Genitorialità e famiglie
Intervista a Luca Trapanese
(a cura di Benedetta Celati)
In questo numero dedicato ai temi della famiglia, della genitorialità e dell’inclusione, ospitiamo con grande piacere la testimonianza di Luca Trapanese, Assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli e padre di Alba, bambina con la sindrome di Down adottata nel 2018, in base all’art. 44 della legge 184 del 1983, che consente l’adozione a chi non è coniugato in alcuni casi particolari.
Trapanese, che ha una lunga esperienza nel sociale a fianco delle persone disabili e delle loro famiglie, ha raccontato la storia della sua paternità in un libro scritto con Luca Mercadante, pubblicato per Einaudi nel 2018 e intitolato “Nata per te. Storia di Alba raccontata fra noi” (dal quale è stato anche tratto un film, uscito nel 2023).
La sua è una storia conosciuta ed è significativa per diverse ragioni.
Potremmo iniziare parlando appunto della sua vita di padre della piccola Alba, oppure facendo riferimento alla sua esperienza come Assessore alle Politiche sociali in una città complessa ma anche ricca di umanità com’è la città di Napoli.
Vorrei però partire da una frase che mi aveva colpito molto, quando, leggendo qualche tempo fa un’intervista sul Corriere della Sera, la mia attenzione era stata catturata da questa sua affermazione: «liberiamo le donne dalla maternità assoluta». La domanda che le pongo è la seguente: cosa significa genitorialità dal suo punto di vista e quanto pensa sia necessario saper descrivere oggi in modo corretto la varietà delle esperienze che caratterizzano una tale condizione?
LT Io credo che la genitorialità sia una vocazione e che non siamo tutti nati per essere genitori. È la società che ci ha imposto di avere delle regole, degli schemi: mi devo sposare e devo avere la propensione a fare figli, perché altrimenti «non è famiglia», perché se non ho il desiderio della maternità vuol dire che sono sbagliata come donna. E invece questo non è corretto. Innanzitutto, famiglia può essere tante cose, e non vuol dire generare figli per forza. Se una donna non ha l’istinto della maternità non vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato in lei o che non è una donna. Ne parlo sempre perché quando viene raccontata la storia mia e di Alba si parla sempre della madre, e invece c’è tutto un nucleo familiare che ha fondamentalmente lasciato quella bambina, c’è un padre, ci sono dei nonni. Molto spesso però è più semplice dire «Ma che razza di madre è una madre che ha lasciato una bambina, una madre che non se ne vuole prendere carico?». Al contrario io penso che il gesto di quella donna sia stato un gesto di grande eroismo e di grande coraggio, ed anche di grande affetto e di grande maternità, perché l'ha lasciata in un luogo sicuro. La maternità non è qualcosa di innato in ognuno di noi, è qualcosa che fa parte in maniera diversa della vite delle persone, e c’è chi non sente questo desiderio.
È molto chiaro il suo pensiero e tra l'altro mi consente di collegarmi bene alla seconda domanda che le volevo porre, che riguarda il tema della cura, da sempre considerato, un po’ come la genitorialità, un tema appannaggio delle donne. La cura viene concepita come una capacità innata del femminile e questo ha prodotto anche una svalutazione sul piano economico e un mancato riconoscimento sul piano sociale del lavoro di cura e dell'educazione alla cura, mi verrebbe da dire, che è rimasta per lungo tempo (e ancora oggi lo è) una questione pressoché privata, all'interno della famiglia nucleare e di una costruzione patriarcale dei ruoli dei membri che la compongono. In questo caso da assessore, oltre che da padre, da persona che fa parte delle istituzioni, le chiedo quali sono secondo lei i passi in avanti che il Paese dovrebbe compiere per riconoscere l'importanza della cura superando questa visione conservativa dei ruoli familiari?
LT Voglio essere ironico. La prima cosa che dovrebbe fare il Paese per compiere un passo in avanti è cambiare governo. Siamo tornati indietro di quarant'anni perché questo governo ha una visione completamente distorta della famiglia. Le faccio questo esempio, dal momento che lei parlava di cura: io ho una tata che mi aiuta con Alba, ieri sera però mi sono messo a stirare e ho fatto le lavatrici e stamattina, prima di andare via, ho lavato il pavimento, perché per me la tata non è deputata alla pulizia della casa in quanto donna. Della casa ce ne occupiamo insieme condividendo l’organizzazione familiare. Lei mi aiuta nella vita di Alba, ma non per questo io mi sento esentato dal fare alcune cose. Allora il problema è che secondo me noi dobbiamo analizzare la società di oggi – lo dico come assessore – come una società che è cambiata. La maggioranza delle persone è single, le famiglie sono fragili, i genitori sono stanchi, le coppie non riescono a durare tra di loro, i figli sono tutti deviati. C'è un problema enorme tra i giovani oggi e non mi riferisco ai giovani dei quartieri disagiati rispetto a quelli dei quartieri ricchi. C’è un problema sociale pazzesco: il problema dei giovani che non riescono a vedere nei genitori dei punti di riferimento perché i genitori stessi non sono loro punti di riferimento. E allora bisognerebbe prendere atto di tutto questo invece di parlare della famiglia tradizionale – e sottolineerei che, tra l’altro, chi ne parla quella famiglia non la rappresenta neanche ed anzi ne è il peggiore sponsor – e puntare a sostenere le famiglie, a sostenere le diversità all'interno delle famiglie, a capire da un punto di vista sociale perché il 95% di chi aderisce alla maternità surrogata sono coppie eterosessuali. Questa è una responsabilità sociale, non trasformiamola in una responsabilità di genere. È tutto alterato: non andremo mai avanti se non capiamo che abbiamo una legge di quarant’ anni fa sulle adozioni che è l’unica in Europa a non consentire le adozioni ai single e siamo un popolo di single. Io non parlo di omosessualità ma di genitorialità. Nel dibattito politico ci focalizziamo sulla famiglia tradizionale quando la famiglia tradizionale non esiste più o forse non è mai esistita (quella del mulino bianco).
