Turismo senza “turistificazione”: 

un altro viaggio è possibile?

Intervista a Sonia Bregoli (Rete IT.A.CÀ Festival) 

 e a  Federico Prestileo e Maria Fiano (Rete SET)
di
Benedetta Celati

In base alla definizione adottata, nel 2005, dall’assemblea di AITR (Associazione italiana turismo responsabile), “Il turismo responsabile” è “il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture” che “riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio”. Esso “opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”. A tale definizione si ispira il lavoro che, dal 2009, anno di fondazione del progetto, viene svolto dalla rete IT.A.CÀ, primo e unico festival in Italia sul turismo responsabile, promosso dalle associazioni YODA, COSPE e NEXUS. Ne parlo con Sonia Bregoli, co-fondatrice e coordinatrice nazionale dell’iniziativa, che mi racconta come nasce l’idea di valorizzare il c.d. “viaggio dietro casa”, ossia, più che la meta, la scoperta che si fa lungo il percorso, coniugando il benessere dei viaggiatori con quello degli abitanti dei territori visitati.
“It a cà”, in dialetto bolognese, significa proprio “Sei a casa?”, espressione divenuta centrale al tempo del Covid-19, quando l’unico presidio contro la diffusione del virus, almeno in una fase iniziale, era rappresentato, appunto, dal rimanere nelle proprie abitazioni.
Sonia mi spiega come, in questi anni, il festival, partendo da Bologna, si sia gradualmente evoluto, creando una rete composta, oggi, da più di 700 realtà.  

“L’idea alla quale ci ispiriamo è quella che vede le comunità locali protagoniste del loro sviluppo territoriale. Il turismo è responsabile se non soffoca i territori ma, al contrario, dà loro respiro”.  “Abbiamo creato un format incentrato sul turismo responsabile che ha una prima parte dedicata alla sensibilizzazione sui temi della sostenibilità, inclusione e responsabilità, con incontri, convegni e laboratori.
Ogni anno viene stabilito un tema nazionale che quest’anno è “l’abitare”. Una seconda parte è invece legata alla messa in pratica di quanto è stato discusso sul piano teorico: si può trattare di realizzare un itinerario a piedi, di organizzare visite in parchi e giardini, di percorsi di cicloturismo o di turismo fluviale, a seconda dell’identità del territorio coinvolto. Siamo arrivati ad avere 24 tappe, attraversando 14 Regioni”.
Per entrare nella rete, come sottolinea Sonia, occorre aderire ai valori dell’associazione illustrati all’interno del Manifesto del festival.
“Ogni tappa che entra nel festival ha un paio di coordinatori e poi creiamo degli incontri durante tutto l’anno per fare formazione e co-progettare, stabilire gemellaggi tra i territori, permettendo agli operatori di condividere le loro esperienze. I territori che fanno parte della rete vanno dalle città alle aree interne e ogni tappa deve richiamare a sé una rete locale di realtà che lavorano nel turismo responsabile”.
In questo modo, IT.A.CÀ  è diventata una rete delle reti.
“Siamo un progetto che si sviluppa dal basso, senza grandi finanziamenti. Ci manca la visibilità che hanno altri festival ma siamo comunque presenti da 13 anni”.  Sonia mi spiega che, al di là del festival, si è creato un “luogo di professionalità” che operano sul tema del turismo responsabile: “stiamo scrivendo dei bandi con i piccoli territori, li supportiamo in maniera concreta. Ci sono stati progetti fatti a Bologna replicati nella tappa di Padova o nel Monferrato”. Insomma, l’obiettivo è generare cambiamenti attraverso la diffusione di buone pratiche. “Il festival viene utilizzato come momento di sperimentazione di pratiche di turismo responsabile per creare politiche e azioni sui territori che possano essere riprodotte anche nei mesi successivi e dunque sistematizzate”. Sonia evidenzia che il turismo responsabile impone dei cambiamenti soprattutto nel modo in cui (generalmente) si concepisce il valore generato dall’attività turistica: occorre superare l’approccio quantitativo che valuta il turismo soltanto in termini di numeri (il c.d. “turismo di massa” che riempie gli alberghi, i ristoranti e i musei).
“Per noi il turismo responsabile è un turismo esperienziale. In tal senso, interveniamo nelle aree meno note, che stanno attraversando una profonda crisi legata allo spopolamento. Questo lavoro ha un impatto sociale di animazione dei territori: quando organizziamo le passeggiate urbane, per esempio, creiamo occasioni per realizzare eventi culturali. Vi è poi il tema dell’accessibilità: abbiamo formato guide disabili e non disabili per percorsi accessibili a tutti, sperimentando nuovi punti di vista con cui concepire il viaggio”.
Ma il turismo responsabile deve anche fare i conti con il c.d. fenomeno della “turistificazione”, che sembra, in qualche modo, mettere in dubbio in radice la possibilità di una pratica turistica realmente “sostenibile”. In particolare, con questo termine si indica il processo per cui l’industria turistica trasforma lo spazio urbano, incidendo negativamente sulla vivibilità della città pubblica, soggetta a una logica di mercificazione che frammenta il tessuto sociale, contrapponendo il turista – con il suo potere di acquisto e le sue velleità – all’abitante – privato a poco a poco dei propri equilibri e diritti. 

