Un tempo tutto per sé 

Intervista a Graziella Civenti e Gianna Stefan
promotrici dell’autoinchiesta
  Vivere soli, a Milano, ai tempi del Covid 19 


 di Benedetta Celati
Graziella e Gianna sono le due promotrici dell’autoinchiesta “Vivere da soli a Milano ai tempi del Covid 19”. A loro abbiamo chiesto di raccontarci come è nata questa indagine e quali riflessioni ne sono scaturite
In verità, parte tutto da lontano, da quando Graziella ha svolto la sua prima ricerca che ha dato origine al libro “Una casa tutta per sé. Indagine sulle donne che vivono da sole”. In quell’occasione, Gianna conosce Graziella e l’aiuta a diffondere i suoi questionari. Si ritrovano, poi, a Milano, una sera di agosto 2020, dopo il primo lockdown, e dal confronto sulle reciproche esperienze di come avevano vissuto, abitando sole, quel lungo periodo passato in casa a causa del Covid-19, Graziella e Gianna traggono lo spunto per sviluppare un nuovo progetto condiviso. Graziella aveva già elaborato un questionario, senza però essere integrata in una ricerca istituzionale, ma solo sulla base dell’esigenza, avvertita da entrambe, di fare qualcosa riguardo a un tema così rilevante eppure così poco analizzato, anche nell’ambito degli studi condotti sul lockdown e i suoi effetti. A quel punto occorreva solo partire. 

L’iniziativa prende avvio, a settembre del 2020, dalla diffusione del questionario, in versione cartacea e online, rivolto a uomini e donne, dai 40 anni in su, residenti o domiciliati nel Comune di Milano, che avevano trascorso il periodo di confinamento in casa da soli o da sole. La ricerca è guidata dal principio della cittadinanza attiva. A condurla sono quattro cittadini milanesi: oltre a Graziella e Gianna, ne fanno parte Alessandro Magni (operatore culturale) e Orleo Marinaro (data scientist). 

Si chiama “autoinchiesta” perché l’indagine non è supportata da organizzazioni e da finanziamenti ed è promossa da persone che condividono la condizione dell’abitare da soli, che intendono rendere visibile il tema dei nuclei unipersonali, aprire il dibattito pubblico e stimolare una rappresentazione più realistica della composizione degli abitanti della città di Milano. 

Milano, oltre a essere il luogo in cui abitano i promotori dell’inchiesta, è una città dove il fenomeno delle persone che vivono da sole risulta particolarmente marcato: circa la metà dei nuclei familiari cittadini, stando ai dati recenti, è composto da una sola persona. È, inoltre, uno dei territori più colpiti dal Covid-19.  

Dopo tre mesi di lavoro sono stati raccolti 1.068 questionari, dei quali ne sono stati considerati validi 988. I risultati sono stati illustrati da Graziella Civenti durante la presentazione dell’autoinchiesta, fatta il 16 aprile 2021, presso la casa della Cultura di Milano,  e hanno evidenziato che la maggior parte delle persone raggiunte ha vissuto tutto sommato positivamente l’esperienza del lockdown

Il tema mi incuriosisce molto. Anche per me nasce tutto da una conversazione estiva, quando, in una serata di luglio, conosco Gianna e prendo coscienza di qualcosa che fin da subito intercetta profondamente la mia curiosità. 

Da donna che vive sola, rimango colpita immediatamente dalla peculiarità di questa ricerca, che mi fa sentire, anche se in modo puramente istintivo, parte di un tutto, di una collettività che è difficile da inquadrare come tale.
Per preparami leggo alcuni brani tratti dal libro di Graziella, entro in sintonia con il concetto di singleness, che definisce ma non categorizza. Per questa condizione così condivisa ed eterogenea al contempo, manca infatti una “identità politica connessa”, un movimento sociale che la rivendichi, ed è pertanto complicato maturare un senso di appartenenza e sviluppare delle rivendicazioni. 
Eppure, le statistiche sono assai eloquenti, ci raccontano di un Paese nel quale le persone che vivono sole sono molte (1 nucleo familiare su 3 a livello nazionale). Si tratta in tanti casi di scelte volontarie e consapevoli, frutto della realizzazione di “percorsi identitari fondati sul sé” e sulla conquista della propria autonomia, ma non per questo arroccati nell’individualismo o nella incapacità di contribuire al bene collettivo. Anzi. 

