sponde dell’Atlantico (per noi Europei) e sugli altri lidi, per il resto del mondo.
La memoria e il rispetto per giovani vite americane immolate per la libertà dell’Europa e del mondo dall’incubo nazifascista e dal fascioimperialismo nipponico ha garantito ai ‘filoatlantici’ un argomento inoppugnabile contro i critici degli USA (memoria e rispetto giusti, ma sono un credito inesauribile?) e l’epica della ‘giovane nazione’ nella rivolta contro i colonialisti inglesi, del diritto alla felicità costituzionalmente sancito, dei grandi simboli della libertà universale, da Lincoln ai due Kennedy, John e Robert, a Martin Luther King e tanti altri (la maggior parte dei quali assassinati in casa, detto per inciso), aleggia ancor oggi, in un tempo nel quale scacciati via i professionisti dell’antiamericanismo dai restauratori dell’ordine mondiale sempre in attività, gli States sono di nuovo al centro dell’attenzione mondiale, magari con un timoroso rispetto, al netto del cialtronismo opportunista di qualche politico neo-atlantista.
Nautilus n. 49 - luglio/agosto 2025
Sole e mare nell’Italia del boom
di Rossano Pazzagli
Passata l’esperienza traumatica della Seconda guerra mondiale e i primi difficili anni della ricostruzione, fu solo negli anni ’50 che gli italiani tornarono a godersi l’estate. Il turismo poteva riprendere l’itinerario di crescita, recuperando il ruolo economico e la complessità dei suoi significati, dopo l’interpretazione ideologica che ne aveva dato il fascismo e lo stop dovuto agli eventi bellici e alla priorità della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Nella media costa toscana, la piccola stazione balneare di San Vincenzo diventa lo specchio di un cambiamento di mentalità e di abitudini che si stava affermando nelle coste italiane. Lo sviluppo del turismo non era una novità. Già negli anni ’20 e ’30 grazie al turismo balneare molte località costiere sul Tirreno e lungo la costa adriatica, al Nord come al Sud, erano diventate importanti centri di vita economica e sociale. Fu il periodo in cui si svilupparono gli stabilimenti balneari, in taluni casi nati già nel corso dell’800, e nel quale cominciò a diffondersi una nuova cultura della vacanza e del corpo, con la comparsa dei nuovi costumi da bagno che lasciavano finalmente scoperte le gambe e le braccia, con le canzoni per l’estate e i giochi da spiaggia. Prima di allora si andava al mare vestiti o almeno coperti, utilizzando tende e baracche anziché i moderni ombrelloni. Le ragioni erano più di salute che di svago. Il turismo era rimasto a lungo un fenomeno d’élite. Con il boom economico le cose cambiano, il turismo tende a diventare di massa e si sviluppa un immaginario legato all’abbronzatura, ai raggi del sole come beneficio salutare ed estetico.
Nautilus n. 49 - luglio/agosto 2025
Alghero, il quarantotto per un paio di mutande
di Gianni Maragno
Quando si parla di ’48, il pensiero va all'anno 1848, con riferimento storico ai profondi rivolgimenti politici, nazionali e sociali, determinatisi in quel periodo in Italia e in Europa. Ma il ’48 delle spiagge fa riferimento ad un secolo dopo, ovvero alla missiva che dalla Questura di Sassari, il 15 luglio 1948, raggiunse gli uffici di Alghero, Olbia, Tempio, Oziero. Aveva ad oggetto il “Rispetto della pubblica decenza sulle spiagge e nei luoghi di cura”. Il Dr. Alfredo Ingrassia, reggente della Questura Sassarese, allertava i suoi collaboratori, con un comunicato che sbalordiva. “Con l’inizio della stagione balneare – si legge - sono stati rilevati abusi ai quali, sulle spiagge, si abbandonano taluni bagnanti in dispregio alle esigenze del pudore e della decenza e con grave scandalo specie per l’infanzia. Particolare indignazione suscita negli ambienti sani l’uso intrapreso da qualche tempo di ridurre il costume a proporzioni risibili, mediante il cosiddetto “slips” (sic). È evidente che l’uso dello “slips” non risponde neppure alle più mediocri esigenze di rispetto della pubblica decenza ed è pertanto indubitabile che, contro coloro i quali lo adoperano sulle spiagge, torna applicabile l’art. 726 del C.P.
Nautilus n. 49 - luglio/agosto 2025
L’estate negata: impaludamento, malaria e archeologia
di Rossella Schiavonea Scavello
Paolo Orsi desiderava tanto scavare le vestigia dell’antica Sibari. Avrebbe voluto intraprendere una ricerca sistematica, nel 1923, visti i risultati delle precedenti indagini. Ma i fondi stanziati dal Ministero arrivarono tardi, troppo tardi. Non per lo scavo, non per il desiderio di Orsi ma per la piaga che flagellò la costa ionica (e non solo) fino alla metà del XX secolo: la malaria. Le aree paludose, fino a quel periodo, erano scandite da ritmi imposti dall’impaludamento delle aree, dagli acquitrini, dalle febbri miasmatiche. Non c’era estate senza malaria, senza la malattia dei poveri, come verrà in seguito ricordata. Paludi e malaria. Così Giovanni Sole apostrofò uno dei suoi meravigliosi capitoli del suo volume Sibari. Storia mitica e miti storici. La storia delle città di Sibari-Thurii-Copia rimase indissolubilmente legata a questi fenomeni interconnessi, quasi a sugellare un legame tra territorio, obliterazione del dato archeologico, malattie, agricoltura. Sotto quel fango fetido – come scrisse Edoardo Galli – giacevano però antichità meravigliose.
Nautilus n. 48 - giugno 2025
Tra coltivazione e manifattura
Il lavoro femminile connesso al tabacco
di Rossella Del Prete
La storia del lavoro femminile connesso in varie forme al tabacco è una storia che racconta insieme dell’agricoltura e dell’industria, della città e della campagna, di uomini e di donne, ma anche di adolescenti. Si tratta di una storia larga e plurale, a più dimensioni e a più voci, che a volte si incrociano e si intersecano, a volte solo si affiancano e sovrappongono.
Tra Ottocento e Novecento, le donne impiegate nel duplice ciclo lavorativo del tabacco (agricolo e industriale) costituirono una categoria di lavoratrici italiane molto particolare: quelle impiegate nelle aziende a concessione speciale vissero a lungo una dimensione “rurale” della loro emancipazione, restando, di fatto, nel mondo contadino, pur se addette alla fase di prima trasformazione manifatturiera; al contrario, le tabacchine e le sigaraie delle grandi manifatture urbane (Torino, Milano, Venezia, Firenze) conquistarono un’autonomia economica che presto impararono a difendere con determinazione. Proprio la condizione di dipendenza dall’Amministrazione dei Monopoli di Statoconferì a tabacchine e sigaraie vantaggi e diritti inesistenti per altre categorie di lavoratrici: nella Manifattura, grande fabbrica di Stato, il salario, per quanto basso, era garantito e regolarmente elargito, inoltre, la presenza di organizzazioni sindacali, con un elevato numero di aderenti, permetteva importanti iniziative rivendicative.
Nautilus n. 48 - giugno 2025
Mani in pasta, piedi in pasta: saperi incarnati, paesaggi culturali
La tradizione della pasta in Campania
di Annalisa di Nuzzo - antropologa culturale (Univ. Suor Orsola Benincasa Napoli)
Il cibo, in quanto bisogno primario ed essenziale dell’uomo, ha trasceso la sua funzione di semplice fonte di nutrimento, evolvendosi in infinite plasmazioni culturali che ne hanno arricchito e continuano ad arricchire il significato. Esso si configura come un linguaggio simbolico complesso, un potente mezzo di costruzione identitaria e un luogo privilegiato della memoria collettiva. Il cibo agisce come un costante crocevia tra la dimensione più primordiale della natura e le stratificazioni elaborate della cultura. In questo scenario vasto e intricato, pochi alimenti sono riusciti a incarnare in modo così profondo e viscerale lo spirito, la storia e l'anima di un territorio come ha fatto la pasta in Campania.
