Le stagioni come lingua della natura

Intervista ad Antonio Prete 

a cura di Monica Pierulivo

Parlando di estate, abbiamo voluto iniziare dalla letteratura e, in particolare, dalle suggestioni e dalle emozioni che affiorano dalla nuova raccolta di poesie di Antonio Prete, dal titolo "Convito delle stagioni", Einaudi 2024. 
Con quest’opera, Antonio Prete, poeta, saggista e traduttore, esplora la natura, il tempo e la metamorfosi delle cose partendo dalle stagioni e intrecciando nei suoi versi riflessioni sulla memoria, la fragilità e la bellezza effimera dell’esistenza.
 
1.     Qual è il ruolo del ciclo delle stagioni nella sua poetica e in questa raccolta in particolare?

Le stagioni sono la lingua della natura, una lingua che ha un ritmo, e anche una sua musica. Con le stagioni la natura si rivela e dispiega, si manifesta: con le sue forme, i suoi tempi, i suoi legami con gli elementi – terra, acqua, aria, fuoco – e con quel nodo che è anche respiro di ogni cosa vivente, cioè la rinascita e il declino. In questo mio libro di versi il titolo – Convito delle stagioni – vorrebbe indicare una sorta di dialogo, di intesa, di corrispondenza, tra le diverse stagioni. Che sono anche le diverse stagioni della vita.

2.     L’estate, nei suoi versi, appare come stagione di luce, ma anche di attesa e malinconia. Che significato assume questo periodo nella sua raccolta?

Certo, l’estate è insieme fulgore e annuncio del declino. Un’esplosione di luce che ha nel suo cuore l’ombra. Così spesso i poeti vedono l’estate, che poi è figura dell’esistenza stessa. La natura ha già mostrato con la primavera il trionfo del fiorire; con l’estate quel trionfo si esalta fino però ad abbacinarsi, e a coincidere poi con il presagio dell’autunno. Ma in qualche modo ogni stagione contiene in sé la successiva e il ricordo della precedente: anche questo è corrispondente a quel che accade nella vita degli individui.


3.     Nei suoi versi la natura è in continua trasformazione: come si intrecciano tempo e metamorfosi nella sua scrittura poetica?

Nelle diverse scansioni di quella che potrei dire la mia ricerca, o interrogazione poetica, il tempo è la sostanza del meditare e dell’immaginare, il tempo osservato nei suoi principi, nei suoi passaggi, nelle sue relazioni con lo spazio. Il libro precedente, uscito anche quello da Einaudi nel 2019, aveva un titolo esplicitamente legato al tempo: Tutto è sempre ora (che poi era preso da un verso di Eliot, dai Quattro quartetti).  La metamorfosi (al tema è dedicato il testo che apre Convito delle stagioni) è di fatto nel dispiegarsi stesso della vita, ma è anche nel suo significato di passaggio ad altra forma vivente, una specie di sogno o, per alcuni, di attesa. In effetti siamo immersi in un immenso processo metamorfico, quello che riguarda il ritmo stesso della natura e, sul piano cosmologico, i processi di permanente trasformazione stellare di cui ci parlano gli astrofisici.


4.     Il tema della memoria e dell’oblio sembra attraversare molte poesie: che rapporto ha con questi due aspetti contrapposti?

Sì, la memoria – e l’oblio che appartiene al ritmo della memoria – mi ha sempre interrogato con le sue figure: il ricordo, il lampo improvviso di un’immagine perduta e che appartiene al passato, le figure umane e animali che abbiamo incontrato e le cui presenze continuano ad abitare i pensieri, il dialogo interiore con coloro che  sono assenti, dopo che hanno avuto per noi una forte presenza, insomma quello che Leopardi chiamava ricordanza, cioè il ritorno di “immagini antiche” che salgono dalla fanciullezza, tutto questo chiede di entrare nella lingua, nei suoi ritmi, nei suoi silenzi. La poesia è questa ospitalità di quel che viene da lontano, o è perduto, o è diventato straniero a noi stessi.
         

5.     Lei è uno studioso di Leopardi a cui ha dedicato molti saggi. Come concepisce Leopardi l’estate, c’è una poesia o un passaggio negli scritti di Leopardi che sente particolarmente vicino allo spirito del suo “Convito delle stagioni”?
 
Per Leopardi l’estate è la stagione che ridà un senso forte di fiducia in sé stessi, una “confidenza” con sé stessi, il che permette di affrontare l’esistenza con un certo vigore e un certo entusiasmo. E poi ci sono dei notturni bellissimi nella poesia leopardiana, che sono notturni estivi: pensiamo al notturno partenopeo nella Ginestra o ai versi del Canto notturno o del Tramonto della luna. Molte immagini della poesia dei Canti hanno come orizzonte o la primavera o l’estate. Leopardi, oltre che campo assiduo dei miei studi – gli ho dedicato diversi libri, dal Pensiero poetante, del 1980, a Finitudine e infinito, del 1998 a La poesia del vivente, del 2019 – è presenza interlocutrice per molti pensieri, e non può che essere così. In Convito delle stagioni  la poesia Nessun nome  ha un esergo dall’ operetta morale Dialogo di un folletto e di uno gnomo, dove è la terra non più abitata dalla specie umana a essere messa ironicamente in scena. Nei miei versi immagino una terra dove ancora ci sono le stagioni ma non ci sono più i nomi per dirle perché non ci sono più gli uomini, i quali hanno operato, come del resto stanno già da tempo facendo, in modo da rendere inabitabile questo pianeta.


6.     In una società che sembra spesso dimenticare il valore della poesia, quale pensa sia oggi il compito del poeta?
 
Penso che sia il compito di sempre: mostrare da una parte la bellezza dell’universo e della vita e dall’altra le storture e gli inganni e le perversità e le distruzioni – di uomini e natura e cultura – messe in opera dalla storia umana, dai poteri, dalla frequente tracotanza di chi governa. Il poeta non insegna, non fa proclami, può tuttavia testimoniare, può usare la parola non dalla parte del consumo ma dalla parte del suo rapporto con il silenzio.
 
 
7.     A questo proposito le vorrei chiedere una breve riflessione sul rapporto tra poesia e natura oggi, anche alla luce delle crisi ambientali e sociali contemporanee.

Il tema è urgente e grande. Credo sia importante che la lingua della poesia mostri le residue possibilità di salvezza e sopravvivenza della natura, dei suoi equilibri, della sua vita, delle sue forme, della sua bellezza e armonia. Ma anche, allo stesso tempo, mostri indignazione per tutto quel che è distruttivo: di uomini, animali, terre, paesaggi. Il poeta oggi in particolare deve mostrare come la lingua della poesia sia esattamente l’opposto della lingua della guerra, delle guerre.

8.     C’è un messaggio che vorrebbe affidare ai lettori attraverso questa raccolta, in particolare pensando all’estate e alla sua simbologia?
 
Più che un messaggio, vorrei suggerire quello che poi la poesia in quanto tale sempre suggerisce: cercare la parola essenziale, non quella usurata dal consumo, riflettere e immaginare intorno a quel che è vivente e allo stesso tempo intorno a quel che può legare un vivente agli altri viventi. La poesia penso debba richiamare continuamente questa necessità di percepire l’essere vivente, ogni essere vivente, e custodirlo.