Nautilus n. 59 - giugno 2026

Ciò che spiaggia non è

di Patrizia Lessi

Una spiaggia ai limiti di una città che potrebbe rappresentarne mille, sullo sfondo un incendio che non si spenge mai e tre persone in cui potremmo identificarci in molti: la Donna, il Viaggiatore, l’Uomo che cammina. Non ci sono altri elementi di rilievo nel romanzo breve L’amore[1] della scrittrice e regista francese Marguerite Duras. Sulla riva del mare tutto è rarefatto, in bilico fra sogno e realtà. Man mano che andiamo avanti nella lettura per conoscere chi sono i tre personaggi, cosa sono stati gli uni per l’altra e cosa ci fanno lì, il linguaggio si fa sempre più frammentato, volatile, sfuggente. La spiaggia è il punto di non ritorno della storia. Ci sono una città immaginaria e immaginata come un ricordo che si addentra nella terra, il mare immenso che promette il futuro senza farci sapere se intende realizzarlo oppure no e la spiaggia senza tempo e senza nome a stagliarsi in mezzo. Così i tre personaggi progressivamente ammutoliscono sospesi fra l’impossibilità di tornare indietro e quella di andare avanti rimanendo in un limbo in cui il paesaggio è sempre uguale a sé stesso, un luogo dove le parole non incidono segni, ma si perdono e amalgamano eternamente nella sabbia. 

Nautilus n. 59 - giugno 2026

L’ultima spiaggia

di Stefano Lucarelli

La spiaggia ci riconduce inevitabilmente al mare, all’estate, allo scherzo sberleffo, ai diversi spostamenti o viaggi per raggiungere località, aspettate tutto l’anno, dove respirare e stendersi in mezzo alla meraviglia. 

D’inverno è più solitaria, ferma, apparentemente immobile, in attesa di accogliere la risacca più violenta dell’acqua più grigia, ora, ma ugualmente attraente, filosofica ai pensieri, anche.

La spiaggia è l’ultimo lembo di terra prima di staccare il passo verso l’ignoto.

La spiaggia è l’ultimo bacio prima del rientro a casa.

La spiaggia, spesso, è l’ultima…

 

Il cerchio intorno al fuoco scalda cuori e miagola versi in rima intorno alla chitarra in accompagnamento. 

È tardi e il sole ha smesso di bruciare il giorno e la pelle.

Si vuole tirare fino al mattino in attesa dell’alba che sorgerà direttamente da dentro il mare, uno spettacolo irrinunciabile, anche se, da questa parte dello stivale si saluta il tramonto, semmai.

Nautilus n. 59 - giugno 2026

Romance on the beach

di Allan T. Williams

Il Romanticismo: cosa evoca questa parola? Tutto sembra racchiuso ne Il bacio di Auguste Rodin, ispirato agli incontri amorosi tra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini narrati da Dante nella Divina Commedia. Gli amanti vengono trafitti dal marito geloso di Francesca, Gianciotto, e condannati a vagare eternamente nell’Inferno. Anche Gustav Klimt, con il dipinto omonimo Liebespaar, raffigura gli stessi amanti: il mantello dorato che avvolge la coppia trasmette amore, desiderio e intimità. Il quadro, simbolo dello Jugendstil europeo, aveva inizialmente proprio il titolo Francesca da Rimini. Numerosi libri e film hanno ripreso questo tema, tra cui The Kiss di Kathryn Harrison.

Oppure il Romanticismo può essere riassunto nel poema di Shelley del 1819, Filosofia dell’amore (Hutchinson, 1909), che celebra il legame tra gli amanti:

E la luce del sole stringe la terra
E i raggi della luna baciano il mare:
Quanto vale tutto questo dolce lavoro,
Se tu non mi baci?

Molti credono di sapere cosa sia il romanticismo, ma definirlo è difficile: amore, passione, desiderio, erotismo, avventura. È un termine che richiama un mondo poetico e idealizzato, fatto di intensa attrazione e sensualità.