Nautilus n. 48 - giugno 2025
Un navicello … carico di saperi
Smacchiatori, mastri d’ascia, calafati, carpentieri…. in Toscana tra ‘700 e ‘900
di Cristiana Torti
Con o senza vele, lungo da 8 a 20 metri, chiglia piatta per navigare in acque basse, stazza anche di 20 tonnellate, dall’epoca moderna fino alla metà del Novecento in Toscana il navicello è stato un diffusissimo mezzo di trasporto commerciale, e ha percorso in lungo e in largo l’Arno, i suoi affluenti, i canali fino al mare. Spartano, assai economico, maneggevole, capiente, resistente, ecologico: una vela latina quando c’era vento; una pertica da premere sul fondale per spingerlo a scivolare. A ritorno, controcorrente, nei punti più difficili lo si trainava con la fune alzaia (addetti al compito i bardotti) o con animali da tiro che procedevano sulla via alzaia lungo l’argine.
Trasportava granaglie per i mulini, farina, alimenti; ma anche sabbia, pietrame, mattoni caricati dalle fornaci lungo il fiume; traghettava persone nei “passi di barca”. Tragitti brevi o medi, fermate agli scali cittadini, soste nei piccoli porti fluviali.
Nautilus n. 47 - maggio 2025
La pace secondo Don Milani
di Agata Turchetti
“Duro e trasparente come il diamante, non poteva che ferire e ferirsi” disse don Raffaele Bensì, padre spirituale del Priore di Barbiana, ad Enzo Biagi in una drammatica intervista televisiva del 20 luglio 1971. Prete scomodo, ribelle all'autoritarismo prudenziale e ottuso. Maestro carismatico, tenero e intransigente, dai connotati arditi e radicali. Uomo di pace se con tale espressione si intende non soltanto assenza di guerra quanto tensione ideale, sostenuta da azioni concrete, hic et nunc, verso un mondo libero, equo, giusto, solidale nei confronti di ogni essere umano, fino all'ultimo degli ultimi.
Pace e giustizia camminano insieme. Lo spirito di pace vive solo nella giustizia. L'insegnamento evangelico di Matteo era risuonato nella Pacem in terris di Giovanni XXIII e nella prima Marcia della Pace di Aldo Capitini, ad Assisi, con la bandiera arcobaleno “segno dell'alleanza tra Dio e la terra”.
Nautilus n. 47 - maggio 2025
Gaeta 46 anni dopo
di Vittorio Graziosi
E così… dopo 45 anni ho rivisto il portone di legno borchiato, antico, che il 21 Settembre 1980 si chiudeva alle mie spalle.
Era la conclusione della mia esperienza come detenuto, nel Reclusorio Militare di Gaeta. La fine dei dodici mesi di condanna, ricevuti per il rifiuto alla divisa militare.
… Tutto aveva avuto inizio i primi di ottobre del 1979, quando alla chiamata alla leva militare a Barletta, mi ero rifiutato di accettare la divisa.
Ero determinato a mettere i bastoni tra le ruote – a tutti i costi – a chi non amava la pace. Quella ipocrisia che fa armare le nazioni per la difesa dei “sacri confini” e per questo ogni nazione del mondo ha un Ministero della Difesa e nessuno ha il Ministero dell’Attacco (ma poi… qualcuno attacca), non avrebbe avuto la mia complicità.
E così, dopo tredici giorni di detenzione blanda a Barletta, avevo visto arrivare quattro carabinieri che dopo avermi letto il capo d’imputazione “Rifiuto alla divisa” dal mandato n. 193.79.568.79 (lo so perché me lo sono tatuato) mi avevano ammanettato e così conciato tradotto al carcere militare di Bari Palese. Di questo Carcere moderno e piuttosto liberale nella gestione, sono stato ospite per tre mesi, fino al 13 gennaio 1980 quando vengo trasferito al Reclusorio di Gaeta, un carcere famigerato, più che famoso.
Nautilus n. 46 - aprile 2025
La fine dello spazio pubblico europeo
di Nicholas Tomeo
Alla domanda di un ragazzino che, nei fatti, si domandava circa “l'utilità” della storia invitando il padre a spiegargli a cosa essa servisse, Marc Bloch cercava di rispondere ponendosi il problema della legittimità della storia la quale, dice, ricompare eternamente, soprattutto nei momenti di turbamento e smarrimento per spingere l'umanità a interrogarsi su se stessa; “vorremmo soprattutto prevedere il nostro destino e forse guidarlo un po'”, diceva Bloch, voltandoci verso il passato, sperando sia foriero di segreti del presente, nella speranza di intravedere quelli del futuro.
Se allora ci voltassimo indietro scrutando tra gli articolati spazi della storia dell'Unione Europea per cercare di dare alcune risposte alla crisi diplomatica europea e internazionale, potremmo, forse, se non proprio svelare i segreti di tale smarrimento, tentare quantomeno di arrivare a raggiungere delle risposte che riempiano le complessità dell'odierno di quella necessaria pregnanza che la storia, se interrogata a dovere, riesce a fornire.
Nautilus n. 45 - marzo 2025
Il Mediterraneo e le radici emigratorie delle golondrinas
Marzo 1891 – marzo 2025: 134° anniversario dal tragico naufragio del piroscafo Utopia
di Gianni Palumbo
La leggenda narra che quando l’ultimo avamposto arabo in Europa, il sultanato di Granada, cadde sotto i colpi della Reconquista spagnola ad opera congiunta dei Regni di Castilla e di Aragona, ai mori che non vollero convertirsi al cristianesimo non rimaneva far altro che fuggire verso il mare. Su un irto sperone montuoso, durante la fuga, si fermarono, guardarono per l’ultima volta la loro città e Boabdil, Muhammad XI, ultimo sultano della dinastia dei Nasridi, si voltò per un ultimo sguardo al suo dominio perduto, alla magnificenza de la Alhambra, alle distese meravigliose della verde vallata che la circondava, pianse perdutamente e sospirò: “Ahh Granada!”. Da qui il nome di quella località, El suspiro del moro, da cui si osserva Granada da una parte e il Mediterraneo dalla parte opposta; il mare quale elemento liberatore o via di fuga per la salvezza o per nuove, insperate, avventure.
Nautilus n. 45 - marzo 2025
Emigranti di ieri e di oggi
L’importanza di non dimenticare il passato
di Ilaria Zilli
Le grandi ondate migratorie che a partire dall’800 hanno cambiato i destini di intere comunità in Europa e nel nuovo mondo sono stati uno dei temi “classici” della riflessione storiografica e non, sia in Italia che all’estero. Così come “classici” (e in quanto tali credo noti a tutti) sono stati i grandi dibattiti che hanno appassionato una intera generazione di studiosi su quali fossero state le cause di questo esodo massiccio: se espulsive (la grande miseria delle nostre campagne) o attrattive (le grandi ricchezze e potenzialità di riscatto, vere o presunte, offerte dai paesi di destinazione). O anche su quali fossero poi state, non solo e non tanto le loro conseguenze economiche e sociali nei paesi d’origine, ma quelle sulle economie dei paesi in cui si erano trasferiti. Questo flusso inarrestabile di persone, che ha segnato in modo indelebile la storia dell’Europa contemporanea, ha condizionato infatti in egual, se non in maggior misura, la storia dei paesi che li hanno accolti, anche se oggi sembrano tutti dimenticarsene.
Nautilus n. 45 - marzo 2025
Il territorio di San Giorgio Albanese prima e dopo la migrazione degli Albanesi in Calabria
di Rossella Schiavonea Scavello, Ricercatore Indipendente
1. Dall’età protostorica al X secolo d.C.
S. Giorgio Albanese sorge sul versante settentrionale della Sila Greca, situato su un’altura che si affaccia sulla Valle del Crati e sulla Piana di Sibari, tra due fiumare alle falde della Serra Crista di Acri. Il comune si estende per 22,68 km2 e ha un’altitudine massima di 428 m s.l.m. L’arrivo dei primi esuli albanesi funge da spartiacque per lo studio del paesaggio su lungo periodo del territorio pertinente a S. Giorgio. Vi sono dati d’archivio, bibliografia e fonti orali che informano di una frequentazione dell’area a partire dall’età del Bronzo. In contrada Pantanello, sono stati individuati alcuni frammenti ceramici pertinenti al Bronzo Finale/Prima età del Ferro. Questi manufatti sono oggetti ceramici di vario tipo, tra i quali si notano un frammento di vaso con ansa a nastro, due frammenti di tazza carenata, tre fuseruole, due frammenti di anse e un vasetto miniaturistico (Scavello 2006-2007, p. 78 e pp. 118-122).
