Nautilus n. 59 - giugno 2026
Cerco l’estate tutto l’anno
di Marco Giovagnoli
Paolo Conte (con Pallavicini) aveva probabilmente in mente uno dei desiderata più in voga al tempo del boom economico postbellico, ossia la conquista della vacanza estiva al sole ristoratore dopo la guerra, le nebbie invernali perenni, i giorni in fabbrica o in ufficio, l’angustia della routine quotidiana, la pervasività dei persuasori occulti della nuova società dei consumi. Comunque sia, “lei è partita per le spiagge”, dov’è naturale andare nella Italia vacanziera degli anni Sessanta del secolo scorso. In vacanza in montagna, a quell’epoca, ci andavano sostanzialmente gli Agnelli e consorteria, perché di norma dalle montagne chi ci viveva scappava via, erano luoghi di stenti e non di piste da sci o escursioni; men che mai si faceva agriturismo, stessa cosa della montagna, via dalle cascine dove umani e animali ancora vivevano assieme. La spiaggia, il mare, avevano l’aura del jet set, erano ancora i luoghi del buen ritiro estivo per chi di case ne aveva più di una, o di chi vi arrivava ben scortati da servitù e tutto l’occorrente.
Nautilus n. 58 - maggio 2026
Se la rosa perdesse il suo nome
di Patrizia Lessi
Nella scena finale di un film in bianco e nero che ha ormai più di sessant’anni si vedono una donna e una bambina lottare strenuamente. La donna ha due spessi occhiali neri a indicare una vista molto debole e occhi ipersensibili alla luce. La bambina, vestita come una bambola ma con i movimenti e la ferocia di un animale selvaggio in trappola, rovescia e rompe una brocca piena mentre la donna sta tentando di digitare water sul palmo della sua mano. La bambina non vede, non sente e da molto tempo ha ingaggiato una guerra contro chi la costringe a fare cose incomprensibili come sentire caldo, freddo, ruvido, morbido, buono, cattivo e muovere le dita sul palmo seguendo un percorso che per lei non ha alcun significato. Frustrata dall’ennesima battaglia la donna trascina la bambina in giardino dove la forza a sentire sui palmi l’acqua che sgorga da una pompa a mano. La bambina si ribella, si contorce. Non ci vede, non ci sente. Si dimena in tenebre silenziose e ostili, costretta a subire la sensazione di freddo e bagnato che le percuote le mani.
Nautilus n. 58 - maggio 2026
Le parole sono importanti
di Marco Giovagnoli
Molti di noi ricorderanno la scena di Palombella Rossa nella quale Nanni Moretti, con molta enfasi, scandisce l’espressione “le parole sono importanti” riferendosi a una giornalista che lo sta intervistando. Ora, al netto di una restituzione filmica che non sappiamo dire oggi come sarebbe interpretata, nell’epoca del politicamente corretto (la donna/giornalista presa a schiaffoni a causa del suo linguaggio), rimane la forza del messaggio veicolato da Moretti che, nell’epoca corrente, sembra infrangersi contro gli scogli del progressivo decadimento linguistico forse globale ma certamente ben presente nel nostro Paese. La cosa curiosa è che l’importanza delle parole viene da un lato completamente scardinata da una molteplicità di fattori, che non è semplice elencare compiutamente: forse i dati drammatici sugli italiani come lettori di libri (e tralasciamo i generi eventualmente letti), forse la catastrofe culturale generata dal linguaggio social, forse una progressiva semplificazione del pensiero quasi quasi riconducibile all’utilitarismo neoliberista dominante. Dall’altro lato, però il potere si riappropria del significato evocativo delle parole torcendolo a proprio vantaggio con intenti alle volte evidentemente narcotizzanti e mistificatori.
Nautilus n. 57 - aprile 2026
Il tempo non è uguale per tutti: viaggio nelle culture che lo reinventano
Se c’è qualcosa che diamo per scontato, è il tempo. Scorre, lo misuriamo, lo perdiamo, lo guadagniamo. Eppure, questa apparente evidenza – il tempo come una linea che va dal passato al futuro – è in realtà una costruzione culturale, non una verità universale. Basta uscire dal perimetro dell’Occidente moderno per accorgersi che il tempo può essere un cerchio, un paesaggio, un evento, perfino qualcosa che sta… alle nostre spalle.
