Tra poesia e attivismo: costruire un altro Congo con la Lucha e il Goma Slam Session
Intervista a Ben Kamuntu
di Benedetta Celati
Ben Kamuntu, innanzitutto grazie per la sua disponibilità. Lei è membro fondatore del Collettivo Goma Slam Session e fa parte del movimento congolese Lucha (Lotta per il cambiamento). Può spiegarci quali sono le sue lotte e i suoi obiettivi?
Ho incontrato la poesia nello stesso periodo in cui ho conosciuto i giovani della Lucha, un movimento civico che lotta per la giustizia sociale e la dignità umana. Era il 2013.
Faccio parte di quella generazione di giovani congolesi cresciuti nella guerra, in un contesto dove violenza e precarietà erano la norma. Nonostante ci raccontassero che il Congo è un paese ricco – con una delle foreste più grandi del mondo, un fiume imponente, un suolo fertile e una biodiversità straordinaria – io vivevo in una realtà fatta di sfollamenti, assenza di elettricità e scarsità di acqua potabile.
Fin da piccolo, mi sono interrogato su questo paradosso: come può un paese così ricco offrire una vita così difficile? Ma le risposte degli adulti erano sempre le stesse: «È sempre stato così, devi imparare ad adattarti. Ti devi rassegnare». Io però non volevo rassegnarmi. Cercavo alternative, volevo sognare un altro Congo.
In questa ricerca, ho incontrato la Lucha, un gruppo di giovani che condividevano le mie stesse domande, ma che avevano anche la lucidità di affermare: le soluzioni per il Congo dobbiamo costruirle noi. Se non c’è acqua o corrente, bisogna identificare i responsabili, chiedere conto alle istituzioni, interpellare anche la MONUSCO[1] – presente nel paese fin dalla mia infanzia – per capire cosa stiano realmente facendo con i loro enormi budget.
La Lucha è un movimento non violento, fondato sulla cittadinanza attiva che si occupa di chiedere, denunciare, proporre. È stato in quel periodo che ho scoperto anche lo Slam[2] , un linguaggio potente che mi ha restituito il diritto di sognare un Congo diverso, fondato sulla pace, la dignità, la giustizia sociale.
La poesia è diventata il mio modo di resistere, di esistere e di lottare. È un atto politico, ma anche un percorso di guarigione personale. Lo Slam mi ha permesso di esprimere il dolore, la rabbia, la speranza. Mi ha insegnato che anche nei contesti più difficili si può ancora immaginare il cambiamento, coltivare un sogno collettivo, creare comunità.
Così è nata anche l’idea di Goma Slam Session, un collettivo creato da me e da altri compagni per incontrarci, scrivere, condividere, educare in modo alternativo. In un contesto in cui né la scuola né la chiesa offrivano strumenti per pensare un altro futuro, abbiamo dato vita a uno spazio in cui fosse possibile immaginare e costruire un nuovo Congo.
Ha spiegato bene come lo Slam e la Lucha rappresentino spazi di educazione alternativa. Ma solo per capire meglio: quando dice che la risposta era sempre «È così, bisogna adattarsi», questa risposta ve la dava per esempio la scuola? Oppure arrivava più dalla famiglia?
Questa è un’ottima domanda. La rassegnazione e l’idea che nulla possa cambiare sono come una «violenza atmosferica»: un clima che si respira senza bisogno di spiegare certe cose.
Fin dall’infanzia, a scuola, in famiglia e nella società, si impara a non mettere in discussione l’autorità né a immaginare alternative possibili. Questa atmosfera è rafforzata dalla repressione politica, dalla mancanza di libertà di espressione e da una storia segnata dalla dittatura e dalla guerra.
Ad ogni tentativo di proporre un cambiamento, si viene scoraggiati con risposte fataliste: «Sei troppo piccolo», «non ha mai funzionato», «calmati, non puoi farci niente». Questo clima di violenza è radicato a livello familiare, comunitario e istituzionale.
Per me, l’incontro con la Lucha e con la poesia è stato una rottura: un rifiuto di questa fatalità. Affermiamo che le soluzioni per il Congo verranno dagli stessi congolesi, non dall’esterno, anche se avremo bisogno di alleati. Questo cambiamento richiederà tempo, sacrifici, ma bisogna pur iniziare da qualche parte.
