Generare cittadinanza

Intervista a Stefano Sarzi Sartori

di Monica Pierulivo

La cultura è la base da cui partire per produrre cambiamenti reali e innovativi.
In particolare, riferendosi a una società sempre più disgregata, emerge la necessità di ricostruire una cultura del legame. In tutto questo, due istituzioni principali come la scuola e la famiglia non sembrano rappresentare più dei riferimenti, la loro importanza si è affievolita, si sono rotte delle alleanze fondamentali. Cosa ne pensa?


Mi sono occupato dei temi della famiglia sin dall’inizio della mia attività, dalla fine degli anni ‘80 nell’ambito della rivista “La famiglia” (editrice La Scuola), una rivista con taglio scientifico divulgativo a diffusione nazionale. Attraverso questa esperienza ho cominciato a percepire la distanza che intercorre tra pensiero e realtà, anche attraverso la mia esperienza personale.
Leggevo testi e articoli bellissimi ma poi, guardando al contesto personale e sociale, mi dicevo: è fondamentale che questi pensieri si trasformino in realtà, cioè in pratiche e cultura.
In Europa il modello organizzativo ricorrente della famiglia era quello orizzontale, aggregativo.
Un modello che in alcuni paesi, come il Belgio, era diventato così forte da determinare realtà associative in grado di condizionare persino la scelta dei ministri per la famiglia. Tutto ciò grazie al fatto che, attraverso una rete vastissima di servizi organizzati dalle famiglie verso le famiglie, questa associazione (Ligue des familles) può aggregare un numero enorme di famiglie. Il modello italiano invece era e sostanzialmente è ancora diverso: aggrega le famiglie dove c’è la condivisione di una problematica particolare (per esempio le famiglie di diversamente abili), o una particolare appartenenza (religiosa o altro), altrimenti le rappresenta secondo un modello verticale o sindacale, avendo con ciò meno capacità aggregativa e dunque meno forza politica e anche
trasformativa della realtà.
Da qui è nata l’idea di costituire nel '94 assieme ad un gruppo di amici un’associazione “Risorsa famiglia” tutt'ora attiva, con l’obiettivo di costruire servizi dalle famiglie alle famiglie. L’idea era anche quella di legare e valorizzare altre realtà associative, inserendole in questa comune prospettiva: Aggregare e non solo rappresentare!
Successivamente grazie a un finanziamento della “Legge Turco”, la 328, fu creato allora un primo centro lombardo per le famiglie, nella bassa bresciana e il primo nido familiare sul modello dell’esperienza francese, presente in varie forme nel resto d’Europa. Questa
esperienza per me ha significato (come volontario) l'ingresso concreto nel tema della comunità, in quello che dal 2005 ad oggi è diventato il mio campo di lavoro, ovvero lo sviluppo di comunità.

In quel campo e in quella prospettiva però lei ha iniziato a lavorare proprio dall'interno della scuola, sperimentando approcci innovativi su genitorialità e partecipazione. Può raccontarci brevemente queste esperienze?

