NavigAzioni tra locale e globale

Nautilus è una rivista mensile che non parla solo di cultura ma è cultura: nella narrazione di ciò che accade, partendo dai territori locali per spingersi e confrontarsi con altri luoghi, fisici o immateriali, si propone di raccontare le vie che la cultura intraprende attraverso le molteplici vesti con le quali si manifesta, con lo scopo di offrire una visione multidimensionale dei processi e di proporre una mappa dei problemi e delle opportunità del patrimonio e delle attività culturali.


 

Di volta in volta, si viaggerà nel tempo e nello spazio, cercando di costruire ponti metaforici tra passato, presente e futuro, tra locale e globale, tra centro e periferia, tra competenze diverse, tra punti di vista plurali per offrire, in ciascun numero, non una fotografia dell’esistente bensì un’immagine in movimento di ciò che sta accadendo, che sia foriera di nuove prospettive. 

Sommario 

anno II -  Aprile 2022  n. 10

 
A chi faceva i turni di notte
Camminando sulle 108

A chi, per studiare, partiva
Su binari d’acciaio
 
A Adb Elsalam Ahmed Eldanf,
morto durante un picchetto
 
(Alberto Prunetti, 108 metri. The new working class hero, Laterza 2018)
 
L’industria ha definito lo sviluppo della società occidentale negli ultimi tre secoli e ha conformato in gran parte il mondo attuale, caratterizzandolo anche come fortemente ineguale e competitivo, con la sua drammatica divisione tra paesi industrializzati da una parte e paesi non industrializzati dall’altra. 

In questo lungo percorso l’industrializzazione ha creato strutture sociali e identità, ha portato benessere, istruzione ed emancipazione, sviluppo della tecnica e delle tecnologie; ha anche permeato nel tempo i caratteri morfologici dei paesaggi attraverso la costruzione di edifici industriali, processi produttivi, infrastrutture, villaggi.

Allo stesso tempo negli ultimi decenni molti territori hanno dovuto affrontare e stanno ancora attraversando enormi difficoltà legate a una crisi industriale che ha trascinato con sé anche altri settori, imponendo il ripensamento dei modelli di sviluppo economico attraverso necessari processi di riconversione e diversificazione.
Si fa risalire al 1973, anno della crisi petrolifera prodotta dall’aumento dei prezzi delle materie prime e del greggio, la fine di quella fase di espansione economica che aveva interessato i Paesi del mondo occidentale a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Entrava in crisi un processo che aveva visto un' accelerazione senza precedenti dei tassi di sviluppo industriale, e che apriva ad una fase nuova, caratterizzata da un generale ridimensionamento del settore industriale...


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Raccontare le fabbriche: la dimensione immateriale delle industrie 


 di  Augusto Ciuffetti

  

Nell’ultimo numero di “NautilusGiovanni Contini riflette sull’importanza delle fonti orali per una originale ricostruzione del passato, capace di spingersi laddove non riescono ad arrivare le fonti tradizionali. Con questa prospettiva, ampliata alle testimonianze letterarie e ad ogni forma di memoria orale o scritta, si può rileggere anche la storia dei processi industriali, compresa quella delle trasformazioni che essi hanno prodotto nei paesaggi urbani e rurali, nella percezione degli ambienti, nelle mentalità collettive e nelle identità, in particolare quelle legate al mondo del lavoro ed alle sue lotte politiche e sindacali. In questa direzione assumono valori e significati diversi anche quei processi di dismissione e recupero delle industrie, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento hanno accompagnato il tramonto del modello della grande fabbrica fordista.

In altre parole, racconti e memorie consentono di recuperare quella dimensione immateriale del patrimonio industriale che conserva le tracce più fragili dei luoghi di lavoro, in quanto destinate a scomparire nel momento stesso in cui le fabbriche vengono chiuse e abbandonate, oppure riutilizzate per altri scopi.