Nautilus n. 57 - aprile 2026

Un’eroina 

di Stefano Lucarelli 

Di corsa: sempre di corsa.

Di corsa mi sono alzata e ho svegliato mio figlio per la scuola.

Di corsa ho mandato giù un po’ di caffè salutando mio marito, e sono uscita.

Di corsa, verso il treno prima e l’autobus dopo, che mi portano al lavoro.

E lì, seguire il ritmo: ore e ore sulla macchina, a misurare la concentrazione.

In una postazione fissa, attrezzata dietro un nastro trasportatore, a trovare l’accordo tra i tempi di lavorazione dell’oggetto e le mie mani.

Non ho nessuna voglia di provare l’effetto degli ingranaggi sulle dita.

Mi piacciono così come sono: semplici e capaci di fare le cose.

Un boccone in pausa pranzo per ricominciare fino alla fine dell’orario, e tornare a casa dopo aver lasciato un pezzo di me.

Ogni giorno un pezzo e poi un altro, fino a quando non ne avrò più.

Qualche ora durante la settimana, per liberare le scorie che accumulo, saltellando sopra un tappetino insieme ad altre con la mia stessa faccia.

Nautilus n. 57 - aprile 2026

Il tempo scandito dalla marea

di Enzo Pranzini

Sulle coste della Gran Bretagna, come la marea entrava nel porto il villaggio cominciava ad animarsi: le barche adagiate su un fianco si raddrizzavano e gli uomini le raggiungevano con i dinghy per prendere subito il largo e raggiungere le zone di pesca. Le barche più piccole, che gettavano le reti vicino alla costa, tornavano dopo 12 ore, mentre chi doveva spingersi in acque lontane faceva ritorno dopo 24 ore. Sono i tempi che scandivano la vita di queste comunità, e l’orologio serviva solo per capire quando era il momento di lasciare il letto e quello di iniziare il ritorno, ma non era lui il padrone del tempo, lo era la marea. E in molti posti lo è ancora.

Ecco perché nell’inglese antico la parola tīd, indicava sia la marea che il tempo, che solo più recentemente si sono affermati come termini indipendenti: time, il tempo misurabile e unidirezionale, e tide, che conserva l’idea originaria di un tempo ciclico e che si ritrova anche in parole composte, come Christmastide (periodo natalizio), eventide (la sera), Yuletide (festa dell’inverno), Whitsuntide (tempo della Pentecoste).

Nautilus n. 55 - febbraio 2026

Le mani sul viso

di Stefano Lucarelli

 
Nella mia esperienza di vita in un paese del nostro Appennino, ho incontrato diverse persone che rispecchiano l’idea del “tipico” personaggio locale che contiene di fatto tutti i gesti, i pensieri, gli atteggiamenti e i versi che riconducono all’archetipo umano del territorio.

Ognuno di loro è inconfondibile e per questo sinceramente amabile: l’anziano signore in grado di avvicinare chiunque all’osteria e che in cambio di un bicchiere, può condividere vita morte e miracoli di ogni paesano; il fabbro, il falegname o il marmista che è intervenuto in ogni casa di cui conosce pregi e difetti; il prete che accompagnato dal chierichetto di turno, ha benedetto di tutto: dalle case alle stalle finanche i fondi colmi di legna e di oggetti non più utilizzabili o sostituiti da altri più funzionali e moderni; e anche alcuni sindaci, capaci di raccogliere dentro di loro tutto il bestiario locale: umano e no.

Ma su tutti, il personaggio più affettuoso è la signora che, avanti negli anni, si aggiusta su una sedia appena fuori il portone di casa per stare fuori. Qui lascia fare agli occhi. Qui è salutata e riconosciuta dagli altri. Qui produce e distribuisce quella preziosa alchimia che noi chiamiamo memoria.