Oggi, una nuova generazione di giovani sogna un Congo dove la pace e la sicurezza siano possibili, dove i bambini possano andare a scuola senza paura, le donne camminare senza temere di essere violentate, e dove ciascuno possa vivere con dignità: è ciò che chiamiamo «la lutta finala», la lotta finale per un nuovo Congo.
Nella sua opera di slam Bosembo, lei affronta il tema della giustizia. Vorremmo conoscere la storia dei suoi progetti artistici e capire perché ha scelto questo mezzo d’espressione per trasmettere messaggi così importanti.
Credo molto nel potere dell’arte, in particolare della poesia, come strumento per farci ascoltare, dialogare e soprattutto continuare a sognare un mondo migliore. La poesia porta un linguaggio diverso in un ambiente dominato dal discorso politico, offrendo sensibilità e creando ponti tra le persone, aiutandoci a esprimere anche le realtà più dure mantenendo viva la speranza.
In un contesto tragico e violento come quello del Congo, la poesia e lo slam ci avvicinano alla nostra umanità e ci permettono di occupare uno spazio diverso dal discorso politico dominante. Il mio sogno è vedere la poesia ovunque – nelle scuole, nelle strade – come strumento per esprimere pensieri e curare le ferite con la bellezza delle parole.
Io ho letto il rapporto Mapping[3]: sono più di 500 pagine, piene di linguaggio tecnico. E allora mi sono detto: l’arte serve anche a questo, a contribuire all’educazione popolare, a rendere accessibili questioni complesse, che non devono essere riservate solo agli esperti.
In Congo la mancanza di giustizia e l’impunità sono all’origine della violenza continua. Molti leader e figure di potere sono ex membri di gruppi armati responsabili di crimini gravissimi, e spesso l’accesso al potere passa proprio attraverso queste violenze. Senza giustizia, senza riparazione e riconciliazione, la pace è impossibile.
Condivido il messaggio di Denis Mukwege (medico premio Nobel per la Pace nel 2018): la pace in Congo può arrivare solo attraverso un reale meccanismo di giustizia. Lo slam sostiene questo messaggio, denunciando che i veri colpevoli devono andare in tribunale, non restare al potere. L’impunità alimenta i cicli di violenza e non possiamo aspettarci risultati diversi ripetendo gli stessi errori.
Attraverso la poesia vogliamo dare voce alle vittime, smascherare i carnefici, mantenere viva la speranza e resistere alla rassegnazione. La poesia è la luce che ci permette di continuare a esistere, a sognare e a lottare per un futuro di giustizia e pace.
Quando si parla di giustizia, si parla inevitabilmente dell’importanza di una “cultura decoloniale” che deve imporsi, soprattutto in Europa. Qual è la sua opinione a riguardo? L’arte può essere uno strumento per decostruire le forme di dominazione, anche culturali?
Questa è una domanda molto importante, soprattutto riguardo alla percezione e ai discorsi o atteggiamenti coloniali che ancora resistono. Achille Mbembe, uno scrittore camerunese, ha detto che l’Europa ha dimenticato di decolonizzare sé stessa.
Si pensava che con l’indipendenza fosse finita la colonizzazione, ma non è così: si tratta di un sistema, di un atteggiamento, di una visione globale e paternalista che è rimasta. Anche dopo le indipendenze, è continuato il neocolonialismo. Oggi, infatti, persiste una visione eurocentrica o occidentalo-centrica: l’Europa e gli Stati Uniti sono il centro, il resto del mondo è la periferia. Il Congo, per esempio, è visto solo come una riserva di materie prime. Da una parte si parla di fare la transizione ecologica e guidare l’innovazione, dall’altra ci sono fiumi inquinati e bambini che muoiono.
Questa “colonialità” è ancora presente e per questo è importante creare spazi di dialogo, condivisione e confronto. Oggi vediamo alcuni segnali come la restituzione delle opere d’arte o le scuse di alcuni Paesi per i danni causati in Africa,ma viviamo in un pianeta connesso, interconnesso, e dobbiamo costruire un mondo comune dove le persone possano parlare e ascoltarsi.
L’Europa deve accettare questi spazi e iniziare a decolonizzarsi davvero, perché non ha altra scelta: il mondo sta cambiando, e si sta sempre più orientando verso l’Africa. Non siamo più nella generazione dei nostri genitori, che credevano che un europeo valesse più di un africano o di un arabo solo perché così imponeva il sistema coloniale. Oggi, per esempio, a Goma, puoi incontrare un giovane slammer di 17 anni che non può certamente più accettare quel tipo di mentalità.
