Nautilus

NavigAzioni tra locale e globale

Nautilus è una rivista mensile che non parla solo di cultura ma è cultura: nella narrazione di ciò che accade, partendo dai territori locali per spingersi e confrontarsi con altri luoghi, fisici o immateriali, si propone di raccontare le vie che la cultura intraprende attraverso le molteplici vesti con le quali si manifesta, con lo scopo di offrire una visione multidimensionale dei processi e di proporre una mappa dei problemi e delle opportunità del patrimonio e delle attività culturali.

Di volta in volta, si viaggerà nel tempo e nello spazio, cercando di costruire ponti metaforici tra passato, presente e futuro, tra locale e globale, tra centro e periferia, tra competenze diverse, tra punti di vista plurali per offrire, in ciascun numero, non una fotografia dell’esistente bensì un’immagine in movimento di ciò che sta accadendo, che sia foriera di nuove prospettive. 

Linguaggi

Sommario 

Maggio  2026  n. 58

Editoriale

I mille volti del linguaggio

di Monica Pierulivo

C'è un'immagine, sulla copertina di questo numero, che vale più di molte definizioni: un uomo in abito bianco, con il cappello conico dei dervisci sufi, che ruota — o forse vola — sorretto da un delfino, mentre intorno a lui danzano palloncini, un aquilone, una luna, un tamburo. È il Sama o Sema, il rito della danza giratoria attraverso cui i dervisci cercano l'unione con il divino. Un linguaggio del corpo che è al tempo stesso preghiera, musica, geometria, trance. Un linguaggio che non ha bisogno di parole per dire tutto.

 
Da qui parte il viaggio di questo numero di Nautilus.

Siamo abituati a pensare al linguaggio come a qualcosa che appartiene al parlato e alla pagina scritta: suoni che si fanno segni, segni che si fanno senso. Ma il linguaggio — lo scopriremo in queste pagine — è molto di più. È la danza delle api che traccia nell'aria la mappa del nettare. È il territorio che parla attraverso i suoi borghi, le sue strade, i suoi nomi dimenticati. È il gesto dell'attore di teatro che porta in scena una ferita collettiva. Sono le cellule del nostro corpo che si parlano in un codice biochimico di straordinaria precisione. Sono i simboli religiosi, artistici, scientifici con cui l'umanità — come ci insegna Ernst Cassirer — non si limita a descrivere il mondo, ma costruisce su di esso un altro mondo: un mondo di significati. In pratica, il linguaggio non è uno strumento che usiamo, ma la forma stessa con cui l'essere umano abita il mondo.

 

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archiviozeta è una compagnia teatrale fondata a Firenze nel 1999 da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, che ne sono i direttori artistici. Nel loro lavoro il teatro sembra nascere sempre da un attraversamento: di luoghi, di lingue, di memorie. I loro spettacoli si costruiscono spesso dentro architetture cariche di storia, paesaggi segnati dalla memoria collettiva, cimiteri militari, rocche, cammini, archivi in cui il testo non appare mai separato dal corpo, dalla geografia, dalla storia. Che si tratti di tragedia classica, di poesia, di testimonianza, la lingua viene interrogata come traccia concreta dell’esperienza umana: qualcosa da ascoltare, attraversare, restituire. Il linguaggio non serve soltanto a raccontare ma a mettere in relazione. È da qui che nascono le domande che seguono: dal tentativo di comprendere come si costruisca una pratica scenica in cui voce, silenzio, musica, immagine e spazio diventano parti di un unico linguaggio.

Tra i loro spettacoli citati nell’intervista ricordiamo:

- “Prossimo passato”, uno spettacolo costruito sulle carte processuali del 1709 conservate nell’Archivio di Stato di Bologna, relative all’esecuzione capitale di Lucia Cremonini, una giovane accusata di infanticidio; il testo si ispira al saggio di Adriano Prosperi “Dare l'anima. Storia di un infanticidio” (Einaudi, 2015 2a ed.);
- “
Facoltà di resistenza”, un’azione teatrale itinerante nei luoghi della Battaglia dell’Università nel 1944. Una ricognizione topografica nel cuore della città e dell’Università di Bologna, all’interno di Palazzo Poggi, oggi museo, biblioteca universitaria e sede del Rettorato, che si trasformò nel 1944 in luogo d’assedio e di battaglia, teatro di una fucilazione atroce;

- “Gran teatro anatomico” uno spettacolo ambientato all’interno dell’ospedale ortopedico Rizzoli di Bologna dove un viaggio a tappe, stanza per stanza, intreccia vicende diverse contenute nel romanzo di Olga Tokarczuk “I Vagabondi”, su questioni legate al corpo e al dominio sul corpo, con tutto il corollario di discriminazione – razziale, di genere, di classe – che questo esercizio ha storicamente comportato

1. Come cambia la relazione con il testo quando si lavora su fonti documentarie — carte processuali, testimonianze — invece che su testi scritti per il teatro?