A lei e a tutte quelle come lei che questo racconto è dedicato.  

Nautilus n. 55 - febbraio 2026

Dante e l’empatia: 

un viaggio tra Inferno e formazione della sensibilità sociale come esempio all’interno della Provincia di Avellino

di Giulia Perfetto

1.1 Introduzione

Dante Alighieri, attraverso la Divina Commedia, non offre soltanto un viaggio ultraterreno tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, ma propone anche una profonda riflessione sull’animo umano e sulle relazioni sociali. In particolare, l’Infernodiventa uno spazio narrativo in cui il poeta manifesta una forte capacità empatica, osservando le sofferenze dei dannati non solo come punizione divina, ma anche come conseguenza di scelte morali e sociali. Questo percorso di comprensione del dolore altrui rappresenta un modello di formazione della sensibilità sociale, ancora oggi attuale. Inserire tale riflessione nel contesto della Provincia di Avellino permette di cogliere come i valori danteschi — empatia, responsabilità collettiva e attenzione all’altro — possano diventare strumenti educativi per comprendere le dinamiche sociali di una comunità, favorendo il dialogo, la memoria storica e la coesione sociale. L’esperienza di Dante Alighieri nell’Inferno offre un punto di osservazione privilegiato per riflettere sul ruolo dell’empatia nella formazione individuale e nella società. 

Nautilus n. 54 - gennaio 2026

La chitarra in saccoccia

di Stefano Lucarelli

Seduti sulle scale dell’ingresso della scuola, sulle panchine del parchetto pubblico sotto casa, su quelle del grande parco cittadino, accovacciati sulla spiaggia intorno ad un fuoco, immancabile, appariva lei: la chitarra.

In quegli anni, i ‘70 del secolo scorso, era impossibile che in mezzo a noi, a noi tutti, intendo dire, non ci fosse una chitarra e naturalmente chi la sapeva suonare o anche solo strimpellare.

Partivano così i brani dei nostri cantanti preferiti: noi li chiamavamo cantautori.

Non è che non ci fosse la radiolina portatile oppure il mangiadischi e in seguito il mangianastri, ma quegli oggetti appartenevano alle feste, alla partita della domenica, e comunque erano stati soppiantati dai grandi vinili dei grandi gruppi musicali da sentire sullo stereo. Anche lo stereo, in certe case, da alzare al massimo del volume, era diventato un’oggetto imprescindibile, eppure, la chitarra, rimaneva lo strumento principe di una collettività riconoscibile ed anche riconducibile ad appartenenze politiche precise. Ancora oggi, in certi momenti, arpeggio le sue corde seguendo un motivo musicale che mi coccola e che è ancora in grado di coccolare la ragazza accanto a me.

Nautilus n. 53 - dicembre 2025

Tra mito e realtà: Prometeo e la civiltà cibernetica del progresso

di Michele Mariani

Archetipi: simboli e immaginari

 

Le prime forme culturali di trasmissione del sapere in grado di dare forma a un immaginario collettivo furono i miti. Il mito come forma di diffusione della conoscenza assumeva le sembianze di un vincolo comunitario tra le poleis greche poiché aveva il potenziale di costruire immaginari, simbologie e archetipi collettivi. La trasmissione di valori, le narrazioni condivise e le interpretazioni sulla realtà erano prevalentemente mosse dalla volontà di comprendere il ruolo dell’essere umano rispetto alla natura, intesa come physis - il tutto che viene ad essere - in rapporto con l’universo e la divinità. Collocati a metà tra realtà e finzione, essi raccontavano l’origine dell’universo e le gesta di eroi, dèi e titani, contribuendo a modellare socialmente il cittadino e a definire l’ethos di un popolo. I racconti mitici, spesso sotto forma di poema, svolgevano una funzione di collante sociale e culturale poiché ponevano al centro valori universali, come la giustizia, il bene, il limite e la misura dell’agire umano al cospetto degli dèi; temi centrali per il costituirsi successivo dell’etica filosofica e del discorso ontologico dell'essere.