Nel 2005, il dipartimento Istruzione della provincia di Trento che aveva in quell'anno varato, in quanto provincia Autonoma, la nuova legge sulla scuola, aveva attivato, come una delle funzioni di sistema, l’Area genitorialità, prendendo atto della necessità, in linea con le indicazioni e le prassi europee, di riconoscere la componente genitoriale come elemento strutturale nella gestione e nella vita dell’istituzione scolastica.
Io fui chiamato a dirigere e strutturare (lo feci per 6 anni) quella funzione che subito rinominai Genitorialità e Partecipazione. Con un folto gruppo di genitori delle Consulte dei genitori e con una rappresentanza di docenti, dirigenti e rappresentanti del territorio lavorammo in modo partecipato a promuovere la costruzione di prospettive nuove e condivise a partire dalla domanda che cosa è e che cosa chiede una scuola partecipata. L’idea era quella di una scuola strumento di partecipazione anche per il proprio territorio di appartenenza. Come si sa una degli ostacoli più forti alla partecipazione e che accomuna scuola famiglia, enti sociali e istituzionali ... è
l’autoreferenzialità, che assume caratteristiche diverse a seconda dei soggetti. Il famoso sociologo della famiglia Pierpaolo Donati coniò negli anni '90 l'espressione “privatismo familiare” per definire la famiglia autoreferenziale che pensa di bastare a sé stessa, dimenticando con ciò quella dimensione sociale che la fa essere tale in senso pedagogico, politico ed anche economico. Più la famiglia è sola e più è fragile, e questa fragilità si riverbera su tutto il mondo circostante e attraverso i figli sulla scuola. Non parlo di fragilità intrinseca, relativa alle famiglie considerate disagiate; parlo piuttosto di una condizione di vulnerabilità che attraversa tutte le famiglie nel momento in cui credono di essere forti e ben attrezzate, mentre c'è un contesto attorno a loro decisamente più forte e condizionante. È su questo aspetto non considerato e non agito che tanto la famiglia quanto la scuola nel loro solipsismo autoreferenziale diventano fragili ed entrano sempre più spesso in conflitto. Si tratta di vedere ed agire insieme quello spazio comune che si chiama comunità.
La mia generazione è cresciuta educata dalla comunità, non solo dalla famiglia. Eravamo dentro un contesto di “libertà vigilata”, non avevamo l'adulto che ci controllava, ma sapevamo che chiunque ci dicesse qualcosa aveva un’autorità che era delegata dalla famiglia. Questo meccanismo, nato in un contesto in cui la famiglia aveva un ruolo sociale molto forte, è stato abbandonato nella convinzione che in uno stato liberale, capitalistico e moderno, tutti i servizi dovessero essere garantiti dallo Stato. Lavorando in alcuni contesti sulla comunità, abbiamo intervistato l’anziano barista e l’anziano vigile e tutti ci raccontavano la stessa esperienza: una volta potevamo raccontare ai genitori quello che combinavano i loro figli e questi ci ringraziavano, poi hanno iniziato a rispondere “il figlio è mio e ci penso io, tu pensa al tuo lavoro” e da lì è cambiato tutto. Il detto africano “Ci vuole un villaggio per educare un bambino” sintetizza splendidamente un sapere storicamente acquisito in tutte le civiltà; un sapere che il mondo moderno e liberista sta inesorabilmente cancellando, creando fragilità non solo nella famiglia ma in ogni ambito della vita sociale.

Oggi purtroppo questa rottura dell’alleanza tra scuola e famiglia, e spesso tra scuola e società è molto evidente. Quali sono le possibili azioni per superare questa grande criticità?

Lei ha detto bene: non si tratta solo della rottura di una alleanza tra scuola e famiglia. Qui si è proprio rotta una alleanza di sistema, o meglio: è venuto meno l'unico terreno comune su cui una alleanza di sistema può essere costruita: la comunità. Ce lo dicono in primis economisti di fama mondiale come Raguran Rajan, Amartya Sen, Stefano Zamagni: se manca il soggetto comunità, la cosiddetta terza gamba, il sistema, che ora regge su Stato e Mercato, crolla. Questo soggetto va innanzitutto e nuovamente visualizzato e proprio il rapporto scuola e famiglia può fornirci un esempio concreto di cosa questo significhi. Per esempio, quando c’è un conflitto tra scuola e famiglia si scaricano le responsabilità uno sull'altro, vedendo ognuno le presunte incapacità
dell'altro. Per l'esperienza maturata in queste situazioni mi accorgevo in realtà che i ragazzi agiscono e vivono una sorta di “mondo di mezzo”: un mondo di relazioni indistinte, incontrollate, insensate in cui i social imperversano mostrando tutto senza scale di giudizio, dicendo tutto è il contrario di tutto... questo mondo, questo spazio relazionale era un tempo lo spazio della comunità da cui scuola e famiglia (e non solo) si sono ritirate per chiudersi ognuno nei propri fortini autoreferenziali. Nei casi di conflitto bastava ricostruire piano piano quel terreno comune, visualizzare nuovamente  (questa è in sostanza la cosiddetta “alleanza”) quel noi che caratterizza la comunità e la soluzione emergeva. La cosa incredibile è che in questi percorsi nessuno dei soggetti coinvolti aveva la sensazione di cambiare perché in effetti assumevano una prospettiva nuova che includeva tutti e due ma al tempo stesso li superava. Superato il conflitto è lì che inizia il lavoro di comunità, quello che porta a definire strategie comuni e poi a misurarne passo a passo gli esiti, l'efficacia. La partecipazione è una cultura profonda che va costruita attraverso le relazioni, il dialogo, talvolta anche il conflitto, coinvolgendo proprio tutti, anche i giovani. Ma tutto ha radice nel visualizzare assieme quello spazio comune e concreto, anche se invisibile, che è lo spazio del noi. In quello
spazio emergono tutte le soluzioni e tutte le energie necessarie a muovere il cambiamento, a risanare i conflitti, a trovare soluzioni sostenibili.

