Giovani contro la guerra: Micheline racconta il movimento Lucha e la speranza per il Congo

Intervista a Micheline Mwendike Kamate

a cura di Monica Pierulivo

Micheline Mwendike è nata a Goma, nel nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo. Attivista per la democrazia e i diritti umani è stata promotrice del movimento dei giovani apartitico e non-violento Lucha (Lutte pour le Changement) nato nel 2012.

Micheline, lei è congolese e abita in Italia. Ci può raccontare brevemente la sua storia, come è venuta in Italia e come è nato il movimento Lucha per il cambiamento?

Il movimento Lucha (Lutte pour le Changement) è nato nel 2012, molto prima del mio arrivo in Italia. Sono nata a Goma, dove ho studiato economia pubblica per cinque anni all’università. Già allora ero molto coinvolta nelle attività universitarie, più come cittadina che come studentessa. Prima di finire l’università ho iniziato a lavorare in un’organizzazione non governativa nel campo dell’advocacy per donne, bambini e uomini vittime di violenza sessuale. Per lavoro, ho viaggiato molto in tutto il Congo, visitando circa 30 città. È lì che ho scoperto la potenza e la bellezza del mio paese, anche se la realtà era dura: donne stuprate più volte, persone usate come strumenti di guerra, povertà diffusa. Ogni volta che tornavo a Goma non stavo bene perché vedevo tutto questo dolore. Parlando con le donne capivo cosa poteva essere necessario per essere aiutate, ma uno dei problemi era il sistema degli aiuti: i progetti umanitari erano redatti da esperti ma la voce delle vittime non aveva spazio. Poi, c’era il governo congolese incapace, la corruzione dappertutto e la fine della guerra ancora lontana. Così ho pensato che dovevamo fare qualcosa come semplici cittadini, perché in Congo le cose non sarebbero cambiate da sole.

Il 1° maggio 2012 è nato quindi il movimento Lucha, incentrato su azioni per migliorare l’accesso al lavoro, alla scuola, all’acqua ed elettricità, alla costruzione di strade, ecc.  A un certo punto avevo avuto dei problemi al lavoro partecipando alle attività di Lucha ed ero stata arrestata e detenuta per giorni dai servizi di intelligence. Quindi nella mia organizzazione non mi volevano più.

Ho quindi lavorato per un’altra organizzazione su un progetto di pace nelle miniere. Andavo spesso a Rubaya e dintorni, i luoghi dove si trovano le miniere di coltan, cassiterite e altro. Il coltan è un materiale indispensabile per la costruzione di batterie per strumenti elettronici come cellulari, computer e tablet.  Facevamo formazione per far conoscere i diritti ai minatori. Era un ambiente molto politicizzato. Era un mondo parallelo dove il denaro e la violenza guidavano tutto. Io mi facevo sempre domande. Volevo conoscere di più le origini di questa violenza. La violenza in Congo è tutto, dà potere, dà soldi, popolarità. Volevo studiare. Dopo una visita in Europa, mi è stata offerta una borsa di studio per fare l’università in Italia, così sono venuta a studiare a Figline Incisa Valdarno, all’Istituto Universitario Sophia (IUS) nel 2015. Ho frequentato due anni e ho conseguito la laurea magistrale in Scienze sociali e politiche. Poi ho sposato un italiano di Reggio Emilia dove vivo attualmente con i nostri due figli.

Tre anni fa ha pubblicato un libro su questi temi. Come sta continuando la sua attività in questo momento?
 
