Amare la democrazia

Tina Anselmi, la politica come coscienza civile e come passione

Intervista a Anna Vinci

a cura di Monica Pierulivo

Nel 1946, per la prima volta, le donne italiane votarono su scala nazionale per il Referendum del 2/3 giugno su Monarchia e Repubblica [dopo il decreto del 1° febbraio 1945 che aveva loro permesso di partecipare a un voto amministrativo] esercitando un diritto conquistato con tenacia, visione e coraggio. A ottant’anni da quel passaggio decisivo, celebrare il voto femminile significa interrogarsi non solo sulla memoria, ma sulla responsabilità che esso continua a comportare. Perché, come insegna la storia della nostra Repubblica, nessuna conquista democratica è irreversibile.

Tra le figure che più intensamente hanno incarnato questa consapevolezza vi è Tina Anselmi: staffetta partigiana a soli diciassette anni, sindacalista, parlamentare dal 1968, prima donna ministro della Repubblica nel 1976, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Una donna che ha attraversato i passaggi più luminosi e più oscuri della vita democratica italiana mantenendo sempre “la schiena dritta”, fedele a un’idea esigente e concreta di impegno civile, di cui ricorrono i dieci anni dalla scomparsa.
 
Nel libro “Tina Anselmi. Storia di una passione politica” pubblicato da Sperling § Kupfernel 2006 e ristampato nel 2023 da Chiarelettere, Anna Vinci raccoglie anni di dialoghi, confidenze e riflessioni, restituendo il ritratto vivo di una protagonista che non ha mai separato la politica dall’etica, né la militanza dalla cura per le persone. Dalle battaglie per il lavoro e la sanità pubblica fino alla guida della Commissione sulla P2 di Licio Gelli, emerge una testimonianza che parla con forza anche al presente.

In occasione di questi anniversari, abbiamo voluto rileggere la lezione di Tina Anselmi attraverso le parole di chi ne ha custodito la memoria e la voce. Perché celebrare il voto alle donne non è soltanto ricordare una data, ma rinnovare una scelta: quella di non restare spettatori della democrazia, bensì di prenderne parte, ogni giorno.

Nel libro lei restituisce una figura intensa e profondamente coerente. Qual è stato il tratto di Tina Anselmi che più l’ha colpita durante gli anni di frequentazione e raccolta delle sue testimonianze?
 
Ho conosciuto Tina Anselmi nel 2002, mentre lavoravo con Lorenza Foschini per Rai Sat Extra a una serie sulle vite di persone che incrociano la grande Storia e la segnano, dal titolo “La piccola storia”. Fu proprio Foschini a suggerirmi di intervistarla. Non fu semplice rintracciarla, finché trovai nella libreria di casa mia un’agendina con il suo numero: la chiamai e lei mi rispose. Da lì ebbe inizio il nostro incontro.
Non posso definirla un’amicizia in senso stretto: lei era già Tina Anselmi, una figura pubblica di grande autorevolezza. E tuttavia mi colpirono immediatamente la sua serietà e, insieme, una vena quasi infantile, una capacità di essere ironica e persino giocosa. Quando le proposi di scrivere un libro insieme, accettò scherzando: “Così facciamo ingelosire tante giornalistone”. Era diretta nei rapporti, senza fronzoli, la sua stima non aveva necessità di dimostrazione, se non appunto, un invito a lavorare.
Aveva da poco concluso la presidenza della Commissione sui beni sottratti agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale [giungo 1999 – aprile 2001]. Mi raccontò un episodio che l’aveva segnata profondamente e che rendeva, più di tanti altri oggetti, la violenza estrema e il sopruso del potere: tra quegli oggetti c’era anche uno spazzolino da denti di un bambino. Era un dettaglio minimo, ma racchiudeva l’abisso della tragedia.
 
In quegli anni era lontana dalla politica attiva, ma mai dall’impegno civile. Si interrogava, per esempio, sul silenzio delle istituzioni di fronte a certe richieste di verità. Era amatissima: quando iniziai a presentare il libro, pubblicato vent’anni fa, mi resi conto che Tina era già parte dell’immaginario collettivo degli italiani.
 
Tina Anselmi scelse la Resistenza a soli diciassette anni, dopo l’8 settembre 1943. Quanto quella decisione ha segnato la sua idea di democrazia?

Moltissimo. Lei ripeteva spesso: “L’importante è esserci”. Significava assumersi la responsabilità del proprio tempo.
Era una sportiva: campionessa regionale di giavellotto, fondatrice di una squadra di pallacanestro a Castelfranco Veneto, dove era nata il 25 marzo 1927. Il fascismo aveva promosso lo sport femminile con finalità ideologiche: rinforzare le ragazze per farne delle future fattrici ma quell’esperienza produsse un effetto imprevisto, molte ragazze scoprirono la forza fisica, il proprio corpo e una nuova possibile libertà.
 
Tina era figlia di un mondo contadino, ma anche di un ambiente culturalmente vivace, vicino all’Azione Cattolica. Vide con i propri occhi la violenza nella sua regione, per i numerosi soprusi, fino alle forme estreme delle impiccagioni, delle torture perpetrate dai nazifascisti, e comprese che non si poteva restare neutrali. “Se volgi lo sguardo altrove, diventi complice”, diceva. Per lei l’indifferenza era la peggiore delle colpe.
Quando andava nelle scuole, invitava i giovani a essere in sintonia con sé stessi e con il proprio passato. A quel punto, anche le scelte più dolorose diventano necessarie, quasi inevitabili.