Ma andiamo per ordine. 

Chiedo a entrambe di spiegarmi quale obiettivo si sono poste realizzando l’autoinchiesta e se hanno immaginato delle possibili azioni da compiere a partire dai risultati ottenuti

Graziella: Per noi già dare voce a un fenomeno sociale poco esplorato rappresenta un’azione, perché serve a far sì che esperienze e rappresentazioni individuali possano compiere quella risalita in generalità necessaria a renderle materia politica. 

Far conoscere il tema è determinante per farne prendere coscienza. Qualche tempo fa, per esempio, il Comune di Milano ci ha convocate per una audizione in Commissione consiliare ed è stata l’occasione per richiamare l’attenzione su questo tema che nonostante l’ampiezza della diffusione non ha praticamente spazio nell’agenda pubblica. Anche trovarci qui stasera, a sviluppare un confronto con la città di Piombino, è comunque un modo per far crescere il nostro progetto.  

Gianna: Mi sono sempre occupata dell’aspetto relazionale, facendo circolare il questionario prima e il tema adesso. Tuttora lavoro alla costruzione di reti e reticoli di relazioni, con l’intento di sensibilizzare per aprire il dibattito pubblico, finalità principale della nostra autoinchiesta. A Milano ora siamo in campagna elettorale e dove riesco promuovo il tema presso i candidati con cui entro in contatto, chiedendo attenzione e approfondimento sulla realtà milanese, la costituzione di tavoli di progettazione, la realizzazione di possibili sperimentazioni territoriali di nuove politiche pubbliche. Preciso che né io né Graziella facciamo parte di alcun partito politico e la nostra richiesta è fatta in qualità di cittadine.

Si pongono due interrogativi: è possibile individuare una sorta di soggettività politica, dal momento che quella delle persone che vivono sole è una categoria particolarmente fluida ed eterogenea? Potrebbe essere utile scomporre e costruire una mappa delle differenze individuate, così da delineare dei sottotemi sui quali costruire delle azioni politiche? Mi spiego meglio: a seconda delle tematiche, la condizione del vivere soli può essere evocata con riferimento a interessi e risorse diverse. Lavorando sulla scomposizione e la ricomposizione dei significati individuati, si possono creare dei bacini di agenti partecipativi. È necessario, però, operare sulla politica culturale per rendere evidente che chi vive da solo non è solo (a Milano un nucleo su due è unipersonale).

Perché secondo voi occorre rendere visibile questa parte della popolazione, così numerosa, e suoi bisogni? Che cosa dovrebbe fare l’intervento pubblico?

Graziella: A tale proposito mi sembra importante sottolineare che spesso la condizione del vivere soli è interpretata come la personificazione di alcuni disvalori afferenti all’individualismo. Ma il punto è che le persone che vivono sole, stando alle ricerche condotte (anche se non è possibile generalizzare), sono generalmente le più impegnate a creare del capitale sociale e a costruire il bene collettivo. Una simile evidenza contraddice la lettura dominante e fa emergere come queste persone rappresentino una risorsa non riconosciuta. La cura e la manutenzione dei legami è peraltro una competenza femminile fortemente sviluppata dalle persone che vivono sole. È necessario, a livello culturale, fare prima di tutto un lavoro di ridefinizione per dimostrare che i “soli” non sono un costo: non sono solo portatori di bisogni ma anche di soluzioni. 

Per quel 30% che ha raccontato di aver vissuto con disagio e fatica il confinamento, le reti informali e in particolare il mondo amicale sono stati fondamentali. 
A distanza di sette anni dalla prima inchiesta che ho condotto, i dati confermano le ipotesi fatte all’epoca sulle evoluzioni del mondo sociale e sulla relativizzazione del ruolo svolto dalla famiglia, in un Paese come l’Italia che pure dà un grande valore al contesto familiare e che usa frequentemente la famiglia come ammortizzatore sociale delegandole la cura dei soggetti più fragili. I fatti ci dimostrano che le dinamiche sociali sono già oggi diverse. 
Amici, vicini di casa, colleghi di lavoro, ecc. rappresentano per le persone che vivono da sole un tessuto robusto, spesso più presente e supportivo dei legami familiari. 
La consapevolezza è la premessa anche per sviluppare delle esperienze di abitare collettivo, che per ora sono poco diffuse.

