Il porto di Piombino: spazi, luoghi e persone nel tempo

Intervista a Mauro Carrara


Per ricostruire la storia del porto di Piombino e della Compagnia Portuali, realtà importanti del territorio, abbiamo raccolto la memoria di Mauro Carrara, dipendente della Compagnia Portuali per 36 anni, oltre che attento e appassionato conoscitore della realtà locale e dei suoi passaggi storici più importanti, quelli legati al passato più remoto e alla storia illustre del piccolo Stato di Piombino e quelli più recenti relativi alle grandi trasformazioni del ‘900. 

 

Avevo 16 anni e 8 mesi ed era il maggio del ‘54 quando cominciai a lavorare al porto, in una delle due sezioni della Compagnia Portuale di Piombino. All’epoca la Compagnia Portuali, nata nel 1945,  era suddivisa infatti nella sezione Elba e in quella intitolata a Edo Micchi, lavoratore portuale morto sul lavoro, che trattava le merci industriali. 

Nel ‘67 il Governo concesse l’autonomia funzionale all’Italsider e i lavoratori portuali furono esclusi dai lavori al pontile e alla darsena. Quindi le due sezioni furono unificate. 

Fino al ’67 a sezione Elba si collocava se non al primo sicuramente al secondo posto per reddito a livello nazionale, ma anche dopo l’unificazione le attività fecero registrare livelli molto positivi in termini di traffici turistici e industriali. Mi occupavo di amministrazione ma anche dei dati statistici. 

Il cambiamento del porto dagli anni ‘50 

Oggi il porto è molto cambiato, non lo riconosco più, è senz’anima e assomiglia a molti altri luoghi. In quegli anni era un vero e proprio microcosmo: c’erano le agenzie, la “pesa pubblica” di Elbano Guiggi  dove venivano pesate le merci da e per l’Elba, la dogana, il bar collocato al centro del porto. Dove ora inizia la diga si trovavano le agenzie marittime, i piloti, gli ormeggiatori, tutti vicini alla diga foranea. C’era un piccolo Navalcarp dove dei veri e propri maestri d’ascia costruivano le barche da pesca. Quando facevano il varo, davanti all’attuale Capitaneria, veniva organizzata una vera e propria cerimonia. 

Le barche da pesca erano tante. All’interno della darsena Magona c’era una curvidiga con tante imbarcazioni, comprese quelle dei battellieri che facevano la spola con le navi in rada o al pontile acciaierie per scaricare materiali. Un’altra attività importante era quella dei fratelli Donato che avevano la concessione della nettezza urbana delle navi. Prendevano i rifiuti e li portavano alla discarica. Al porto lavoravano inoltre molti operatori occasionali che venivano chiamati a seconda del bisogno. 

Insomma c’era un’organizzazione ben definita con una vera e propria differenziazione del lavoro. 

 

I barconi e i primi traghetti 

Le merci per l’Elba negli anni ’50 venivano trasportate con grandi barconi a motore. 

Il traffico turistico e passeggeri cominciava a muoversi in quegli anni e le auto passeggeri venivano caricate sulle navi con delle gru, le corvette “Portoferraio” e “Porto Azzurro”. 

Nell’estate del ’57 partì invece l’Aethalia, il primo traghetto che poteva caricare direttamente le auto. 

In quegli anni arrivò direttamente sul porto anche la ferrovia e questo rappresentò un grande cambiamento. Negli anni ’60 i flussi turistici erano già consistenti e si contavano già oltre tre milioni di passeggeri da e per l’Elba. 

All’inizio degli anni ’70 vennero introdotti altri traghetti, il famoso “Calimero”, il “Luigi Rizzo”, la “Città di Piombino”. Poi la linea dei Golfi con la Sardegna con un incremento incredibile per Olbia e un tonnellaggio che balzò alle stelle. Tra l’altro la linea con la Sardegna oggi è praticamente scomparsa ma per buona parte del ‘900 non è stato così. 

L’Elba in quegli anni divenne una seconda Capri; i piccoli proprietari elbani vendettero molti terreni agli stranieri, abbandonando la terra che era stata una delle principali attività sull’isola. Ricordo di aver visto passare macchine con targhe provenienti da tutta Europa. 

 

Il porto e la città 

Il porto allora era vissuto, dopo le acciaierie era l’attività economica più importante. Oggi è solo un passaggio di turisti e Piombino non assorbe niente. 

All’epoca invece era una realtà integrata nella vita sociale, un’area aperta dove si arrivava anche a piedi per fare una passeggiata. Il bar rappresentava un luogo di ritrovo e non soltanto di passaggio, era anche uno spazio sociale e d’incontro. Negli anni ‘70 vi fu costruita anche la terrazza con il ristorante. 