Nautilus n. 44 - febbraio 2025
Da Toscanelli a Cavicchi
Giochi di campagna tra Ottocento e Novecento
di Rossano Pazzagli
Due libri, distanza più di un secolo l’uno dall’altro, danno conto in modo dettagliato della vita delle campagne, degli aspetti tecnici e colturali, ma anche degli usi e costumi delle famiglie contadine. L’economia rurale descritta nella provincia di Pisa di Giuseppe Toscanelli e La mia terra. Memorie di un tempo che fu di Coraldo Cavicchi. Nell’800 e nel primo ‘900 della provincia di Pisa facevano parte anche i territori dell’Alta Maremma, cioè quell’area compresa tra Rosignano e Volterra a nord e Piombino e Suvereto a sud. Erano territori rurali con già qualche barlume di industria, che poi si sarebbe sviluppata nel corso del secolo, dove prevaleva ancora una civiltà contadina fatta di fatiche e di rapporto con la natura, ma non scevra del gioco e della festa. Questi costituivano, anche nelle epoche passate, una dimensione significativa nella vita delle persone, bambini o adulti che fossero.
Nel mondo contadino si lavorava molto, ma ci si divertiva pure. Si lavorava alacremente e continuativamente, seguendo le ore del giorno e le stagioni dell’anno, senza alcuna distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero. Si può dire che il tempo libero non esisteva e che tale concetto apparirà solo con l’affermarsi dell’era industriale.
Nautilus n. 43 - gennaio 2025
I beni comuni nella storia
Gestione delle risorse ed equilibrio ambientale
di Gabriella Corona
Per quanto riguarda l’Italia, quando si parla di beni comuni in una prospettiva storica si intendono le proprietà collettive che facevano riferimento a differenti comunità ed associazioni ai quali era affidato il potere di governarli e gestirli. Lungi dall’essere uniformi lungo il territorio della penisola, proprietà collettive e usi civici hanno conosciuto una casistica molto varia e articolata.
Un criterio esclusivamente familiare regolava l’appartenenza alle Regole, diffuse sulle Dolomiti con particolare riguardo al Cadore. In questo caso i beni in comune facevano riferimento a gruppi di coeredi discendenti da un unico capostipite. Nel caso delle società degli originari, invece, diffuse soprattutto in Lombardia e in Veneto, erano ammessi alla redistribuzione delle rendite provenienti dai beni comuni solo coloro che appartenevano alle famiglie più antiche e potenti.
Nautilus n. 42 - dicembre 2024
Musica e storia
Piccola guida all'ascolto per storici e scrittori
di Stefano d’Atri
Recentemente, a conclusione del mio viaggio letterario nei territori della pasta tra Settecento e Ottocento, confessavo di non aver «viaggiato solo con l’aiuto delle parole ma, come è mia abitudine, mi sono fatto accompagnare dalla musica, da sempre fedele compagna di scrittura. Johann Sebastian Bach, quasi sempre» (d’Atri).
La musica è la mia fedele compagna di scrittura sin dai tempi dell’Università. Mi aiuta a concentrarmi, mi rilassa nei momenti difficili, mi consiglia - per parafrasare Marc Bloch - la direzione di marcia. E quando sono in difficoltà mi rifugio nel mio porto sicuro, ovvero nelle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach interpretate da Glenn Gould (la prima versione, però, quella del 1956!): mi guidano fuori dalle acque agitate e mi conducono dove il mare è più tranquillo, dove posso navigare con sicurezza. Sempre.
Nautilus n. 42 - dicembre 2024
Musiche tradizionali regionali
La zampogna molisana e i musicisti girovaghi
Il Molise interno, fino alle trasformazioni epocali degli anni Sessanta del Novecento, ha conservato alcune espressioni di tradizioni musicali sia riguardo all’ambito performativo – con repertori e modalità esecutive legate principalmente ai cicli stagionali annuali o a peculiari cerimonialità - sia in relazione a quello della costruzione di strumenti che lo hanno caratterizzato e, in forme peculiari di persistenza e/o riscoperta, legate anche a processi di patrimonializzazione, ancora lo caratterizzano.
Di particolare rilievo sono state, ed in parte sono, le tradizioni musicali e costruttive di strumenti musicali legate a due aree montane della regione, quella del Matese e quella delle Mainarde, rispettivamente rappresentate dai comuni di San Polo Matese e di Scapoli.
Tali tradizioni sono, ancora oggi, essenzialmente rappresentate dalla zampogna, cosiddetta molisana, e dalle musiche con essa prodotte, da sola, oppure insieme alla ciaramella (un oboe popolare) o alle voci.
Nautilus n. 41 - novembre 2024
Vespa, uno stile di vita
di Marco Bracci
La Vespa non è soltanto un mezzo di trasporto, ma un oggetto sociologicamente rilevante. Come ogni invenzione tecnologica.
Nata nel 1946, in un’Italia sconvolta dalla guerra e all’avvio di in un processo di ricostruzione che sfocerà nel cosiddetto “boom economico” (1958-1963), la Vespa diventa veicolo – in senso tanto letterale quanto simbolico – di una trasformazione più ampia, che coinvolge il tessuto sociale, le pratiche (di consumo) quotidiane e l’immaginario collettivo. Diventa il simbolo di un paese in transizione verso la modernità.
Il suo nome deriva dall’esclamazione fatta da Enrico Piaggio, che l’aveva ideata, quando per la prima volta la vede, sente il rumore del motore ed esclama: “sembra una vespa!” Nasce come mezzo di locomozione per milioni di famiglie italiane del secondo dopoguerra, ma diventa ben presto un oggetto simbolico che tesse una fitta rete di relazioni sociali, economiche e culturali.
Nautilus n. 41 - novembre 2024
Curare gli animali
Le origini della veterinaria
di Rossano Pazzagli
1. Bestie per l’agricoltura e per la guerra
Fu essenzialmente tra ‘700 e ‘800 che la medicina degli animali da arte empirica venne trasformandosi in scienza veterinaria, con la progressiva definizione di un profilo professionale nuovo – quello del veterinario – formato in apposite scuole che, ufficialmente istituite, contribuiscono al processo di standardizzazione e omogeneizzazione delle conoscenze. Questo percorso richiese, tuttavia, un arco temporale abbastanza lungo, compiendosi definitivamente solo nel corso del secolo XIX, quando la disciplina veterinaria cominciò a muovere i primi passi in Italia.Un ruolo importante, per lo sviluppo dell’interesse verso la salute degli animali, fu giocato dalle grandi epidemie che imperversarono in tutta Europa dal XV al XVIII secolo. Le epizoozie, che spesso accompagnavano le epidemie di peste, colpivano duramente il patrimonio zootecnico e alimentavano il sospetto della trasmissione all’uomo.
Nautilus n. 40 - ottobre 2024
Scienza Aperta e archivi digitali. Tutela e valorizzazione del Cultural Heritage di fronte alla sfida del cambiamento climatico
di Maddalena Chimisso (Università degli Studi del Molise)
La Berlin Declaration on Open Access to knowledge in the Science and Humanities (2003) e la UNESCO Recommendation on Open Science (2021), entrambe recepite dal Programma Nazionale per la Ricerca 2021-2027 attraverso il Piano Nazionale per la Scienza Aperta (2021), pongono l’accento sull’importanza delle procedure Open Access (OA) a supporto della scienza aperta, che rafforza la collaborazione scientifica e la diffusione delle informazioni, alimenta processi di creazione e di diffusione della conoscenza scientifica «aux acteurs de la societé au-delà de la communauté scientifique traditionelle» [UNESCO Recommendation on Open Science, 2021, p. 8], rende le conoscenze scientifiche multilingue e liberamente accessibili a tutti.
Nautilus n. 38 - settembre 2024
La forma della famiglia tra storia e identità
di Rossano Pazzagli
"Io sono dei Michelotti di Buggiano". Appartenenza spaziale e appartenenza familiare si intrecciano costantemente, definendo le coordinate della posizione di ciascun individuo: la famiglia, come il paese, costituisce il principale ambito sociale di riferimento; in più essa è la cellula elementare della riproduzione, non solo biologica, ma anche di status e condizione sociale, dunque di comportamenti e di valori. Gli ormai numerosi studi di storia e di sociologia della famiglia dimostrano che questa, oltre a rappresentare lo strumento per eccellenza dell'organizzazione sociale, costituisce anche il più importante riferimento nella sfera psicologica e sentimentale: essa è un valore in sé, per cui possiamo considerarla uno dei luoghi reali e simbolici dell'identità. Società differenti, o segmenti sociali differenti, sono strettamente correlati a tipologie e meccanismi familiari diversi. Così, famiglie e paesi possono essere assunti come terreno privilegiato per una lettura dell'organizzazione sociale e dei meccanismi riproduttivi di un dato sistema di valori.