G. In realtà noi spesso scriviamo i nostri testi, perciò la domanda più pertinente non è “come cambia la relazione con il testo” ma “come arriviamo a comporlo e come entra in relazione con la rappresentazione”. Lavoriamo su fonti letterarie e su materiali d’archivio, a volte miscelati, a volte innestati gli uni sugli altri. La regia e la recitazione hanno il compito di rendere tutto omogeneo, senza però cancellare gli scarti tra un registro e l’altro. Anche in “Prossimo Passato”, che parte da carte processuali, ci sono inserti letterari. Per noi tutto è teatro: una lettera, un atto processuale, una poesia. Quello che conta è che ci sia una scintilla che ci convinca di poter stare in scena.

E. Quello che cambia è la natura della fonte. Un testo teatrale nasce con l’intenzione di essere recitato, far sentire una voce, in questo momento, il documento invece no, è fatto per i posteri. Il documento trascrive, registra. Questo non modifica il modo in cui ci avviciniamo al materiale, ma cambia profondamente il senso di ciò che abbiamo davanti e quindi il lavoro drammaturgico che dobbiamo compiere.


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Comunicare danzando

Come le api indicano la strada 

di Rita Cervo


Quando pensiamo alla comunicazione tra gli animali, immaginiamo spesso richiami vocali più o meno melodiosi, particolari posture del corpo, livree appariscenti dalle forme esagerate o dai colori variopinti, e anche segnali odorosi. Eppure, nel mondo degli insetti sociali esiste una forma di comunicazione così sofisticata e straordinaria da lasciare sbalorditi: si tratta della cosiddetta danza dell’ape.
Le api mellifere sono infatti capaci di trasmettere alle compagne informazioni precise sulla posizione di un luogo che queste non hanno mai visitato in precedenza e nel quale si trovano risorse importanti per la colonia.
Molti animali sono capaci di dirigere altri individui della propria specie verso un luogo particolare e, per farlo, utilizzano sostanzialmente tre strategie.

Alcune specie possono semplicemente guidare direttamente i compagni fino alla risorsa. È il caso di certe formiche che praticano la cosiddetta “corsa a tandem”: una formica esperta conduce una compagna lungo il percorso verso il cibo. Si fa quindi semplicemente seguire. Una forma più evoluta di questa modalità di comunicazione è quella utilizzata da termiti e molte formiche, che lasciano sul terreno tracce odorose prodotte da ghiandole dell’addome o, in alcuni casi, dal contenuto dell’intestino. Le compagne seguono poi questa pista odorosa fino alla risorsa di interesse.


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Se la rosa perdesse il suo nome

di Patrizia Lessi 


Nella scena finale di un film in bianco e nero che ha ormai più di sessant’anni si vedono una donna e una bambina lottare strenuamente. La donna ha due spessi occhiali neri a indicare una vista molto debole e occhi ipersensibili alla luce. La bambina, vestita come una bambola ma con i movimenti e la ferocia di un animale selvaggio in trappola, rovescia e rompe una brocca piena mentre la donna sta tentando di digitare water sul palmo della sua mano. La bambina non vede, non sente e da molto tempo ha ingaggiato una guerra contro chi la costringe a fare cose incomprensibili come sentire caldo, freddo, ruvido, morbido, buono, cattivo e muovere le dita sul palmo seguendo un percorso che per lei non ha alcun significato. Frustrata dall’ennesima battaglia la donna trascina la bambina in giardino dove la forza a sentire sui palmi l’acqua che sgorga da una pompa a mano. La bambina si ribella, si contorce. Non ci vede, non ci sente. Si dimena in tenebre silenziose e ostili, costretta a subire la sensazione di freddo e bagnato che le percuote le mani.

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Le parole sono importanti

di Marco Giovagnoli


Molti di noi ricorderanno la scena di Palombella Rossa nella quale Nanni Moretti, con molta enfasi, scandisce l’espressione “le parole sono importanti” riferendosi a una giornalista che lo sta intervistando. Ora, al netto di una restituzione filmica che non sappiamo dire oggi come sarebbe interpretata, nell’epoca del politicamente corretto (la donna/giornalista presa a schiaffoni a causa del suo linguaggio), rimane la forza del messaggio veicolato da Moretti che, nell’epoca corrente, sembra infrangersi contro gli scogli del progressivo decadimento linguistico forse globale ma certamente ben presente nel nostro Paese. La cosa curiosa è che l’importanza delle parole viene da un lato completamente scardinata da una molteplicità di fattori, che non è semplice elencare compiutamente: forse i dati drammatici sugli italiani come lettori di libri (e tralasciamo i generi eventualmente letti), forse la catastrofe culturale generata dal linguaggio social, forse una progressiva semplificazione del pensiero quasi quasi riconducibile all’utilitarismo neoliberista dominante. Dall’altro lato, però il potere si riappropria del significato evocativo delle parole torcendolo a proprio vantaggio con intenti alle volte evidentemente narcotizzanti e mistificatori. 