Nautilus n. 52 - novembre 2025

Signori delle mosche, sovrani del nulla

di Patrizia Lessi

Quando venne pubblicato per la prima volta nel 1627, New Atlantis del filosofo inglese Francis Bacon aveva in copertina una nave che a vele spiegate attraversava lo Stretto di Gibilterra per raggiungere l’isola di Bensalem, culla di una civiltà ideale alla quale avrebbe dovuto tendere tutta l’umanità. Superare le Colonne d’Ercole non era tradizionalmente considerato di buon auspicio: condannato a bruciare eternamente nell’ottavo girone dell’Inferno, Ulisse narra a Dante il folle volo che condanna a morte la sua ciurma nel naufragio che punisce la sua insaziabile sete di conoscenza. Non plus ultra, il monito inciso sulle Colonne per frenare chi si spinge sempre avanti senza mettere un limite al desiderio di scoprire, non riduce l’arroganza di Ulisse che non pagò di essere riuscito a tornare ad Itaca alla fine della sua odissea, sacrifica tutto e tutti per assecondare la smania di sapere, passare oltre, varcare il limite. Ma Bacon, empirista che riponeva nella scienza e nei suoi progressi la fiducia e la speranza per la costruzione di un mondo migliore, aveva un’idea del tutto diversa del concetto di limite che non doveva essere visto come un monito a non proseguire bensì un problema risolvibile scientificamente a beneficio di tutti.

Nautilus n. 52 - novembre 2025

Distopia

di Aurora Delmonaco

È arrivato nel nulla.

Intorno a lui distese di colline verdi senza una voce, squarciate da grigie frane di sassi e di fango. Grigie come quel mucchio di case lassù, grigie come l’enorme pietra che le sostiene, grigie come il cielo attraversato da nuvole basse, grigie come la cenere morta di un mondo perduto.

Perfetto.

Glielo avevano garantito che fra le aspre terre deserte del Sud avrebbe trovato il set per “Distopia”, il film che gli sta crescendo dentro, storia di un altro spazio, un altro tempo, di un mondo perduto in cui la vita rinasce nuova.

Non sa neppure il nome di quel paese lassù. Prima che la voragine sulla strada lo costringesse a smontare e ad arrampicarsi fra pietraie e buche scavate dai gorghi di innumerevoli piogge, e vegetazione cresciuta spaccando gli ultimi pezzi di un asfalto corrugato, al bivio c’era un cartello stradale gettato a terra, mangiato dalla ruggine. Soltanto due, o forse tre, lettere leggibili.

Un paese e basta, senza neppure memoria del suo nome. Abbandonato da decenni, cadente come quello che va disegnando nella sua mente. Perfetto.

Nautilus n. 52 - novembre 2025

I piedi nuovi dei ragazzi 

di Stefano Lucarelli

Il movimento dei manifestanti giovanissimi di ogni tempo, ma in particolare di questi ultimi tempi, per tematiche, organizzazione e qualità è andato via via migliorando proprio nella mossa del manifestare. Gli slogan appaiono più originali, le voci cantano i loro testi, il passo si è fatto più leggero perdendo quella marzialità da fazione che appesantiva e i loro volti sembrano più convinti, coerenti e liberi, senza muso duro, e poi, più precisi e informati. Questa forza sta nel loro senso di Comunità che non è solo di appartenenza esclusiva, di parte: è inclusiva. Invita tutti a scendere in piazza con loro e a partecipare del mondo che sognano lasciandogli il centro del corteo, il centro delle parole giuste, il centro della loro utopia, appunto.

 

Il messaggio arriva di mattina presto, tra il pigiama e la barba.

C’è una manifestazione.

Bisogna essere presenti per dimostrare che ci siamo anche noi. 