Nautilus n. 38 - settembre 2024
Luci e ombre delle famiglie coloniche
di Alessandra Martinelli
Un grande tavolo di ciliegio (aperto poteva ospitare ventiquattro persone) troneggiava nella cucina dei miei nonni quando ero piccola. Era una delle ultime testimonianze di una grande famiglia mezzadrile che ormai non esisteva più da molto tempo. Era anche un po’ un simbolo di quella che, nell’immaginario collettivo, è stata la famiglia contadina in Toscana fino al primo dopoguerra: un insieme di generazioni e nuclei familiari che vivevano sotto lo stesso tetto, nonni, figli, mogli, nipoti, tutti insieme in una “grande, bella e felice famiglia”.
La realtà come sempre è ben diversa. I numerosi studi sul mondo contadino hanno fatto emergere luci e ombre di questi aggregati. Nel corso dell’800, e fino alla prima metà del XX secolo, la stragrande maggioranza degli italiani viveva in diretto contatto con la terra e da essa traeva i mezzi per la propria sussistenza.
Nautilus n. 37 - luglio2024
Le origini della letteratura di viaggio
La “Guida rossa” e la conoscenza dell’Italia
di Rossano Pazzagli
Il viaggio è vecchio quanto la storia dell’uomo sulla terra e fin dall’antichità i racconti del territorio emergono come un particolare genere letterario. Già Erodoto nei suoi viaggi in Persia, in Sicilia e in Egitto descriveva il paesaggio, i modi di vivere e le culture dei popoli incontrati. Ma la prima vera e propria guida di viaggio può forse essere attribuita a Pausania, un greco vissuto nel II secolo a. C. che scrisse un diario di viaggio attraverso la Grecia (Helládos Periēgēsis) con l'indicazione dei luoghi più notevoli, delle curiosità e delle possibilità di trovare alloggio e vitto.
Nel mondo romano erano di grande aiuto ai viaggiatori i cosiddetti Itineraria, cioè descrizioni delle principali vie di collegamento con l’indicazione delle stazioni di sosta e delle distanze.
Durante l’età medievale i Mirabilia accompagnarono i viaggiatori che percorrevano le grandi vie del pellegrinaggio religioso, da Roma a Gerusalemme, da Santiago de Compostela agli altri santuari europei, con informazioni anche sugli ospizi e i pericoli del percorso, senza contare il primo vero e proprio reportage di viaggio rappresentato da Il Milione, l’opera che alla fine del XIII secolo il mercante veneziano Marco Polodettò a Rustichello da Pisa descrivendo il suo lungo viaggio in Cina e in Oriente.
Nautilus n. 37 - luglio 2024
Storia del viaggio/Il viaggio nella storia
di Paolo Giovannini
Sebbene il viaggio sia stato da sempre un fattore fondamentale della storia umana, nella sua molteplicità di motivazioni, strategie e implicazioni politiche, economiche, sociali e culturali, soltanto negli ultimi decenni la storiografia si è soffermata specificatamente sull’argomento, nel quadro del rinnovamento degli studi storici, con un’ulteriore apertura della ricerca storica alle altre scienze sociali, che ha avuto come ricaduta un allargamento delle fonti e del ventaglio delle tematiche, permettendo così agli studiosi di inoltrarsi in territori finora poco frequentati oppure del tutto inediti.
Non a caso ciò è avvenuto in un periodo storico segnato dagli effetti della cosiddetta “seconda globalizzazione” (dopo la prima di fine ‘800) e dall’epocale cambiamento nella storia delle migrazioni prodottosi a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, che ha visto l’Europa divenire terra di immigrazione dopo essere stata per secoli (dall’inizio del XVI secolo) esportatrice di risorse umane un po’ a tutte le latitudini, con obiettivi diversi, dalla scoperta al popolamento, dalla conquista al colonialismo.
Nautilus n. 37 - luglio 2024
Tra viaggio e paesaggio: immagini e stereotipi dal Grand Tour a Instagram
di Nicola Gabellieri
“Da Bolzano a Trento si percorre per circa nove miglia una valle sempre più ubertosa. Tutto ciò che fra le montagne più alte comincia appena a vegetare, qui acquista forza e vita; il sole brilla con ardore e si crede ancora in un dio” (Goethe, 1817, trad. ita. Zaniboni, 1910, p. 13).
A scrivere queste parole – affacciandosi all’alba dei suoi 37 anni nella valle dell’Adige – è Johann Wolfgang von Goethe(1749-1832), il Vate tedesco. La narrazione segue il filo del viaggio che da Innsbruck lo porta sino a Roma, poi a Napoli ed oltre, sino in Sicilia. Un itinerario impregnato di wanderlust continua che Goethe modella volentieri con piccole e significative deviazioni; infatti, dopo poche pagine, aggiunge “con che ardente desiderio vorrei che i miei amici si trovassero un momento qui con me, per poter gioire della vista che mi sta innanzi! Per questa sera, mi sarei già potuto trovare a Verona; ma a pochi passi da me c’era questo maestoso spettacolo della natura, questo delizioso quadro che è il lago di Garda, ed io non ho voluto rinunciarvi; così mi trovo splendidamente compensato d’aver allungato il cammino” (Goethe, 1817, trad. ita. In Zaniboni, 1910, pp. 30-31).
Nautilus n. 36 - giugno 2024
Le officine reggiane
Da area industriale e produttiva a luogo di cultura
di Gabriella Bonini
Le Officine Reggiane, adiacenti alla stazione ferroviaria di Reggio Emilia, costituiscono una pietra miliare nella storia dell'industria italiana e della città. Sono fondate nel 1901 dall’Ing. Romano Righi per la produzione ferroviaria, proiettili d'artiglieria e aerei da combattimento. La Prima guerra mondiale favorisce questa produzione tanto che all'inizio del 1918 le Officine entrano in contatto con il mondo aeronautico e con la Caproni che le rileverà negli anni Trenta per farne un centro europeo di produzione di aerei da caccia e biplani trimotori da bombardamento (Caproni Ca.44, Ca.45, Ca.46 e Ca.5, quest’ultimo con designazione del Regio Esercito). Con l’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale si sviluppano velivoli sperimentali e nuove soluzioni tecnologiche tanto che gli ordini arrivati durante gli anni della guerra da Germania e alleati aumentano notevolmente il fatturato. Nonostante in quegli anni l'azienda sia sottoposta a un rigido controllo da parte del regime fascista, in quanto azienda strategica sul piano militare, al suo interno sono presenti molti elementi antifascisti. Se fino al 25 luglio 1943 l'opposizione si limita al volantinaggio e al disegno di falci e martello sui macchinari a fini di propaganda, il 28 luglio 1943 gli operai, sfidando le disposizioni ferree di Badoglio, che proibiscono assembramenti oltre le tre persone, danno vita ad una manifestazione per chiedere la fine della guerra. All’uscita degli operai dai cancelli dello stabilimento un distaccamento di bersaglieri apre il fuoco e nove operai rimangono uccisi. Data da allora ricordata come “Eccidio delle Reggiane”. Il 7 e 8 gennaio 1944 gli stabilimenti delle Reggiane vengono rasi al suolo nel corso di due bombardamenti alleati e nel 1945 la divisione aeronautica cessa di esistere.
Nautilus n. 35 - maggio 2024
Fruttuoso è lo studio della storia
di Giuseppe Restifo
“Comprendere non ha nulla di passivo”, diceva Marc Bloch: chi studia la storia opera scelte e distinzioni, ovvero analizza la realtà che si propone di indagare. Così si affronta l’indispensabile e fruttuosa ginnastica dello studio del passato, poiché esso soltanto ci permette di misurare fino in fondo gli esiti contemporanei delle vicende che ci hanno preceduto.
“Lo storico deve liberamente lavorare alla frontiera, sul confine, un piede di qua, uno di là. Lavorare utilmente”. Egli appare per certi versi allora come un “lavoratore socialmente utile”, in quanto si potrebbe definire, con Lucien Febvre, la funzione sociale della storia come l’organizzazione del passato in funzione del presente. Infatti è impossibile comprendere il tempo in cui viviamo senza conoscere quanto l’ha preceduto; nessun dubbio sussiste sul fatto che il presente sia inintelligibile senza un certo studio del passato.