Abbiamo la possibilità di creare spazi di educazione alternativa, dove sia possibile riflettere e si possano mettere in discussione le nostre azioni. Anche in Europa oggi esistono forme di razzismo, spesso inconsapevoli, perché molte persone sono cresciute con l’idea che gli europei fossero i più intelligenti e per questi destinati a dominare.
Personalmente credo che si possano creare nuovi popoli e nuovi spazi. L’Europa e l’Occidente hanno parlato molto, ora è il momento di ascoltare, di mostrare empatia e benevolenza, e di costruire insieme questi nuovi mondi. Ma non basta parlare: servono azioni concrete. Non si può solo dire “l’Italia ha fatto errori in Etiopia o in Libia”, bisogna agire con decisione per creare fiducia e collaborazione reale.
Questo impegno riguarda anche la società civile africana e quella europea, le associazioni della diaspora, e tutti coloro che lavorano sulle questioni decoloniali. Dobbiamo spingere i nostri governi a prendere decisioni forti.
Io sono convinto che abbiamo la possibilità di creare un altro mondo, un mondo comune. La poesia, per me, è uno strumento prezioso: può essere uno spazio di espressione, di riflessione e anche di sogno condiviso. Parlo molto di sogni perché sono un grande sognatore.
E a me, da europea, viene da dire che oltre all’empatia e alla benevolenza, c’è un terzo valore fondamentale: la curiosità. Credo che agli europei manchi la curiosità, che alla base dell’attitudine ad ascoltare. Quali sono le sue speranze per l’Africa e per il Congo?
Per quanto riguarda le mie speranze per l’Africa e per il Congo, ne ho molte. Spero che nei prossimi 30 anni i miei figli non vivranno le difficoltà che ho vissuto io. Sogno un futuro in cui gli europei vengano in Africa, e in Congo, non per fare beneficenza, ma per visitare le sue bellezze naturali e godersi la cultura, come cittadini del mondo. Vorrei anche che quando un africano arriva in Italia, nessuno lo guardi con sospetto o pregiudizio.
L’Africa sa cosa vuole. Anche se faremo degli errori, li impareremo e andremo avanti. La relazione con l’Europa e l’Occidente è stata storicamente segnata da dominazione e violenza, ma oggi l’Africa deve pensare a sé stessa in modo indipendente, senza lasciare che altri decidano per lei.
Non sono d’accordo con chi dice che l’Africa è “caduta nelle mani” della Cina o della Russia. L’Africa è capace di difendere i suoi interessi e di scegliere il meglio per sé. Viviamo in un mondo aperto e interculturale, ma per aprirsi bisogna prima essere sé stessi e avere dignità.
L’Africa è il continente più giovane, con tanti giovani pieni di sogni che hanno bisogno di istruzione, lavoro e rispetto. Come tutti, anche gli africani vogliono essere rispettati.
Credo che si possano costruire ponti di dialogo e collaborazione, accettando che ogni Paese – come l’Italia, la Svizzera o la Francia – ha il suo modo di fare le cose, così come il Congo può avere la sua propria via.
Non accetto la visione paternalista di alcuni europei che dicono agli africani cosa è meglio per loro. L’Africa deve decidere da sola, con i suoi errori e le sue conquiste.
Africa ed Europa sono vicine, ma i loro scambi economici e culturali sono molto limitati. Questo perché l’Europa si chiude in sé stessa, come se fosse un giardino da proteggere dagli “invasori”. Ma in realtà le persone si muovono sempre, e continueranno a farlo, a prescindere da muri o barriere.
Per questo dobbiamo costruire un mondo comune, dove ognuno possa vivere dignitosamente nella propria terra ma anche muoversi liberamente, mantenendo rispetto e dignità. I nostri destini sono legati, e questo cambiamento è già iniziato.
Ben Kamuntu, tout d’abord merci pour votre disponibilité. Vous êtes membre fondateur du Collectif Goma Slam Session et vous faites partie du mouvement Congolais Lucha (Lutte pour le changement), pouvez-vous nous expliquer quels sont vos combats et vos objectifs ?