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L’architettura industriale come fabbrica di valori


di  Roberto Parisi 

 

L’architettura può costituire un’utile chiave di lettura per storicizzare i fenomeni connessi all’industria e all’industrializzazione, ma è necessario che la ricerca dei suoi possibili valori testimoniali non si esaurisca nell’individuazione di un modello tecnologico o tipologico di riferimento, né nella selezione critica di un’opera in base a parametri esclusivamente estetici, come l’adesione ad una corrente artistica o ad una genealogia di pionieri e maestri.

Come settore specialistico di competenze tecnico-scientifiche e tecnologiche, l’edilizia industriale è entrata a pieno titolo nel dominio dell’Architettura solo agli inizi del Novecento, quando alla secolare tradizione dei millwrights si sostituì quella del factory designer e quando, per imprenditori come Henry Ford o Tomáš Baťa, lo spazio fisico del lavoro e della produzione cominciò a diventare una “voce” non più secondaria nel bilancio di un’impresa.

Nel corso del Novecento, assumendo il modello taylor-fordista della daylight factory come prototipo ideale di una nuova modernità, architetti, politecnici e capitani d’industria hanno potuto sperimentare l’innovazione nei processi di produzione meccanizzata e di automazione, nell’organizzazione scientifica dei tempi lavorativi, nella tecnologia dei materiali da costruzione, nella prefabbricazione, nelle strategie di comunicazione. 


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Verso i secondi Stati Generali del Patrimonio industriale

(ROMA 9-11 GIUGNO 2022)

 di Giovanni Luigi Fontana
 Past - president AIPAI

L’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico
Industriale – AIPAI
celebrerà i 25 anni del suo impegno per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio industriale, organizzando a Roma, dal 9 all’11 giugno 2022, la 2° edizione degli Stati Generali del Patrimonio Industriale. L’evento, confermando il format inaugurato a Venezia e Padova nel 2018, vedrà una massiccia partecipazione di studiosi, amministrazioni locali, enti preposti alla conservazione e alla tutela, progettisti, associazioni, operatori turistici e svariati altri soggetti coinvolti in questo esteso e composito ambito del patrimonio storico-culturale. La proposta congressuale, anche in questo caso, presenta una grande articolazione di approcci e contenuti in perfetta coerenza con un campo di studi molto composito e di carattere eminentemente interdisciplinare. Lo si evince immediatamente dall’intersecarsi delle numerose aree tematiche, che sollecitano una riflessione ampia, rinnovata e non limitata ai comparti e agli specialismi classici dell’archeologia industriale, affrontando l’insieme delle questioni che oggi investono anche questo settore con nuovi interrogativi e sfide sempre più complesse. 

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GKN: “Per questo,per altro, per tutto” 


Benedetta Celati dialoga con Francesca Gabbriellini 


«Babbo che cosa vuol dire insorgiamo?» chiede un bimbo al padre, di fronte al lungo striscione con cui si apre il corteo del Collettivo di Fabbrica della GKN di Campi Bisenzio. «Vieni, andiamo davanti che voglio farti vedere bene» dice il babbo, portando il figlio ancora più vicino. «Hanno scelto una parola bellissima. “Insorgiamo” significa che le persone hanno deciso di alzare la testa, perché si sono stancate di subire. È l’orgoglio di chi vuole reagire. Lo fanno anche per te». Questa risposta mi colpisce molto, sia per l’emozione che trasmette sia per la forza dei suoi contenuti. 

È il 26 marzo 2022, fa piacevolmente caldo, e a Firenze migliaia di persone si sono ritrovate nel Parco delle Cascine per sfilare a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN, dietro quella parola che ha attirato l’attenzione e stimolato la curiosità del bambino e che rende omaggio alla Martinella, campana simbolo della Resistenza fiorentina. Era l’11 agosto 1944 quando i suoi rintocchi annunciavano l’insurrezione dei partigiani contro i nazifascisti, per liberare la città di Firenze.  È l’11 agosto 2021, Anniversario della Liberazione, quando il Collettivo di Fabbrica della GKN, riunendosi in piazza della Signoria con l’ANPI, adotta ufficialmente “Insorgiamo” come motto per identificare la propria battaglia...

