Sguardi: Mediterranei visti dai Sud
Intervista a Gabriele Proglio
a cura di Benedetta Celati
Nel tuo lavoro di ricerca (mi riferisco in particolare al tuo libro Mediterraneo nero. Archivio, memorie, corpi, Manifestolibri, 2019), sviluppi una riflessione sul rapporto tra identità europea e Mediterraneo. Cosa ci raccontano le migrazioni in questo senso? È possibile costruire una diversa narrazione dei fenomeni migratori?
Occorre precisare che è una questione di sguardi e pratiche. Gli sguardi dell’Europa sul Mediterraneo hanno sempre cercato di imporre una geografia in cui l’Europa era il centro e il Mediterraneo un suo naturale sbocco a sud, di mappare i luoghi, le persone, le culture, i corpi. In questo senso, il Mediterraneo ha assunto diversi significati, con molteplici simbologie. In molte nazioni europee è stato inteso come soglia di connessione e al contempo di divisione con altri mondi, ma anche come “lago interno”: quale naturale prolungamento del potere dell’Europa fuori dai suoi confini. Col colonialismo francese ottocentesco, al Mediterraneo è stato attribuito il ruolo di spazio di connessione tra idee di modernità e l’oltremare, in cui, come nota Rachele Borghi, si realizzarono modelli di dominio che cercarono di coniugare ordine sociale e ordine urbano con differenti declinazioni in Algeria, Tunisia e Marocco.
Col colonialismo italiano, prima quello liberale, nel caso della guerra del 1911 per la conquista della Libia, e in seguito col Fascismo, il Mediterraneo divenne l’approdo “naturale” della conquista italiana: “naturale”, tra virgolette, perché si recuperò appositamente la mitologia romana, e l’idea dell’ordine imposto dall’Impero Romano sul mare, per giustificare l’invasione delle province libiche prima sotto il controllo dell’Impero Ottomano.
In realtà, il Mediterraneo è ben altro. Le eredità coloniali concernono anche la costruzione di sguardi pubblici per interpretare fatti, situazioni, fenomeni politici e culturali; sguardi che, in modi molteplici, riproducono quel piano inclinato tra un Nord europeo e tanti Sud. Ma seguendo diversi fenomeni culturali – come la musica, il cibo, le lingue, la letteratura e l’arte, le forme relazionali, le culture popolari, gli usi e le abitudini sociali –, ci accorgiamo di quanto essenzializzanti siano queste geografie immaginate, per usare le parole di Edward Said. Iain Chambers usa a mio avviso una formula molto interessante: parla infatti di interruzioni della modernità, ovvero di contesti in cui la visione eurocentrica sul Mediterraneo viene travolta, smentita, soppiantata da altre pratiche sociali e culturali. Dal punto di vista storiografico, questo significa pensare il Mediterraneo prima come luogo dove i poteri europei hanno cercato l’applicazione della loro bianchezza su altri territori e corpi; poi, con un approccio che chiamo “in controluce”, come mare in cui, a fronte di queste imposizioni delle bianchezze europee, si sono opposte resistenze, si sono definite soggettività. Ieri come oggi: dunque, pensare il Mediterraneo nero. Il dibattito è ampio e sta coinvolgendo alcun* studios*. Mi piace ricordare, però, che fin dal 1999 Sandro Portelli aveva segnalato le corrispondenze tra il middle passage atlantico e quello mediterraneo in termini di produzioni epistemologiche, ossia come testimonianze e racconti di soggettività diasporiche in Italia/Europa.