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Il paesaggio come linguaggio

di Erminia Irace


 Nel 1998 l’architetta statunitense Anne Whiston Spirn pubblicò The Language of Landscape, un libro destinato a diventare un punto di riferimento nel dibattito internazionale sul paesaggio. Rielaborando un’idea le cui origini rimontavano assai indietro nei secoli (era stato Galileo a parlare della natura come di un libro che poteva essere oggetto di interpretazione), Whiston Spirn affermò che il paesaggio costituiva una forma di linguaggio. Questo significava, innanzitutto, che esso andava analizzato come fosse un discorso, vale a dire una struttura unitaria articolata in una molteplicità di elementi costitutivi e fondata su precise regole preposte alla sua formazione e al conseguente funzionamento. Il ricorso alla metafora del linguaggio serviva a sottolineare che tutti coloro i quali si occupavano in maniera professionale di paesaggio, a partire dagli architetti paesaggisti, non dovevano considerare quest’ultimo alla stregua di un semplice scenario in cui intervenire a proprio piacimento. Il paesaggio, infatti, rappresentava la memoria del territorio; non era ammissibile l’idea di poter scrivere sul libro della natura come se esso fosse composto soltanto da pagine bianche.  


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Non chiamateli borghi. Sono paesi

di Rossano Pazzagli

Negli ultimi dieci anni è maturata una intensa riflessione sui paesi come parte della più generale questione delle aree interne: una moltitudine di associazioni ed esperienze, un flusso crescente di articoli, libri e convegni in cui si rischia di annegare, mentre la realtà continua imperterrita a provocare ferite, disuguaglianze e degrado, come un fiume che scende a valle incurante di tutto ciò che erode, travolge e stravolge. A un certo punto il dibattito si è focalizzato sulla dissonanza tra i termini “borgo” e “paese”: il primo come proiezione oggettivizzante, borghese e urbana in un mitizzato contesto rurale-turistico; il secondo come espressione soggettiva di comunità, popolare e inclusivo. C’è ormai una sostanziale convergenza, purtroppo non ancora acquisita nel linguaggio comune e in quello politico, sulla pregnanza del paese: il borgo è una parte, il paese è un tutto.

Un’utile sintesi dello stato dell’arte in tema di zone fragili e di linguaggi è contenuta nel Vocabolario delle aree interne, pubblicato da Radici e curato da Nicholas Tomeo. È importante, per i paesi, rimettere ordine alle parole, partire da esse per arrivare ai concetti e alle pratiche, ma soprattutto per essere comprensibili. Così facendo ci accorgiamo, ad esempio, che “interno” non significa “dentro”, ma anche dimenticato, marginalizzato, quasi invisibile; che “borgo” non vuol dire paese, né comunità, ma è solo un vezzo urbano per immaginare una comoda e informe alterità dei luoghi; che il turismo è diverso dalla turistificazione, e così via. 


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Il peso delle parole

Linguaggio istituzionale, cittadini, democrazia 

di Bendetta Celati

Oggi le parole sono importanti soprattutto per costruire una relazione corretta e trasparente tra cittadini e pubbliche amministrazioni. Prima ancora che dai contenuti degli atti, il rapporto tra Stato e società civile passa infatti dal linguaggio: quando il destinatario non comprende il messaggio che lo riguarda, non fallisce soltanto la comunicazione, ma si incrina anche il patto democratico che dovrebbe sostenerla.

A ventisei anni dalla legge 150 del 2000 – che ha distinto, in Italia, l’informazione, intesa come trasferimento verticale di contenuti, dalla comunicazione, concepita come relazione bidirezionale tra cittadino e amministrazione – la promessa di una PA “comunicante” resta in larga misura disattesa. È noto che, per molti cittadini, i siti istituzionali non rappresentano più il canale privilegiato di accesso alle informazioni pubbliche. I social media occupano ormai uno spazio sempre più pervasivo e, al tempo stesso, sempre meno governabile, ridefinendo tempi, forme e aspettative della comunicazione tra amministrazioni e comunità. 


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Linguaggi del territorio

Le mappe di comunità come scrittura dell’oralità

di Sara Fabrizi

 

Negli ultimi anni, il mio lavoro da antropologa mi ha portata a partecipare alla realizzazione della mappa di comunità  di due piccoli paesi dell’Alta Tuscia laziale.  A Farnese, l’ attività è stata  portata avanti dall’Arci di Viterbo e dall’ Associazione Universitaria  per la Cooperazione e lo Sviluppo (AUCS) mentre a  Trevinano, la mappa è stata voluta da Te.Bo Aps, all’interno del progetto Trevinano Ri-wind.

