La casa impossibile

 Intervista a Sarah Gainsforth

(a cura di Monica Pierulivo)

 Il tuo ultimo libro Abitare stanca. La casa: un racconto politico uscito nel 2022, affronta il tema dei costi sociali della grande crisi legata alla casa, sempre più inaccessibile e quindi motivo di profondo malessere soprattutto per le nuove generazioni, mentre non era così per i nostri genitori. Sta diventando quindi una questione anche generazionale.
 
Siamo in una fase di svolta epocale, il tema della casa, che è fondamentale, è strettamente correlato a quello della rendita che ha guidato l’espansione delle città e dell’economia dalla seconda metà del ‘900 in poi. Fino a poco tempo fa di questo problema non se ne parlava così tanto, oppure se ne parlava come questione che riguardava solo gli ultimi, i più poveri. Invece, se rileggiamo la storia recente dal secondo dopoguerra in poi, ci rendiamo conto che la casa è stata proprio al centro di una trasformazione economica, culturale e sociale a seguito anche della forte promozione dell’accesso alla proprietà che è stato il veicolo di espansione del ceto medio in Italia. Anche da un punto di vista sociologico, e non solo in Italia, è un modello che è nato per promuovere la società dei consumi e della crescita illimitata ma che oggi si sta rivelando insostenibile.
La crescita delle proprietà in Italia infatti non è stata soltanto il risultato del duro lavoro delle persone, ma è stata frutto da un lato di politiche pubbliche, e dall’altro di diverse condizioni economiche tese a ridurre il divario tra salari e costi della vita. La situazione di oggi è invece diametralmente opposta: i costi abitativi sono aumentati tantissimo e se insieme a questo mettiamo l’effetto del crollo dei salari insieme alla trasformazione del mondo del lavoro, ci rendiamo conto di quanto queste difficoltà diventino sempre più generazionali. Siamo cristallizzati in un sistema che è frutto di quelle politiche economiche portate avanti dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80, poi si sono affermate politiche più neo-liberiste che non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Ho parlato di svolta epocale perché di fatto oggi stiamo assistendo alla scomparsa del ceto medio e questo è profondamente legato anche alla questione abitativa.
 
Quando parli di politiche pubbliche per la promozione della proprietà a cosa ti riferisci?

Mi riferisco sia ai programmi d’intervento diretto nell’edilizia, ad esempio i programmi dell’Ina Casa, sia ai piani successivi in cui c’era una grande attenzione al ceto medio. Si trattava di case per i lavoratori che poi sono state cedute in vendita. Abbiamo finanziato con miliardi di lire prima e di euro dopo, la costruzione di case in vendita a condizioni agevolate con piani di intervento diretto di edilizia convenzionata, attraverso le cooperative edilizie e promuovendo facilitazioni nell’accesso al mutuo. Tutti strumenti che oggi non ci sono più e che prima rendevano più facile ottenere una casa propria, in un’ottica anche sociale ma soprattutto per motivi di consenso politico. 
In questo solco si colloca anche tutto il processo di vendita del patrimonio pubblico a prezzi bassissimi. A Roma qualcuno ha calcolato che c’erano 90mila appartamenti degli enti previdenziali che sono stati venduti a prezzi vantaggiosissimi consentendo a molte famiglie e persone di acquisire un patrimonio immobiliare fortemente rivalutato, rispetto al periodo in cui ne era entrato in possesso. Oggi questo crea delle disparità sempre più forti rispetto a coloro i quali non hanno avuto queste possibilità e penso in particolare ai giovani.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, oggi con il Social Housing si cerca di dare qualche risposta per ridurre i disagi legati alla questione abitativa, ma forse gli interventi di questo tipo sono troppo pochi.
 
La mia sensazione è che si fanno interventi troppo frammentari, non c’è una politica organica complessa, allo stesso tempo piano piano si è smantellato tutto quello che comunque c’era. Adesso non ci sono più finanziamenti pubblici e quindi dovremmo ripensare tutto secondo un disegno organico. È stato sbagliato non creare un’alternativa all’offerta privata e il cosiddetto social-housing non lo fa: è un’offerta per redditi alti, spesso in vendita. Oggi bisognerebbe invece ragionare di affitto. Soprattutto, il social-housing il risultato della mercificazione della casa, guidata dallo Stato e della successiva penetrazione di capitali dai mercati finanziari in questo settore.
 