Nautilus n. 34 - aprile 2024
Il “Battaglione Mario”: mosaico di lingue, culture e religioni nella Resistenza italiana
di Matteo Petracci
La caratteristica principale del “Battaglione Mario”, formazione partigiana dislocata nel versante meridionale del massiccio del Monte San Vicino, a cavallo tra la provincia di Macerata e quella di Ancona, è rappresentata dal suo carattere spiccatamente internazionale.
La presenza documentabile di partigiane e partigiani italiani, inglesi, scozzesi, russi, ucraini, montenegrini, sloveni, croati, e poi ebrei italiani, polacchi e cecoslovacchi permette di ricostruire la storia di un vero e proprio melting pot resistente, multietnico, mistilingue e multireligioso, operante in una regione spesso apparentemente periferica rispetto ai “grandi” processi storici, tranne che per alcune parentesi, come la Settimana Rossa del 1914 o la Rivolta dei Bersaglieri del 1920.

Nautilus n. 34 - aprile 2024
Ad ottant’anni dalla Liberazione del nostro territorio
di
Catia Sonetti (direttrice Istoreco di Livorno)
Tutto il territorio della nostra regione, dal sud fino alla linea gotica che interessò le province di Massa e Carrara e una parte della provincia di Pistoia, soprattutto nella sua parte montuosa, fu liberato nel 1944. Le zone rimaste fuori furono liberate il 25 aprile del 1945. Nell’anno in corso, pertanto, ricorderemo l’80° anno dall’arrivo degli Alleati che insieme alle truppe partigiane sconfissero le ultime resistenze nazifasciste nel centro sud della nostra provincia.
Questo anniversario cade in un contesto storico, sia nazionale che internazionale, assai problematico: dalla guerra in Ucraina invasa dai russi, alla guerra nella striscia di Gaza tra esercito israeliano e Hamas che con l’aggressione terroristica del 7 ottobre e con le sue 1.500 vittime innocenti, ha provocato da parte del governo israeliano una risposta che ha superato tutte le peggiori aspettative con oltre 32.000 morti tra i palestinesi e la tenuta in ostaggio ad oggi, ancora di 130 israeliani. Nel contesto italiano con la presenza al governo del Paese degli eredi della fiamma tricolore che sono incapaci persino di pronunciare la parola: antifascista.
Nautilus n.34 - aprile 2024
Una lunga Resistenza: l’Italia dalla Marcia su Roma al 25 aprile 1945
di Francesco Catastini
A partire dai miei primi lavori dedicati al tema affrontato in questo numero di “Nautilus”, ho sempre pensato che, almeno per quanto riguarda il caso italiano, sia molto difficile separare Resistenza e antifascismo. Cercare di definire questa sorta di concetti primitivi è complicato. La prima difficoltà si incontra tentando di definire Resistenza quando cerchiamo di stabilire un’equivalenza tra il termine e il suo significato.
La più classica definizione da dizionario, separando, anche se solo per un istante, la parola dalla sua area semantica, ci spiega che la resistenza è la proprietà di un corpo di non mutare se viene sottoposto a cambiamenti. In effetti, i partigiani italiani per autodefinirsi quasi mai facevano ricorso a questo termine. Come ha scritto Valerio Romitelli «è che per resistere bisogna aver qualcosa di preciso da difendere o cui fare riferimento: un esercito, magari anche sconfitto (come per i francesi fedeli al governo De Gaulle), o anche solo da ricostruire (come per i repubblichini sempre fedeli al Duce)» (L’odio per i partigiani: come e perché contrastarlo, Napoli, Cronopio, 2007). Se in Europa gli Alleati spingevano i popoli sottomessi dalla Germania nazista alla Resistenza, come già osservato dalla parte più attenta della storiografia italiana, in Italia ben pochi avevano il prestigio e la credibilità istituzionale di De Gaulle o di Stalin per incitare a resistere contro gli occupanti.
Nautilus n. 33 - marzo 2024
Storia delle istituzioni manicomiali e della psichiatria
Come recitano i dolenti versi di una poesia di Alda Merini, echeggiante la sua lunga esperienza di internata, «il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l’anonimità misura, /il manicomio è il monte Sinai, /maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta».
In effetti l’istituzione manicomiale, sin dalle sue origini, fra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, viene a svolgere funzioni ambivalenti, se non contraddittorie, proponendosi da un lato come strumento terapeutico, come luogo deputato al risanamento delle menti malate o “disturbate” (anzi essa stessa terapia per eccellenza, attraverso la segregazione) e alla costruzione del sapere psichiatrica, dall’altro come dispositivo disciplinare e correttivo, nonché come “contenitore” nel quale rinchiudere (più o meno a lungo) le scorie della società, delle trasformazioni sociali ed economiche di volta in volta in atto, dove isolare gli improduttivi, gli “inutili”, dove internare coloro che non riescono oppure rifiutano di adattarsi alle morali dominanti e al mutare dei contesti storici.
Nautilus n. 33 - marzo 2024
La ricerca del benessere: alle radici del turismo
Più si studia la storia del turismo, più emerge con chiarezza che la ricerca della salute e del benessere giocò un ruolo importante nella diffusione di molte di quelle pratiche di viaggio e di soggiorno che a metà Ottocento, con il potenziamento dei servizi, maturarono in turismo.
Conclusa l’età napoleonica, in un continente politicamente stabilizzato, nei mesi invernali il bisogno di caldo e di sole spinse tanti uomini e donne dei Paesi del Nord a effettuare lunghi soggiorni climatici nelle località del Mediterraneo. Quella pratica vide l’Italia tra le mete più desiderate e frequentate, tanto che fino ai primi del Novecento la stagione per antonomasia fu l’inverno, perché nei mesi più freddi chi poteva fuggiva dai climi rigidi del Nord e cercava il benessere del tepore mediterraneo.
Nautilus n. 32 febbraio 2024
La scelta delle donne
La memoria al femminile dei fratelli Cervi
di Anna Bigi
Dei sette fratelli Cervi si è scritto molto, il loro sacrificio è entrato a pieno titolo nella storia della Resistenza e dell’antifascismo[1]. Il loro padre, Alcide, è conosciuto in Italia e non solo come Papà Cervi.
Ma se è stato possibile raccontare la storia di questa famiglia è soprattutto perché le loro compagne hanno deciso di proseguire la loro vita nella scia delle scelte compiute “dai loro uomini”. Del ruolo svolto dalle donne di casa Cervi sia durante la Resistenza che dopo, ci si è occupati poco, eppure è evidente quanto queste quattro donne che hanno condiviso con i loro mariti un tempo brevissimo siano state fondamentali sia nel sostenerne l’impegno resistenziale che nel trasmetterne la memoria già molto prima che “entrassero nel mito”.
[1] I fratelli Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore Cervi, antifascisti e contadini emiliani, furono fucilati dai repubblichini fascisti agli albori della Resistenza, il 28 dicembre 1943 a Reggio Emilia.
Nautilus n. 32 febbraio 2024
I mestieri delle donne
Per una storia del lavoro al femminile tra Otto e Novecento
Alle soglie dell’età contemporanea, in una economia caratterizzata da una ancora debole industrializzazione, la pluriattività e il lavoro femminile assumevano una dimensione rilevante, che riguardava soprattutto le attività relative al tessile, ai servizi domestici e all’agricoltura: oltre a quella di contadina, intorno alla metà dell’Ottocento nei censimenti dei diversi Stati italiani preunitari, le condizioni professionali più rappresentative per quanto riguarda le donne erano infatti quelle di calzettara, cucitora, filatora, tessitora e altre connesse al settore. Nel paese di Borgo a Buggiano, ad esempio, che a tale epoca contava poco meno di 2000 abitanti e costituiva il centro più vitale e manifatturiero del comune di Buggiano, in Valdinievole, le donne impegnate in attività non agricole erano la maggioranza (circa il 57%) della popolazione attiva femminile e tra di esse prevalevano largamente – appunto – calzettaie, filatrici, cucitrici e trecciaiole. Mentre le attività di calzettaia e di tessitrice rimandano alla generalità delle lavorazioni tessili, esercitate negli strati popolari per l’autoconsumo o per imprenditori manifatturieri che adottavano il sistema dell’industria e domicilio, la definizione di “filatrice” o “filatora” riguarda essenzialmente la seta, che rappresentava un comparto importante dell’economia, i termini “cucitora” e “trecciaiola” corrispondono più precisamente alla fabbricazione dei cappelli.