Una mappa di comunità è uno strumento attraverso cui gli abitanti di un luogo rappresentano patrimoni materiali e immateriali, paesaggi, pratiche e memorie in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere. È una rappresentazione collettiva e soggettiva del territorio: un prodotto concreto ma aperto, attraverso cui una comunità prova a raccontarsi.

Le mappe di comunità possono assumere forme diverse — cartografiche, artistiche, su differenti supporti in base alle competenze e vocazioni di un territorio — ma condividono una caratteristica fondamentale: permettono a una comunità di auto-rappresentarsi, selezionando ciò che considera significativo e identitario.


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Il linguaggio delle cellule

di Erica Pranzini

 

È metà mattina, sei nel bel mezzo di una riunione con il tuo capo. Un attimo di silenzio… e all’improvviso un brontolio sommesso si propaga nella stanza: è il tuo stomaco che manda un messaggio forte e chiaro, hai fame! Ma perché proprio in quel momento? Chi ha deciso che fosse ora di mangiare? Di certo non tu, visto che fino a un secondo prima non ci stavi nemmeno pensando. In effetti questa decisione non nasce davvero da una scelta consapevole. Quella sensazione è il risultato finale di una lunga conversazione tra i tuoi organi, uno scambio complesso di segnali che vengono infine raccolti e interpretati dal sistema nervoso.

È la voce dello stomaco vuoto, che rilascia specifiche molecole nel sangue per segnalare al cervello il bisogno di essere riempito. È la voce dell’intestino, che comunica in tempo reale all’intero organismo cosa sta arrivando, in quale quantità e con quali proprietà nutritive. È la voce del fegato, capace di monitorare le riserve di zucchero e informare il cervello sullo stato delle risorse energetiche disponibili. Persino il microbiota intestinale (i miliardi di batteri che vivono nel nostro intestino) partecipa a questa conversazione, influenzando i segnali che raggiungono il sistema nervoso centrale.


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Dal centro ai margini

Linguaggio artistico e arte socialmente impegnata nelle aree rurali

di Irene Macalli


Può l'arte essere uno strumento di riscatto sociale nei territori rurali? La ricerca artistica può offrire strumenti nuovi per leggere geografie complesse e ricostruire un immaginario di possibilità future? Queste domande non trovano ancora risposta nei principali dibattiti sulla rigenerazione delle aree interne, eppure la pratica artistica partecipativa — radicata nel territorio e nei suoi tempi lenti — può offrire strumenti di lettura e attivazione che altri approcci disciplinari faticano a restituire.

Il Novecento è stato un periodo di forti cambiamenti nel panorama artistico. Duchamp ci porta a rivalutare la percezione dell'arte stessa e gli anni Sessanta-Settanta segnano l'emergere di nuovi movimenti orientati a uno sguardo socio-politico. In Italia nasce l'Arte Povera in contrapposizione alla società degli scarti, mentre il boom economico, la rapida industrializzazione e l'abbandono delle campagne trasformano il paese da contadino a industriale. 


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“Come fronda”

Lingue, linguaggi, parlate, dialetti, lingue minori, pensiero, natura e territori 

di Fernanda Pugliese


“… pria ch’i scendessi all’infernale ambascia, / L s’appellava in terra il Sommo bene/ onde vien la letizia che mi fascia/ e El si chiamò poi e ciò convene,/ chè l’uso d’i mortali è come fronda/ in ramo, che sen va e l’altra vene”

(Divina Commedia, Paradiso, XXVI canto, vv. 133.138). 

Con questi versi Dante approfondisce la questione della lingua dai tempi di “Prima che scendessi nel limbo il nome di Dio era L subito dopo divenne EI”.  Questo per sottolineare come in un attimo fuggevole di tempo, tutto cambia e che la lingua è come foglia che va mentre l’altra viene. Una similitudine bellissima, una metafora che sembra non corrispondere con il fenomeno linguistico dei tempi attuali. Nella società contemporanea assistiamo ad un modello diverso che non è quello della evoluzione semantica ovvero della trasformazione o dello spostamento dei sensi lessicali in parallelo con l’evoluzione sociale, ma della sostituzione del lessico con inglesismi in tutti i sensi e a volte con significati diversi. Una sorte che tocca non solo gli strumenti tradizionali ma i nuovi canali di comunicazione digitale e social media e le nuove forme di linguaggio come i video, le immagini, i testi brevi che arricchiscono le modalità di espressione.


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IA: sembra quasi che capisca

di Massimiliano Paino


C’è un momento, quando osserviamo un sistema di intelligenza artificiale rispondere a una domanda complessa, in cui “si ha l’impressione che qualcosa di profondamente umano stia accadendo”. Una frase ben costruita, un ragionamento coerente, un’immagine generata con sorprendente sensibilità estetica: tutto sembra suggerire che la macchina capisca davvero. È un’illusione potente, che ci costringe a interrogarci su cosa significhi comprendere, pensare, essere intelligenti.

