L'Africa nel cuore e nelle note di Omar Sosa
a cura di Cristina de Vita
A Camagüey, al centro di Cuba, terra di ritmi e di sogni, è nata un'anima bella: Omar Sosa. A soli 8 anni ha iniziato a tessere la sua musica con il legno sonoro della marimba, ma è stato il pianoforte, con i suoi tasti d'avorio e le sue infinite voci, a farsi custode del suo cuore. Le sue mani, educate dal battere delle percussioni, danzano sui tasti con un'audacia che non conosce confini. È un dialogo tra ritmi e armonie, un'eco incessante che risuona dall'anima di Cuba. Il jazz, un tempo solo un'idea, è diventata una rivelazione, non solo musica, ma una filosofia di vita, una promessa di libertà, una tela bianca su cui dipingere i suoi colori. E così, sulle orme dei grandi maestri come Peterson, Hancock, Corea – ha scoperto un faro nella notte: Thelonious Monk. Il suo stile aspro e dissonante, una ribellione contro le regole, è diventato il nord della sua bussola. Dal cuore pulsante di Cuba, il suo suono si è fatto ponte, unendo gli antichi ritmi afrocubani ai battiti urbani. Le tradizioni orali si fondono con lo slam e l'hip hop, creando un'ibridazione, un flusso continuo di suoni, una celebrazione del mondo in un'unica, grande melodia.
Omar, quando hai capito che l'Africa era il cuore della tua musica?
Ricordo che quando ho iniziato la tradizione Lucumí Afro-cubana, durante uno dei momenti della cerimonia, il mio Padrino, mi disse che da quel momento in poi avrei avuto una missione: essere il portavoce della tradizione afro-cubana. All'epoca non capii, perché non avevo assolutamente alcuna conoscenza sull'argomento, ma devo confessare che aveva e continua ad avere pienamente ragione, perché senza l'Africa e la sua diaspora, la mia musica non avrebbe né il senso né il cammino che la sostiene.
Nei tuoi viaggi in Africa, c'è un luogo, un'esperienza o una persona che ti ha segnato in modo indelebile?
Sono molti i musicisti africani che hanno segnato un prima e un dopo nel mio universo musicale e personale. Senza dubbio devo menzionare Manu Dibango, che oltre ad essere un mentore per il jazz africano, lo è stato anche per me. Un altro grande musicista che ha segnato un momento importante nella mia vita è stato il maestro Mahmoud Guinia, con il quale ho avuto l'onore di collaborare al Festival Gnawa e Musiche del Mondo di Essaouira nel 2013, più di recente, qualche mese fa, ho avuto la fortuna di poter condividere il palco ad Addis Abeba (Etiopia), insieme a Paolo Fresu, con il maestro del jazz etiope Mulatu Astatke.
Come prepari un progetto musicale che attinge a ritmi e melodie tradizionali? Che tipo di ricerca fai?
Quando mi imbarco in un nuovo progetto, per prima cosa devo sentire che il messaggio ancestrale è chiaro e che è giunto alla mia essenza più profonda. Poi devo avere la filosofia chiara, ed è allora che inizio a fare studi musicali sull'argomento scelto. Penso che il processo sia più emozionante della registrazione in sé, che non è altro che il risultato di mesi, giorni e ore di ricerca e di immersione nelle possibili essenze delle tradizioni e delle culture. Quando ricerchi, scopri, verifichi, confermi e, soprattutto, cresci interiormente come essere umano perché, quando scopri, non scopri solo suoni e ritmi, ma scopri storia, usanze, culture e tradizioni che poi, come professionista, metterai in un ordine che, nel mio caso, non so quale sarà finché non lo affronto. Ed è lì che, a mio avviso, inizia la Magia, perché è una miscela di coscienza e incoscienza messe al servizio di un unico obiettivo: la creazione. Amo questo processo. È pura adrenalina, oserei chiamarla “endorfina raffinata”.
Per te l'improvvisazione è un dialogo con la tradizione, una ricerca di libertà o un modo per onorare gli spiriti ancestrali della musica africana?
L'improvvisazione nella musica è un modo per dire e dirci che possiamo essere liberi, anche se a volte ci sono codici che inconsciamente ci perseguitano, ci incasellano e ci conducono verso sentieri musicali che spesso non desideriamo; il fatto di staccarsi dai dogmi e mettere in pausa o in silenzio il nostro ego ci libera. Ed è allora che, nel mio caso, inizia il magico processo e la sperimentazione di una sensazione di Libertà, dove traduco disinvoltamente solo ciò che arriva al mio essere, alla mia Anima, e senza quel ruvido filtro chiamato Ego. Non conosco nulla nella musica che mi riempia di più che poter suonare ciò che arriva alla mia Anima senza filtri. Il mio prossimo album per piano solo, intitolato SENDAS, segue questa filosofia dall'inizio alla fine. Pura Libertà, pura emozione, pura verità di un momento.
Hai collaborato con artisti come Seckou Keita, Ballake Cissoko, Mahmoud Guinia, Manu Dibango, Mola Syla, Indwe, Asah, ecc., che provengono da mondi musicali diversi dal tuo. Cosa cerchi in una collaborazione e come crei un'intesa profonda con gli altri musicisti?
La risposta è molto semplice. Siamo fratelli, siamo figli della stessa madre che, prima di tutto, si rispettano, si ascoltano, si amano e sanno che, senza discussioni, Madre Africa è colei che guida il canto. Quando questo è chiaro, tutto scorre come il letto di un fiume dalle acque limpide e trasparenti.
Quali sono i tuoi prossimi progetti legati all'Africa? C'è qualcosa che vorresti ancora esplorare?
Il progetto più immediato, come dicevo, è l'uscita, a novembre, di SENDAS, l'album di piano solo che ho registrato presso la Fabbrica di Pianoforti Fazioli in Italia. Ci ho lavorato con campionatori ed elettronica, e dove, come sempre, l'Africa e il suo universo sonoro e ritmico hanno giocato un ruolo primordiale nella sua architettura: un discorso di Libertà, Pace e Minimalismo radicato nell'Africa e nella sua meravigliosa Diaspora. Ci sono così tante cose dell'Africa che non ho ancora esplorato e che mi piacerebbe affrontare, che una vita non basterebbe, ma nel frattempo continuo a camminare e a sperimentare come ciò che arriva sul mio cammino si trasformi nel cammino stesso. Fortunatamente, l'Africa è sempre stata e continua ad essere presente nella via vita ed io non posso che dirle: “grazie”.