Nautilus n. 33 - marzo 2024

La Vecchietta e il Sistema della salute

di Marco Giovagnoli

 
In tenera età (negli anni 60 del Novecento) capitava che a volte soffrissi di una indisposizione che allora chiamavano torcicollo e che ora credo avrebbe una definizione molto più ‘scientifica’; alla bisogna, dunque, le donne di casa – madre e nonna – chiamavano una vicina ai miei occhi molto anziana (abitavamo in una città non grandissima e in un condominio ‘popolare’) la quale veniva ad applicarmi un impacco fatto con erbe a me ignote (oggi direi anche camomilla, ma forse è una sovrascrittura postuma) che aveva effetti miracolosi. Il dolore passava e il ricorso alla farmacia, o addirittura al medico ‘di famiglia’, non era in quel caso contemplato. Tornano a volte in mente quei frangenti nella mia occasionale rilettura degli scritti di Ivan Illich ed anche, devo dire, nelle riflessioni su cosa sia successo negli ultimi anni nel campo della salute pubblica, sia locale che globale, con particolare riferimento allo ‘spartiacque’ della vicenda della pandemia da SARS-CoV-2, ai destini della sanità pubblica (in Italia in particolare) e alla frattura sociale tra sostenitori e oppositori delle misure straordinarie adottate in quell’occasione. 
 

Nautilus n. 33 - marzo 2024

La borsa del medico

di Stefano Lucarelli


L'acqua di San Giovanni è uno dei più antichi rimedi che si trovino nelle comunità rurali e di campagna in genere. Nella notte del Solstizio d'Estate che porta dal 23 al 24 giugno si mettono nell'acqua, fuori di casa, dentro una ciotola, preferibilmente di vetro, diversi tipi di erbe tra cui salvia, rosmarino, iperico, artemisia, trifoglio, ginestra, sambuco e fiori di campo colti al tramonto in aree non contaminate.

La ciotola così preparata, viene lasciata tutta la notte all'aperto in modo che venga bagnata dalla rugiada, quest'acqua va poi utilizzata la mattina del 24 giugno per lavarsi viso, occhi e corpo.

Era un rimedio "medico" e "leggendario" che proteggeva i raccolti e le persone allontanando calamità naturali, malattie e attirando fortuna e prosperità.

Alcuni medici di "frontiera", appunto, cominciarono e consigliarne l'uso verificando più volte l'effetto benefico narrato. 

Altri, stanno proseguendo la loro opera.

Il suo predecessore svolgeva il suo lavoro come una missione: girava e rigirava visitando tutti i suoi pazienti, da quelli in cima al paese a quelli situati nei poggi più scalcinati.

Lei usa il computer.

Lui parlava e ascoltava tutto quello che i malati avevano da dire: le lamentele, le difficoltà e solo dopo si passava ai clisteri e alle iniezioni pronte dopo la bollitura della siringa sul fuoco.

Lei ascolta i messaggi nella segreteria telefonica o sul gruppo su whatsapp che ha appositamente creato.

Lui accoglieva in ambulatorio decine e decine di persone e non se ne andava fino a che non aveva finito e nessuno aveva di che preoccuparsi.

Lei ha messo la macchinetta col numeretto che si ferma una volta raggiunta la soglia impostata precedentemente.

Nautilus n. 32 febbraio 2024

Femmine folli 

di Elena Pecchia

In principio fu Medea. Si era data un gran daffare per aiutare il suo amato Giasone a recuperare il vello d’oro, capace di guarire le ferite e custodito da un terribile drago. Si era spinta perfino a fare a pezzettini suo fratello in modo da sviare suo padre dalle tracce dell’eroe; poi, arrivata a Corinto, con un copione vecchio già allora, Giasone le aveva preferito una donna più giovane, la tenera Glauce. Medea prepara un ferale dono di nozze alla futura moglie e al futuro suocero regalando delle vesti intrise di veleno. Loro muoiono fra atroci dolori e lei si volge ai figli suoi e di Giasone immolando anche loro. Medea era una straniera, della Colchide, una barbara, una strega, infatti se ne va dopo la mattanza su un carro verso il Sole, suo nonno.