Per affrontare questa domanda bisogna partire da un elemento spesso trascurato: la curiosità. È una forza antica, “il desiderio di capire”, che accompagna l’essere umano fin dall’infanzia e che ha guidato l’evoluzione cognitiva dei Sapiens. La curiosità non è solo un impulso emotivo: è un motore cognitivo che accende l’attenzione, facilita l’apprendimento, spinge a esplorare, a cambiare prospettiva e a porre domande nuove. È uno dei migliori predittori della crescita dell’intelligenza nel tempo. È qualcosa che ad oggi le macchine non possiedono.


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Il linguaggio dei luoghi

La banca dati geografica RETORE

di Massimiliano Grava

 

Il progetto RETORE (acronimo di REpertorio TOponomastico REgionale) è una ricerca promossa dal CIST (Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio) e finanziata dalla Regione Toscana. Il progetto si configura come un’operazione scientifica multidisciplinare volta alla costruzione di un sistema informativo geografico che arricchisse la toponomastica contemporanea con quella derivante dalle fonti cartografiche storiche.

Il fondamento metodologico del progetto risiede in una lettura stratigrafica del territorio in cui i toponimi vengono acquisiti (tramite geometrie puntuali) per serie informative. La ricerca ha quindi adottato un approccio sia sincronico che diacronico, analizzando l’evoluzione dei nomi di luogo in un arco temporale che parte dal 1835 e giunge fino ai giorni nostri. Questo percorso di indagine non si limita alla semplice “raccolta” dei dati ma si è avvalsa di una forte interdisciplinarità integrando le competenze di storici, linguisti, archeologi, geografi, geologi ed ecologi; tutti quanti impegnati a interpretare il nome come fonte primaria per la ricostruzione della storia del paesaggio.


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NELLA STIVA

LETTURE, NOTIZIE E SEGNALAZIONI

Telmo Pievani, L'albero della vita. Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza 2026


Qual è il posto dell’umanità nel grande albero della vita? Quali leggi governano l’evoluzione? Come nascono le specie? Che cosa rende la biologia una scienza unica? Come si sono evoluti la coscienza e il linguaggio, tipicamente umani? L’albero della vita è una guida indispensabile per comprendere le sfide del presente, dalle pandemie alla crisi della biodiversità, dalla nostra coevoluzione con le tecnologie al riscaldamento climatico.

Negli ultimi tre decenni le scienze della vita hanno visto un’accelerazione straordinaria di conoscenze e di nuove tecniche. La biologia ci pone oggi domande filosofiche ed etiche inaggirabili, modificando profondamente le nostre idee sulla natura e sulla naturalità. In questo libro, Telmo Pievani – evoluzionista di fama internazionale, titolare della prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche, saggista e comunicatore – fa il punto sui dibattiti più appassionanti che riguardano la storia naturale, la genetica, l’evoluzione umana, gli aggiornamenti della spiegazione darwiniana. Con un approccio pluralista e non riduzionista, vengono affrontate le grandi domande dell’evoluzione. Il programma di ricerca evoluzionistico si è, infatti, arricchito di scoperte formidabili che lo hanno aggiornato, integrato e rivisto: l’epigenetica; le simbiosi; il trasferimento genico orizzontale; il ruolo attivo dell’organismo; la plasticità; i vincoli di sviluppo; la selezione di gruppo; le interazioni fra evoluzione biologica e culturale. Scritto con piglio narrativo e senza tecnicismi, L’albero della vita si rivela una guida imprescindibile che affronta, tenendo uno sguardo lungo nel tempo e nello spazio, le grandi questioni del presente.











Anna Maria Lorusso, Il senso della realtà. Dalla tv all'intelligenza artificiale, La Nave di Teseo 2025

Perché ci appassionano tanto i reality show? Cosa ci attira nell’ascoltare le storie di cronaca nera? Com’è possibile che le teorie cospiratorie e le fake news abbiano tanto seguito? E come tutto questo ha cambiato il nostro senso della realtà?
Attraverso quattro esempi – la televisione dei reality, il true crime, i documentari cospirazionisti e i video creati dall’intelligenza artificiale – questo libro offre una riflessione critica e politica su come i concetti di realtà e verità siano oggi messi continuamente alla prova.
Ogni giorno, sui social e nei media tradizionali, verità alternative ma verosimili mettono in discussione alcuni dei capisaldi del pensiero occidentale (primo fra tutti il principio di non contraddizione), alimentando così una cultura che non sa più distinguere tra ciò che è reale e ciò che è messo in scena, o inventato, virtuale o finzionale.  E così l’intelligenza artificiale non fa che metterci di fronte a un’abitudine all’irrealtà cui ci siamo narcotizzati da tempo.

