Capire l’Africa: diritti, conflitti e pace raccontati da chi li studia e li vive da vicino
Intervista a Donatella Rostagno
a cura di Monica Pierulivo
Lei si occupa da molti anni di diritti umani, pace e conflitti nell’area sub-sahariana in qualità di analista politica. Ci può raccontare nello specifico con quali organizzazioni lavora e in cosa consiste il suo lavoro?
Innanzitutto, per spiegare meglio, io sono un’analista politica e da molti anni mi occupo di conflitti e governance nell’ Africa sub-sahariana. In particolare, ho lavorato su paesi come Congo, Burundi, Ruanda, Gabon e ora anche in Sahel e nel Corno d’Africa. Il mio lavoro non riguarda solo i conflitti, ma anche il funzionamento delle istituzioni: come i regimi gestiscono il potere e le risorse, la democratizzazione, i processi elettorali. Diritti umani, governance e processi di pace sono dimensioni interconnesse che descrivono la realtà socio-economica di un paese, e per intervenire bisogna comprendere tutte queste sfaccettature.
Per tanti anni ho lavorato per il Network Europeo per l’Africa centrale, di cui sono stata vicedirettrice e poi direttrice fino al 2017. Mi occupavo di analisi politica e advocacy, cioè attività politica per difendere gli interessi di comunità o influenzare le politiche dell’UE verso l’Africa sub-sahariana.
Da qualche mese lavoro invece in un’organizzazione che si occupa di peace building chiamata Interpeace, dove coordino i programmi a livello globale. Essere un’analista politica mi aiuta molto nel mio lavoro, perché costruire la pace in queste aree richiede una profonda comprensione delle dinamiche di conflitto e delle comunità coinvolte. Per esempio, chi lavora su un progetto di mediazione in Congo deve conoscere le comunità, i gruppi ribelli, le autorità locali e le relazioni complesse tra di essi. Collaboro strettamente con colleghi e partner locali, e questa parte di analisi politica è essenziale per progettare interventi efficaci.
Lavorare in un contesto così complesso non deve essere facile.
Il Congo è uno dei paesi più complicati. La complessità del suo intreccio politico, militare e sociale è difficile da comprendere anche dopo tanti anni. La situazione è confusa: tra esercito, presidente e gruppi di potere spesso si perde la prospettiva di una possibile evoluzione. Nonostante qualche cambiamento sicuramente avvenuto negli ultimi 50 anni, la povertà permane e la popolazione non può usufruire delle immense risorse naturali del paese. Ti chiedi davvero cosa stiamo facendo.
Le risorse scatenano i conflitti, oltre ad altri fattori, giusto? Tutto è iniziato con l’acquisizione dell’indipendenza nel 1960, seguito da violenze e guerre civili. Come si presenta oggi la situazione, considerata ad esempio la città di Goma occupata?
Sì, esatto, dal momento dell’indipendenza il paese ha sofferto enormemente. La lotta per il controllo delle risorse e del potere è stata continua. I semi di molti problemi sono stati piantati durante il periodo coloniale: non è solo colpa dei congolesi. La colonizzazione belga ha lasciato danni profondi, molto più gravi di quelli subiti, per esempio, dal Kenya sotto il dominio britannico. I britannici hanno lasciato alcune infrastrutture e una mentalità diversa, mentre i belgi hanno fatto di tutto per creare un paese completamente dipendente.
Quello che mi colpisce oggi è che persino un bambino di due anni all’est del Congo, quando vede uno straniero bianco, la prima cosa che chiede è “donne moi l’argent” cioè “dammi i soldi”. È un’immagine unica che non ho riscontrato in altri paesi come Kenya, Tanzania o Sudafrica. Gran parte delle ricchezze, che prima sfruttava il Belgio come il caucciù e minerali, di cui è ricco il Congo, sono state in gran parte sottratte alla popolazione. Con l’indipendenza, il Congo è diventato una cleptocrazia: chi detiene il potere si appropria delle risorse e si arricchisce, spesso investendo all’estero.
Le multinazionali, comprese quelle cinesi, stipulano contratti ventennali o addirittura trentennali per lo sfruttamento di risorse come diamanti, coltan e altri minerali, pagando poco mentre traggono grandi profitti. A questo si aggiungono le interferenze regionali: il Ruanda sostiene il gruppo ribelle M23 che occupa Goma, controllando così risorse che il Ruanda stesso non possiede. Questo genera un’instabilità politica quasi irrisolvibile, aggravata dalla volontà del Ruanda di “balcanizzare” il Congo, come denunciano molti congolesi, cioè frammentarlo attraverso territori separati sotto il suo controllo.