Può raccontarci questo approccio che cosa ha prodotto nelle scuole trentine?
Gli esiti sono stati diversi ma in particolare vorrei ricordare la Rete trentina delle scuole partecipate, nata tra il 2006 e il 2010: 16 scuole tra Istituti Comprensivi e Scuole Superiori.
Vorrei raccontare come nacque questa rete, perché non fu una proposta calata dall'alto. Proprio per avviare un lavoro dal basso che rispondesse alla domanda cosa è e cosa chiede una scuola partecipata fu lanciata una proposta di percorso a tutte le scuole trentine, cui aderirono liberamente una cinquantina tra tra genitori (il maggior numero), dirigenti, insegnanti e alcuni assessori comunali. Si trattava di un percorso di 6 mesi circa in cui ad incontri a tema (3) si alternavano a incontri di lavoro per gruppi misti (altri 3). In mezzo una tavola rotonda pubblica e alla fine un viaggio esplorativo e formativo all'estero (in Belgio appunto). L'obiettivo esplicito del percorso era di costruire insieme un documento che poi prese il titolo “Dalla rappresentanza alla
partecipazione”. In realtà l'esito nascosto e più significativo era appunto di creare le basi per un processo trasformativo dal basso. Il percorso ha creato la possibilità, togliendosi da un rapporto stretto di ruolo e guardando ad una prospettiva comune ed alta, di costruire dialogicamente una visione di mondo/scuola possibile. È infatti nel dialogo con diversi punti di vista ognuno accolto dall'altro che si può produrre cambiamento. La tappa finale del percorso ovvero il viaggio esplorativo ha sancito poi anche da un punto di vista emotivo e umano questa esperienza di compartecipazione. Un aspetto, quello emotivo-relazionale, troppo spesso cancellato da una separazione di ruoli esasperata. Con la stessa modalità di percorso e a rinforzo ulteriore di questo
obiettivo partecipativo si è lavorato a realizzare delle linee guida per le consulte dei genitori (per gli Istituti comprensivi prima e per le scuole superiori poi).

Cosa ne è stato di questa esperienza?
Purtroppo la rete era indigesta a diversi soggetti del sistema scuola ed è stata a poco a poco smantellata nonostante l'entusiasmo e gli esiti che l'avevano contrassegnata. Un fallimento si potrebbe dire. In realtà al di là del fatto che molte persone le ho ritrovate poi in campi diversi a lavorare con gli stessi principi, questo come altri “fallimenti” mi hanno insegnato qualcosa di assolutamente cruciale definendo gradualmente quasi una svolta nel mio approccio. La spiego così: spesso in piccoli angoli di realtà nasce qualcosa di significativo e innovativo che si muove perciò in modo diverso dal contesto di sistema che gli sta attorno. Tutto bello, ma quando per crescere o sopravvivere questa realtà inizia a interfacciarsi stabilmente con il contesto di sistema
succede spesso che si crei una sorta di rigetto da parte del sistema, perché le logiche e le dinamiche con cui questo si muove sono diverse e difficilmente vengono a compromesso. Dunque quell'esperienza o rimane nell'angolino, o si assoggetta alle logiche del sistema perdendo la sua carica innovativa, oppure si spegne.
Questi “fallimenti” dunque mi hanno insegnato che avendo come centro la ricostruzione della comunità, occorre considerare un processo di trasformazione
che non parta solo dagli ambiti, ma anche dallo stesso micro sistema in cui gli ambiti sono inseriti, che significa coinvolgendo verticalmente tutti i soggetti del contesto.
In questo modo si crea un terreno comune in cui le micro esperienze di ambito sono valorizzate e supportate rappresentando anzi la possibilità stessa per il micro sistema di esplorare modi nuovi di produrre innovazione.