Facciamo un esempio relativo all’immigrazione. Prima con Gheddafi e poi con la situazione in Libia e in Tunisia – senza dimenticare la Rotta Balcanica – il problema per l’Europa è sempre stato controllare i flussi migratori. Il più delle volte, le istituzioni nazionali ed europee non hanno affrontato il tema della mobilità come diretta conseguenza delle azioni anche europee in altri continenti – dal colonialismo fino ad arrivare alle nuove forme di estrattivismo. Inoltre, proprio questa postura concentrata sul ruolo dell’Europa, tratteggia una doppia morale perché, seguendo gli intricati sviluppi della storia, si cerca in ogni modo di arginare le migrazioni, dimenticando che l’Europa, le persone europee hanno fatto la stessa cosa per secoli: le migrazioni dei tanti Sud e delle tante periferie dell’Europa verso altre zone. E per la verità, stanno continuando a farlo – penso alle e ai giovani che cercano lavoro in altri Paesi, che sono costretti a migrare. Dunque, è necessario decentrare il ruolo dell’Europa rispetto al Mediterraneo, provincializzarla come propone Dipesh Chackraburty, dando spazio a numerose altre storie dei soggetti esclusi da questa modalità di fare storia: soggetti in ombra, dimenticati, volutamente lasciati fuori dai racconti delle accademie europee dell’Ottocento e della prima parte del Novecento, oppure, raccontati come parte di una condizione pre-moderna, usando formule razziste, sessiste ed etnicizzanti. Queste traiettorie interpretative indicano, invece, scambi, contaminazioni, riletture, risignificazioni, correlazioni, ambivalenze (in senso positivo, ossia i tanti significati attribuiti allo stesso termine), ricorrenze tra le tante culture, le tante soggettività dei Mediterranei. Tutto questo può aprire nuove prospettive rispetto alle condizioni postcoloniali, a quello che può essere e diventare il Mediterraneo.
L’Unione europea ha recentemente firmato un Memorandum di intesa con la Tunisia che include il tema dei flussi migratori. La Tunisia è un paese che conosci bene, come interpreti questo tipo di accordi nel quadro delle politiche europee di partenariato con i paesi mediterranei?
Penso sia l’ennesimo tentativo di costruire progetti europei di relazioni internazionali con Stati terzi che si affacciano sul Mediterraneo. Basti pensare a quanto è stato fatto dal governo Berlusconi nel caso di Gheddafi o alla Francia rispetto all’intervento in Libia, ma anche alla Tunisia nei suoi rapporti con altri Paesi del Mediterraneo. L’intervento di Sarkozy in Libia è stato dettato dall’idea di realizzare un Mediterraneo a misura della Francia, rievocando, come nel caso dell’Italia, immaginari coloniali specifici.
Il Memorandum da poco siglato ha la stessa finalità in chiave italiana. Indica, inoltre, che è sbagliato ragionare in termini di paesi buoni e paesi cattivi, come pure di una geografia di rapporti di potere tra un solo Nord e il suo rispettivo Sud. Il problema è che le necessità del governo autoritario tunisino da un lato – risollevare l’economia – e del governo italiano, dall’altro, – controllare i flussi migratori – hanno poi ricadute dirette su chi cerca un futuro sulle altre sponde del Mediterraneo. Si tratta di una dinamica complessa che vede due governi che hanno esigenze differenti arrivare ad un accordo nel quale le persone migranti costituiscono uno strumento, più che un fine, sebbene poi proprio sui loro corpi finiscano per ricadere le conseguenze delle decisioni prese.
Proprio perché parliamo di corpi, ti chiedo infine, in un’ottica di intersezionalità, se le donne e più in generale il femminismo (penso al grande tema dell’ecofemminismo) possano svolgere, secondo te, un ruolo nell’ambito della riscrittura dei rapporti tra Europa e Nord Africa, influenzando le dinamiche geopolitiche e istituzionali, oltre che l’immaginario, i c.d. “sguardi” appunto.
Assolutamente sì. Si tratta di un ruolo di primo piano spesso oscurato a livello mediatico dalle politiche nazionali e globali sul Mediterraneo. Tuttavia, sono tante le forme di resistenza. Arianna Poletti e Sara Masinera hanno raccontato, ad esempio, la storia di donne che nel Nord della Tunisia, al confine con l’Algeria, conservano e cercano di salvaguardare i semi locali, di costruire cooperative per opporsi al land grabbing, al mercato globale delle sementi sterili. I temi sopra sono, peraltro, tra le cause delle migrazioni dalla Tunisia, ma anche dall’Egitto e da altri Paesi dell’Africa e dell’Asia. Senza parlare, poi, della desertificazione del Mediterraneo, dell’accesso all’acqua e del cambiamento climatico. Sono tematiche centrali, problemi concreti non più procrastinabili. Forse proprio le capacità di reinterpretare queste tematiche con gli sguardi di cui parlavamo prima saranno centrali per ripensare i futuri dei tanti Mediterranei.