Infatti, processi di mediazione e negoziati ne sono stati fatti molti, dall’Unione Africana, dalle Chiese congolesi o dall’ONU, ma nessuno ha avuto successo perché sono tutti processi imposti dall’alto e mancano di reale partecipazione dal basso. La vera costruzione della pace deve partire dalle comunità locali, dai loro bisogni e volontà, altrimenti accordi siglati in luoghi elitari come Doha o Washington restano inutili.
In questo contesto, che ruolo hanno i movimenti come Lucha, di cui fanno parte Micheline e Ben?
Un punto importante è il contesto socio-economico. A Kinshasa, dove vivono milioni di giovani che spesso non studiano, non c’è la stessa base che alimenta i movimenti di protesta viste a Nairobi, dove invece esiste un sistema educativo solido e molti giovani universitari. Lucha è nato a Goma come movimento di giovani universitari provenienti da famiglie relativamente benestanti, che hanno iniziato chiedendo servizi basici come l’acqua potabile nei quartieri. Da lì sono passati a tematiche politiche più ampie, come il rifiuto di un terzo mandato presidenziale illegittimo del presidenteKabila.
Purtroppo, a causa delle repressioni, molti attivisti di Lucha sono stati imprigionati o sono dovuti fuggire, e il movimento si è indebolito. A Kinshasa, molti giovani vivono in condizioni di povertà estrema e sono concentrati sulla sopravvivenza quotidiana: quando si ha lo stomaco vuoto non si pensa a rivoluzioni o impegni civici, ma solo a come sfamare la famiglia. Questo facilita la manipolazione da parte di capi politicizzati che offrono un pasto in cambio di sostegno politico.
Quali possibilità ci sono di uscire da questa situazione?
Non esiste una soluzione semplice, perché il problema è pluridimensionale. Credo che dovremmo smettere di pensare che sappiamo cosa sia meglio per l’Africa. La comunità internazionale dovrebbe lavorare con le comunità, non con governi spesso corrotti e inaffidabili. Molti leader congolesi possiedono ville in Europa, a Bruxelles ad esempio, mentre il loro popolo è nella miseria. Serve una campagna contro le multinazionali che sfruttano le risorse senza responsabilità sociale.
È ingenuo pensare che evitando di comprare uno smartphone si risolva il problema, ma c’è parte di verità: molte multinazionali stipulano accordi col Ruanda o altri paesi, ignorando le condizioni di lavoro e sfruttamento nelle miniere controllate da gruppi armati. Anche noi, come consumatori, abbiamo responsabilità: dovremmo essere più consapevoli nel modo in cui acquistiamo e sosteniamo questi circuiti.
Ovviamente, anche gli africani devono fare la loro parte, migliorando la governance locale e sostenendo leadership più responsabili. In molti casi, i presidenti non sono eletti democraticamente, il che peggiora la situazione. Non si può negare il peso della colonizzazione, ma servono anche élite politiche migliori.
Quali paesi africani sono riusciti a emanciparsi?
Nel Sahel vediamo molti colpi di stato militari. Il Ruanda è un caso particolare: ha investito molto e sviluppato infrastrutture, ma resta un regime dittatoriale. Il presidente Kagame è in carica dal 1995 e i suoi risultati sono controversi. Un tempo c’erano ONG indipendenti e una certa opposizione, oggi non più. Non c’è più una società civile critica perché semplicemente non può esistere.
Altri paesi come il Senegal sembrano avere una società civile più attiva, anche se con problemi. Il Sudafrica è un caso a parte. Nel complesso, gran parte dell’Africa deve affrontare grandi difficoltà. È un continente ricchissimo di risorse, motivo per cui è tanto conteso.
Come occidentali abbiamo la responsabilità di informarci meglio sulle dinamiche africane, andando oltre gli slogan e le semplificazioni, e di capire come le nostre politiche e consumi influiscono su queste realtà. Per esempio, molte campagne di boicottaggio nascono da questa consapevolezza, come quella per Gaza, e dovrebbe esserci qualcosa di simile per l’Africa.
Il problema dell’Africa lo viviamo anche in casa nostra con l’immigrazione, ma sembra non appartenere a noi.
Esatto, l’immigrazione è spesso presentata come un’emergenza, ma la realtà è che i migranti in Europa sono pochi. Questa narrazione distorta provoca molte tragedie nel Mediterraneo e alimenta politiche migratorie dure e ingiuste. Pochi si prendono la briga di leggere le statistiche o capire il fenomeno con attenzione.
Ho sempre avuto passione per l’Africa per questo motivo, per capire meglio. Non serve essere esperti per fare domande e cercare di comprendere. Serve semplicemente apertura e volontà di informarsi, uscire dal proprio piccolo mondo. Purtroppo, per molti regimi, anche in Europa, è meglio mantenere le cose così.