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I signori dell’acciaio. La crisi della siderurgia a Piombino


di  Giorgio Pasquinucci

 

La ribattezzarono piazza della Solidarietà. Fino a qualche mese prima era solo un brulicante parcheggio di auto, scooter e biciclette davanti all’ingresso della portineria operai. A Roma avevano deciso: lo Stato abbandonava l’acciaio. L’Iri, dopo aver trascinato la ricostruzione del Paese nel dopoguerra, era cresciuta così tanto dal diventare un gigante ingovernabile: dall’acciaio alle auto, dal petrolio ai Baci Perugina. Alla fine del 1991, per pony express, arrivano nella case dei piombinesi centinaia di lettere di licenziamento. La fabbrica, prima di essere ceduta, doveva essere “ripulita” dagli esuberi.


Si avviano giorni drammatici. Il sindacato proclama lo sciopero ad oltranza, l’azienda da lì a poco mette in stand- by l’altoforno. E’ lo sciopero più lungo del dopoguerra. Per 39 giorni piazza della Solidarietà si riempie di lavoratori. Per scaldarsi si brucia legna in grandi bidoni, si mangia in piedi un piatto di pasta scondito per mantenere il presidio e anche perché, a casa, il cibo per molti comincia a scarseggiare. Blocchi stradali e ferroviari, ogni giorno una manifestazione per le vie della città...



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La fabbrica e la comunità. Un caso da ripensare 


di  Michele Lungonelli 

 

Un’analisi del processo d’industrializzazione in Toscana tra Otto e Novecento evidenzia fin dalla fase di avvio la presenza di svariati esempi di one company-towns, cioè di esperienze di sviluppo manifatturiero profondamente segnate dall’insediamento di nuclei produttivi a forte monocultura industriale. Tra i casi più significativi quelli di Larderello, Abbadia San Salvatore, Rosignano e Campo Tizzoro.

Risulta invece più difficile assimilare a questi ultimi la realtà di Piombino, un caso per il quale la storiografia in argomento (P.Favilli, I.Tognarini) ha preferito far ricorso ad un’espressione come città-fabbrica, ritenuta probabilmente più idonea per descrivere una crescita frutto della presenza di attività certamente monorientate ma anche significativamente diverse in particolare nella gestione della forza lavoro e tali da determinare per un lungo periodo un diverso e più profondo senso di appartenenza, un’identità più forte in sostanza, per i lavoratori della Magona d’Italia rispetto a quelli delle acciaierie Ilva. Per i primi non è infatti azzardato adoperare un concetto vulnerabile e sfuggente ma di grande suggestione con il quale in anni passati si è segnalata una posizione elitaria all’interno del proletariato industriale, quello di aristocrazia operaia.


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Industria e turismo

Gli esordi della Solvay a San Carlo


di Rossano Pazzagli 

  

Oggi l’industria e il turismo evocano un contrasto, un’incompatibilità, quasi un’antitesi. Eppure, nell’esperienza storica - dal classico caso inglese del ‘700 alla più tardiva industrializzazione italiana - questi due settori sembrano integrarsi e sovente svilupparsi in parallelo. 

L’industria, allora simbolo di modernità, creava le condizioni di base (reddito e tempo libero) per la pratica turistica, prerequisiti difficilmente presenti nelle tradizionali società rurali. Talvolta erano gli stessi imprenditori ad affiancare all’attività industriale servizi di tipo ricreativo. 


Come già era avvenuto ai primi del Novecento con l’impresa mineraria inglese dell’Etruscan Mines nelle colline verso Campiglia Marittima, così a partire dagli anni ’20 i belgi della Solvay arrivarono a San Carlo, nello stesso versante del Monte Calvi, il rilievo più a sud della Provincia di Livorno. 

Questo determinò una sensibile trasformazione del piccolo borgo costiero di San Vincenzo, dove stava emergendo una prima forma di turismo balneare, i cui inizi erano stati favoriti tra ‘800 e ‘900 dall’arrivo della ferrovia e dall’intraprendenza degli stessi inglesi, inventori europei del turismo al mare. ..