Così mi scrivono sulla chat i vecchi amici militanti, e quindi vado, mettendomi addosso la prima cosa che trovo.

Mentre sto lì, attaccato alla bandiera di un rosso appena sbiadito dall’usura del tempo, sfilo pensando alla mia età: a tutte le manifestazioni di sempre, okkupazioni comprese. Mi fermo un momento e giro lo sguardo incredulo e ancor più spaesato.

Nautilus n. 51 - ottobre 2025

Palermo superficiale

di Paolo Mare

L’eterno raggio di sole della Sicilia Palermo, maledetta mi hai portato sfortuna caspita. A volte però le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero, e poi questa convinzione diffusa di fare sempre belle esperienze non aiuta ad andare avanti nella vita. Oggi, a mente lucida e con disincantato distacco mi chiedo se la sfortuna, col tempo, non sia diventata per me fortuna, l'affermazione: «Mi hai portato sfortuna» esprime davvero la convinzione o il sentimento personale ad eventi negativi o a periodi difficili nella vita di chi la pronuncia? Penso che, tuttavia, è importante notare che questa è un'interpretazione soggettiva basata sull'esperienza individuale. Soprattutto in Sicilia, terra di persone che pensano che gli altri hanno gli occhi pesanti. Tutti hanno le loro convinzioni qui, e spesso attribuiscono un peso fondamentale alla sfortuna e alla fortuna; i siciliani poi legano i loro eventi positivi e negativi ai luoghi che visitano, alle persone che conoscono, alle cose che succedono. 

Nautilus n. 51 - ottobre 2025

Una sincera beatitudine

di Stefano Lucarelli

A volte basta riaprire una porta, antica e segnata dal tempo, per avvertire un duplice odore: quello della memoria e quello dell’appartenenza. Ci sono posti, luoghi, direi, che sembrano far parte di noi da sempre e che anche se non ereditati, offrono una vibrazione inevitabile: una speciale grammatura che fa pensare ad un’anima in attesa di ricongiungersi.

 

La piccola figlia Alice prepara il terriccio infilando la manina a vanga. Dentro ci adagia due chicchi pronti alla semina. Chiude la buca e ci sgocciola sopra l’acqua raccolta dalla pioggia scesa a dono. Indietreggia, si appoggia sui talloni e osserva.

-                Quanto ci metterà a crescere?

-                Il tempo che ci vuole.

-                È tanto?

-                Con l’aiuto del sole farà presto, vedrai.

Nautilus n. 51 - ottobre 2025

Tornando a casa

di Gordiano Lupi

Son tornato a Piombino. La mia città non profumava di glicini e mimosa, solo di tamerici salmastre, pini resinosi in curva Tolla e pitosfori amari. Son tornato al mio mondo. Ho visto platani e tigli in piazza Dante, cipressi lungo la via del cimitero, erba incolta sui gradoni del Magona, un sottopassaggio d’uno stadio antico, terra fangosa ritagliata in bianco, scalinata in controluce, palloni sporchi accanto alla panchina dove atleti attendono un cenno per alzarsi. Piombino era la casa accogliente del ricordo, la casa che non si scorda, il mondo della nostalgia. Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me, non era come la mia ombra, mi stava accanto anche nel buio, del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia.  

 

Tornando a casa rivedo la mia città di mare tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, ricerco il mare, quel mare che tanto mi manca da lontano, che do per scontato quando si trova accanto, a portata d’olfatto e del mio sguardo. Rivedo tetti sporgenti tra scogliere, ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami verso il cielo, braccia ritorte che piangono preghiere. 

Nautilus n. 50 - settembre 2025

Il diario di Mamavelò

di Caterina e Aziz

Quando vado da sola nel groviglio di strade di polvere rossa mi sento ancora un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie. 