Nautilus n. 31 gennaio 2024


Abitare...una vita

di Enrico Mariani

L’abitare sembra essere ovunque e da nessuna parte. Ambito fondamentale della vita quotidiana, proprio per questo attività ordinaria, irriflessa, inconsapevole. Per quanto le scienze sociali se ne siano sempre occupate, anche senza volerlo, l’abitare resta un oggetto enigmatico, il cui significato sembra continuamente sfuggire di mano. Sulla carta ne conosciamo bene gli effetti, a cui si riferisce il significato etimologico del latino habitare. Cioè, sappiamo che abitare significa stabilire una relazione di continuità con uno spazio che è sia disponibile, sia adeguato, ad organizzare il soddisfacimento di diverse esigenze, cosiddette primarie, per un dato periodo di tempo. È da questo punto di vista che si rende comprensibile come il razionalismo modernista, a cui si deve la pianificazione di gran parte delle città contemporanee, abbia potuto ridurre il significato di abitare in senso oggettuale, schiacciandolo sull’abitazione e sui suoi valori d’uso. La storia dell’architettura si fonda proprio sulla necessità di isolare un dentro protetto e utile, da un fuori pericoloso e caotico. Da questo punto di vista i significati primari (riparo, rifugio, economicità, cura) sarebbero distinti, e gerarchicamente più rilevanti, rispetto ai significati simbolici e affettivi connessi all’abitare: l’urgenza dei primi è condizione imprescindibile della riproduzione sociale, mentre i secondi sarebbero tutt’al più derivati e accessori. Per tentare di andare oltre questo dualismo potremmo anzitutto osservare che l’ampio campo semantico aperto dal verbo abitare si fonda sulla temporalità, sottintendendo diverse fasi di una pratica che non può essere intesa se non processualmente. 

 
Nautilus n. 31 gennaio 2024 


Con i semi tra le mani 

di Stefano Lucarelli 

Esco volentieri la mattina presto: l’aria pizzica il viso e scioglie i pensieri. 

Il mio corpo impietrito dall’età si è infustito, e solo per questo riesco a spingerlo fin sopra l’altura, oltre il sentiero segnato dalle tracce del pascolo.

Da sopra, posso osservare il paesaggio steso a lenzuolo, fino al mare. Sotto, nei campi liberati alle mani dopo anni di abbandono, ci sono dei giovani contadini.

Sono arrivati qualche tempo fa.

In paese ci si chiedeva chi fossero questi forestieri.

Alcuni avevano mugugnato pensieri in avaria, arrugginiti dai bicchieri di troppo e dall’ingresso in quell’età che nobilita il rancore, altri sembravano più indifferenti che curiosi; sicuri che spettasse a loro farsi vedere, semmai. Io da parte mia, ero incredulo.

Che venivano a fare, fino a qui, intorno a questo sperone di roccia tenuto insieme dalle radici degli ulivi e dall’emigrazione?

Insegnante di professione, collocato a riposo, continuo ad essere poco incline a giudicare e a pontificare senza un minimo di indagine.

Decisi che avrei verificato di persona.

 

Nautilus n. 31 gennaio 2024 


Il paese non dimentica i suoi abitanti: custodisce e tramanda il ricordo

di Mirco Di Sandro ed Emidio Ranieri Tomeo 


Nel clima sereno e festivo dello scorso 1° di gennaio, la campana della Chiesa San Leonardo di Colli a Volturno (IS) ha dovuto rintoccare a morto per ben due volte. Non poteva esserci un inizio più malaugurato per un paese che ha chiuso il 2023 con più di venti decessi e solamente 7 nascite. Tra le dipartite, anche quella di un caro amico e compaesano, Massimo Lucariello, divorato da un cancro a soli sessant’anni, come succede spesso da queste parti. L’esperienza abitativa di Massimo, per il suo portato, il suo habitus, le sue modalità e il suo lascito emozionale, ci porta a riflettere sul ruolo e sulle funzioni della “memoria collettiva” nella dimensione del paese e - in ciò consiste la nostra argomentazione - come questa condizioni l’abitare e svolga una funzione essenziale di identificazione nel luogo.
Abitare, infatti, vuol dire anche farsi custodi della “memoria collettiva”. Conviene subito chiarire che maneggiamo un’espressione ambigua, come evidenzia lo storico Jay Winter nel suo Remembering War (2006), che rischia di essere pensata più come un prodotto o un oggetto che come un processo. Inoltre, la sua qualità “collettiva” allude alla condivisione da parte di tutti, mentre nella maggior parte dei casi appartiene solo a piccoli gruppi di persone. In questo senso, ci suggerisce Winter, faremmo meglio a parlare di “atto di ricordare” (remembering), piuttosto che di memoria collettiva.

