Una, cento democrazie
Qualche domanda sul percorso storico del suffragio universale e sul valore della democrazia rappresentativa
Intervista a Luciano Canfora
di Patrizia Lessi
Eminente filologo classico e storico italiano, Luciano Canfora è Professore emerito dell'Università di Bari. Autore di numerosi libri e articoli che spaziano dalla storia antica alla critica della democrazia moderna, Canfora ha recentemente pubblicato “Storia del suffragio universale”[1] e “L’invenzione della democrazia”[2] dove esplora le origini e l'evoluzione del concetto di democrazia e suffragio universale delineando i processi attraverso i quali il suffragio si è esteso progressivamente a una più ampia platea di cittadini e, mettendo in evidenza le lotte sociali e politiche che hanno caratterizzato tale percorso. Canfora offre una prospettiva nuova sull'idea di democrazia, sfidando spesso le convinzioni comuni e stimolando riflessioni profonde su luci e ombre della democrazia intesa come scelta consapevole di delega del potere.
Professor Canfora, in che modo le critiche antiche al concetto di uguaglianza politica hanno influenzato l'evoluzione storica del suffragio universale, e quali ripercussioni ha avuto questo sviluppo nel contesto dei movimenti democratici in Italia e in Europa?
La critica liberale al suffragio universale è il prodotto estremo di quella antica, di epoca ateniese, all’uguaglianza politica. Si tratta di un lunghissimo percorso, basti pensare che, ad esempio, il suffragio universale maschile è stato concesso in Italia soltanto nel 1918-19. Neanche la riforma del 1912, promossa da Giovanni Giolitti, che ampliò significativamente il corpo elettorale, si può definire realmente a suffragio universale.
Il movimento democratico composto dai partiti operai, sindacati e dal movimento dei lavoratori in generale è stato il primo a chiedere il suffragio universale sperando che fosse la via per raggiungere il governo nei vari Paesi. Non ha ottenuto immediatamente successo perché nel frattempo si sono formati i vari partiti di massa a carattere confessionale, piccolo borghese, o contadino soprattutto in Francia, che hanno intercettato il voto popolare determinando un arresto alla marcia che il movimento operaio pensava di realizzare. A quel punto alcuni leader italiani, tedeschi, ecc. del movimento socialista nelle sue varie sfumature si sono posti il problema se non si dovesse mettere in discussione il principio astratto, come nella pagina di Antonio Gramsci dal Quaderno 13, in cui è posta la questione della distinzione fra il comune cittadino legale e il cittadino che si impegna su programmi politici ben definiti; quindi, è ancora una forma di suffragio diseguale (o plurale come diceva Stuart Mill) capovolto rispetto all’idea liberale che i padroni contano più degli operai. Ecco che il principio astratto del suffragio universale viene messo in discussione anche da chi lo aveva propugnato.
Negli ultimi anni è stata messa in discussione l’idea della democrazia ateniese come primo grande esempio di democrazia nella storia occidentale. In che cosa la democrazia attuale differisce o somiglia a quella ateniese?
Fra i primi a mettere in discussione l’idea di democrazia ateniese in epoca moderna possiamo citare Alexis de Tocqueville che in un capitolo de “La democrazia in America” dice, scherzando, che Atene con il suo suffragio universale in realtà non era che un’aristocrazia un po’ larga in cui i cittadini votanti erano 25.000 a fronte di 300.000 schiavi e delle donne escluse completamente dalla vita civile. Inoltre, essendo la democrazia fondata su un’assemblea a partecipazione diretta, a contare il numero degli effettivamente votanti non si superavano i 5.000 voti. Ad esempio, al tempo di Pericle avrebbero potuto votare in 30.000, ma erano pochissimi i partecipanti all’assemblea. Quindi a governare Atene era una minoranza della minoranza.
Il sistema moderno nasce dalla lotta fra democrazia e liberalismo e questo avviene dopo la crisi che va dalla Rivoluzione francese a Bonaparte, in quei 25 anni, dal 1789 al 1815, che hanno visto una serie di esperimenti, drammatici tentativi, costituzioni molto avanzate. Con la restaurazione si impone in Francia, e altrove (ad esempio nel Regno di Sardegna o in Inghilterra da molto prima), un principio di liberalismo a suffragio ristretto che dura per decenni e decenni. La democrazia politica non si richiama ad Atene, ma alle Costituzioni derivate dalla Rivoluzione francese, soprattutto quella di Robespierre, dell’anno primo della prima repubblica che (anche se solo sulla carta) proponeva il diritto elettorale a tutti gli uomini e la delega come meccanismo elettorale. Tutto questo è assai lontano dalla democrazia ateniese. Gli studiosi come Weber o le voci dell’Enciclopedia Cattolica costituiscono due grandi repertori del pensiero politico e affermano con fonti inoppugnabili che siamo ben lontani dal concetto di democrazia che avevano ad Atene. La retorica di dire “imitiamo gli ateniesi” fa parte semmai di una certa subcultura giornalistica.