Mi pare di intuire che una cultura partecipativa può innescare cambiamenti significativi ma a partire dal sua esperienza come avviene questo cambiamento?
Il tema è come attivare processi trasformativi. La parola cambiamento secondo me non è corretta.
Il dialogo (che non è la dialettica, o il dibattito o il confronto) ma qualcosa di più complesso e profondo è in effetti l’elemento trasformativo. Nel momento in cui, attraverso il dialogo, riesco a far mio in tutto o in parte il diverso punto di vista di un altro, io assumo e faccio mio qualcosa di nuovo che allarga la mia visione, aggiunge elementi nuovi, in qualche modo integra la mia precedente visione senza darmi la percezione di cambiamento. In questo modo, anche se non ce ne accorgiamo, noi però cambiamo. In effetti, nel dialogo è spesso più facile accorgersi del cambiamento dell'altro piuttosto che del nostro. Vediamo il nostro nell'altro ma non l'altro nel
nostro. Alla fine sono le persone che determinano il cambiamento sia negli ambiti sia nel sistema.
Riprendendo il tema precedente sul mio approccio di sistema questo aspetto del cambiamento è cruciale. Noi ci lamentiamo spesso infatti dei paletti posti dalle normative o dalla cosiddetta burocrazia pensando che i vincoli siano tutti normativi. In realtà tutti gli ambiti, persino la scuola che è ipernomata, senza toccare i paletti normativi, offrono potenzialità di iniziativa e di trasformazione incredibili. Quel che blocca la trasformazione non sono tanto le norme ma gli schemi e le prassi con cui siamo abituati a muoverci e che rispondono a logiche di controllo, di esercizio del potere, di rassicurante governance che diventano tanto più rigide e forti quanto più la realtà è complessa e frantumata. Il nostro è in generale un sistema ingessato, non tanto dalle norme ma dalle convenzioni, dalle logiche rassicuranti del controllo, del “si è sempre fatto così”.
Dalla mia esperienza, per muovere cambiamenti occorre lavorare non tanto sulle norme ma esattamente sulla cultura che significa sul modo di vivere assieme la nostra realtà e solo un modo diverso di intendere e vivere le relazioni e il dialogo può scardinare queste logiche.
Una famosa sociologa inglese Margaret Archer dopo 15 anni di ricerca sul tema “come noi possiamo cambiare il contesto e non solo essere determinati dal contesto (come affermava Max Weber)” rappresenta così l'esito della sua ricerca: “La conversazione interiore: come nasce l'agire sociale”. Questo, che è il titolo del suo libro, intende rappresentare sinteticamente il modo con cui le persone arrivano ad agire il cambiamento del proprio contesto: ovvero solo se si visualizza dentro di sé un possibile
“mondo” diverso, attraverso il dialogo, il confronto, la riflessione (appunto la conversazione interiore) , solo così ci si attiva di conseguenza per costruirlo (così appunto nasce l'agire sociale, inteso come agire trasformativo). Questo significa creare cultura del cambiamento.
Ma il cuore o il motore di questo cambiamento è il dialogo, la relazione che genera e rigenera noi assieme al contesto che ci sta attorno.