["Punto di Racconto", la cassetta di raccolta di memorie a Colli a Volturno installata dal CISAV e realizzata dall'artista Michele Fattore (2022)]

 

Nautilus n. 30 dicembre 2023

Le stelle non vedono

di Carlo Cecchi

Le stelle ci guardano, ma sono cieche per via  del loro stesso splendore. Così è come per la pittura, che vive nel suo silenzio e nel contempo è cieca anch’essa, incantata dalle immagini a cui il pittore dà origine per via della trepidazione poetica di cui è portatore. 

La pittura rivela l’invisibile ed eclissa il riconoscibile, per questo non può essere in assoluto obbiettiva, quindi è di parte. Lei nasconde il concreto con il suo silenzio e quando le si chiede verità mente...

Le menzogne dell'arte

di Carlo Cecchi

 Si dice che l’arte appartiene al genere umano, ma esiste ancora il genere? Esiste ancora l’umano? Invece l’arte non appartiene, essa è, per sua stessa natura, un corpo estraneo al mondo, quindi è, in sostanza, illegittima. Portatrice di menzogna, si costituisce come la madre dell’equivoco. Così è per la pittura, che vive nel suo silenzio, essa è cieca dalla nascita, incantata dalle immagini a cui da origine il pittore per via dell’inquietudine di cui lui e solo lui è portatore sano, l’artefice di scompensi visuali e di scenari esistenziali...

Nautilus n. 30 dicembre 2023

DialoQui

di Antonella De Nisco


In giro per il mondo un’invasione di “corpilievi”, non di “ultracorpi” comodi solo all’occhio perché fatti sì di fili ma anche di nodi, rami, tronchi, frottole e frittate. E, allora, facile, l’occhio ne segue le invasioni di campo e di spazio; ma il bricolage-divertissement tessile finisce qui. La “prestigiatrice coi fili” ha il mondo e non il salotto o la cucina di nonna Felicita da col-legare. Un mondo su cui distendere il suo “monumento continuo” che non si staglia, radicale, imperterrito ed implacabile ma svolazza, disturba, distoglie, e distrae, non di pietra ma di vento, dal frastuono. Non “città cartoline” ma città “cartine al tornasole” del sentire, del mostrare, del comunicare di individui “liberati” a parti di corpo o di psiche, che ormai sappiamo impossibile esserlo interamente. (Giorgio Teggi)

 

In questi tempi storici che disorientano abbiamo bisogno di VISIONI

Ripenso alle mie azioni artistiche e partecipate e ricordo DialoQui, intrecci in dialogo tra le persone, lo spazio e le cose, nella ricerca di una reciproca comprensione di pace. Sono installazioni che ho sperimentate a lungo, in forme, modi e luoghi sempre nuovi. 

DialoQui nasce 20 anni fa, nella primavera del 2003 a Felino (Parma) dove Anna e Luigi mi invitano ad effettuare un’installazione ambientale. L’occasione è la festa dell’Associazione “Natura e vita”. Il luogo è il “Podere La Padovana”.

Nautilus n. 30 - Dicembre 2023

Vedere e non vedere

A proposito del lavoro di Jimmy Nelson


di Patrizia Lessi


“Questa non è antropologia. Non è etnologia. Non è giornalismo. Non sono statistiche. È un modo emotivo di connettersi. È arte.”[1] 

Nell’ asciutta affermazione che libera il campo da interpretazioni fuorvianti sta tutta l’essenza del lavoro di Jimmy Nelson, di origine britannica con cittadinanza olandese, bambino in Africa e Sudamerica, ragazzo in Tibet, fotoreporter nei teatri di guerra in (fra gli altri) Afghanistan, Somalia, Jugoslavia e ancora reporter in Oriente e fotografo pubblicitario.
Nelson porta avanti da anni un ambizioso e raffinato progetto personale di visione dell’altro che non si impigli nelle maglie dei modi principali di raccontare gli infiniti mondi che popolano la Terra. Modi che meritano di essere ricordati perché molto hanno a che fare con il tema del vedere: nel 1978 lo scrittore Edward Said denunciava in Orientalismo, l’immagine europea dell’Oriente[2], la tendenza tutta occidentale di proiettare su una cultura diversa le suggestioni e le aspettative della propria. 

