Salvare le foreste per salvare noi stessi

Intervista a Giorgio Vacchiano

di Benedetta Celati

 
1)    La deforestazione costituisce uno dei nove “limiti planetari”, termine usato per indicare i confini entro i quali noi esseri umani possiamo operare in sicurezza, senza nuocere agli equilibri del pianeta. Il suo libro si intitola "La resilienza del bosco": può spiegare perché le foreste sono così importanti per rendere il nostro pianeta più resiliente e quali sono i pericoli della deforestazione?
 
Le foreste rendono resilienti sia il pianeta sia la specie umana. Nei confronti dell’uomo, anche se non ce ne rendiamo conto, le foreste forniscono dei benefici diretti. La nostra qualità di vita dipende dalla loro integrità. Uno dei benefici più importanti è l’assorbimento di anidride carbonica: ne assorbono circa un terzo (il 29% delle emissioni climalteranti), attraverso la fotosintesi. Non è chiaramente tutto, ma si tratta di un contributo fondamentale per il contrasto al cambiamento climatico. Non esiste nient’altro al mondo, né di naturale né di tecnologico, che abbia tassi di assorbimento di CO2 tali. La fotosintesi è un’attività biologica e dipende, pertanto, dallo stato di salute della pianta: se c’è uno stress per la siccità o qualche disturbo, come un incendio o una tempesta di vento, così come nel caso di rimozione voluta, con la deforestazione, il riassorbimento rallenta o si ferma.
Uno studio pubblicato nel 2021 è riuscito a mappare i flussi di anidride carbonica tra le foreste e l’atmosfera su tutto il pianeta, dimostrando che molte di esse hanno smesso di assorbirla o addirittura ne emettono a loro volta.
Nella parte sud dell’Amazzonia, infatti, questo si verifica per via della combinazione letale tra deforestazione e siccità (fenomeni che si rafforzano a vicenda). Sono più gli alberi che muoiono di quelli che crescono, e così la decomposizione e la combustione del legno producono anidride carbonica in atmosfera.
Gli alberi, tuttavia, non devono essere visti solo come strumenti di assorbimento della CO2. Le nostre case sono ricche di prodotti derivati dalla foresta: basti pensare agli oggetti di legno e di carta che possediamo, nonché ai cibi presenti nel nostro frigorifero (funghi, frutti di bosco o castagne per esempio). Ma certamente anche l’acqua che esce dal rubinetto o che beviamo in bottiglia quasi sempre è passata attraverso il suolo di una foresta per essere depurata chimicamente e per esserci restituita in quantità costanti dalle sorgenti. Più di un miliardo di persone nel mondo deve la sua sicurezza idrica alla presenza di un bosco.
C’è poi da ricordare il contrasto al dissesto idrogeologico. Gli alberi in montagna possono fermare o rallentare le valanghe, in città assorbono le piogge intense (le città molto verdi hanno meno danni da deflusso superficiale da alluvione).
Sempre in città, un altro beneficio importante per l’adattamento è costituito dal rinfrescamento soprattutto nell’ondate di calore estive: l’albero rinfresca non solo con l’ombra ma anche attraverso l’evaporazione dell’acqua. Una recente ricerca di Lancet dimostra che portando al 30% la copertura arborea delle città in Europa ci sarebbero 2500 morti in meno all’anno per ondate di calore estive.