J’ai découvert la poésie à la même période où j’ai rencontré les jeunes de la Lucha, un mouvement citoyen qui lutte pour la justice sociale et la dignité humaine. C’était en 2013.
Je fais partie de cette génération de jeunes Congolais qui ont grandi dans la guerre, dans un contexte où la violence et la précarité étaient la norme. On nous disait pourtant que le Congo était un pays riche – avec l’une des plus grandes forêts du monde, un fleuve immense, un sol fertile et une biodiversité exceptionnelle – mais ma réalité était faite de déplacements forcés, de coupures d’électricité et de manque d’eau potable.
Depuis tout petit, je me posais cette question : comment un pays si riche peut-il offrir une vie aussi difficile ? Mais les réponses des adultes étaient toujours les mêmes : « Ça a toujours été comme ça, il faut t’adapter. Tu dois te résigner. » Moi, je ne voulais pas me résigner. Je cherchais des alternatives, je voulais rêver un autre Congo.
C’est dans cette quête que j’ai rencontré la Lucha, un groupe de jeunes qui se posaient les mêmes questions, mais qui avaient aussi la lucidité d’affirmer : les solutions pour le Congo, c’est à nous de les construire. S’il n’y a pas d’eau ou d’électricité, il faut identifier les responsables, demander des comptes aux institutions, interpeller aussi la MONUSCO – présente dans le pays depuis mon enfance – pour savoir ce qu’elle fait vraiment avec ses budgets énormes.
La Lucha est un mouvement non violent, basé sur la citoyenneté active et engagé dans la revendication, la dénonciation et la proposition. C’est à ce moment-là aussi que j’ai découvert le slam, un langage puissant qui m’a redonné le droit de rêver un Congo différent, fondé sur la paix, la dignité et la justice sociale.
La poésie est devenue pour moi un moyen de résister, d’exister et de lutter. C’est un acte politique, mais aussi un chemin de guérison personnelle. Le slam m’a permis d’exprimer la douleur, la colère, l’espoir. Il m’a appris que même dans les contextes les plus difficiles, il est encore possible d’imaginer le changement, de cultiver un rêve collectif, de créer du lien.
C’est ainsi qu’est née l’idée de Goma Slam Session, un collectif fondé avec d’autres camarades, pour se retrouver, écrire, partager et éduquer de manière alternative. Dans un contexte où ni l’école ni l’église ne donnaient d’outils pour penser un autre avenir, nous avons construit un espace où il était possible d’imaginer et de bâtir un nouveau Congo.
Le Slam et la Lucha pour vous sont des espaces d’éducation alternative. Mais c’est juste pour mieux comprendre, quand vous dites que la réponse était toujours « C’est comme ça, il faut s’adapter », cette réponse a été donnée par l'école par exemple ? Ou c'est plutôt la famille ?
C’est une excellente question. La résignation et l’idée que rien ne peut changer sont comme une « violence atmosphérique » : un climat que l’on respire sans même qu’il soit nécessaire de l’expliquer.
Depuis l’enfance, à l’école, en famille et dans la société, on apprend à ne pas remettre en question l’autorité, à ne pas imaginer d’alternatives possibles. Cette atmosphère est renforcée par la répression politique, l’absence de liberté d’expression et une histoire marquée par la dictature et la guerre.
À chaque tentative de proposer un changement, on est découragé par des réponses fatalistes : « Tu es trop jeune », « ça n’a jamais marché », « calme-toi, tu n’y peux rien ». Ce climat de violence est profondément ancré, au niveau familial, communautaire et institutionnel.
Pour moi, la rencontre avec la Lucha et avec la poésie a représenté une rupture : un refus de cette fatalité. Nous affirmons que les solutions pour le Congo viendront des Congolais eux-mêmes, pas de l’extérieur – même si nous aurons besoin d’alliés. Ce changement demandera du temps, des sacrifices, mais il faut bien commencer quelque part.
Aujourd’hui, une nouvelle génération de jeunes rêve d’un Congo où la paix et la sécurité soient possibles, où les enfants puissent aller à l’école sans peur, et où chacun puisse vivre avec dignité : c’est ce que nous appelons « la lutta finala », la lutte finale pour un Congo nouveau.
Dans votre slam Bosembo, vous abordez le thème de la justice. Nous aimerions connaître l’histoire de vos projets artistiques et savoir pourquoi vous avez choisi ce moyen d’expression pour transmettre des messages aussi importants.