Questo mi fa pensare a come nella realtà ci sia appunto uno iato tra le parole e i fatti: la pandemia ha reso plasticamente evidente la questione della difficoltà di saper scegliere i termini giusti, con la querelle esplosa attorno al concetto di “congiunti”

Gianna: Le parole sono importanti. Ripensando alla complessità del fenomeno del vivere soli, normalmente viene utilizzato per sintesi il termine “solitudine”, che di per sé ha una accezione negativa. Si devono cercare dei termini neutri, per esempio quello di famiglie o nuclei unipersonali o monoparentali, anche per rispettare l’ampio ventaglio dei vissuti esistenziali (compresa la componente che soffre di una solitudine relazionale). Bisogna imparare ad autodefinirsi lavorando prima di tutto sul linguaggio e poi sulle azioni. Io credo che si debba organizzare la domanda. È un lavoro culturale. 

Chiedo loro di parlarmi delle differenze che sono emerse tra gli uomini e le donne dalle risposte raccolte

Graziella: Occorre premettere che il 78% delle persone che hanno risposto al questionario sono donne (che tendenzialmente sono più disposte a rispondere ai questionari). È stato fatto un lavoro statistico per mitigare il bias delle differenze di numerosità tra uomini e donne reclutati: sono stati costruiti dieci campioni casuali, estraendo dai 988 casi generali un numero bilanciato di uomini e donne così da poter ritenere affidabili le eventuali differenze che fossero emerse nel comportamento tra i due sessi. 
Una delle prime differenze riscontrate analizzando i casi delle persone inserite attivamente nel mondo del lavoro (oltre il 60% del campione) è stata che le donne hanno interrotto più frequentemente l’attività lavorativa rispetto agli uomini (si tratta della conferma di un dato ben noto a livello nazionale, ovvero che il Covid ha avuto effetti diversi per uomini e donne, peggiorativi per queste ultime).

Le donne, inoltre, più degli uomini hanno lavorato in smartworking. 

Un altro dato interessante è rappresentato dal numero elevato di persone che hanno dichiarato di aver fatto cose nuove durante il lockdown e dal fatto che tra questi le donne erano decisamente più numerose (circa il doppio degli uomini).
Inoltre, nel 90% dei casi le novità sperimentate hanno riguardato anche l’utilizzo delle tecnologie informatiche.
Mettendo insieme i due dati – ovvero che le donne che avevano imparato cose nuove erano più del doppio degli uomini, e la prevalenza del ricorso alle tecnologie informatiche – si può ipotizzare che il lockdown sia servito per ridurre il gender gap esistente che, soprattutto nelle classi di età meno giovani, ancora esiste, tra donne e uomini, rispetto all’uso di questi strumenti. 

Si diceva prima che per la maggior parte delle persone coinvolte nella rilevazione il tempo del lockdown è stato un tempo nonostante tutto positivo e/o costruttivo: “un tempo tutto per sé”. Anche in questo caso si evidenzia una differenza tra uomini e donne, con queste ultime più frequentemente rappresentate nel gruppo di coloro che hanno espresso sentimenti positivi. 

Analogamente sono le donne che più frequentemente ritengono che il vivere da sole non costituisca un elemento di preoccupazione specifica rispetto al futuro (mentre gli uomini più spesso dichiarano che guarderebbero al futuro con maggiore ottimismo se non vivessero soli). Le donne in questo senso appaiono molto più strutturate e abituate a convivere con se stesse. 