Attraversando la cultura pop contemporanea (film, serie, podcast, contenuti virali) e le lezioni di Roland Barthes, Jean Baudrillard, Umberto Eco, questo libro denuncia la perdita del senso della realtà a cui sembriamo condannati, e prova a offrire gli strumenti per tornare coi piedi per terra, prima che sia troppo tardi.





 





Cose spiegate bene. Sono solo parole, a cura di Nicola Sofri, Iperborea 2026


Il volume è il  quattordicesimo numero della  rivista di carta del Post.

Con testi di Stefano Bartezzaghi, Marco Cassini, Chiara Galeazzi, Ilaria Padovan e della redazione del Post. 

Gli italiani non sono un popolo di allenatori della Nazionale ma di linguisti: d’altronde non c’è niente che venga insegnato loro a scuola così a lungo quanto l’italiano, e non c’è niente che venga esercitato quotidianamente con tanta intensità. Si può capire che tendiamo a essere presuntuosi, sulla conoscenza dell’italiano e dei suoi usi. I social network, poi, hanno dato spazio a ricchi dibattiti, confronti, riflessioni, anche sulle stesse parole di cui li affolliamo. C’erano insomma ottime ragioni per dedicare COSE Spiegate bene a storie e spiegazioni che riguardano il linguaggio, con approcci prudenti e indulgenti e con molta carne al fuoco (espressione figurata: anche di queste ne abbiamo tante). Parliamo della lingua delle intelligenze artificiali, di quella dei tribunali, di quelle inventate dal cinema e dalla letteratura. Ma anche del vituperato schwa, del latino che usiamo e dei suoi equivoci, e di parole ed espressioni come «movida», «piuttosto che», «cringe», e di certe che non si possono dire. Di come mai diciamo «pronto?» quando rispondiamo al telefono, e di quando smettere di dire «buongiorno» e iniziare a dire «buonasera». Ricordando che «le parole sono importanti», ma anche che «sono solo parole».



Lorenzo Tomasin, Storie della lingua italiana.  L'Italiano in dieci lezioni, Einaudi 2026 

Un'introduzione appassionata e accessibile alla storia della lingua, con l'italiano al centro del quadro e le altre lingue europee, antiche e moderne - con quelle romanze in particolare rilievo -, evocate in un confronto dialettico, che punta a superare luoghi comuni e banalizzazioni. 


 A differenza dei manuali che affrontano la storia della lingua italiana in un resoconto cronologico di testi, autori o fasi, questo libro mette a fuoco le questioni trasversali, perché non relative a una singola epoca, e spesso comuni con la storia di altre lingue. Dal rapporto col latino e con i dialetti alla storia di alfabetismo e analfabetismo, dalla definizione di uno standard al superamento della dimensione nazionale nello studio storico-linguistico: dieci tappe fondamentali nel dibattito culturale e scientifico odierno, che accompagnano idealmente la parallela acquisizione delle indispensabili nozioni storiche e linguistiche puntuali. 

 

Piero Dorfles, Le parole del mare, Sellerio, 2025

Una straordinaria ricognizione personale sui libri che parlano di navigazione. La letteratura marinara è sterminata, Piero Dorfles, che ci ha sempre spinto a «vivere la lettura come un'avventura dello spirito, un'esperienza della vita, un passaggio di maturazione», ci guida attraverso i fondali marini seguendo un itinerario, una rotta che è fatta di avventure, sì, ma anche di considerazioni sul carattere degli uomini, riflessioni sul progresso, sui fallimenti. La navigazione, sostiene l'autore, è la più naturale metafora della vita, basti pensare alle similitudini che usiamo di continuo: issare le vele, arrivare in porto, perdere la bussola, siamo tutti sulla stessa barca; «questa larga coincidenza dei termini che usiamo per descrivere quello che esce dalla normalità della vita quotidiana con la lingua del mare, significa che quello che accade nella navigazione non è una metafora della banalità del vivere, ma un'allegoria della sua complessità, della imprevedibilità e della drammaticità del destino di noi viventi». Una volta salpati vengono attraversati momenti fondamentali delle spedizioni per mare: la bonaccia, che ha in sé qualcosa di misterioso e di minaccioso; la burrasca, che spesso prelude al naufragio; ma situazioni da affrontare sono ammutinamenti e incontri con grandi pesci, fino a giungere al sicuro in porto. 