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Una grande impresa in una piccola provincia: il caso della Fiat di Termoli in Molise


di Maddalena Chimisso
 

Nel secondo Novecento, l’Europa fu interessata da un processo di costruzione dei paesaggi industriali che i governi nazionali posero in essere attraverso politiche territoriali di sviluppo economico al fine di bilanciare, mediante azioni di rilancio e agevolazioni industriali, gli squilibri di aree regionali, sub-regionali e di aree metropolitane. Nel ridisegno economico dei territori, l’azione pubblica indirizzò quella delle grandi imprese nazionali, che rivestirono un ruolo chiave: emblematico, soprattutto per i “territori del Sud”, è il caso della Fiat in Italia. Muovendo da questa prospettiva, la lettura di specifici casi studio può essere assunta quale lente di indagine sulla storia industriale europea in età contemporanea. 

La realizzazione dell’impianto Fiat a Termoli (Molise) dimostra come la strategia di ampliamento, che l’azienda torinese elaborò nei primi anni settanta ricorrendo anche agli incentivi disposti dallo Stato per favorire l’industrializzazione del Mezzogiorno -legge n. 634/1957-, rese possibile una serie di investimenti al Sud ascrivibili in quelle azioni di contrattazione programmata che videro la compartecipazione di capitali pubblici e privati nei programmi di sviluppo economico di specifici territori. Accanto a quella statale, la funzione svolta dalle grandi imprese assunse notevole importanza e, senza dubbio, un ruolo chiave fu quello che ebbero le industrie del comparto automobilistico come, appunto, la Fiat.

 

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Intellettuali e boom economico


 di Giuseppe Lupo
 

Ripensare agli anni del boom economico, in un’epoca di crisi come questa, aiuta a riflettere a quanto siano stati fondamentali quegli anni in relazione alle trasformazioni del Paese. Mezzo secolo o poco più è un segmento di tempo ragionevolmente collaudato per guardare indietro, nel tempo, senza il pericolo della nostalgia e senza il rischio di enfasi. Cinquant’anni ci separano dagli avvenimenti che contrassegnarono quel periodo: il Sessantanove e poi, a ritroso, i fatti dell’anno precedente e quelli ancora prima, quando l’Italia si trova immersa dentro le trasformazioni della modernità. 


Nostalgia ed enfasi sono atteggiamenti nocivi allo sguardo dello studioso: la prima indulge verso un compiacimento emotivo che può finire nella retorica del come eravamo..., la seconda corre il pericolo di amplificare i dati, ingigantire gli esiti, falsificare la percezione. Entrambi i rischi si corrono quando si analizza un periodo felice e lo si mette soprattutto a confronto con un presente di minore spessore. Ma è un rischio da scansare per evitare il sospetto del compiacimento e l’ombra di una malinconica retrospettiva. 


Quell’epoca, che ormai ha i contorni del mito, bisogna ricostruirla settore per settore, dalla letteratura al cinema, dalla pubblicità alla comunicazione aziendale, dalla musica alla televisione, confermando una scelta di metodo che privilegia una dimensione politecnica, tramite una convergenza di indagini sviluppate su forme e linguaggi diversi. ..


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Il capitalismo umanistico di Brunello Cucinelli

di Francesca Passeri

 

“Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre come nobile fine, mai come semplice mezzo” (I. Kant). 

Questa è una delle tante citazioni che circondano il borgo di Solomeo, vicino Perugia, quartier generale del brand del lusso Brunello Cucinelli, un modello di capitalismo umanistico e di sostenibilità umana che pone l’uomo al centro dell’impresa. 


Brunello Cucinelli, l’uomo e il suo sogno, come recita un breve documentario dedicato al fondatore, definito il re del cashmere; abbellire l’umanità attraverso i valori di un’impresa fondata sul rispetto delle culture, sul rispetto della dignità dell’uomo, sull’idea che la bellezza sia qualcosa di speciale e che possa contribuire ad abbellire l’umanità, coniugare lo stile con il benessere, come ha ricordato lo stesso imprenditore nel corso di una recente intervista. 

Adriano Olivetti negli anni Trenta sviluppò un modello organizzativo che concepiva l’impresa come un’organizzazione sociale, un luogo in cui, oltre al profitto, si mirava anche al benessere delle persone che vi lavorano...