Quando si parla di generatività sociale cosa si intende?
Questo processo trasformativo è lo stesso che costruisce la nostra identità.
Fin dalla nascita noi cresciamo attraverso relazioni che possono essere generative o anche degenerative.
La relazione è ciò che genera la mia identità ma è al contempo ciò che genera la possibilità del cambiamento del mondo attorno a me.
 Le due cose sono strettamente connesse. Di fatto come nella nostra vita possiamo identificare attraverso le relazioni un filo rosso che ci ha portato e ci porta a crescere e
un filo nero che ci ha portato ferite, lacerazioni, traumi, così è nella vita sociale.
Una comunità priva di relazioni generative tra tutti i suoi componenti è una comunità destinata a morire. Ogni snodo relazionale è lo snodo di un processo continuo che ci connette tutti che ci definisce personalmente e socialmente e al tempo stesso ci cambia.
Questo processo relazionale che chiede di essere visto per poter essere innescato, sostenuto, accudito, accompagnato così da poter essere generativo.
 La radice della generatività sociale è dunque la stessa della generatività personale.
Anche il concetto di identità sociale è sempre più spesso manipolato e travisato, intrappolato in un senso di appartenenza escludente, dove il noi è chiuso, non è in relazione e dunque è morto.
Nella storia nessuna identità è mai rimasta uguale a se stessa nel tempo. Le civiltà identitariamente definite sono infatti civiltà morte (gli Egizi, i Maya, i Romani, ecc.) di cui comunque noi abbiamo ereditato qualcosa. Così è per l’identità italiana piuttosto che quella francese, costruite su un mix di provenienze e di identità diverse e in continua naturale trasformazione.
Certamente se un tempo questi fenomeni traformativi avvenivano nell'arco di secoli e dunque spaventavano meno, oggi la globalizzazione tende ad accelerare enormemente questi processi suscitando più forti risposte difensive di chiusura.
Ma negare la relazione con il diverso che abita la mia stessa comunità non preserva l'identità, al contrario la destina alla morte.
L'identità è per tutti e per ciascuno un concetto mutevole, non rimane mai identica a se stessa perché vive nella relazione.
A questo proposito c’è un’interessantissima esperienza dialogica nata in Finlandia e ormai diventata un vero e proprio movimento trasformativo in tutti i campi, anche terapeutico e che si è ispira a proprio a questi principi .

Cosa significa dunque creare e sviluppare comunità?
Innanzitutto, dal momento che la comunità è di tutti, allora tutti devono muoversi insieme per ricostruirla. C'è una metafora che io utilizzo per spiegare la precondizione per ricostruire la comunità ed è la metafora della piazza.
Noi abbiamo costruito nel tempo un sistema in cui la comunità è come una grande piazza i cui contorni, le case, gli edifici, sono la rappresentazione scorporata di ciò che nella piazza, cioè della comunità vive interconnesso, non scorporabile; c’è
quindi il lato dei giovani, quello degli adulti, degli anziani, delle donne; c'è il lato della pedagogia, quello dell'economia ecc, ecc. Il lavoro sulla piazza, sulla comunità, da parte dei volontari come degli esperti si è sviluppato però in questo modo: ognuno dalla piazza guarda il proprio angolo/lato di riferimento e agisce su quello spazio di piazza posto tra sé e il proprio angolo/lato di riferimento; chi occupandosi di giovani, chi di donne, di anziani e così via. In questo modo abbiamo una piazza capillarmente presidiata nel contorno con spazi di azione ben palettati (guai a chi invade il territorio dell'altro) mentre il grosso della piazza rimane non guardato alle spalle.
Questa situazione non regge più.
La sfida richiesta a tutti è quindi quella di mettersi spalle al proprio angolo/lato di riferimento, assumendo il proprio punto di vista specifico, la competenza specifica e guardando tutta intera la comunità. In questo spostamento non si perde quello che si faceva/vedeva prima ma si è posti nella condizione di comprendere meglio la realtà attraverso l'incrocio di sguardi, cominciando con chi mi sta più vicino, e poi, a mano a mano che allungo lo sguardo, anche con chi rappresenta ambiti apparentemente più lontani come l'ambito economico.
In alcuni contesti di progetto stiamo per esempio coinvolgendo nel lavoro di comunità anche le imprese, una connessione che, come ha mostrato concretamente Adriano Olivetti, è tutt'altro che assurda ed ha posto sul campo innumerevoli proposte di iniziativa. Questo cambio di paradigma è una sfida che chiede innanzitutto ad enti associazioni e istituzioni l'abbandono dell'autoreferenzialità, la disponibilità a cambiare schemi, a guardare e progettare insieme e infine obbliga a considerare ogni cittadino come necessario protagonista della propria comunità. Si tratta in concreto di costruire spazi dove innanzitutto ci si riscopre comunità, spazi dove si riscopre il bene comune, si guarda e si costruisce insieme, si cerca di rispondere insieme ai bisogni della
comunità. E il primo bene comune a cui rispondere è proprio il bisogno di relazione. Se si riattiva il contesto relazionale, automaticamente le persone cominciano a percepire il bene comune. Se invece si chiede direttamente ai cittadini per esempio di prendersi cura di un parco, perché è il loro bene comune, questo avrà un effetto limitato. Il passaggio dal bene relazionale, come bene primario o costitutivo apre invece le porte al famoso agire sociale di Margaret Archer. Se gli enti, le associazioni, pensano di poter dare risposte ai cittadini senza i cittadini, non si produce niente di nuovo e di trasformativo.
Il coinvolgimento dei cittadini nella comunità è oggi diventato urgente e necessario per il mantenimento di un livello e di un modello di welfare che oggi in tutta Europa sta esplodendo. Lo Stato non può dare risposta ad ogni bisogno, occorre che ognuno faccia la sua parte nella cura della comunità. Anche nei Paesi più ricchi e tradizionalmente più assistenzialisti del nord Europa, da anni si è fatto marcia indietro proprio sulle logiche assistenziali. L'esperienza dialogica finlandese che ho citato prima e che si sta diffondendo in Svezia, Olanda, Danimarca Stati Uniti ecc. è stata sostenuta proprio a partire da questa necessità.