Collaborano con noi:

Velio Abati
David Abulafia
Diego Accardo
Ilaria Agostini
Debora Angeli
Leonardo Animali
Flaminia Aperio Bella
Gennaro Avallone
Pupi Avati
Antonella Balante
Fabio Baldassarri
Simone Baleani
Tina Balì
Katia Ballacchino
Alberto Barausse
Giuseppe Barbera
Massimo Bastiani
Alessandra Bazzurro
Patrizia Becherini
Federico Beconi
Gianluca Becuzzi
Matteo Bellegoni
Marinangela Bellomo
Stefano Benvenuti Casini
Maddalena Bergamin
Cristina Berlini
Annunziata Berrino
Jacopo Bertocchi
Giuliana Biagioli
Raffaella Biagioli
Anna Bigi
Francesco C. Billari
Carlo Bisci
Riccardo Bocci
Antonio Bonatesta
Gabriella Bonini
Lorenza Boninu
Ermanno Bonomi
Barbara Borgi
Arianna Brazzale
Sonia Bregoli
Dario Bressanini
Alessandra Broccolini

Filippo Bruni
Daniela Bruno
Adriano Bruschi
Roberto Buizza
Federico M. Butera
Marco Cadinu
Mario Calidoni
Federico Campagna
Fabio Canessa
Luciano Canfora
Maurizio Canovaro
Mathias Canapini
Stefano "Cocco" Cantini
Luca Caprara
Enrico Caracciolo
Mauro Carrara
Adolfo Carrari
Massimo Catarini
Francesco Catastini
Alessandra Casini
Piero Ceccarini
Carlo Cecchi
Carlo Cellamare
Giovanni Cerchia
Roberto Cerri
Rita Cervo
Fred Charap
Lucia Checchia
Maddalena Chimisso
Maria Chimisso
Federica Cicu
Diana Ciliberti
Angelo M. Cirasino
Augusto Ciuffetti
Graziella Civenti
Pietro Clemente
Giovanni Contini
Ilic Copja
Paolo Coppari
Paolo Corbini
Gabriella Corona
Lauretta Corridoni
Luigi Costanzo
Marta Cristianini
Antonella Cucinotta
Francesca Curcio
Francesca Curradi
Maria D'Agostini
Carlo D'Angelo
Laura D'Angelo
Giancarlo Dall’Ara
Roberto Danovaro
Simone D'Ascola

Stefano D'Atri
Claudio Davoli
Mitia Davoli
Enrico Deaglio
Marzia De Donno
Roberta De Iulio
Antonio De Lellis
Aurora Delmonaco
Davide Maria De Luca
Hervé Defalvard
Maria Carla De Francesco
Antonella De Marco
Cristina De Vita
Gianluca De Vito Franceschi

Marco Del Francia
Rossella Del Prete

Sergio De La Pierre

Maurizio Dell'Agnello
Claudia Della Valle
Vezio De Lucia
Antonella De Nisco
Andreina Di Girolamo
Annalisa Di Nuzzo
Lamyner Diouf
Mirco Di Sandro
Federica Di Sarcina
Yasmin Doghri
Daniele Donati
Giusi D'Urso
Silvia Duranti
Michele Ercolini
Alessandro Fabbrizzi
Sara Fabrizi
Elena Falaschi
Francesco Falaschi
Mauro Falciani

David Fanfani
Paolo Favilli
Luigi Ferrajoli
Alessandra Ferrara
Angelo Ferrara
Maurizio Ferrari
Gianfranco Ferraro
Fabrizio Ferreri
Francesco Ferrini
Giulio Ferroni
Maria Fiano
Simone Ficicchia
Gianluca Fiorentini
Silvia Fioretti
Patrizia Fiori
Vinzia Fiorino
Antonio Floridia
Giovanni Luigi Fontana
Fiore Fontanarosa
Marco Formaioni
Sergio Fortini
Marina Foschi
Maria Adelaide Frabotta
Sara Franceschelli
Antoine Fratini
Tiziano Fratus
Francesca Gabbriellini
Nicola Gabellieri
Alessandro Gagliardi
Sarah Gainsforth
Domenico Gallo
Beatrice Galluzzi
Roberta Garibaldi
Danilo Gasparini
Maria Pia Gasperini
Angela Gavazzi
Catia Eliana Gentilucci
Manuela Geri
Andrea Ghelfi
Vera Gheno
Cristina Ghirardini
Michele Giacco
Manuela Giobbi
Stefano Giommoni
Chiara Giorgi
Andrea Giotti

Marco Giovagnoli
Beatrice Giovannetti
Paolo Giovannini
Massimo Giuliani
Antonella Golino
Chiara Gorini
Massimiliano Grava
Vittorio Graziosi
Corradino Guacci
Jennifer Guerra
Luciano Guerrieri
Sara Guiati
Gianluca Guidotti
Alfonso Maurizio Iacono
Barbara Imbergamo
Paola Imperatore
Fabio Indeo
Matteo Innocenti
Erminia Irace
Marco Jacoviello
M. Cristina Janssen
Ben Kamuntu
Anna Kauber
Claude Magloire Kwaye
Sabrina Lallitto
Luisa Lama
Ingrid Lamminpää
Mario Lancisi