Nautilus n. 25/26 - Luglio/Agosto 2023

Breviario mediterraneo

di Fabio Canessa


 Predrag Matvejevic scrisse nel 1987 “Breviario mediterraneo”, libro fondamentale per conoscere l’inizio della civiltà, la storia e la geografia, la religione e la cultura. Non solo le nostre. Il Mediterraneo, spiega Matvejevic in quella che rimarrà la sua opera migliore, contiene il Cristianesimo, l’Islam e l’Ebraismo, Sparta e Atene, Roma e Costantinopoli, Alessandria e gli arabi, le Crociate e il Rinascimento. Il Mediterraneo si rivela “un mondo a sé” e contemporaneamente “il centro del mondo: un mare interno, una terra intorno al mare”...

Nautilus n. 23 - Maggio 2023


Elogio della scarsità

di Fabio Canessa

“Se ciò che hai/ fosse quello che ti resta/ da un naufragio/ sopra un'isola deserta.../ Grideresti di gioia/ di
avere una coperta,/ di avere pelle addosso/ ed un bottone d'osso/ e un berrettino rosso,/ una cannuccia,/
un temperino nelle tue mani”.

Così Renato Rascel esaltava la scarsità in una canzone degli anni Settanta ispirata al Padre Brown di Chesterton, un autore convinto che la felicità e la cultura siano nemiche
dell’abbondanza. La gioia della conquista rispetto alla noia di avere tutto, il piacere della scoperta rispetto alla paralisi di trovarsi impacciati di fronte a pareti fitte di libri, dischi e dvd. 
La rete è una miniera infinita di testi, film e musiche a nostra disposizione: solo le canzoni che possiamo trovare su Internet sono più di 30 milioni ed è stato calcolato che, per ascoltarle tutte, dovremmo campare 228 anni senza mai dormire e
sempre con l’orecchio incollato al web. 
Le opere d’arte che i grandi musei italiani, dagli Uffizi a quelli di arte contemporanea, non possono esporre per mancanza di spazio e giacciono invisibili nei magazzini sono quasi
5 milioni...

Nautilus n. 22 - aprile  2023

C'è tuo qui? Il limite dei confini 

 di Fabio Canessa

Romolo traccia col piede la linea del pomerio della città che sta per fondare, Remo per dispetto la attraversa e il fratello gli tira una sassata nel cervello lasciandolo stecchito. La nostra storia comincia così: la nascita dell’Occidente inizia con un fratricidio per motivi di confine.
Più allegra la disputa tra Totò e Fernandel nel film “La legge è legge”: i due vivono in un paesino di frontiera dove un albergo ha la cucina in Italia e le camere in Francia.
Sembra una trovata assurda e invece esiste una situazione così anche nella realtà: Baarle è una cittadina divisa a metà tra Belgio e Olanda, dove il confine passa in mezzo a una casa. Il portone è uno, ma a destra ha il numero 19 della olandese via Loveren e sulla sinistra il numero 2 della belga via Hertog: gli abitanti hanno la cucina in Belgio e il salotto in Olanda. 
Entrambe le bandiere fanno bella mostra di sé di fronte al palazzo. 

Nautilus n. 21 - marzo 2023

Blackwater, una saga fluviale         

di Fabio Canessa

L’acqua è all’origine della vita: Talete, il primo dei filosofi, la giudicava l’ἀρχή, cioè il principio primo, della realtà. Così come è all’origine delle grandi civiltà e città: il Nilo ha prodotto l’Egitto, il Tigri e l’Eufrate la Mesopotamia, il Tevere Roma, la Senna Parigi, il Tamigi Londra e l’Arno Firenze. Ma è anche all’origine della grande letteratura: l’Odissea di Omero e l’Eneide di Virgilio raccontano due viaggi avventurosi attraverso il Mediterraneo; per dare un’idea della imprevedibile casualità della vita Giovanni Boccaccio scrive la novella di Landolfo Rufolo nel Decameron, mentre il più grande romanzo americano è “Moby Dick” di Herman Melville.
Sacra generatrice di vita nei film di Marco Ferreri e minacciosa portatrice di morte nei naufragi di Gericault o con lo squalo di Spielberg, l’acqua è protagonista bifronte di “Blackwater”, una serie romanzesca scritta da Michael McDowell alla fine degli anni Ottanta e solo adesso tradotta in italiano per l’editore Neri Pozza.
Ambientata a Perdido, una cittadina dell’Alabama alla confluenza di due fiumi, la storia si incentra sull’improvvisa apparizione dalle acque della bellissima Elinor, creatura aliena saggia e terribile, metà donna metà mostro fluviale.