C’è da specificare che il questionario, essendo principalmente diffuso via web, non ha raggiunto, se non in misura molto limitata, le situazioni di marginalità e di disagio, che ovviamente esistono tra le persone che vivono da sole a Milano che sicuramente hanno sperimentato condizioni molto diverse. In questo senso gli esiti del nostro lavoro non possono essere considerati rappresentativi dell’intera popolazione anche se è legittimo ipotizzare che esprimano il sentire di una quota non irrilevante di questa. Non a caso, a conferma di quello che abbiamo osservato, una ricerca svolta dall’Università Cattolica di Milano sulla “famiglia al tempo del COVID 19” ha evidenziato come ad aver subito uno stress maggiore durante questo periodo fossero le coppie con figli piccoli e adolescenti e come, al contrario, i livelli di stress più basso e di benessere psicologico più alto fossero raggiunti proprio dai singles

Chiedo se la ricerca, mettendo in risalto il ruolo chiave svolto dal mondo amicale e dalle reti informali, ha consentito di evidenziare le carenze dei servizi e dunque della politica istituzionale

Graziella: Sicuramente questo è l’aspetto dell’inchiesta che più interroga la politica istituzionale. Emerge chiaramente che le persone che hanno avuto bisogno hanno ricevuto il supporto principalmente se non esclusivamente dal mondo informale e non dai servizi sanitari e sociali. Un dato simile è emerso anche da una ricerca sui caregiver dell’Istituto di Ricerca Sociale di Milano che ha rilevato una importante distanza, fisica e culturale, dei servizi formali rispetto ai bisogni dei cittadini. Così come era emerso dalla mia ricerca sulle donne che vivono sole dove solo una ultrasessantacinquenne su 3 aveva mostrato di conoscere, spesso peraltro in maniera approssimativa, la presenza e l’ubicazione di strutture a cui avrebbe potuto rivolgersi in caso di bisogno. All’origine di questa distanza certamente c’è la costante e progressiva riduzione delle risorse (finanziarie, di personale, ecc.) destinate ai servizi. Ma anche un problema culturale, di scelte operative, organizzative, politiche. E in prospettiva, dato che siamo sempre più un paese di anziani e di persone che vivono sole, la politica non potrà non interrogarsi su come far fronte alle fragilità a cui una parte di questa popolazione potrà andare incontro anche immaginando forme innovative di integrazione tra risorse formali e informali e modalità per promuovere e supportare comunità di cura basate sulla consapevolezza della interdipendenza e capaci di condividere le risorse materiali e quelle immateriali (per esempio l’informazione).

È una bellissima riflessione. Io ho sempre investito molto sulle relazioni amicali ma non ho mai pensato che potessero essere alla base della costruzione di una nuova organizzazione sociale. Una nuova soggettività politica, del resto, nasce da una nuova organizzazione sociale

Gianna: il rischio è che il tema nuclei unipersonali possa essere delicato e scomodo, ed entrare in collisione con politiche volte a promuovere l’aumento demografico. Ragionare sulla natalità, e sull’eccezionalismo demografico, su come vengono interpretati questi dati dal punto di vista del sistema capitalistico, significa pensare a quale sia il nostro modello di sviluppo e la nostra idea di società. 

Nell’organizzazione della domanda e nella diffusione del tema dei nuclei unipersonali bisogna anche fare i conti con gli strumenti che abbiamo per far sentire la nostra voce, avendo riguardo alle tendenze generali.

Graziella: Tutto dipende da come già oggi si comincia a rispondere ai bisogni di oggi, gettando le basi di come lo si farà in futuro. 

Il tema è davvero ampio.

Ho iniziato l’intervista sentendomi coinvolta personalmente, da ragazza che vive sola in un tempo di cambiamenti. Chiudo questa densa conversazione tra donne con la testa piena di sollecitazioni e idee, avendo chiaro solo il fatto che l’argomento di cui abbiamo discusso tocca questioni sociali complesse e solo per tale motivo merita di trovare sempre più interlocutori. 

Piombino, nel gemellaggio virtuale che stasera abbiamo creato, può essere, ancora una volta, un laboratorio di riflessioni. Lavorando sui dati demografici possono emergere significative analisi, utili per capire da chi è composta questa città e comprendere quali sono i bisogni dei suoi abitanti. Avviare il processo è fondamentale, come insegnano Gianna e Graziella, non solo per creare delle reti di relazioni ma anche per sviluppare un movimento di interrogativi, partendo proprio dal livello comunale. Avere contezza dei dati è il primo passo per rendersi conto di un fenomeno, per creare consapevolezze e, quindi, per sperimentare azioni.