C'è un articolo di Repubblica che dice che un’altissima percentuale di italiani è single. Siamo un popolo di persone sole e alla luce di ciò si stanno creando nuovi modelli di famiglia, forme di housing sociale. Molte persone vanno a vivere insieme senza essere legate da un affetto sentimentale ma per ragioni di tipo affettivo ed economico, perché hanno bisogno di stare insieme. Anche quella diventa famiglia. Chi governa ha capito che il nostro Paese si è trasformato? Non si può ancora oggi sentire che la donna perfetta deve almeno fare due figli e poi pensare alla carriera.
Alla luce di queste riflessioni, le chiedo, in conclusione, quanto conta secondo lei affrontare i temi della genitorialità e dell’inclusione da un punto di vista culturale oltre che socioassistenziale
LT Affrontarli sul piano culturale è più importante. La gente è ignorante in senso positivo, perché ignora completamente alcune possibilità della vita. La mia scelta di essere sui social e di condividere la mia vita quotidiana con Alba non dipende dal fatto che questa visibilità mi diverte, ma è dettata dalla consapevolezza che da questa mia esposizione può scaturire un cambiamento. Chi non sa, chi non immagina può avere in questo modo una visione completamente diversa della famiglia, dell'omosessualità, della disabilità, della sindrome di Down, di un uomo che cresce una bambina al pari di una donna. Una giornalista una volta dopo un'intervista mi ha chiesto: «Ma lei si sente più padre o più madre?». La domanda rispecchia un pensiero sbagliato: io non sono mica un padre quando sgrido Alba e una madre quando le cucino la pasta – proprio per rientrare negli schemi più arcaici – io sono un genitore e mi prendo cura di mia figlia a 360 gradi. Non mi immedesimo in un ruolo, sono un adulto che si prende cura di un bambino. Allora, purtroppo, raccontare è un dovere se tu hai vissuto questo cambiamento e vivi in un Paese dove questo cambiamento è un problema. Non lo dobbiamo nascondere: siamo un Paese ormai regredito. Perché questa storia ha fatto il giro del mondo? Non c'è nulla di strano, né di straordinario. La nostra è una storia ordinarissima, perché noi non abbiamo nulla di speciale, siamo persone come tutte le altre. Eppure, deve far riflettere che di questa nostra storia si parli ancora dopo sette anni. Significa che ci vedono come degli extraterrestri, che ci analizzano come esempio dell’Italia che sta cambiando. Ma è possibile che in Italia non riusciamo ad attuare un cambiamento culturale di questo tipo?
A proposito dell’importanza del racconto e della testimonianza, mi viene in mente anche il film uscito lo scorso anno sulla sua esperienza, “Nata per te”
LT “Nata per te” è un film che vuole proporre delle riflessioni su temi sociali che non sappiamo affrontare o affrontiamo malissimo, senza trovare un colpevole. Eppure, qualche volta quando ne ho parlato con qualcuno mi è stato detto: «Eh però ci sono scene un po’ hard, che non c'entrano con un film del genere». Io ho risposto che certe scene sono interpretate come hard solo perché coinvolgono due uomini, mentre se fosse stato un film dove si raccontava la vita di un ragazzo e di una ragazza che a un certo punto facevano l’amore, non ci sarebbe stata alcuna riflessione da questo punto di vista. Il problema è chiaramente culturale e anche l’episodio di cui ho parlato lo dimostra. Ed è evidente che in questo momento politico questo problema diventa ancora più marcato. Se si vuole far passare per forza l’idea che la maternità surrogata è una scelta delle coppie omosessuali, senza analizzare che la percentuale più alta di coppie che vi ricorre è eterosessuale, è chiaro che non si intende affrontare la questione da un punto di vista sociale ma solo da un punto di vista “culturale”, abbassando cioè il livello della cultura perché non si racconta tutto quello che succede ma si offre solo un'immagine completamente sbagliata della verità. È così anche per l'adozione da parte dei single, laddove si afferma continuamente, con forza, che c’è bisogno di una madre e di un padre, avendo in mente le figurine perfette dei quattro componenti della famiglia, biondi con gli occhi azzurri. Noi abbiamo bisogno di persone adulte che amano i bambini, che se ne prendono cura. Non di un padre e una madre. Quando mi chiedono se Alba sente la mancanza di una madre io rispondo di no con volontà, perché Alba è amata e quella è la sua famiglia, non ne conosce altre.