Nautilus n. 20 - febbraio 2023

Supereroi vulnerabili e forti 

 
di Fabio Canessa

Sbaglia chi prende sottogamba i film dei supereroi, convinto che siano solo dei giocattoloni rivolti a un pubblico di ragazzini nerd o caciaroni. Tra mezzo secolo questi saranno ricordati come gli anni del cinema Marvel, un universo, anzi ormai un multiverso, complesso e articolato, dove si intersecano con intrecci sofisticati le vicende dei vari supereroi, con rimandi continui tra i film (circa una cinquantina, di cui almeno un terzo di qualità molto alta) e le serie (spesso sorprendenti, come “Wanda Vision” e “Loki”). Altro che blockbuster stereotipati, il vero cinema di ricerca dei nostri tempi è proprio questo, come dimostra, per esempio, il cartoon “Spiderman un nuovo universo”, premiato con l’Oscar.
I supereroi sono gli unici personaggi dell’immaginario contemporaneo capaci di rispecchiare l’identità fragile, inquieta e sfaccettata dei giovani di oggi. Solo chi non ha mai letto un fumetto della Marvel né visto uno di questi film può pensare che agli adolescenti piacciano Spiderman e gli Avengers perché sono invincibili: al contrario, i ragazzi si identificano in loro perché sono vulnerabili

Nautilus n. 20 - febbraio 2023

Un luogo senza luogo immaginava...

di Patrizia Lessi 


È grazie all'albero sul cui tronco tagliato aveva edificato anni prima il letto matrimoniale che Odisseo si rivela a Penelope, fino a quel momento incerta sulla sua identità.  Soltanto loro conoscono la storia della  camera interamente costruita attorno a un ulivo sfrondato e livellato per divenire la base di un talamo nuziale. Prima è con un ramo di ulivo che Ulisse acceca Polifemo ed è con una zattera fatta di tronchi che l'eroe omerico abbandona l'isola di Calipso.  Un ramoscello di ulivo consente ad Atena di conquistare il favore dei fondatori della futura città. Olive ed olio sono i doni identitari della città di Atene. Ma la Grecia propone molti miti in cui negli alberi si onorano le virtù umane, dall'altruismo di Filemone e Bauci premiati da Giove e Mercurio con la metamorfosi in quercia e tiglio uniti per il tronco, allo spirito indomito di Dafne che Ovidio descrive trasformarsi in alloro pur di fuggire alla brama di Apollo. 

Nautilus n. 19 - gennaio 2023

L’albero nella poesia: da Virgilio alla Shoa

 di Fabio Canessa                     

L’albero più famoso della letteratura italiana è quello sul quale sale il dodicenne Cosimo per non mangiare le lumache servitegli a pranzo dai genitori e dal quale non scenderà più, trascorrendo l’intera vita a spostarsi da un albero all’altro. È “Il barone rampante” di Italo Calvino, del quale si celebra quest’anno il centenario della nascita, e si tratta di un albero illuminista, del Settecento razionale. Invece gli alberi nell’immaginario letterario, pittorico e cinematografico rimandano per lo più a una dimensione prima bucolica (il grande faggio del Titiro di Virgilio) e poi romantica (il querceto spettrale di Caspar David Friedrich), fuse dalla poesia di Giovanni Pascoli. 

Nautilus n.13/14 Luglio/Agosto 2022


Il porto dell'immaginario

di Fabio Canessa


Se la navigazione è da sempre metafora del viaggio della vita, il porto non può che esserne l'approdo finale. Non solo e non tanto come placida rappresentazione della vecchiaia e della morte, ma soprattutto come esito, chiusura perfetta. Arrivare in porto significa soprattutto raggiungere l'obiettivo: dal momento che l'esistenza si configura come un percorso avventuroso gravido di minacce e di dolori, durante il quale la fragile navicella sulla quale viaggiamo rischia di naufragare, la vista del porto già ci riempie di gratificazione, facendoci intravedere la salvezza. Il porto è sinonimo di protezione, di liberazione dagli affanni e dai disagi di chi si sforza di mantenere la rotta durante la tempesta. Chi non salpa non vive, chi non ha il coraggio di tentare l'avventura per mare si priva delle emozioni di stare al mondo, impedendosi di conoscere se stesso e l'universo che lo circonda...