Generazioni nella diaspora 

Intervista a Fred Charap

di Cristina Janssen

Oggi i rapporti tra generazioni sono spesso da ridefinire, reinventare. Pensiamo, ad esempio, al fenomeno dei figli unici: si perde il legame con fratelli e sorelle e quello con zii e cugini. L’assenza di altri bambini in famiglia modifica la relazione con gli adulti.
Un altro fenomeno importante è quello delle migrazioni. Le persone che a causa della migrazione vivono fuori dal proprio territorio geografico e culturale sono oltre cento milioni. Cento milioni.
Le migrazioni incidono fortemente sulla qualità e sulla tipologia di legami familiari. In Italia abbiamo circa 16.000 minorenni stranieri non accompagnati. Non sempre trovano altri parenti o comunità legate al paese di origine che offrono loro accoglienza e appartenenza. Anche nelle seconde generazioni di migranti assistiamo ad un sovvertimento di modalità e valori nei rapporti familiari.
Molte comunità si sforzano di mantenere la propria cultura. Questo permette di mantenere un’identità e un legame con il proprio luogo d’origine, diversamente da altre comunità che scelgono il percorso dell’assimilazione nel paese d’accoglienza.

La diaspora ebraica rappresenta la prima forma di migrazione forzata di un intero popolo. L’idea di un esodo forzato dalla propria terra d’origine, purtroppo, è antica! Questo termine - diaspora – che fa riferimento alla dispersione ai quattro angoli della terra ma con la persistenza della cultura d’origine e delle proprie radici, viene oggi usato anche per altri popoli che in massa sono costretti a lasciare il proprio paese: la diaspora iraniana, armena, palestinese …

Vogliamo soffermarci sul rapporto con la generazione degli anziani. Nella migrazione sono principalmente gli adulti o i giovani adulti a partire. La generazione dei nonni è spesso troppo fragile per affrontare il viaggio verso una nuova cultura, una nuova lingua, nuove usanze.
Gli adulti vivono così senza l’appoggio della generazione precedente, bambini e ragazzi crescono senza quella relazione affettiva data dalla presenza dei nonni, ma anche senza la loro ricchezza esperienziale e valoriale.

Mi fa piacere in questo contesto raccogliere la testimonianza di Fred Charap, artista e scrittore, campigliese da 35 anni, newyorkese di nascita, di cultura ebraica, cresciuto e vissuto a Brooklyn, nel cuore del quartiere ebraico.

In che periodo sono emigrati i tuoi genitori e per quali motivi?
I miei genitori sono emigrati dalla Russia, mia madre intorno al 1920, il mio babbo nel 1926, principalmente a causa delle persecuzioni razziali. Mia mamma è nata e vissuta a Kiev, dove c’era molto antisemitismo. Babbo ha vissuto in un piccolo paese di montagna, dove le persecuzioni erano molto meno, ma c’erano comunque. Era una questione di persecuzione, principalmente. Però il mio babbo è emigrato anche per motivi di opportunità economiche. L’America era un paese mitico, c’era un detto: “l’America ha pavimenti di oro”, c’erano opportunità che non c’erano in Russia.
 
Qual era l’età media dei migranti ebrei verso gli stati Uniti in quel periodo?
Mia mamma aveva quasi vent’anni, mio babbo quasi ventisei anni, tutti e due erano nati intorno al 1900.

E gli altri emigranti?
C’erano di tutte le età, anche anziani, era un viaggio pericoloso, non c’erano spazi separati nella nave, hanno dormito all’aria aperta, c’era un solo bagno pubblico per tutti, uomini, donne bambini, anziani. Tutti sono partiti, specialmente verso la fine degli anni Venti e primi anni Trenta, quando c’erano tanti problemi per gli ebrei in Europa. Tutti volevano scappare.
 
Quindi anche le persone anziane?
Decisamente sì, anche molto anziani, parlo di persone dagli 80 anni in su. Però tanti sono morti durante il viaggio, o appena arrivati negli Stati Uniti, per questioni di salute, bambini e anziani. Quando sono arrivati negli Stati Uniti non c’era lavoro, non capivano la lingua, non hanno capito come funzionava la sanità, sono morti per questi motivi, nonostante ci fossero associazioni per aiutarli.

La tua famiglia è riuscita a mantenere dei legami con parenti rimasti in Europa?
No. Prima, tanti erano morti o deportati nei campi di concentramento, specialmente nella famiglia del mio babbo. Era molto difficile, ogni tanto c’era una lettera, però contatti regolari non c’erano. Abbiamo avuto parenti deportati sia nei campi di concentramento russi, sia ad Auschwitz.
 
Nel tuo quartiere, quindi, non c’erano persone anziane,” nonni”, possiamo dire?
No, però nel mio quartiere sembrava naturale, quasi nessuno aveva nonni. Erano morti o erano stati ammazzati in Europa. Non c’erano nonni, io non mi sentivo diverso di altri. Solo quando sono entrato nella società più ampia, ho capito che tanti hanno nonni, noi no.
 
Nella vostra comunità come compensavate questa assenza?
In due maniere: C’erano persone, adulti senza parenti e senza nipoti, e i miei genitori hanno detto: “chiama lui zio, chiama lei zia”. Io ho saputo che loro non erano i miei zii naturali, però era una buona sostituzione. L’altra cosa è la cultura ebraica, abbiamo esperienza di essere in esilio, nella diaspora. La cultura aiuta. Non era la prima volta!
 
Parlami ancora di queste figure di “zio” o “nonno” “artificiale
Erano molto carini, molto dolci. Io ho avuto uno “zio”, avevo otto o nove anni, lui 50 o 60 anni, però lo vedevo ogni giorno, guardavamo insieme le partite di baseball, era molto piacevole, nella mia testa era il mio ”buon zio”.

Tu ora hai un’esperienza personale di essere nonno. Come vivi questa condizione?
Io ho 82 anni, ho una figlia e una nipote di 17 anni, lei ha 5 nonni. La vita è cambiata grazie agli Stati Uniti, grazie all’Europa. È totalmente diverso.

Ritieni sia una ricchezza per tua nipote?
Sicuramente, io sento un una certa mancanza, perché tutto era artificiale con il mio buon zio e con la mia buona zia, io sento una mancanza e un vuoto nella mia vita. Io provo una certa gelosia quando vedo bambini con nonni o con parenti stretti che io non ho avuto. Manca qualcosa, psicologicamente.
 
 
Ringrazio Fred Charap per questa testimonianza. 

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