Perché nelle democrazie occidentali c’è stata così tanta ostilità nei confronti del voto alle donne?
La tradizione antifemminile risale a epoche antiche. Plutarco scrive che la principale virtù della donna è tacere, ma anche nelle epistole di San Paolo si ravvisa un pensiero simile. Nella tradizione politica occidentale non c’è spazio per l’impegno delle donne in quanto cittadine. Oggi nella Chiesa cattolica, che pur ha fatto negli ultimi due secoli enormi passi avanti, il sacerdozio femminile non è ancora consentito. C’è un blocco culturale, psicologico, religioso che è stato messo in discussione con molta fatica. Il movimento delle suffragette nel mondo anglosassone fu, pur nella liberale Inghilterra, molto contrastato. Le suffragette venivano arrestate mentre chiedevano l’accesso al voto manifestando per strada. I primi paesi che allargarono il suffragio alle donne furono la Finlandia nel 1906 e l’Unione Sovietica nel 1920. Dopo la Seconda guerra mondiale il diritto si estese a molti altri Paesi.
Come valuta l’astensionismo oggi? Ci sono strumenti per incentivare ad andare a votare?
Quando noi ci lamentiamo dell’astensionismo abbiamo in mente il secondo dopoguerra allorché i Paesi che erano stati dominati o occupati dal Fascismo attivarono il meccanismo del voto democratico. In quel momento ci fu una grandissima partecipazione elettorale, ma fu un fenomeno del tutto eccezionale perché immediatamente prima delle due guerre mondiali l’assenteismo elettorale era altissimo. La voce suffragio nella grande Enciclopedia Francese che appare a inizio del ‘900 riporta le statistiche e mostra che la metà dell’elettorato in Francia durante la Terza Repubblica, instauratasi dopo la caduta di Napoleone Terzo, non andava a votare. Nell’Italia liberale il fenomeno era pressoché lo stesso. Chi andava a votare apparteneva o simpatizzava per il movimento socialista che voleva mandare in parlamento dei propri rappresentanti ma veniva bloccato dai meccanismi di leggi elettorali truffaldine.
In tempi più recenti, il tasso di partecipazione è calato molto bruscamente in Italia quando è stato abrogato il sistema proporzionale. Il referendum promosso nel 1991 da Mario Segni che proponeva l'eliminazione delle liste bloccate nell'attribuzione del 25% dei seggi della Camera dei deputati, favorendo un sistema più maggioritario rispetto al proporzionale puro aprì la strada alle leggi maggioritarie che di fatto sono un incentivo a non andare a votare perché se io mi rendo conto che il mio voto è vanificato dalla legge elettorale attraverso premi di maggioranza o doppio turno o altri meccanismi, chiaramente sono disincentivato a partecipare con il mio voto. In Francia accadde questo quando De Gaulle arrivò al potere nel 1958, dopo il colpo di Stato di Algeri, e la prima cosa che fece fu il cambiamento della legge elettorale instaurando il doppio turno. La partecipazione cominciò a decrescere fino ai livelli attuali. Francia e Stati Uniti hanno addirittura percentuali più basse di quelle, pur esigue, italiane. La lamentela attuale è dunque un po’ ipocrita. Una volta che è stato cambiato il sistema elettorale sono morti i partiti veri e sono nati quelli finti, identificati dal nome di una persona o da termini fantasiosi, nei quali il cittadino non riconosce dei valori e non si riconosce. Come si suol dire, de nobis fabula narratur.
Che futuro si prospetta per la Democrazia?
Il movimento nazional socialista di Hitler camminò trionfalmente dentro la Repubblica di Weimar. Alle primissime elezioni era un partitino, nel 1930 era il partito più forte, poi divenne il maggioritario anche grazie alla violenza con cui condusse le proprie campagne elettorali. In Italia, quando subito dopo la caduta del fascismo si votò per la Costituente, il Fronte dell’Uomo Qualunque riscosse un certo successo. Nella quarta repubblica francese (dal ‘45 al ‘58) sorse un movimento qualunquista diretto dal sindacalista Pierre Poujade, a impronta destro qualunquista, che ebbe una seppur breve fortuna. Oggi non sta accadendo niente di diverso. A mio avviso la vera domanda che attualmente dovremmo porci non è che futuro abbia la democrazia ma quanto il cittadino attuale senta intimamente valido il sistema della delega, dell’andare a votare per delegare il potere a un gruppo di eletti. Anche questa non è una questione originale, già Rousseau nel Contratto sociale osservava infatti che un popolo liberato torna velocemente schiavo o coltiva in sé il germe del proprio asservimento. Soluzioni a questo problema ne sono state nel tempo prospettate, alcune hanno funzionato, altre fallito, ma il grande interrogativo rimane:
È una democrazia efficace quella che delega il potere ad una élite?
[1] Luciano Canfora, Storia del suffragio universale, SEIF, 2025[2] Luciano Canfora, L’invenzione della democrazia, Editori Laterza, 2025