Come fare per coinvolgere i giovani nella comunità?

Ho partecipato al suo nascere qui in trentino nel 2005 ad una esperienza molto promettente e tutt'ora attiva: i “Piani Giovani di Zona”. Sono strutture partecipate e delocalizzate che dovevano originariamente promuovere il protagonismo dei giovani, finanziando progetti per metà a carico della Provincia Autonoma di Trento. Tuttavia quelle strutture sono rapidamente diventate prevalentemente o tendenzialmente strutture o spazi dove spartirsi la torta dei finanziamenti. Il mega progetto proposto da esperti di progettazione sociale e che offre per esempio grande visibilità rischia di prevalere sul progetto sgangherato ma proposto da 4 giovani che han deciso di
mettersi in gioco senza sapere come fare.
Il tema della partecipazione responsabile dei giovani è tuttavia un tema molto presente anche tra gli stessi giovani. Il tema è complesso e non meno delicato del tema della partecipazione degli adulti. Sono gli stessi giovani tuttavia che sento
sempre più reclamare di non voler essere considerati come un problema, e come un segmento delle politiche sociali. Ci dicono invece che vogliono essere visti come parte della comunità, che vogliono avere una voce ed essere ascoltati, che vogliono spazi da costruire, non progetti precostituiti in cui entrare. Purtroppo in diversi contesti mi capita di trovare anche tra loro un forte sentimento di disillusione nelle possibilità di poter cambiare, di poter creare reale partecipazione...esattamente come il mondo adulto. È proprio una percezione che tarpa le ali che impedisce di
sognare e guardare al futuro. Questa percezione l'ho avvertita anche a Piombino quando sono venuto al Centro Giovani alcuni anni fa per un breve percorso con il Cantiere Formativo. Ma non possiamo rassegnarci.
Ho avuto occasione quest’estate di tornare in Val di Cornia e di partecipare alla Festa di quartiere al Cotone, una bellissima iniziativa, esempio di progettualità che parte dalle risorse sociali del quartiere per estendersi potenzialmente alla città. Un’esperienza praticata sul campo che si basa sull’attivazione di un processo partecipativo e generativo di cittadinanza. Perché l’approccio di prossimità è quello che permette di valorizzare le competenze presenti dentro un territorio, grazie a pratiche di vicinato quotidiane, inclusive, condivise. Una sfida aperta a tutti, cittadini, amministrazioni locali, operatori sociali, insegnanti e molto altro ancora, che si basa, prima che
sull'assunzione di responsabilità, sulla riscoperta della forza generativa delle relazioni di comunità.
Ciò che si costruisce nel quartiere ha a che fare con la città e poi con lo Stato, l'ambiente e l'umanità, perché vivere è convivere. Spero di esser riuscito in qualche modo a mostrare questa stretta correlazione che fonda il recupero di benessere personale e sociale così come il recupero di democrazia e di una economia sana.