Un altro spazio sociale era la spiaggia del porto con un altro bar, il bar di Riccardo Zanna, frequentatissimo, dove ora si trova il terminale della diga, sotto Poggio Batteria. Ricordo che questo locale non potette utilizzare l’insegna “ristorante”, che era già stata attribuita all’altro locale sul porto, e quindi fu chiamato semplicemente “Cibi cotti”. 

All’epoca all’Elba si svolgevano anche importanti manifestazioni culturali internazionali, ad esempio il Cantagiro, e quindi era facile assistere al passaggio di artisti e personalità del mondo dello spettacolo, elemento che rappresentava un’attrazione per tutti. 

Ricordo quando venne Marisa Allasio dopo il successo del film “Poveri ma belli” oppure Elsa Martinelli, attrice e modella famosa. 

La Compagnia portuali partecipava poi regolarmente alle attività delle associazioni, alle iniziative sportive, tornei di calcio, di tennis e molto altro. 

Tutta l’area di viale Regina Margherita in collegamento con il porto era considerata centro, mentre ora è periferia. Lo stadio svolgeva una funzione importante, all’epoca venivano anche dall’Elba a vedere le partite allo stadio “Magona” ma anche la stazione ferroviaria era un punto importante di relazioni. 

 

I personaggi del porto 

Essendo un luogo vissuto, c’erano anche tanti personaggi conosciuti che svolgevano attività diverse. “Zoccolino” era uno di questi e faceva il portabagagli (all’epoca al porto ce ne erano circa 5 o 6 che si occupavano del trasporto dei bagagli dei passeggeri). Il porto era caratterizzato inoltre da altri personaggi che vendevano orologi, collane al nero e mettevano di mezzo anche i turisti. 

Ricordo poi l’episodio del treno che andò a finire direttamente in mare, per un guasto ai freni. Fortunatamente non c’era nessuno a bordo. Arrivò proprio sul molo “Elba”, frantumò lo sbarramento di cemento e andò in mare. 

E poi non possiamo dimenticare la tragedia del febbraio 1989, quando Luciano Costanzo, portuale e sub esperto, fu divorato da uno squalo al largo dello Stellino. Un episodio terribile che ebbe una grande risonanza anche a livello nazionale. Costanzo era una persona molto conosciuta in città e tutto fu veramente terribile e scioccante. 

 

Piombino e il mare 

Piombino è nata sul mare ma oggi non è più città di mare, proprio perché le attività produttive legate al mare sono poche e meno rilevanti rispetto al passato. C’è solo il turismo balneare. 

È stata però un’importante città di mare, basti pensare al suo passato. Gli Appiani avevano le navi al porto e si dedicavano al commercio. Piombino fu il primo Stato ad avere un ambasciatore con Tunisi nella seconda metà del ‘400. Aveva rapporti e intratteneva traffici con tutto il Mediterraneo. 

Anche nel ‘900 la città viveva di attività e mestieri legati al mare, come la costruzione delle vele, delle reti da pesca e altro. Piombino è stata anche città di marinai e di grandi velisti. Basti pensare allo sport che veniva praticato negli anni ’50 quando fu costruito il Centro Velico, oppure all’attività della Lega Navale

Un tempo c’era un grande mercato del pesce che serviva la costa toscana, c’erano diverse famiglie che commerciavano con il pesce come i Tondellini, i Grieco, i Della Monica. Le attività di pesca oggi sono poche e le lampare sono sempre più rare in porto. 

Possiamo dire che si è persa la cultura del mare. Una perdita di un pezzo d’identità della città e del territorio. Purtroppo allontanandoci dal mare abbiamo scordato tanto del nostro passato. Piombino è sempre stata una città d’acqua, circondata dal mare e dalle paludi. Negli anni ‘40 e ‘50 tante persone vivevano dei prodotti della palude, si pensi agli impagliatori, ai pescatori di ceche, di ranocchi e anche di sanguisughe. Una tradizione e una ricchezza di mestieri che non sono sopravvissute. 

La mia esperienza al porto è stata molto importante ed è durata fino al 1990, anno del mio pensionamento grazie alla “Legge Prandini”. In questo periodo ne ho viste di cotte e di crude, 36 anni di sviluppo e di cambiamento della città e di tutta l’Italia, dove il porto ha sempre svolto un ruolo fondamentale a livello locale e nazionale. 

Si pensi che quando chiuse la Magona nel ‘53 e furono mandate a casa 2500 persone, tanti operai emigrarono ma tanti trovarono posto al porto che rappresentò all’epoca una vera e propria valvola di contenimento. 

Adesso la situazione è molto diversa, ci troviamo ad affrontare una fase di grande criticità dovuta principalmente alla crisi industriale, associata a una profonda crisi culturale e identitaria del territorio. 

Per questo è importante capire come eravamo, da dove siamo venuti, per provare a immaginare qualcosa di diverso per il prossimo futuro partendo proprio da quella cultura del mare e di acqua che ci aveva contraddistinto in passato e che non dovrebbe essere persa.