Nautilus - n- 28 Ottobre 2023
Adamo, Eva e il mito della performatività
Una breve storia del concetto di lavoro
di Patrizia Lessi
Cosa intendiamo oggi col termine lavoro?
Ciò che facciamo per vivere? Il mestiere che ci permette di mangiare e pagare le bollette? Il dovere opposto al piacere?
La Costituzione italiana fonda tutta la Repubblica sul lavoro. Perché? Che valore ha avuto dal passato fino ad oggi il concetto di lavoro nella nostra cultura?
Nella Grecia classica lavoravano i poveri, gli schiavi, coloro che dovevano prestare il proprio corpo per delle funzioni, rinunciare al possesso delle proprie braccia, delle mani, della schiena per fare cose evitate da chi, a quel possesso, non doveva rinunciare, essendo il cittadino in grado di contribuire alla grandezza e alla bellezza della Polis, qui intesa non solo come città, ma come Stato, cultura, mondo. A rendere disprezzabile il lavoro era inoltre la fatica fisica, lo sforzo costato per portare a termine un compito utile. Quella fatica fatta col corpo non poteva essere elevata al livello di quella utilizzata per pensare, ideare cose, meditare. Anche nella Bibbia si sancisce col lavoro la condanna dell’umanità all’inizio della propria esperienza terrena.
Nel Genesi Dio decreta che Adamo e i suoi discendenti dovranno vivere lavorando la terra da cui sono stati tratti.
Ciò di cui l’umanità è fatta, la consistenza stessa del mondo, diventa contemporaneamente sostentamento e limite dell’esistenza umana...
Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023
Non solo storia: il Mediterraneo
The grand object of all travel is to see the shores of the Mediterranean
Samuel Johnson
Per i turchi Ottomani era Akdeniz, il Mar Bianco. Il turco, infatti, usava i colori per riferirsi ai punti cardinali: bianco, Ak, per l’Occidente, dunque il colore del Mediterraneo per chi veniva dall’Asia Minore come loro (Vanoli). Per i Romani era Mare nostrum. Gli ebrei si riferivano a lui come al Grande Mare (Abulafia).
Ma che cosa è il Mediterraneo?
Se siete alla ricerca di una risposta semplice, allora potere cambiare lettura. Quello che cercherò di fare qui è indicare possibili percorsi interpretativi, con la consapevolezza che nessuno ha la risposta. Poi lascio ai lettori la scelta di quale percorso intraprendere per ri/scoprire il Grande Mare.
Iniziamo, allora.
Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023
Gli agrumi e il Mediterraneo, un incontro fecondo
Le ragioni del diffondersi degli agrumi, dalle originarie regioni asiatiche fino alle terre più fertili di ogni continente e ai giardini più preziosi, si ritrovano nella prefazione al Traité du Citrus (1811) nella quale Giorgio Gallesio dà conto dei caratteri particolari dei loro frutti ed alberi: “Questi alberi affascinanti riuniscono nello stesso tempo i vantaggi delle piante ornamentali e quelli delle piante utili, niente uguaglia la bellezza del loro fogliame, il soave profumo dei loro fiori, la lucentezza e il gusto dei loro frutti: nessuna altra pianta fornisce così deliziose confetture, piacevoli condimenti, acque profumate, essenze, sciroppi e il prezioso acido che tanto si usa per i coloranti: tutto, insomma, in questi alberi, affascina gli occhi, soddisfa l’odorato, stimola il gusto, nutre il lusso e le arti, e mostra all’uomo stupito l’insieme di tutti i piaceri”.
La loro storia inizia nelle regioni tropicali ai piedi dell’Himalaya...
Nautilus - n- 25/26 Luglio-Agosto 2023
Un mare di ospiti
Quando in classe al liceo comincio a “raccontare” il Mediterraneo e le prime civiltà nate nel Mare Nostrum il discorso cade subito sul loro senso dell’ospitalità, il tratto contraddistintivo di quella gente e di quei popoli vissuti così tanti secoli fa.
Prendiamo l’epica e il più antico dei due poemi omerici, l’Iliade. Diomede, grande eroe greco, si trova a combattere in singolar tenzone contro il giovane troiano Glauco. Seguendo un codice cavalleresco che farà scuola nelle età successive, Diomede chiede al nemico: chi sei? Chi vincerò? A quale stirpe appartiene colui che mi potrebbe dare la morte? Glauco menziona l’illustre avo, Bellerofonte, che si si scopre essere stato ospitato dal nonno di Diomede. Lo scontro muore sul nascere, i due eroi scendono da cavallo e si scambiano le armature: quella d’oro di Diomede, ben più preziosa, va a Glauco che dona, come ricordo dell’ospitalità ricevuta, la sua corazza di bronzo. Il vincolo ospitale è più importante dello scontro eroico e del valore squilibrato dello scambio...
Nautilus - n- 24 Giugno 2023
Se le scuole fanno storia, memoria e patrimonio.
Un fertile terreno per esercitare il mestiere di storico
La scuola italiana non è solo l’occasione per riflettere sulle sfide che la società deve affrontare per formare le future generazioni nei sistemi complessi, ma rappresenta anche l’ambito attraverso il quale ripensare il passato a partire dalle domande del presente.
Ma come ci è stata tramandata la rappresentazione della scuola del passato? Che visioni di società le classi dirigenti e quelle popolari hanno espresso nel corso dei secoli che ci hanno preceduto? Che cosa hanno studiato gli alunni e gli allievi delle nostre scuole? In quali condizioni hanno esercitato la professione insegnante i tanti maestri e maestre, o le tante professoresse e professori che hanno animato le aule scolastiche? Ed oggi attraverso quali forme la memoria della scuola condiziona la rappresentazione storica delle nostre scuole?
Nautilus - n. 23 Maggio 2023
Il naufragio del piroscafo Utopia del 1891
Tra scarsità di conoscenza, mood politico condizionante e asfittica ricerca delle fonti
di Gianni Palumbo
Nella storia dell’umanità nomade, errante, che migra per tanti e differenti motivi, ogni naufragio - antico o recente - è causa di dolore.
Dolore generato anteriormente dalla drammaticità dell’evento, sovente premonitore di sottrazione di vite umane; evento che disarciona esistenze, seppellisce vite, sottrae al mondo di chi esiste. Nei naufragi avvenuti durante l’epoca delle grandi migrazioni, uno, in particolare, è stato mediamente dimenticato, quello del piroscafo inglese SS Utopia della compagnia Anchor Line che il 17 marzo del 1891, con a bordo oltre 800 migranti di terza classe (tranne tre viaggiatori “di cabina”), quasi tutti italiani, si inabissa poco prima delle colonne d’Ercole[1].
Il piroscafo Utopia, dopo anni di viaggi tra Glasgow e gli States viene sottratto alla navigazione per la quale era stato concepito e, montato un motore al posto delle vele, viene aggiunto a servizio esclusivo del mercato dei migranti nel Mediterraneo.
L’Utopia naufragherà durante una drammatica tempesta, all’ingresso del porto di Gibilterra, causando quasi 600 vittime[2].
Nautilus - n. 22 Aprile 2023
Confini, frontiere e guerre tra storia e attualità
di Giorgio Vecchio
Il significato delle parole “confine” e “frontiera” ci sembra chiarissimo, tanto da non aver bisogno di spiegazioni. La storia invece ci mostra come esso abbia assunto connotazioni diverse nel corso del tempo. Nella nostra cultura europea otto-novecentesca, confine e frontiere ci sono stati descritti come insormontabili, netti, da difendere con ogni mezzo. Rigidi, quindi. Ma basta spostarsi nella cultura degli Stati Uniti d’America per capire che, lì, almeno per tutto l’Ottocento, confini e frontiere erano mobili: come aveva mostrato già un secolo fa Frederick J. Turner (The Frontier in American History, 1920), la storia degli USA andava intesa come la storia di una frontiera mobile, che spingeva verso l’Ovest da conquistare e colonizzare. La storia di una sfida, non a caso ripresa nella proposta della “nuova frontiera” di John F. Kennedy.
In Europa, peraltro, confini e frontiere sono stati impermeabili sulla carta.