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L’industria della musica in Italia esiste (ancora)


di Marco Bracci 

 

Sono lontani i tempi in cui la RCA sbarcava a Roma (1953) con il 45 giri che iniziava a conquistare l’Italia e la Ricordi apriva a Milano nello stesso anno in cui l’industria italiana della popular music diventava quasi improvvisamente internazionale, grazie a Domenico Modugno e alla sua Nel blu, dipinto di blu. Nell’arco di un anno dal debutto al Festival di Sanremo 1958, Modugno vendette nel nostro Paese circa 800.000 copie e a livello mondiale e circa 22.000.000 di copie in diverse versioni. Nello stesso anno, a Milano, Nanni Ricordi e Franco Crepax fondarono la Ricordi, che si distinse da subito per il ruolo che giocò come vera artefice del processo creativo di rinnovamento della canzone italiana, sperimentando nuove voci e segnalandosi come una vera fucina di talenti. 

 

Sono lontani i tempi in cui il consumo di musica, tramite il jukebox, la TV, la radio e in particolar modo i dischi, acquisiva un nuovo ruolo culturale per i giovani italiani, ed economico per l’industria discografica. Ma sono lontani anche gli anni ’60 e gli anni ’70, durante i quali l’industria musicale italiana era l’industria “del disco”, soprattutto quello a 33 giri. Abbiamo addirittura una memoria sbiadita (e i giovani della Generazione Z non ne hanno proprio memoria) delle musicassette prima, e dei CD poi, i quali negli anni ’80 rappresentarono non solo una nuova evoluzione tecnologica, ma decretarono anche la (quasi) morte del vinile...

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Il cinema tra arte e industria

di  Fabio Canessa

 

 Il cinema nasce come uno scherzo. I fratelli Lumière, che lo
inventarono, e il geniale Georges Méliès, che lo consacrò, pensavano di avere tra le mani uno spasso da Luna Park.

Le immagini che si muovono apparivano come l’evoluzione fotografica della lanterna magica e delle ombre dei movimenti delle dita sul muro: un gioco di prestigio per divertire i bambini.
Subito dopo un polacco di buona volontà, tale Boleslaw Matuszewski (solo a scriverne il nome c’è paura che smettiate
subito di leggere), pensò che questo sbalorditivo marchingegno potesse servire a insegnare qualcosa alla gente e incominciò a progettare documentari didattici, in grado di educare lo spettatore senza la noia della lezione a scuola. Ma nessuno, proprio nessuno, considerò il cinema un’arte. S

Sappiamo poi come è andata a finire: il cinema è diventato l’arte e l’industria più significative del Novecento. Arte totale, perché coinvolge e fonde la letteratura (soggetto e sceneggiatura), la pittura (il linguaggio delle immagini), il teatro (la recitazione di attori in carne e ossa) e la musica (colonna sonora).
Industria perché se non si strappano i biglietti al botteghino e il film non incassa un soldo, tutti quelli che ci hanno lavorato finiscono in bolletta e soprattutto la presunta opera d’arte non la vede nessuno, come se non esistesse.

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Le icone industriali della musica


di Paolo Mazzucchelli

INDUSTRIA: Il termine industria (dal latino industria (-ae),   che significa "operosità" e "attività", viene utilizzato in senso lato per indicare qualsiasi attività umana che viene svolta allo scopo di generare beni e servizi (Enciclopedia Treccani). 

Il tema di questo numero quindi si presta a numerose chiavi di lettura, sfumature e declinazioni, partendo dalla cosiddetta “architettura industriale”.

Esempi in tal senso nelle copertine dei dischi se ne possono trovare molti, alcuni dei quali divenuti nel tempo vere e proprie “icone rock”, a partire dalla centrale elettrica di Battersea che fa bella mostra di sé sulla copertina di Animals”dei Pink Floyd, ben più impressa nelle nostre menti che non Algie, l’altrettanto famoso  maiale gonfiabile protagonista di una serie di spericolate peripezie nei cielo di Londra... 

 

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