La coerenza diventa così un tratto identitario?

Per Tina i valori erano concreti, incarnati. Aveva un legame fortissimo con la terra e con il ritmo delle stagioni. Sapeva ascoltare, sapeva entrare in relazione con le persone. Diceva che la politica significa “organizzare la speranza” e che per farlo bisogna amare la gente.

Non distingueva mai tra etica e azione politica. La sua coerenza non era rigidità, ma fedeltà a un principio: la dignità umana.

Nel 1976 fu la prima donna ministro della Repubblica. Che cosa significò quella nomina?
 
Fu il superamento di una barriera simbolica e reale. Ma Tina rifiutava l’etichetta di “ministro delle donne”. Quando le chiedevano quale stilista indossasse, si infastidiva. Quando le domandavano cosa avrebbe fatto “per le donne”, rispondeva: “Sono ministro del Lavoro. Il livello di parità raggiunto dalle donne misura lo stato di salute di una democrazia”.
 
Non aveva nemici, diceva, ma avversari. Era considerata una “mina vagante”, eppure sapeva costruire ponti. Anche la riforma del diritto di famiglia nacque da un’alleanza trasversale tra donne di diversi schieramenti.
 
Durante il Ministero della Sanità, negli anni del rapimento Moro, affrontò uno dei momenti più drammatici della Repubblica. Che idea di Stato emerge dalle sue parole?
 
Tra il 1978 e il 1979 realizzò riforme decisive, tra cui la riforma sanitaria e l’attuazione della legge Basaglia per il superamento dei manicomi. Firmò anche la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, pur dichiarando la propria contrarietà personale: “Sono un ministro dello Stato”, spiegava, distinguendo tra coscienza individuale e responsabilità istituzionale.
 
Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro la segnarono profondamente. Aveva incontrato Moro poco prima del rapimento. Dopo quei giorni, diceva, nulla fu più come prima: “Si aprì una ferita nella nostra umanità”. La coscienza, a volte, non coincide con la ragion di Stato, e questo conflitto la turbò a lungo.
 
La presidenza della Commissione sulla P2 la espose a pressioni fortissime. Che rapporto vedeva tra etica e politica?

Quando scoprì l’estensione della rete piduista, si chiedeva: “Com’è possibile? Hanno giurato sulla Costituzione”. Denunciava un potere opaco, maschile, autoreferenziale. Non accettava giustificazioni come “tengo famiglia”. Ricordava uno per tutti, il sacrificio di uomini come Giorgio Ambrosoli, vigliaccamente ammazzato: lui non aveva una famiglia!?
 
Subì pressioni, tentativi di isolamento, persino un attentato, fortunosamente fallito, era l’otto marzo del 1980: davanti alla casa della sorella Maria, confinate con la sua, furono trovati due chili di tritolo della stessa matrice di piazza Fontana. Aveva smosso le acque, cercato la verità, colpito i soprusi, il male affare, anche quando era Ministra della Sanità. Di quell’attentato, non parlò quasi mai. Non fu mai nominata senatrice a vita. Forse era troppo integra, troppo libera.
 
Il titolo del libro parla di “passione politica”. Che cosa possiamo imparare oggi?
 
Che la politica è servizio. Tina amava ripetere che il potere, senza servizio, diventa diabolico. Non fece mai carriera per interesse personale, non accumulò ricchezze. Visse tra Roma e Castelfranco, mantenendo uno stile sobrio.
 
Dopo la guerra, quindi, continuò a vivere seguendo la strada che aveva iniziato a percorrere fin dalla giovane età, con la scelta partigiana. Nel sindacato, nel settore tessile, difendeva i diritti delle lavoratrici, delle filandiere, inizialmente timorose, davanti alla chiamata a essere protagoniste nella difesa dei propri diritti, della propria dignità. Ma poi quando comprendevano, e facevano propri certi discorsi, acquisivano una nuova forza collettiva e “quando le donne si mettono insieme, vanno fino in fondo”.
 
Si impegnò per il voto alle donne, nel Referendum tra monarchia e repubblica, si impegnò “nel lavoro di ‘pronto soccorso’ con le prostitute in cui, fin dai primi anni di pace  […] affiancando Lina Merlin e Ilda D’Este, che ci aveva tirato addosso molte critiche. Ricordo lo sconcerto di tanti uomini nei nostri confronti. Non bisogna dimenticare il clima culturale dell’Italia degli anni Cinquanta. Il silenzio che avvolgeva certi argomenti.”  Non venne mai meno alle proprie convinzioni.
 
Oggi manca il senso dell’integrità. Lei difendeva la Costituzione, come faceva Sandro Pertini o come don Sturzo. Credeva nei giovani e nella loro capacità di custodire la democrazia.

Se Tina potesse parlare alle giovani donne che votano oggi, quale incoraggiamento affiderebbe loro?

Direbbe anzitutto che in democrazia nessuna conquista è definitiva.
Metterebbe in guardia contro i “ritocchi” alla Costituzione, contro le modifiche graduali che rischiano di svuotarne lo spirito, come sta avvenendo anche oggi con i 5 punti della riforma della giustizia, anche questo un progetto del ritocco per rivedere la Costituzione un po’ per volta. La vigilanza è il primo dovere civico. 
Il suo messaggio, in fondo, resta semplice e radicale: esserci, partecipare, amare la democrazia abbastanza da difenderla ogni giorno.