Nautilus - n. 22 Aprile 2023
I confini delle fonti storiche territoriali
Tutte le volte che ci avviciniamo a una fonte storica dobbiamo operare un’accurata analisi critica chiedendoci chi l’ha creata, come e perché. Le fonti, infatti, non vengono prodotte per rispondere alle nostre domande ma per ragioni spesso di tipo pratico, amministrativo, politico, letterario e molto altro.
La Toscana è la regione italiana con il più alto patrimonio di carte storiche, eredità di una tradizione scientifica collegata agli interessi territoriali, a partire da Leonardo da Vinci e poi con Galileo e la sua scuola.
Molte le tipologie di fonti che possiamo utilizzare per studiare il territorio dal punto di vista storico: fonti pubbliche fiscali come catasti ed estimi, fonti amministrative, fonti private come i cabrei, mappe delle varie Magistrature territoriali.
Le piante e le carte relative ai confini dello Stato toscano, ad esempio, facevano anticamente parte dell'archivio dei Nove conservatori della giurisdizione e del dominio fiorentino, magistratura alla quale era affidata anche la tutela dei confini dello Stato durante il Principato mediceo.
Nautilus -n. 21 Marzo 2023
Una storia dell' "invisibile": le acque sotterranee
Esattamente un anno fa, in occasione della trentesima Giornata mondiale dell’acqua, il World Water Assessment Programme (WWAP) dell’Unesco dedicava alle acque sotterranee il suo Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche, intitolandolo Rendere visibile l’invisibile.
Significativamente, l’enfasi degli studiosi del WWAP cadeva fin dalla scelta del titolo sulle ricadute che la principale caratteristica delle acque del sottosuolo ha avuto e tuttora mantiene sulle forme del loro consumo, quella cioè di essere acque sottratte alla nostra percezione, invisibili appunto, inattingibili nei loro connotati oggettivi di quantità e qualità se non attraverso il fragilissimo rapporto tra conoscenza scientifica e senso comune.
Nautilus -n.19 Gennaio 2023
Gli alberi e la memoria
Adesso che sì è deciso che bisogna piantare miliardi di alberi per frenare la temperatura del pianeta e salvare noi umani, sembra che si sia dimenticato quanta cura questo comporti. Cura e cioè, in ragione di una comune radice etimologica, coltura e cultura, che dovrebbe consigliare di andare oltre facili slogan che riducono tutto al semplice gesto del piantare. Per di più l’etimo kwel, nelle lingue classiche indoeuropee, fa riferimento a “girare, muoversi tutt’intorno, andare in giro a osservare” e se ciò si facesse ascoltando gli avvertimenti che provengono dall’esperienza (e dagli esperti), si capirebbe che non tutto si risolve scavando una buca. Andrebbe considerato che se si vogliono piantare 1000 miliardi di alberi (questo è l’obiettivo dell’ONU per il 2030!) bisogna rinunciare a un miliardo di ettari di suolo con inevitabili gravi conflitti sociali, economici ed ecologici.
Nautilus - n. 17/18 Novembre Dicembre 2022
Esposizioni regionali e arti applicate: un rapporto interrotto tra museo e tradizioni locali
La data del 1860 segna un momento fondamentale per la storia italiana, allorquando una costellazione di territori articolati in stati preunitari - che vedevano nelle fede religiosa l’unica sfera comunitaria - si riuniva in una Nazione da costituire. Uno dei primi mezzi di costruzione della nazione fu l’educazione, cui si pensava sia per la formazione laica dei cittadini, sia in chiave di identità e appartenenza. Se da un lato i canoni dell’estetica idealista guidarono le scelte di conservazione e musealizzazione, d’altro canto la necessità di tramandare e conservare le tradizioni locali richiedeva altri modelli per gli spazi della memoria. Contribuirono a tali ragioni l’erezione di monumenti, l’istituzione di festività nazionali, e videro la luce nuove forme di musealizzazione. Tra quest’ultime si annoverano, quali diretti discendenti dell’allora recente passato, i Musei del Risorgimento, con allestimenti di messa in scena del senso della Patria, incardinati intorno alla sacralizzazione di spade, armi da fuoco, foto, lettere e cimeli, esposti in vetrina a rendere “monumento-documento” il valore patriottico di coloro che parteciparono alla lotta per l’indipendenza.
Nautilus n. 15 settembre 2022
Le “ferrovie di prossimità”
Un patrimonio da rivitalizzare
Nella seconda metà del XIX secolo le ferrovie cambiarono il mondo, creando i mercati nazionali e contribuendo allo sviluppo degli Stati. Il paese che per primo inaugurò una linea ferroviaria fu l'Inghilterra, nel 1825. Il treno trasportava le merci e i viaggiatori, trainava la rivoluzione industriale.
Nella seconda metà dell'Ottocento, chi aveva la ferrovia era al passo con il progresso, chi non era toccato dalla rete dei binari si sentiva fermo al medioevo, costretto a viaggiare su lenti carri trainati dai buoi, o su scomode carrozze a cavalli.
Una volta completate le ferrovie più importanti, tutti i centri minori cominciarono a chiedere il collegamento su ferro, una sorta di “ferrovia di prossimità” – si potrebbe dire oggi – realizzabile grazie a nuove tecnologie come: la cremagliera, ruota dentata centrale che aumentava l'aderenza consentendo di superare le salite; lo scartamento ridotto che permetteva di ridurre le opere d'arte come ponti e gallerie; la tramvia che non aveva sede propria, visto che i binari erano posati sulla sede stradale...
Nautilus n. 15 settembre 2022
Interconnessioni infrastrutturali nella Pisa dell’800
In un paese come l’Italia, complessivamente non avanzato sul piano dell’industrializzazione e dei servizi, la Toscana dell’800 si connotava per vivacità economica e funzionalità di collegamenti.
Già dall’età medicea una storia prestigiosa aveva piantato salde radici, e i governi successivi avevano sempre tenuto presente che trasporti fluidi ed efficienti erano base di commerci e produzioni; avevano sempre guardato verso il mare i Granduchi, con l’“invenzione” del porto di Livorno, perché il mare significava viaggi, rapporti commerciali, idee e scambi. E al mare bisognava arrivarci, ma la Toscana contava su varie vie d’acqua: l’Arno, prima di tutto, in gran parte navigabile e navigato, e già nel Settecento importante fattore di localizzazione di attività. Di commerci e trasporti beneficiava anche l’agricoltura, che in fiere e mercati trovava una via di sviluppo per superare contratti agrari arcaici. Accanto all’Arno, vie d’acqua costruite avevano il duplice scopo di fornire energia idraulica alle ruote dei mulini e di collegare territori al mare.
Esempio identificativo è il Canale dei Navicelli, già nel nome destinato al transito di barche commerciali. P
Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022
Porti senza mare
Navigazione e approdi nelle acque interne
Verso la fine di marzo del 1720 i "populi del piano e comunità di Buggiano", nella ricca Valdinievole tra Lucca e Pistoia, si rivolsero al granduca di Toscana per lamentare gli "arbitrj a' poveri abitanti" compiuti dalle guardie del marchese Feroni impedendo "che i navicelli non carichino vino a' particolari al Porto del Capannone, e questo è contro l'uso antico e inveterato che detto Porto è stato sempre per commodo universale". Era uno degli aspetti della privatizzazione del territorio che si andava affermando nel corso dell’età moderna, che ci consente di fare luce sull’importanza storica della portualità interna in Toscana...
Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022
Le navi e il mare
Ragusa (Dubrovnik), una storia nel Mediterraneo
«Le navi, e il mar, son’ invece à Raugia, di campi e d’oliveti». Questa definizione si trova nella Storia di Ragusa che Serafino Razzi scrive verso la fine del XVI secolo e può essere considerata la migliore rappresentazione di Ragusa. Perché la sua storia è legata al mare e dal mare Ragusa ha tratto la sua forza, forse – facendo le dovute distinzioni di scala - anche più di Genova e Venezia.
Non si può fare a meno di provare un senso di meraviglia davanti alla storia straordinaria di questa piccola Repubblica, un territorio di circa 45 miglia e 54/5 mila abitanti nella seconda metà del XVI secolo...
Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022
Fra terra e mare: il porto adriatico di Termoli
di Lucia Checchia
Se provassimo a guardare al mare con occhi più attenti non vedremmo una lunga distesa di acqua salata, ma uno “spazio storico” costituito da un intricato sistema di strade, sia di mare che di terra; un complesso sistema di circolazione costituito da innumerevoli nodi tra loro interconnessi: i porti.