In ogni caso, una delle cause della situazione abitativa attuale, nelle grandi città ma anche nei piccoli centri, sembra essere legato al fenomeno dell’overtourism.

Sì, il turismo è un’altra causa di questa situazione. Mentre negli ultimi anni sono sempre più evidenti i danni del turismo di massa nelle città, ancora si continua a credere che questo sia importante per ripopolare i paesi. Al contrario, serve a rianimare l’economia della rendita favorendo una grande valorizzazione immobiliare. Si dice che il turismo sia una risorsa, ma non è così: la risorsa è il territorio e il turismo è uno strumento di estrazione di ricchezza dal territorio, una ricchezza che, bisogna chiedersi, finisce dove, a chi? Torna ai territori? Spesso no. Per capirlo bisogna guardare alle filiere che il turismo attiva. Dobbiamo stare attenti a quei processi secondo i quali il turismo tende a trasformare i paesi in resortapplicando un meccanismo quasi di colonizzazione, per estrarre ricchezza di cui si appropriano attori esogeni, senza mai innescare processi di sviluppo locale, che possono nascere solo dal basso, da dentro, a partire da interventi per l’abitare.
 
Venendo al tema della famiglia, la società di oggi è caratterizzata dalla presenza di diversi universi familiari. Questo è uno dei motivi per cui la popolazione diminuisce ma non la richiesta di case.

A parte la drammatica condizione dei giovani, l’offerta attuale è completamente inadeguata sia per i giovani che per gli anziani. Sono inadeguati anche i modelli dell’abitare. Se pensiamo al tema della socialità, il modello di abitare individualistico, con anziani soli che vivono in spazi enormi non è certo ottimale né sostenibile, così come non lo è in genere il modello della casa unifamiliare. Bisognerebbe ripensare complessivamente la casa considerandola non solo per la parte fisica ma anche per l’aspetto relazionale che è fondamentale.
Ci sono interessanti esperienze di coabitazione, soprattutto per la Terza età, che si stanno affermando. A Treviso, ad esempio, è stata realizzata una coabitazione in pieno centro storico prestando attenzione al rapporto con la città.
Anche per gli studenti l’abitare isolato negli studentati, spesso in periferia, rappresenta un modo di abitare introverso, staccato dalla città.

C’è quindi la necessità di ricostruire nuovi equilibri familiari. La casa dovrebbe essere l’esito di un processo di costruzione sociale che tenga conto della realtà, del contesto e il suo valore sarà tale se viene costruito insieme alle famiglie, in senso largo, con gli universi familiari di oggi.

Esatto. È necessario proporre nuove soluzioni in rapporto ai cambiamenti della società, anche se sono ancora in uso modalità e ci sono ancora molte anacronistiche. Leggevo le norme sui contratti di affitto e ancora si adottano delle diciture come “obbligo di gestire gli alloggi con la diligenza del buon padre di famiglia”, un linguaggio che si rifa’ chiaramente alla cultura patriarcale. Invece, dovremmo rimettere in discussione anche questo linguaggio, del tutto inadeguato.

Oggi l’Italia è un paese di proprietari di case. Nell’ 80% dei casi le famiglie vivono in case di proprietà.  In affitto ci va chi non può permettersi di prendere un mutuo, le persone che hanno meno possibilità.
 
Ultimamente si sta verificando un calo della proprietà e comunque la maggior parte dei proprietari di case, più del 60%, ha ormai finito di pagare il mutuo. È un dato questo che ci offre una fotografia del profilo demografico di cui possiede un’abitazione, evidenziando come la maggior parte dei proprietari di casa non appartiene alla categoria dei giovani. 
In ogni caso, bisognerebbe rimettere in discussione la centralità della proprietà dal punto di vista culturale, perché questa non è più conveniente neppure in termini di economia urbana; è infatti un freno alla mobilità dei lavoratori e provoca ripercussioni anche dal punto di vista economico.