Nella cultura europea contemporanea il tempo è lineare. Immaginiamo una freccia: dietro di noi il passato, davanti il futuro. Lo segmentiamo in unità sempre più piccole – ore, minuti, secondi – e lo trattiamo come una risorsa. Non a caso “spendiamo” tempo, lo “risparmiamo”, lo “investiamo”. Questa visione si è consolidata tra cristianesimo e scienza moderna: da un lato una storia con un inizio e una fine, dall’altro un tempo fisico, misurabile e universale.
Nautilus n. 57 - aprile 2026
Il margine del tempo
Governare l’immaginario nelle aree interne
di Luciana Petrocelli
“Guardare al di là della meschina contingenza, oltre il reticolato del tempo, è la restituzione dello sguardo invulnerabile di Dio”. Così scriveva Spinoza a metà del Seicento. Eternità e contingenza erano, per il filosofo, i due effetti polarizzati e polarizzanti di ciò che rende divino l’umano: da un lato l’intelletto, dall’altro l’immaginazione. Due modi, spinoziani, di nominare il nostro stare al mondo, in cui il tempo si configura come il dispositivo per abitarlo e per leggerlo. Al di là delle connotazioni cristianeggianti del concetto di eternità, essa ci pone di fronte a un problema profondamente politico: è infatti un esercizio di comprensione autentico e, in quanto tale, una sospensione da tutto ciò che è parziale, contratto e meramente immaginato.
Nel 1942, Paul Valéry scriveva: «Tutto comincia da un’interruzione». Un’interruzione dell’ordinaria percorrenza di immagini abituali che, sedimentandosi, diventano immaginari e, cristallizzandosi, si solidificano in stereotipi. È, per certi versi, questa l’origine dell’abitudine come forma di sedimentazione che trasforma i comportamenti in seconda natura, riducendo progressivamente la soglia del dubbio e dell’interrogazione.
Nautilus n. 54 - gennaio 2026
Il Manifesto di Rivolta femminile del 1970:
cosa ci dice ancora oggi?
di Marica Notte
Quest’anno, il 2026, l'Italia celebra gli 80 anni della Costituzione e dell’Assemblea costituente. Come citato nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il ruolo delle donne fu determinante per il risultato del referendum sulla forma istituzionale dello Stato: “il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne”. Attraverso il voto, le donne poterono rivendicare il diritto di essere cittadine, di essere parte attiva della società, di togliere agli uomini quel privilegio che non aveva ragion d’essere. Una questione di libertà ed eguaglianza, diritti questi sanciti nell’articolo 3 della Costituzione italiana. Per essere garantiti si esplicita che il compito della Repubblica è quello di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l'attuazione perché l’eguaglianza e la libertà sono condizioni determinanti la dignità della persona.
Nautilus n. 53 - dicembre 2025
La vanità del tutto: la grande finzione della vita in Gabriele D’Annunzio
di Laura D’Angelo
Il primo romanzo decadente della nostra letteratura, Il piacere (1889) di Gabriele D’Annunzio, è la storia di un giovane aristocratico amorale e esteta, dilaniato dai continui richiami della voluttà, contemporaneamente appassionato di due donne, che però è sconfitto dagli stessi meccanismi da lui creati. Quello che doveva essere un romanzo sull’eros e sulla mondanità, occasione celebrativa attraverso la figura del dandy Andrea Sperelli, di un ceto sociale che alle soglie della modernità appare sempre più in decadenza, ecco che si configura come una delle più vive rappresentazioni del dolore della finitudine umana. Un romanzo già moderno, e ancora attuale, se in quella casa sperelliana che «era un perfettissimo teatro», rappresentazione materiale di quel «bisogna fare la vita come si fa un’opera d’arte», l’alter ego dannunziano aveva già espresso la crisi dell’uomo moderno di fronte alla «mutabilità» dell’esistenza, laddove inquietudine, incertezza, vacuità ed esasperazione dell’esperienza sensitiva sono i sintomi di un malessere che seppur rispondente ad un periodo storico ben circoscritto, sembra già richiamare, con le dovute cautele, taluni aspetti della nostra realtà contemporanea, sempre più artificiosamente virtuale, quasi attenta ad apparecchiare con cura l’esteriore, il visibile, per coprire il vuoto della stanza. E anche Andrea Sperelli era un abile apparecchiatore: sempre in bilico tra salvezza e perdizione, tra idealità e bisogno di realizzazione, tra turbamento e facili entusiasmi, l’eroe dannunziano aveva scelto l’arte come sostituto oggettivo alla vita, incapace com’era di sottrarsi all’annullamento della volontà per dar credito ed energia agli istinti.
