Diritti conquistati, democrazia contesa: l’Italia degli anni Settanta
Intervista a Enrico Deaglio
a cura di Monica Pierulivo
In questa intervista Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, riflette sugli anni Settanta italiani a partire dal secondo volume della sua opera “C’era una volta in Italia. Gli anni Settanta”, Feltrinelli, 2024. Attraverso un’analisi attenta delle dinamiche politiche, sociali e culturali dell’epoca, Deaglio ricostruisce il ritratto di una società attraversata da profonde lacerazioni ma anche da straordinarie conquiste civili. È il momento storico in cui la società civile, per la prima volta in modo così evidente, assume un ruolo centrale nella richiesta e nell’ottenimento di diritti che ancora oggi costituiscono l’ossatura della democrazia italiana.
Nel suo libro gli anni Settanta appaiono come un decennio lacerato ma straordinariamente fertile sul piano dei diritti. Qual è, a suo avviso, la conquista più decisiva di quegli anni per l’Italia di oggi? E quale conflitto sociale e culturale fu necessario per renderla possibile?
Dal punto di vista sociale e culturale, la conquista più decisiva fu il divorzio, perché colpì alle radici il sistema patriarcale cattolico. Subito dopo viene l’aborto, approvato nel 1978 in pieno sequestro Moro. Ma forse la riforma più inaspettata fu la chiusura dei manicomi.
Ciò che accomuna queste conquiste è il fatto che non nascono dalle strutture tradizionali della politica — partiti, sindacati — ma da percorsi completamente diversi. Nel caso del divorzio, l’opposizione fu durissima: la Democrazia Cristiana, guidata da Amintore Fanfani, promosse un referendum per abrogare la legge. Quel referendum venne però bocciato grazie a una mobilitazione della società civile che fino a quel momento si era manifestata pochissimo.
Si tende a pensare che il merito sia stato del Partito Radicale, che era un piccolo partito, ma in realtà fu decisiva l’emersione di una società civile diffusa, attiva anche nelle province, non solo nelle grandi città. I partiti maggiori, tranne la DC che era apertamente contraria, rimasero alla finestra: il PCI, ad esempio, era convinto che la battaglia sarebbe stata persa e cercava una soluzione di compromesso. Lo stesso schema si ripeté tra l’altro anche per l’aborto.
Il Partito Radicale ebbe comunque un ruolo “enzimatico”: seppe catalizzare una disponibilità già presente nella società. Per sua iniziativa nacque la LID, la Lega Italiana per il Divorzio, che ebbe grande spazio ed efficacia. La legge sul divorzio, approvata il 1° dicembre 1970, si chiamava Fortuna-Baslini, dai nomi dei due deputati che la proposero: Loris Fortuna, socialista, e Antonio Baslini, liberale, appartenente a un partito moderato.
Per quanto riguarda i manicomi invece, tutto ruota attorno a una figura centrale: Franco Basaglia, psichiatra. La sua battaglia portò alla legge 180 del 1978, che sancì la chiusura dei manicomi e l’avvio di un nuovo modello di salute mentale basato sui servizi territoriali. Fu una riforma rivoluzionaria, sostenuta da una grande mobilitazione culturale, prima ancora che politica. Nei manicomi italiani erano rinchiuse circa 100.000 persone, spesso in condizioni disumane e invisibili all’opinione pubblica. Basaglia non si limitò a denunciare quelle condizioni, ma mise in discussione l’idea stessa di istituzione totale, affermando che il malato psichiatrico è prima di tutto un cittadino con diritti.
Lei racconta un Paese attraversato da una partecipazione collettiva molto intensa. Quanto fu determinante la mobilitazione dal basso nel trasformare le rivendicazioni in leggi?
La partecipazione collettiva fu decisiva. Era trainata da un clima generale di fermento che attraversava tutta la società italiana. C’era nel mondo cattolico, con il pontificato di Giovanni XXIII; nel mondo studentesco, soprattutto dopo il ’68, che aveva anch’esso una forte componente cattolica; nelle fabbriche, con le grandi lotte operaie. Il substrato di tutto ciò sta nel colossale cambiamento avvenuto negli anni ‘50-‘60, ovvero nell’immigrazione dal sud al nord di milioni di giovani, a cui si devono sommare altri milioni che lasciarono le campagne per le città, soprattutto al nord. Questi furono gli spostamenti umani che permisero il miracolo economico e cambiarono il volto del paese.
Da queste mobilitazioni nacquero risultati fondamentali, come lo Statuto dei lavoratori, che per la prima volta riconobbe diritti essenziali, dallo sciopero alla tutela contro i licenziamenti arbitrari. E poi le leggi contro il lavoro minorile, rese possibili dall’introduzione della scuola dell’obbligo fino a 15 anni e i primi passi del servizio sanitario nazionale e gratuito.
Oggi il dibattito pubblico appare più frammentato e individualizzato. Cosa abbiamo perso, come società, rispetto alla capacità di lottare insieme per i diritti comuni?
Da una parte, la partecipazione collettiva — ad esempio attraverso il voto — produsse cambiamenti enormi: ci fu uno spostamento a sinistra senza precedenti, con il PCI che arrivò a sfiorare un terzo dell’elettorato, rendendo l’Italia un caso quasi anomalo nel mondo occidentale.