La nascita di un porto, a prescindere dall’esistenza o meno di strutture artificiali, era legata innanzitutto alle condizioni geomorfologiche di un luogo ed era favorita dalla presenza di un “territorio abitato” nelle vicinanze.
Ogni porto doveva essere dotato di servizi utili ai naviganti e garantire la presenza di cantieri navali e magazzini per lo stoccaggio delle merci. ..
Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022
Un palcoscenico mediterraneo
Il porto di Livorno e la portualità toscana nel tempo
«..Si distinguono le città con porto dalle città-porto. Nelle prime i porti sono stati costruiti per necessità, nelle altre si sono creati secondo la natura dei luoghi; qui sono una mediazione o un completamento, là l’inizio o il centro. Ci sono porti che restano sempre soltanto approdi o ancoraggi, mentre altri divengono palcoscenici e infine mondi (...). Possiamo altresì distinguere i porti da altri elementi: se sono stati aperti dal corso di un fiume, se l’hanno scelto o imposto le spinte di terraferma o addirittura dall’entroterra o se infine è stato proprio voluto dal mare…»
Così Prédrag Matvejevic, saggista croato, nel Breviario mediterraneo oltre a ricostruire gli infiniti significati storici della parola “Mediterraneo” descrive le numerose caratteristiche della città-porto mediterranea, definita dal rapporto con il luogo e dalle relazioni che instaura con l’orografia ed il paesaggio. Ne consegue che la scelta fondativa di un porto è legata a condizioni geografiche ottimali di approdo e che a loro volta inducono la fondazione di un insediamento urbano. ..
Nautilus - n. 13/14 Luglio/Agosto 2022
Una struttura tardiva
Le origini del Porto di Marina di Carrara
di Alessandro Volpi
Nel gennaio 1752 il noto ingegnere francese Milet de Mureau, che tra il settembre e l’ottobre del 1751 aveva soggiornato a Carrara, preparò per incarico del duca Francesco Maria d’Este una memoria “sur la construction du port de Massa de Carrare” che individuava il sito migliore di tale opera nella spiaggia di Avenza dove ormai da tempo venivano caricati i marmi provenienti dalle cave apuane.
Si trattava di un tassello importante nel più complessivo progetto del duca, successo nel 1737 al padre Rinaldo, che intendeva aprire una via di comunicazione tra Modena e Massa, garantendo ad essa uno sbocco marittimo. I lavori diretti da Milet, che prevedevano una diga foranea si interruppero già nel 1753 a causa della sua morte, dopo un primo scandaglio di tutta la costa e la realizzazione di alcune opere in muratura...
Nautilus - n. 12 Giugno 2022
In difesa di una storia del turismo
In queste settimane di tarda primavera e inizio estate del 2022 il turismo ha ripreso la sua corsa dopo due lunghi e difficili anni di pausa, causata dal Covid-19. Si parla di effetto rimbalzo, di overtourism, di numero chiuso, di questioni balneari e di tanto altro.
Il turismo: un fenomeno complesso della modernità occidentale, sintesi puntuale e talvolta anticipatrice di pratiche, modelli, mode, tendenze; un fenomeno di cui ciascuno di noi si sente legittimato a parlare, così come si può parlare di che tempo farà, dell’amore, di internet… esprimendo giudizi in cui turismo di massa, turismo mordi e fuggi, turismo buono e cattivo sono denominazioni e classificazioni gettate lì.
Giudicare il turismo è un esercizio che in Italia è nato assieme al turismo stesso; è un esercizio che appassiona e nel quale il pensiero è così corto da non lasciar vedere che giudicare il turismo è giudicare se stessi.
Il turismo siamo noi, verrebbe di sintetizzare.
Nautilus n. 9 - Marzo 2022
Quando le fonti orali sono importanti: una brevissima panoramica
Le fonti orali si sono rivelate molto utili quando utilizzate insieme alle fonti coeve agli eventi, scritte, orali o visive. In alcuni casi illuminano oscurità o falsità contenute nei documenti prodotti in situazioni ambigue e incerte, che si riflettevano nel testo. In altri casi, non di rado, ampliano le informazioni ricavabili dalle fonti tradizionali. E sempre forniscono il punto di vista particolare dei soggetti della storia, permettendoci di capire non solo cosa era avvenuto, ma anche cosa le persone pensavano che stesse accadendo, allora, e spesso pensano ancora oggi.
Ci sono però ambiti per i quali le fonti orali sono indispensabili, perché uniche o perché capaci di mostrare una verità opposta, o comunque infinitamente più ricca, rispetto a quella fornita dalle fonti scritte.
Penso, ad esempio, alla ricca esperienza di vita delle famiglie mezzadrili, che i libri colonici conservati allo scrittoio della fattoria riescono a descrivere solo in minima parte.
Nautilus n- 9 Marzo 2022
Testimoniare il Lager
Parole di Dante, memoria condivisa
A volte bisogna trovare le parole giuste per tradurre la memoria più dolorosa in testimonianza condivisa. È il caso del ricordo della Shoha così come emerge dalla voce dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, voci che in più occasioni recuperano parole dall’opera di Dante Alighieri, eleggendo termini ed espressioni dell’Inferno a vocabolario della propria testimonianza: il “dovere della parola”, come abbiamo scritto in un libro recente.
Quello della testimonianza è stato - ed è per i pochi che ancora vivono -, comunque per tutti che coloro che, salvati, se la sono sentita, un dovere: un dovere che in molti è giaciuto, doloroso e violento, nel fondo dell’anima, per decenni, prima di farsi voce, prima di trasformarsi in memoria riferita, in racconto di fatti subìti, sia in prima persona che da tanti, troppi, altri che dal Lager non erano tornati..
Nautilus n- 9 Marzo 2022
Vivere Casa Cervi
Vive oggi Casa Cervi, il luogo della memoria della vita di una famiglia i cui 7 figli maschi sono stati catturati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.
Vive la Casa dove i 7 Fratelli, i genitori Genoeffa e Alcide, le sorelle e le nuore hanno vissuto dagli anni Trenta in poi coltivando il podere dei Campirossi, studiando e cambiando l'agricoltura. Ben presto, in pieno regime fascista, hanno cominciato a cambiare la storia diventando antifascisti.
Dal 1972 l'eredità dei Cervi, materiale e morale, è stata affidata all'Istituto che porta il nome del padre, Alcide Cervi. E accanto alla casa, diventata anche Museo, hanno trovato sede la Biblioteca e l'Archivio di Emilio Sereni, antifascista e studioso dei movimenti dei contadini, delle trasformazioni delle campagne, del paesaggio agrario italiano.
Nautilus n- 9 - Marzo 2022
La memoria del 25 aprile
Cosa ricordiamo e cosa celebriamo ogni 25 aprile? In questa data ricordiamo la fine della guerra e la sconfitta dell'esercito tedesco ad opera degli alleati, che nella campagna d’Italia riportarono oltre 300.000 perdite, e celebriamo il sacrificio dei tanti, civili e combattenti, morti in quegli anni lottando contro il regime fascista, nonché l'inizio di una nuova fase nella storia del paese, che vide i suoi momenti fondanti nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che sanzionò il distacco degli italiani dalla monarchia complice dei crimini del fascismo, e nella Costituzione della Repubblica italiana del 27 dicembre 1947, che ha garantito in questi cinquanta anni, e garantisce tuttora, le libertà civili e il progresso sociale...
Nautilus n- 9 Marzo 2022
La democrazia e la sua memoria
Democrazia è una parola antica, con significati che cambiano a seconda delle epoche e dei contesti. Evoca l’idea di un coinvolgimento popolare nel governo di una comunità, ma non specifica di per sé né i meccanismi di decisione, né i contenuti, né i criteri attraverso i quali si è inclusi o esclusi dall’assemblea chiamata a decidere.
Democrazia era quella ateniese, considerata un po’ impropriamente come l’origine della moderna cittadinanza europea, che identificava la polis con gli uomini in armi. Pertanto, come ci ricordava Luciano Canfora, il cittadino ateniese era necessariamente il maschio libero, purosangue, abile alla guerra e necessariamente possidente (cioè in grado di pagarsi l’armamento).
Fu solo la nascita della flotta e la conseguente esigenza di reclutare gli equipaggi a estendere la cittadinanza anche ai nullatenenti.