Je crois profondément au pouvoir de l’art, notamment de la poésie, comme moyen de se faire entendre, de dialoguer et, surtout, de continuer à rêver d’un monde meilleur. La poésie apporte un langage différent dans un environnement dominé par le discours politique, en offrant sensibilité et en créant des ponts entre les personnes, nous aidant à exprimer les réalités les plus dures tout en gardant l’espoir.
Dans un contexte tragique et violent comme celui du Congo, la poésie et le slam nous reconnectent à notre humanité et nous permettent d’occuper un espace distinct de celui du discours politique dominant. Mon rêve est de voir la poésie partout — dans les écoles, dans les rues — comme un outil pour exprimer nos pensées et guérir les blessures grâce à la beauté des mots.
J’ai lu le rapport Mapping : plus de 500 pages, un langage très technique. Je me suis dit que l’art sert aussi à cela : à contribuer à l’éducation populaire, à rendre accessibles des questions complexes, qui ne doivent pas être réservées aux seuls experts.
Au Congo, l’absence de justice et l’impunité sont à l’origine de la violence perpétuelle. De nombreux dirigeants ont été recrutés parmi d’anciens membres de groupes armés responsables de crimes atroces, et l’accès au pouvoir passe souvent par la violence. Sans justice, réparations et réconciliation, une paix réelle est impossible.
Je partage le message de Denis Mukwege, lauréat du Prix Nobel de la paix en 2018 : la paix au Congo ne peut passer que par un vrai mécanisme de justice. Le slam porte ce message, en dénonçant que les véritables coupables doivent être traduits devant les tribunaux, et non rester au pouvoir. L’impunité alimente les cycles de violence, et l’on ne peut espérer des résultats différents en répétant les mêmes erreurs.
Par la poésie, nous voulons donner voix aux victimes, dévoiler les bourreaux, entretenir l’espoir, résister à la résignation. La poésie est la lumière qui nous permet de continuer à exister, à rêver et à lutter pour un avenir de justice et de paix.
Quand on parle de justice, on parle inévitablement de l'importance d’une « culture décoloniale » qui doit s'imposer surtout en Europe. Quelle est votre opinion à ce sujet ? L'art peut-il être un outil pour déconstruire les formes de domination, y compris culturelles ?
C’est une question très importante, surtout en ce qui concerne la perception et les discours ou attitudes coloniaux qui persistent encore aujourd’hui. Achille Mbembe, écrivain camerounais, a dit que l’Europe avait oublié de se décoloniser elle-même.
On a cru que la colonisation avait pris fin avec l’indépendance, mais ce n’est pas le cas : il s’agit d’un système, d’une posture, d’une vision globale et paternaliste qui perdure. Même après les indépendances, le néocolonialisme a continué. Aujourd’hui encore, une vision eurocentrée ou occidentalo-centrée domine : l’Europe et les États-Unis sont au centre, et le reste du monde est relégué à la périphérie. Le Congo, par exemple, est souvent perçu uniquement comme un réservoir de matières premières. D’un côté, on parle de transition écologique et d’innovation, et de l’autre, on trouve des rivières polluées et des enfants qui meurent.
Cette « colonialité » est toujours présente, et c’est pourquoi il est essentiel de créer des espaces de dialogue, de partage et de confrontation des idées. On observe aujourd’hui certains signes positifs, comme la restitution d’œuvres d’art ou les excuses de certains pays pour les torts causés en Afrique. Mais nous vivons sur une planète connectée, interconnectée, et nous devons construire un monde commun où les gens peuvent se parler et s’écouter.
L’Europe doit accepter ces espaces et commencer à se décoloniser réellement, car elle n’a plus le choix : le monde change, et il se tourne de plus en plus vers l’Afrique. Nous ne sommes plus de la génération de nos parents, qui pensaient qu’un Européen valait plus qu’un Africain ou un Arabe, simplement parce que le système colonial le dictait. Aujourd’hui, à Goma par exemple, tu peux rencontrer un jeune slameur de 17 ans qui ne peut absolument plus accepter ce type de mentalité.
Nous avons la possibilité de créer des espaces d’éducation alternative, où il est possible de réfléchir et de remettre en question nos actions. Même en Europe, il existe aujourd’hui des formes de racisme, souvent inconscientes, parce que beaucoup de personnes ont grandi avec l’idée que les Européens étaient les plus intelligents, et donc naturellement destinés à dominer.