Dall’altro lato, la spinta dal basso portò alla ribalta una “sinistra extraparlamentare” molto attiva, che usò soprattutto lo strumento dei referendum. I primi ebbero un notevole successo — si pensi, ad esempio, a quello sulla responsabilità civile dei giudici — ma negli anni successivi l’uso sempre più frequente di questo strumento finì per logorarlo. L’abuso dei referendum contribuì a un progressivo allontanamento dalla partecipazione collettiva e pacifica e si intrecciò con l’emergere di nuove tensioni, tragedie e conflitti che segneranno profondamente la storia italiana.
È importante sottolineare che l’Italia non attraversò questi cambiamenti in modo pacifico. Esisteva sempre un blocco conservatore che si oppose con decisione a questo progetto di ampliamento democratico, spingendo verso visioni autoritarie del potere. L’Italia, del resto, era un Paese “anomalo” anche per la sua collocazione geopolitica al centro del Mediterraneo: era circondata da Stati non democratici — la Spagna ancora sotto la dittatura franchista fino al 1975, la Grecia dopo il colpo di Stato dei colonnelli, una Germania divisa in due, una Francia attraversata dalle tensioni della decolonizzazione in Algeria.
In questo contesto, le spinte verso un “ritorno all’ordine” si manifestarono in modo diretto e violento. La strage di Piazza Fontana del 1969 rappresentò il primo atto di quella che verrà poi definita strategia della tensione: una violenza stragista, con protagonisti ricorrenti, espressione di un blocco conservatore anticomunista, antisindacale e tradizionalista, che trovava appoggi (sebbene marginali) anche negli Stati Uniti in funzione di uno spostamento a destra dell’equilibrio politico italiano.
Quella violenza provocò una reazione di segno opposto: l’emergere della violenza armata proveniente dalla sinistra extraparlamentare. Negli anni Settanta si assistette così a un crescendo di conflitti che culminò nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, per mano delle Brigate Rosse. Con quell’evento traumatico si chiude simbolicamente un decennio.
A tutto questo si aggiunge il contesto internazionale: la crisi mediorientale, lo shock petrolifero del 1973, il cosiddetto Lodo Moro, cioè un patto non scritto tra l’Italia e i Paesi produttori di petrolio — incluse alcune organizzazioni palestinesi — per evitare attentati sul territorio italiano in cambio di appoggi discreti. La crisi energetica mise fine al “miracolo economico” e portò il Paese sull’orlo del collasso.
In che modo le conquiste femministe degli anni Settanta hanno cambiato in profondità la società italiana, anche al di là delle leggi?
Hanno inciso profondamente. L’aborto, il nuovo diritto di famiglia, la riforma del diritto matrimoniale, l’abolizione del delitto d’onore, sono conquiste su cui l’Italia ha dato un contributo originale. Al contrario, diritti come il matrimonio egualitario o le sensibilità ecologiche sono arrivati molto più tardi, sull’onda di processi internazionali.
Sul fronte ambientale, ad esempio, l’Italia è ancora molto carente: ha consumato suolo e territorio pensando che fossero risorse inesauribili. È una fragilità che paghiamo ancora oggi.
Guardando all’Italia di oggi, quali diritti nati negli anni Settanta le sembrano più sotto attacco?
La democrazia stessa: il dettato costituzionale, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa, il sistema parlamentare. Si pensa spesso che i diritti, una volta conquistati, siano per sempre. Ma non è così.
Negli ultimi anni, soprattutto guardando agli Stati Uniti, vediamo quanto siano fragili. L’Italia oggi non ha un ruolo guida: ha piuttosto consumato quel patrimonio democratico, fino quasi a esaurirlo. La partecipazione al voto è bassissima e da vent’anni assistiamo all’ascesa di movimenti populisti e qualunquisti, spesso con tratti antidemocratici.
Se dovesse indicare una lezione fondamentale che gli anni Settanta possono offrire ai giovani di oggi, quale sarebbe?
La lezione principale è la non violenza. Le parti migliori di quella stagione nascono da una forte propensione non violenta, ereditata dagli anni Sessanta. La violenza riemerge quando prevalgono le ideologie rigide — comunismo e fascismo — che storicamente hanno fatto della violenza uno strumento politico.
Il suo racconto intreccia politica, cultura popolare, musica e cinema. Quanto la cultura è stata uno strumento decisivo per diffondere nuove idee di libertà e diritti?
In Italia la cultura ha sempre anticipato i cambiamenti. più ancora della scrittura e dell’educazione, anche se il nostro sistema scolastico era molto buono. Ma è soprattutto sul cinema e sulla musica che abbiamo prodotto grandi opere espressione della realtà. Il cinema, in particolare, con il neorealismo — una nostra invenzione —, ha mostrato sullo schermo uomini e donne comuni che affrontavano la realtà con umanità.
Film come La dolce vita di Federico Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, fino alla commedia all’italiana e a personaggi come Fantozzi o ad altri interpretati da Alberto Sordi che hanno saputo raccontare i nostri difetti, smontare stereotipi e pregiudizi. È stato un contributo culturale enorme alla crescita civile del Paese.