2)    Oltre a contrastare il cambiamento climatico, gli alberi forniscono numerosi servizi ecosistemici. Possiamo affermare, pertanto, che sono una vera e propria risorsa. Eppure, non tutti riescono a percepirli come tali. Cosa si può fare per aumentare la consapevolezza delle persone riguardo alla necessità di valorizzare e proteggere boschi e foreste?
Tendiamo, purtroppo, a dare per scontati i benefici arrecati dalla natura. Incide sicuramente il fatto che sono sempre stati gratuiti. Tendiamo, infatti, a dare importanza a qualcosa o quando ci viene a mancare o quando ci tocca nel portafoglio, nella salute e più in generale nella qualità della vita. Bisogna, quindi, solleticare la curiosità delle persone invitandole ad andare a scoprire le tracce del bosco presenti nelle loro case, oppure nelle foto delle vacanze, stimolando il ricordo delle passeggiate in aree verdi che le hanno fatte stare bene.
Tantissime ricerche dimostrano quali sono gli effetti positivi degli alberi sul benessere mentale e cognitivo degli individui (per esempio a scuola, analizzando le performance scolastiche di chi frequenta aree più verdi). Rimane tuttavia una consapevolezza solo della scienza ed è quindi necessario diffonderla.
Poi ci sono le connessioni a distanza: le foreste sono grandi regolatori del clima e del pianeta con effetti non solo locali ma globali. Le grandi estensioni forestali possono ad esempio regolare anche l’umidità atmosferica.
L’evaporazione di acqua che gli alberi risucchiano dal suolo e lasciano evaporare dalle foglie immette in atmosfera grandissime quantità di vapore acqueo che sono veri e propri fiumi atmosferici e vanno, trasportati dal vento, a portare pioggia e umidità anche a grande distanza, magari sulle pianure agricole che coltiviamo.
Un altro effetto positivo delle foreste sull’agricoltura è legato agli impollinatori – da cui dipendono molte piante coltivate – che devono trascorrere almeno una parte del loro ciclo vitale in un bosco.
Anche il suolo fertile su cui coltiviamo e su cui basa la nostra sicurezza alimentare dipende dalle foreste. Prima dell’avvento delle foreste non esisteva suolo perché non c’era materiale vegetale che potesse cadere in terra e decomporsi.
E infine è d’obbligo il riferimento alla biodiversità, che io tendo a considerare non come un servizio ecosistemico ma piuttosto come il sostrato di tutti gli altri servizi ecosistemici. Un ecosistema con tante relazioni tra le specie è più forte e resiste di più agli stress, perché è dinamico: le foreste con più specie producono di più. E questo è fondamentale dal momento che abbiamo bisogno di legno e la produzione aumenta. Ma la biodiversità, messa in pericolo dalla deforestazione, è essenziale anche per ridurre il rischio di zoonosi, come ci ha tristemente insegnato la recente pandemia di Covid-19.
 
3) Con la sua ricerca, per la quale è stato indicato dalla rivista Nature come uno degli 11 scienziati emergenti nel mondo nel 2018, Lei cerca di capire come alberi e foreste possano contribuire a contrastare la crisi climatica in corso. Qual è l’insegnamento più significativo che si sente di trasmettere a chi intende comprendere il ruolo svolto dai boschi per la tenuta e la salvezza dell’ecosistema?

Ci stiamo avvicinando all’estate e temiamo che sia una stagione molto negativa per gli incendi. Arrivano notizie molto allarmanti dal Canada dove sono in corso, nella zona dell’Alberta, grandissimi incendi che minacciano le persone, già, adesso, nel mese di maggio. Queste immagini, che rischiamo di rivedere tra pochi mesi, ci dicono che le foreste non sono statiche, non sono mai uguali a se stesse, e non dobbiamo, pertanto, mai darle per scontate. Intanto perché sono esseri viventi, nascono, crescono e muoiono, proprio come le persone, e poi perché subiscono gli effetti della crisi climatica. Però, possiamo “lavorare” con le foreste. Le soluzioni esistono e occorre, in questo senso, veicolare un messaggio positivo per chi legge. La parola chiave, a mio avviso, è pianificare: anche quando il legno ci serve, l’unica chance per mantenerlo una risorsa rinnovabile e pulita è pianificarne il prelievo, l’uso e la ricrescita
Non è tutto perduto: la foresta ricresce e possiamo aiutarla a resistere. Aiutando lei aiutiamo soprattutto noi stessi.