Alberi di città

Intervista a Francesco Ferrini

 
1)  In riferimento alle sue pubblicazioni, tra cui l'ultima dal titolo "Alberi e gente nuova per il pianeta", gli alberi sono fondamentali per la qualità della vita, soprattutto negli ambienti urbani. L'albero è anche un simbolo, portatore di un messaggio nell'immaginario umano.  Nel titolo del suo libro si mettono in relazione gli alberi con una nuova umanità.  Ci può spiegare meglio questo connubio?

Negli ultimi 50 anni la società umana ha sempre aumentato la velocità invece di frenare ogni tanto; mai siamo stati capaci di sollevare il piede dall’acceleratore, di diminuire il passo per non uscire di strada. Dovremmo invece ricercare la capacità di riappropriarci di qualche uso o abitudine del passato messa nel dimenticatoio, in quanto più lenta e proprio per questo sostenibile. La rotta futura che prenderà l’umanità ci porterà all’approdo invece che al naufragio solo se la gente tutta vorrà tornare a interfacciarsi con la Natura, comprendendone la meraviglia, la perfezione, amandola come accadeva in un tempo non troppo lontano, invece di continuare a straziarla. Tutto qui. Non perché ce lo impone qualcuno, ma soltanto perché lo riterremo fondamentale, in una sensibilità ritrovata. La gente nuova in cui confidiamo, riflette sulle proprie azioni, apprezza nella consapevolezza della biodiversità le infinite variegature che propone Madre Natura stessa, le protegge tutte. Ad oggi sembra invece che il Pianeta sia dominato e stravolto solo da una concezione maschile, quella che conosce un’unica capacità di relazionarsi, il dominio associato alla possessività.

2) Il verde delle nostre città può dare molti benefici in termini economici, ecologici e anche di salute per la popolazione urbana. Ci può riassumere quali sono i benefici delle piante?
 
Sono moltissimi e riassumibili nell’opportunità per massimizzare il ruolo della vegetazione nel migliorare l'effetto isola di calore, stoccare la CO2, abbattere la concentrazione d’inquinanti (specialmente le polveri sottili) ridurre la velocità del vento, proteggere gli edifici e, conseguentemente, ridurre il consumo di energia.
A differenza del capitale economico e del capitale umano, quello naturale non ha sistemi dedicati di misura, monitoraggio e segnalazione, anche se negli ultimi si sono fatti grossi avanti in questa direzione. Questo è sorprendente data la sua importanza, non solo per i “classici” servizi ecosistemici già menzionati, ma anche per la possibilità di creare posti di lavoro e per il contributo allo sviluppo economico futuro. Dicendo questo abbiamo solo scalfito la superficie di ciò che gli alberi possono offrire.

3) Con l'Università di Firenze collabora al progetto Prato Forest City, per la forestazione urbana della città. Come pensa che sia possibile attuare una riconversione verde delle città?
 

Le città di tutto il mondo stanno crescendo drammaticamente. Oggi il 56% degli abitanti del pianeta vive in aree urbane ed entro il 2030 si prevede che il 60 per cento della popolazione mondiale, ovvero quasi 5 miliardi di persone, vivrà nelle aree urbane. I movimenti di popolazioni non sono mai avvenuti in precedenza con questa velocità e con questa modalità. Tuttavia, le città non si stanno solo espandendo, ma stanno anche cambiando nei loro ruoli e nella loro funzione. La deindustrializzazione, l'aumento della mobilità e un settore dei servizi in crescita hanno visto le aree urbane trasformarsi in economie di consumo post-industriali basate sulla conoscenza piuttosto che sulla produzione.
Emerge da questo spostamento del focus della funzione delle città un cambiamento “evolutivo” nella forma e nei modi in cui le città stesse dovrebbero essere progettate e costruite e come la natura dovrebbe far parte di questo cambiamento. Ciò ha attirato ulteriori ricerche e sviluppi da parte di persone interessate e con obiettivi comuni e il desiderio di consentire una maggiore opportunità per gli abitanti delle città di affiliarsi con la natura, e di tutti i vantaggi che ciò offre, all'interno dell'ambiente urbano. L'attenzione sulla connessione uomo-natura non è più relegata agli ambientalisti e alle aree naturali al di fuori delle città; è una richiesta che proviene dagli abitanti delle città.

4) Lei ha lavorato al Piano del Verde del Comune di Follonica per una corretta gestione del verde pubblico in città. Ci può descrivere quali sono stati i criteri ispiratori di questo lavoro, come esempio pratico di realizzazione nel nostro territorio?

In realtà noi abbiamo lavorato al Regolamento del verde le cui finalità erano le seguenti:
•          tutelare e promuovere il verde come elemento qualificante del contesto urbano, come fattore di miglioramento della qualità della vita degli abitanti e attrattore di nuove iniziative economiche e turistiche nel territorio, sviluppate con criteri ecocompatibili;
•          contribuire a una razionale gestione del verde esistente;
•          sviluppare una corretta e professionale progettazione e realizzazione delle nuove opere a verde;
•          favorire un uso delle aree verdi del territorio comunale compatibile con le risorse naturali presenti in esse;
•          indicare le modalità di intervento sul verde e le trasformazioni del territorio più consone al mantenimento e allo sviluppo della vegetazione esistente, all'incremento delle presenze verdi nel contesto urbano ed alla connessione tra spazi verdi, per consentire una maggior accessibilità ed un loro collegamento allo scopo di definire un vero e proprio sistema del verde e favorire la realizzazione di reti ecologiche urbane;
•          favorire la salvaguardia e l'incremento della biodiversità;

5) Cosa pensa della misura prevista dal Green Deal europeo di piantare da qui al 2030 tre miliardi di alberi?
Una boutade come tante altre, senza nessuna base tecnica e logica. Non ci sono le piante, non ci sono le risorse per piantarle e, soprattutto, per garantirne la sopravvivenza e non c’è lo spazio dove piantarle laddove sono più necessarie: nelle aree urbane.
La piantagione di alberi è diventata mainstreaming nell'affrontare l'aumento delle emissioni di carbonio e si moltiplicano i proclami a livello mondiale. La Cina si è recentemente impegnata a piantare e conservare 70 miliardi di alberi entro il 2030; Il Canada ha un piano da 2 miliardi; e il Regno Unito è dentro con circa 1 miliardo. Anche Pakistan, Sri Lanka e Turchia, tra gli altri, hanno annunciato piani. Ma anche tantissime multinazionali stanno piantando alberi. Farlo è socialmente attraente, politicamente convincente e sembra semplice. Ma non è la panacea per tutti i mali generati dai cambiamenti climatici.
Occupandomi di questo a livello di ricerca, didattica e divulgazione dovrei essere contento di veder attuare praticamente ciò che andiamo dicendo ormai da quasi trent’anni, con altri colleghi avveduti e che non corrono dietro al consenso facile, ma sentire continuamente ripetere da politici, giornalisti, star della comunicazione e opinion makers slogan sul “piantiamo alberi” senza alcuna base logica e, soprattutto, oscurando, anche forse volutamente, la necessità di ridurre le emissioni, mi preoccupa non poco.