Giuliano Landini

Patrizia Lattarulo
Gianluca Lentini
Giovanna Lenzi
Emanuele Leonardi
Rosario Lerro
Toby Lester
Marta Letizia
LIBERA
Norberto Lombardi
Vincenzo Lombardi
Donatella Loprieno
Micaela Lottini
Leonardo Lovati
Stefano Lucarelli
Michele Lungonelli
Gordiano Lupi
Giuseppe Lupo
Irene Macalli
Stefano Maggi
Simone Mangani
Enrico Mannari
Marco Marchetti
Gianni Maragno
Paolo Mare
Maria Rosaria Marella
Enrico Mariani
Michele Mariani
Nunzio Marotti
Alessandra Martinelli
Luca Martinelli
Angelo Marucci
Marco Masoni
Catia Mastantuono
Luigi Mastronardi
Michele Mazzi
Paolo Mazzucchelli
Giuseppe Melucci
Emanuele Menietti
Francesco Merloni
Michele Mezza
Serena Milano
Manuela Militi
Chiara Missikoff
Maria Molinari
Antonio Monte
Guido Morandini
Marco Moroni
Rossella Moscarelli
Alessandro Moscatelli
Nicoletta Moschini
Museolab6
Micheline Mwendike Kamate
Frida Nacinovich
Tiziana Nadalutti
Giacomo Nalli
Alessandra Narciso

Sacha Naspini
Fausto Carmelo Nigrelli
Simonetta Noè
Marica Notte
Antonello Pasini

Franco Novelli
Federico Oliveri
Rocco Oliveto
Francesco Orazi

Michele Padovano
Sergio Paglialunga
Cinzia Pagni
Massimiliano Paino
Maurizio Pallante
Luca Pallini
Gianni Palumbo
Vito Palumbo
Stefano Pancari
Anna Paolella
Caterina Paparello
Letizia Papi
Vincenza Papini
Roberto Parisi
Valeria Parrini
Giorgio Pasquinucci
Alberto Pellai
Ivan Pereira
Giulia Perfetto
Gloria Peria
Camilla Perrone
Matteo Petracci
Marco Petrella
Luciana Petrocelli

Paolo Pezzino

Paolo Piacentini
Gennaro Pica
Leonardo Piccini
Martina Pietrelli
Manuel Vaquero Piñeiro
Vittorio Pineschi
Alessandra Pioggia
Piombino gioca
Carlo Pistolesi
Daniela Poli
Luca Policastri
Elena Pontil
Anna Pramstrhaler 
Enzo Pranzini
Erica Pranzini
Federico Prestileo
Antonio Prete
Gabriele Proglio
Chiara Daniela Pronzato
Alberto Prunetti
Fernanda Pugliese
Lorenzo Ramacciato
Omerita Ranalli
Sofia Randich
Silvia Ranfagni
Letizia Ravagli
Marco Refe
Giuseppe Restifo
Fabrizio Ricciardelli
Marina Riccucci
Eraldo Ridi
Stefano Rinaldi
Luciana Rocchi
Andrea Rolando
Rudy Rossetto
Donatella Rostagno
Florindo Rubbettino
Antonio Ruggieri
Enrico Russo
Paulina Sabugal
Severino Saccardi
Rita Salvatore
Giampiero Sammuri
Giacomo Sanavio
Enrica Sangiovanni
Giuseppe Santarelli
Antonio Santoro
Claudio Saragosa
Stefano Sarzi Sartori
Iride Sassi
Luca Sbrilli
Cinzia Scaffidi
Enzo Scandurra
Vincenzo Scaringi
Matteo Scatena
Rossella Schiavonea Scavello
Nicola Sciclone
Anna Segre
Giuliano Serges
Francesco Serino
Salvatore Settis
Alessandro Simonicca
Federico Siotto
Lorenza Soldani
Albertina Soliani
Alessandra Somaschini
Catia Sonetti
Omar Sosa
Francesco Sottile
Gianna Stefan
Enrico Tabellini
Marco Tagliaferri

Francesco Paolo Tanzj 

Alberto Tarozzi
Vito Teti
Cecilia Tomassini
Emidio Ranieri Tomeo
Nicholas Tomeo
Guido Tonelli
Francesco Paolo Tanzj
Cristiana Torti
Aurora A. Totaro
Niandou Touré
Luca Trapanese
Laura Trappetti
Adolfo Turbanti
Agata Turchetti
Giulia Ubaldi
Elisa Uccellatori
Franco Vaccari
Olimpia Vaccari
Gianpiero Vaccaro
Giorgio Vacchiano
Federico Valacchi
Daniele Valeri
Maurizio Vanni
Giorgio Vecchio
Edoardo Verdiani

Alessandro Vergari

Daniele Vergari
Elio Vernucci
Nicola Verruzzi
Marco Vichi
Francesco Viegi
Daniele Vignoli
Francesco Vincenzi
Anna Vinci
Carmen Vitale
Angela Vitullo
Marta Vitullo
Alessandro Volpi
Paolo Volpini
Massimo Zamboni
Andrea Zanetti
Enrico Zanini
Ilaria Zilli
Donato Zoppo
Massimo Zucconi