Ne parlo con Federico Prestileo e Maria Fiano, che fanno parte, rispettivamente, del nodo palermitano e veneziano della rete SET: Città del Sud d’Europa di Fronte alla Turistificazione”.
La rete, come mi spiega Maria, nasce a seguito di un incontro organizzato, nel 2017, a Palma, in Spagna, sul tema dell’impatto ambientale del fenomeno turistico. A conclusione di questo momento di riflessione, che aveva visto partecipare anche alcune realtà non spagnole, come la città di Lisbona e di Venezia, col Comitato No grandi navi, collettivi e associazioni di diverse città d’Europa decidono di redigere un Manifesto, proprio partendo dalla consapevolezza che la turistificazione determina problematiche comuni. I territori dell’Europa meridionale, in particolare, sono accomunati da una lettura del turismo come leva dello sviluppo economico che non tiene conto del fatto che l’industria turistica è, al contempo, un’industria estrattiva molto pesante, che si alimenta delle risorse del territorio senza generare adeguati effetti di tipo redistributivo. La riflessione si concentra dunque sull’analisi critica delle ricadute del turismo sull’economia delle città e sul tessuto abitativo.
Nel 2018 viene organizzata una pre-presentazione del Manifesto a Venezia, dalla quale sono iniziati i primi confronti con le città di Napoli e Firenze, al fine di costruire una rete di nodi italiani

L’incontro di Firenze, di cui mi parla Federico, che si è svolto dall’1 al 3 marzo 2019, col titolo “Turismo nelle città e nei territori: beni comuni addio?”, ha riunito molte realtà italiane interessate al tema, declinato secondo diverse angolature. In particolare, oltre all’ambiente, le questioni affrontate hanno riguardato il diritto all’abitare, la tensione abitativa e i disagi creati dalle affittanze brevi, nonché l’impatto delle infrastrutture (dalle grandi navi agli aeroporti). L’obiettivo non è stigmatizzare il turista o il singolo operatore, dal momento che, come sottolinea Federico, è necessario adottare una lettura sistemica del problema, la cui soluzione non può essere rimessa alla responsabilità individuale di ciascuno

È in quest’ottica, che il 24 maggio è stata discussa all’Università “La Sapienza” di Roma, durante la giornata di studio “Riabitare il centro”,  la bozza di proposta di legge per la regolamentazione degli affitti brevi, redatta dal gruppo denominato Alta Tensione Abitativa, al fine di colmare, dal basso, un vuoto normativo, stabilendo una disciplina amministrativa delle locazioni brevi nei Comuni ad alta tensione abitativa


Da questi dialoghi comprendo che, nell’affrontare il tema del turismo, provando a ragionare di possibili alternative in mezzo alle molte contraddizioni del sistema, è facile perdersi nei luoghi comuni, soprattutto se non si ha chiaro che l’esercizio di sintesi è destinato a tradire l’oggettiva complessità che emerge dalla somma delle singole esperienze. Mi sembra, invece, che la pluralità possa rimanere l’unico cardine di questa riflessione. La ricchezza delle pratiche che punteggiano la Penisola e che, dal basso, creano reti per dimostrare che qualcosa di diverso esiste e funziona, offre una testimonianza molto forte di come la trasformazione collettiva, anche delle scelte individuali, passi dalla progressiva espansione di quelle voci critiche che sono capaci di smontare, un poco alla volta, le retoriche che alimentano gli slogan con cui sovente si prospettano facili ricette di rilancio dei territori in crisi