Nautilus n. 52 - novembre 2025
L’utopia filosofica come tensione verso il futuro
di Marica Notte
Chi vive di filosofia si sente dire il più delle volte che si nutre di utopie. Per certi versi questo è vero, perché chi osserva il reale con lo sguardo filosofico, con le domande negli occhi, si sposta in altre dimensioni, idealizzando un pensiero. Infatti, quando un filosofo pensa lo fa perché desidera indagare e scoprire se e quante vie ci sono per rispondere a quei perchéche girano nella mente e soprattutto qual è il posto migliore per metterli a casa. Ma non per difenderli ma perché diventino radici nel terreno del fare e del costruire. L’utopia, così come la filosofia, nasce da un’interpretazione critica, ossia giudiziosa, della realtà. Nasce come un’alternativa al presente, come tensione verso ciò che potrebbe essere meglio di ciò che è. Il termine utopia, coniato da Tommaso Moro nel 1516, indica un luogo che non esiste (ou-topos) ma che deve essere un buon luogo (eu-topos). In questa ambiguità etimologica si cela tutta la forza concettuale dell’utopia di Moro: un luogo metaforicamente e idealmente giusto, perché rappresenta una forza opposta all’ingiustizia politica e sociale.
Nautilus n. 52 - novembre 2025
Convertirsi ad utopia
di Gianfranco Ferraro
Scrivere – e leggere – di utopia ha a che vedere, in qualche modo, col convertirsi. Miguel Abensour, quando ne scrive nel suo L’homme est un animal utopique[1], lo dichiara esplicitamente: l’utopia fa da sempre appello ad una metanoia, ad una “rottura”, ma anche ad un pentimento, se prendiamo per buono il significato che questo termine, apparentemente solo religioso, assume in quel contesto. In realtà, Hadot e Foucault chiariscono bene, parlando della filosofia come di un “modo di vita”, come la “conversione”, in realtà, abbia una storia che travalica il sentimento religioso e che, se vogliamo rimanere anche solo all’Occidente, affonda le sue radici in tutto il pensiero filosofico pre-cristiano, proseguendo anche, dopo e oltre: il culto divinoumano che fuoriesce dall’ellenismo eredita, tra le tante cose, anche il doppio movimento che i filosofi greci inscrivono nella nozione di conversione: rottura, certo, ma anche ritorno, ad una autenticità perduta, ad una luce da cui si è distanziati. Si ritorna, nella conversione, dove non si è mai stati, lontano da dove si è stati da sempre. Anche in questo senso, così profondo nella descrizione di uno stesso movimento, nell’approccio a qualcosa che non punta ad una staticità, ma piuttosto alla ricreazione di una dinamica, la conversione riconduce sempre all’utopia: dove non si è mai stati, fosse anche un luogo di sé, è necessariamente un “luogo” barrato, da scrivere così sia perché non si sa bene se c’è davvero, poi, da qualche parte, sia perché barrato, negato, può esserlo davvero.