Mi manca quell’energia fatta di speranze e attimi presenti e quella semplicità della vita in Congo. La visione che si ha qui dell’Africa è completamente diversa dalla realtà. Goma si trova a 1200 metri sul livello del mare, si sta bene. Io vengo da una famiglia semplice e gioiosa, ho 7 sorelle e due fratelli fantastici.
Il libro che ho pubblicato nel 2022 s’intitola La Guerre a èchouè: Prèmices de la lutte pour le Changement, che significa "La guerra è un fallimento". Parla della mia visione della guerra, dei momenti di orrore che hanno vissuto i congolesi tra il 1985 e il 2012. Nella mia esperienza, la guerra consuma tutto, persino i motivi per cui è nata. A volte la gente si arruola nelle milizie perché vuole un cambiamento, ma una volta dentro non si desidera più questo: si vuole solo vincere. Le priorità non sono più infrastrutture o servizi per tutti. È un circolo vizioso dove si perde sempre, non si vince mai. Con i morti che si accumulano, il dolore diventa sempre più profondo con tanta voglia di vendetta.
Goma, la mia città speciale, ha vissuto guerre senza fine, le più sanguinose sostituite da quelle più mediatizzate. Ma gli abitanti di Goma sono rimasti autentici e la loro umanità è fonte di ispirazione. La guerra ha fallito perché è proprio a Goma che ha avuto origine il più importante movimento non violento della Repubblica Democratica del Congo. La guerra ha fallito perché non ha trasformato un popolo in assassini pieni di odio, ma l'identità di guerra è servita alla costruzione di una societànon violenta.

Qual è la situazione attuale a Goma?

La città è controllata dall’M23, che l’ha invasa a gennaio 2025. Sono state giornate molto difficili, con tanta paura e incertezza sul fuggire o restare. Ho vissuto esperienze simili già nel 1996, quando ho dovuto affrontare la perdita e vedere i morti per strada.

Com’è stata la guerra nel suo paese?

La prima grande guerra è esplosa nel 1994, a seguito del genocidio in Ruanda. Molti Hutu fuggirono a Goma, una città molto piccola prima del 1994, che improvvisamente accolse circa sei milioni di profughi. La città era in condizioni critiche, la gente cucinava per le strade, con mucche e capre in mezzo, e la povertà era estrema. Ci furono anche epidemie di colera che uccisero tante persone. Io ero piccola, essendo nata nel 1985 e miei genitori mi tenevano chiusa in casa per proteggermi. Poi nel 1996 ci fu la grande guerra che pose fine alla dittatura di Mobutu. Poi ci sono i ribelli sostenuti dal Ruanda o da altri paesi che conquistano le città per alcune settimane o anni. E poi ci sono anche scontri tra nemici per vendette e manipolazioni varie. Ancora oggi ho paura dei fuochi d’artificio perché questi rumori mi ricordano quei traumi.

Questi conflitti hanno radici nel passato coloniale e nella gestione delle risorse del paese. Cosa ne pensa?

Certo, la base della colonizzazione ha rappresentato divisione e affermazione della legge del più forte. Abbiamo ereditato queste istituzioni coloniali e coloro che sono al potere oggi hanno lo stesso spirito. Ci sono anche i paesi vicini come il Ruanda che, usciti dal genocidio, sfruttano i minerali del Congo. Per esempio, il Ruanda è il primo venditore mondiale di coltan ma non ne ha, lo prende dal Congo. Utilizza le risorse congolesi per continuare le guerre. Anche i politici congolesi hanno una responsabilità fondamentale in questo sistema di capitalismo aggressivo.

Oggi la situazione in Congo rimane instabile?

Siamo in guerra, un movimento ribelle sostenuto dal Ruanda occupa il paese. Tutti i giorni ci sono morti, tutti i giorni. Le autorità congolesi si occupano solo dei loro interessi. Trump sta facendo il mediatore e il nostro presidente sembra volere un premio Nobel per la Pace. Non so se credere davvero a questo processo.  Da poco è stato formato un nuovo governo e, curiosamente, il mio nome è circolato come possibile ministro – cosa che mi ha fatto un po’ ridere.
Vorrei tornare nel mio paese con i miei figli; ci sono stata due volte con loro e sono stata molto felice. Il mio primo figlio inizialmente rifiutava totalmente il luogo e miei lo viziavano e assecondavano ogni suo capriccio mentre la piccola era più socialmente coinvolta. Ora non posso tornarci però.

Nonostante tutto questo possiamo dire che la società congolese ha sviluppato una coscienza non violenta?
 
A Goma c’è un rifiuto unanime di ogni tipo di violenza. Con le guerre continue o si odia tutto o si rischia di banalizzare la morte. A Goma, sappiamo per esperienza che nessuna guerra libera davvero: la liberazione è un processo diverso, che non ha nulla a che fare con la produzione o la vendita di armi. I congolesi non producono nemmeno le armi. La prima guerra del ’96 ha avuto un’ampia adesione, ma ora è diverso.
La non violenza è una lotta continua, personale e collettiva.