Personnellement, je crois qu’il est possible de créer de nouveaux peuples et de nouveaux espaces. L’Europe et l’Occident ont beaucoup parlé, il est maintenant temps d’écouter, de faire preuve d’empathie et de bienveillance, et de construire ensemble ces nouveaux mondes. Mais parler ne suffit pas : il faut des actions concrètes. On ne peut pas se contenter de dire « l’Italie a commis des erreurs en Éthiopie ou en Libye », il faut agir avec détermination pour créer une véritable confiance et une coopération sincère.
Cet engagement concerne aussi bien la société civile africaine qu’européenne, les associations issues des diasporas, et toutes celles et ceux qui travaillent sur les questions décoloniales. Nous devons pousser nos gouvernements à prendre des décisions fortes.
Je suis convaincu que nous avons la possibilité de créer un autre monde, un monde commun. Pour moi, la poésie est un outil précieux : elle peut être un espace d’expression, de réflexion, mais aussi de rêve partagé. Je parle beaucoup de rêves, car je suis un grand rêveur.
A mon avis le troisième mot, après empathie et bienveillance, c’est curiosité. Parce qu’il faut avoir de la curiosité. Et je pense qu’aux Européens manque un peu de curiosité, qui est à la base de l’attitude à écouter en fait.
Quels sont vos espoirs pour l’Afrique et pour le Congo ?
En ce qui concerne mes espoirs pour l’Afrique et pour le Congo, ils sont nombreux. J’espère que dans les 30 prochaines années, mes enfants ne vivront pas les mêmes difficultés que j’ai connues. Je rêve d’un avenir où les Européens viendront en Afrique, et au Congo, non pas pour faire de l’humanitaire, mais pour découvrir ses beautés naturelles et profiter de sa culture – en tant que citoyens du monde. J’aimerais aussi qu’un Africain qui arrive en Italie ne soit pas accueilli avec méfiance ou préjugés.
L’Afrique sait ce qu’elle veut. Même si nous commettons des erreurs, nous apprendrons et nous avancerons. La relation entre l’Afrique et l’Europe, ou l’Occident, a longtemps été marquée par la domination et la violence. Mais aujourd’hui, l’Afrique doit penser par elle-même, de manière indépendante, sans laisser d’autres décider à sa place.
Je ne suis pas d’accord avec ceux qui disent que l’Afrique est « tombée entre les mains » de la Chine ou de la Russie. L’Afrique est capable de défendre ses intérêts et de choisir ce qui est bon pour elle. Nous vivons dans un monde ouvert et interculturel, mais pour pouvoir s’ouvrir aux autres, il faut d’abord être soi-même et avoir sa dignité.
L’Afrique est le continent le plus jeune du monde, avec une jeunesse pleine de rêves, qui a besoin d’éducation, de travail et de respect. Comme tout le monde, les Africains veulent simplement être respectés.
Je crois qu’il est possible de construire des ponts de dialogue et de coopération, en acceptant que chaque pays – comme l’Italie, la Suisse ou la France – a sa propre manière de faire, et que le Congo aussi peut avoir sa propre voie.
Je rejette la vision paternaliste de certains Européens qui prétendent savoir ce qui est bon pour les Africains. Ce n’est pas à eux d’en décider. L’Afrique doit faire ses propres choix, avec ses erreurs et ses réussites.
L’Afrique et l’Europe sont proches géographiquement, mais leurs échanges économiques et culturels sont encore très faibles. Cela vient du fait que l’Europe se replie sur elle-même, comme si elle devait protéger un jardin contre des « envahisseurs ». Mais en réalité, les gens se déplacent depuis toujours, et continueront à le faire, malgré les murs ou les barrières.
C’est pourquoi nous devons construire un monde commun, où chacun puisse vivre dignement chez lui, mais aussi avoir la liberté de se déplacer, avec respect et dignité. Nos destins sont liés, et ce changement est déjà en marche.
[1] MONUSCO è l’acronimo della missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo.
[2] Lo Slam è un genere poetico fondato sull’oralità e sulla performance.
[3] Il rapporto offre un quadro complessivo dei crimini più gravi commessi nella RDC tra il 1993 e il 2003. In 550 pagine vengono descritte violenze, sopraffazioni, stupri di massa, sfruttamento dei bambini, rapimenti e omicidi.