Nautilus n. 51 - ottobre 2025
L'infinito viaggiare
Restare, partire, tornare
di Vito Teti
In questa nota sul tema dei “Ritorni”, non posso che ricordare come nelle mie ricerche e nei miei libri i verbi o le parole restare, partire, tornare siano indissolubilmente legati e non possono essere considerati separatamente. In “Pietre di pane. Per un’antropologia del restare” (2011), un libro di racconti, memorie, storie di chi viveva a Toronto, ma continuava a tornare in paese, o di chi era rimasto nel luogo di origine con il sogno, la nostalgia, la paura dell’altrove. Nel 1989 avevo intitolato “Il paese e l’ombra” (1989) una riflessione sull’emigrazione che avevo osservato, in cui emergeva che i due paesi, pure non potendosi più ricongiungere, non potevano mai separarsi definitivamente e che, per poter affermare una presenza, l’uno doveva percepirsi come l’ombra dell’altro. E, infatti, come potevo separare i due “paesi”, i paesi “doppi”, che nascevano dopo le calamità naturali o con l’emigrazione e spostamenti vicini e lontani? Ho pensato che il termine “restanza” (Teti 2011; 2022) potesse diventare una “categoria” e un termine problematico, da adoperare con cautela, nel quale si riconoscessero “rimasti” e “partiti”, i “rimasti-partiti” e i “partiti-rimasti”, le persone che “tornavano”. Era per me per cercare il punto di caduta in cui una polifonia di voci, un caleidoscopio di immagini, potessero ricomporsi e trasparire nella dimensione densa dell’idea del restare indissolubilmente legato al partire e al tornare.
Nautilus n. 49 - luglio/agosto 2025
È tempo di annoiarsi
La noia come cura (filosofica)
di Marica Notte
A volte capita che, quando abbiamo a nostra disposizione del tempo libero, sentiamo il bisogno di riempirlo immediatamente perché accettare la sua attribuita condizione di libertà e vacuità può diventare insopportabile.
Diversamente dall’antica Roma, dove l’ozio (otium) era un momento fondamentale da dedicare alla cura fisica e allo studio, che si contrapponeva al negozio (negotium), nella società di oggi il “dolce far niente” sta cambiando gusto perché fatichiamo sempre di più a vivere esperienze ricercate e consapevoli di inazione e di pura contemplazione.
Abbandonarsi alla casualità degli eventi, al non programmato, rimanere in attesa dell’inatteso può mettere in crisi perché temiamo di poter ritrovarci disarmati nella gestione del conflitto che potrebbe aprirsi con noi stessi.
Nautilus n. 49 - luglio/agosto 2025
L’importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico
di Antoine Fratini
Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento. Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopoguerra. Da semplici materiali per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono quel super-organismo che è Gaia, la Terra, e hanno all’incirca la stessa funzione dei giubbetti di contenzione che si mettevano ai cosiddetti “malati di mente” nei manicomi. Come se l’uomo, armato del potere tecnologico, avesse ingaggiato una sorta di ottuso braccio di ferro con la Natura. Solo che la forza di Gaia è infinitamente maggiore e più pericolosa per il sistema rispetto a quella dei pazienti psichiatrici. L’ipotesi Gaia di James Lovelock, uno dei padri della moderna scienza dei sistemi complessi, prende qui tutto il suo senso. Dal punto di vista sistemico è corretto affermare che il nostro pianeta possa reagire, anche in maniera drastica, all’aggressione dei suoi abitanti umani, così come farebbe qualunque organismo biologico insidiato da agenti infettivi o parassitari. Molti problemi ecologici, in particolare modo in ambito climatico, possono essere intesi in questo senso[1]. I terremoti e le esondazioni dei fiumi, per esempio, distruggono le costruzioni di cemento armato, ma non le più snelle abitazioni dei popoli tribali sistemate con cura e rispetto in zone meno a rischio. I fenomeni naturali hanno un’anima che il solo calcolo razionale non riesce a circoscrivere totalmente. Pertanto, la nostra “logica dell’abitare” il mondo risulta fondamentalmente sbagliata. Oltre che fortemente rischiosa.
Nautilus n. 48 - giugno 2025
Il lavoro artigiano secondo Richard Sennett
di Marco Giovagnoli
In un suo straordinario lavoro del 2008, The Craftsman, pubblicato nel 2013 in Italia come L’uomo artigiano, Richard Sennett, allievo (non ortodosso) di Hannah Arendt, prende le mosse proprio da una critica alla sua Maestra, la quale sosteneva che le solitamente le persone che fabbricano cose non capiscono quello che fanno (il riferimento primo erano per la gli esiti del Progetto Manhattan e la tragedia dell’arma atomica). Ma, ovviamente, questa dissociazione tra il fare e gli esiti del fare stesso appare in tutta la sua drammaticità nel processo ad Eichmann, dal quale emerge chiaramente che la banalità del male risiede proprio nell’ossessione nel far sì che una cosa funzioni, che il proprio lavoro venga portato a termine senza interrogarsi prima sulle sue finalità. Nei termini del ragionamento di Arendt questo è il profilo dell’animal laborans, l’essere umano dedito alla fatica routinaria, per il quale il mondo rappresenta un fine in sé; il suo opposto (e sottoposto) è l’homo faber, giudice del lavoro e delle pratiche materiali, colui che si interroga sul ‘perché’, mentre l’animal laborans concentra la sua attenzione sul ‘come’. L’ossessione per il “come” esclude l’idea di pensiero, di riflessione, che si palesano solo a lavoro compiuto e quando le conseguenze dell’azione si sono sovente del tutto tragicamente dispiegate.
Nautilus n. 47 - maggio 2025
Forte come l'amore è la guerra
di Patrizia Lessi
C'è un passaggio in The Hurt Locker, film con cui nel 2010 Kathryn Bigelow è stata la prima donna a vincere l'Oscar come miglior regista, in cui il sergente James, reduce da una lunga permanenza in Iraq e tornato a casa dalla moglie e dal figlio di pochi mesi, gira disorientato fra i reparti di un supermercato, bisognoso di indicazioni precise su dove andare e cosa prendere, impermeabile alle lusinghe di un lunghissimo corridoio pieno ai lati di marche di cereali. Confuso da quella rassicurante abbondanza ne prende uno totalmente a caso e lo butta nel carrello. In questo come in altri momenti cruciali del film, il protagonista, valoroso artificiere che con la sua squadra ha quotidianamente sfiorato la morte, pianto compagni, fatto scelte eroiche e provato affetto per un bambino dell'indifesa popolazione civile iraqena, tornato in America perde non solo i punti di riferimento, ma ciò che lo rende profondamente se stesso. L'autentico James sembra essere rimasto nel luogo che pur nella violenza e nel sangue è ormai irreversibilmente divenuto casa sua.
Nautilus n. 47 - maggio 2025
La guerra è un atto contrario alla ragione umana e a tutta la ragione umana
(L. Tolstoj)
di Marica Notte
L’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo[1].
Nel dibattito filosofico, la differenza tra uomo e animale è stata sempre determinata dal concetto di razionalità (ratio), cioè di lógos (λόγος), perché tale facoltà attribuisce un preciso valore ontologico e sociale discriminante. Nella Politica, Aristotele definisce l’uomo come animale razionale perché «[...] l’uomo è zoon logon echon, ossia animale avente il logos ed evidentemente qui il logos riferito all’uomo è la parola. Dopo aver ribadito che l’uomo è animale politico, il filosofo distingue la phoné, ossia la voce, che è data anche agli altri animali, dal logos, che costituisce il proprio dell’uomo, l’unico ad avere coscienza del bene e del male».[2]
Nautilus n. 46 - aprile 2025
La relazione ontologica dell’uomo con lo spazio (pubblico)
di Marica Notte
Tutti sappiamo sensorialmente che cosa sia lo spazio perché possiamo percepirlo. Quello che non potremmo mai sapere è che cosa sia lo spazio in sé, perché, come ricorda Kant, è una forma a priori, cioè un’intuizione pura trascendentale. Dello spazio, dunque, possiamo farne esperienza perché instauriamo una relazione primariamente corporea con esso. Questo perché abbiamo un rapporto connaturato e simbiotico con lo spazio, in quanto sul piano della realtà fisica noioccupiamo quella dimensione di apertura che ne definisce il significato (dal lat. spatium, forse derivazione di patēre, ossia "essere aperto"). Siamo nello spazio, noi stessi siamo spazio, siamo cioè sostanza estesa, siamo grandezza e misura, e questa nostra essenza rende proprio il nostro essere spaziale, cioè aperto alla relazione. Per esplicitare meglio questo passaggio possiamo dire, grazie alle parole di Le Corbusier, che la prima prova che noi esistiamo è data dal fatto che occupiamo uno spazio. Occupiamo nel senso che lo abitiamo. Abitare (dal lat. habitare, deriva da habeo, "avere") è l’essenza ontologica del nostro io.
Nautilus n. 44 -febbraio 2025
Giocare è conoscere
di Marica Notte
L’esperienza che più si lega all’infanzia è quella del gioco. Il gioco, potremmo dire, è una fonte della conoscenza umana, al pari della sensazione e dell’intelletto che, secondo il filosofo John Locke, garantiscono validità al processo conoscitivo in sé. L’essere umano, per formulare le idee, si mette in relazione al mondo esterno primariamente attraverso i sensi, e trasforma poi il percepito in contenuti mentali attraverso il senso interno, la ragione. La conoscenza deriva dall’apprendimento che il soggetto instaura con l’ambiente. Per questo possiamo pensare che il gioco, per un bambino, abbia una funzione esperienziale fondamentale affinché possa sperimentare se stesso nel mondo e il mondo stesso. Il filosofo naturalista tedesco Karl Groos studiò le funzioni evolutive del gioco da un punto di vista comparativo e notò che gli esseri umani sono la specie che gioca di più rispetto alle altre, perché ha molte più cose da imparare, conoscere e trasmettere.
Filiera etica della salute
Nella nostra realtà contemporanea le parole non sempre vengono interpretate nel loro reale significato. Troppo spesso vengono usate o, meglio abusate, per significare interpretazioni soggettive, creando una confusione comunicativa che apre la porta ad incompatibilità di dialogo.
Per evitare ciò mi permetto una scomposizione interpretativa del titolo di quanto andrò ad esplicitare.
Innanzitutto, il termine Etica che rappresenta un “Sapere ben definito”, che non è innato, ma si acquisisce nel corso della vita, e che si interroga su cosa è più giusto fare per non crearsi un danno.
Quindi non un sapere soggettivo costruito a proprio piacimento ma una esperienza oggettiva in grado di rispondere e discernere tra ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male.
È il fondamento del cibo come valore etico in quanto custode di una potenzialità intrinseca di bene e di male, e di conseguenza proattivo di salute e di malattia.
Filosofia? Roba da bambini!
Nel recente Come non insegnare filosofia Massimo Mugnai, docente per molti anni di Storia della logica a Pisa, racconta l’esperienza di selezione scritta e orale per l’ingresso nella classe di Lettere, indirizzo in Filosofia, alla Scuola Normale Superiore di Pisa:
“Su 120-140 compiti, quelli accettabili, negli anni dal 2002 al 2012, erano di solito non più di 12-15; meno ancora dal 2012 al 2017, anno del mio pensionamento [...]. I candidati, nella stragrande maggioranza, riassumevano in maniera stringata e piatta il manuale, per cui era difficile stabilire se avessero davvero interesse per la materia, se fossero in grado di argomentare e se avessero capacità filosofiche [...]. Quasi nessuno dei candidati era in grado di presentare e commentare un testo [...]. I candidati che prendevano voti bassi (dal 2 al 4 per intendersi) alla povertà intellettuale univano incertezza sintattica e sgrammaticature. Frequente “un” senza apostrofo seguito da sostantivo femminile iniziante con vocale; “accellerare” invece di “accelerare”, “fatisciente” per “fatiscente” ecc. Nella maggioranza dei casi si trattava di compitini striminziti di tre, talvolta due mezze facciate di fogli a protocollo, buttati giù nel totale delle sei ore messe a disposizione dalla SNS.”