Ad ogni angolo spunta fuori qualche personaggio. Il gruppo di bambini sotto il mango caduto arrampicati come gatti sulle radici giganti. Il vecchietto cieco che quando passo mi dice bonjour yovò pure se non mi vede, e non lo so come fa a sapere che sono io e che sono yovò. I gruppetti di muratori che spalano sabbia in ogni cantiere o che se non c’è lavoro sonnecchiano sopra ai mucchi di gravier. La parrucchiera con le ciglia finte e le trecce lunghe fino a terra sempre senza clienti, che sta seduta fuori con le sue apprendiste sulla sedia di plastica. Il sarto che diventa bar la sera. Il palazzo in mezzo al niente con tutte le rifiniture come l’Europa dove non abita nessuno. La scuola guida Les Ami che fa anche le fotocopie e che se hai 25F ti puoi fare una partita al calcino con dei pezzi di legno al posto dei calciatori. Una improbabile ONG di developement. Il paster e son eglise. L’ospedale in una baracca che fa tutto, dalle analisi alle ecografie e che si chiama “Noi ti aiutiamo ma Dio ti guarisce”. Una cosa che suona un po’ come aiutati che Dio ti aiuta.

Nautilus n. 49 - luglio 2025

Ontologia dell’estate

di Michele Giacco

Estate, il tempo del sole. Nella cultura meridiana è “a staggione”, la stagione per eccellenza, e non a caso. Rinasce la terra, con l’avvento della fioritura e del primo sole. Ci si libera dalle incrostazioni invernali - soprattutto mentali- e si vive in osmosi con la natura, in una intimità ritrovata con il mondo.

 Io non ho vissuto l’estate di Montale: quella stagione decadente, sospesa tra una doccia e una sudata sul coppino. Per me, l’estate era il tempo finalmente liberato dalle ansie e dalle urgenze del reale. Le mie estati le ho vissute come metafore delle belle bandiere… sogni e ideali di eguaglianza che nell’estate trovavano piena rappresentazione.

Nautilus n. 49 - luglio 2025

Princìpi d’estate

di Piero Ceccarini

Sono appoggiato al davanzale della mia finestra: guardo il sole illuminare gli alberi in un piccolo giardino. Mi stupisco a quel fascio di luce che cade prepotentemente sulle foglie riarse dell’alberello e sull’irsuto rosmarino. Intanto, dei raggi di sbieco oltrepassano il vetro e mi colpiscono. Non sopporto il caldo! 

Mi discosto dal vetro incandescente, e nell’insostenibile fatica che provo nel compiere il più semplice dei movimenti, mi sdraio pensieroso sul tappeto.  Accendo il computer, provo a scrivere l’articolo, ma non so come iniziare: “Devo scrivere accademicamente o posso sbizzarrirmi?”; “Metto la bibliografia prima o dopo?”, “Quale titolo scelgo?”.

Mi distraggo, continuo a sbirciare fuori dalla finestra. Mi alzo e vado nella piccola libreria di casa; trovo dei libri che non ricordavo di avere; prendo, come accade spesso, Saba

Nautilus n. 49 - luglio 2025

Il sole nell’anima

di Stefano Lucarelli

Introduzione

 

Per anni, da ragazzino di città, sono stato trasportato in luoghi epici dove i genitori erano nati e vissuti prima di emigrare per lavoro. Queste località avevano un linguaggio particolare, il mio babbo lo chiamava dialetto e ne andava fiero. Queste località offrivano tavole imbandite e vino a cantare da svernare poi sui pagliericci o sotto una pianta ombrosa. Queste località erano zeppe di zii e cugini qualche volta imbarazzanti, altre volte sorprendenti. La vacanza estiva che finiva per essere un ossimoro inevitabile: uno spaesamento dentro un paese

A ritornarci, in seguito, da adulti, è stato anche faticoso ma soprattutto pieno di nuove suggestive emozioni. 

Un luogo dell’anima: evocativo e felicemente concentrato.

 

Il sole nell’anima

 

Non è solo l’estate che si accomoda tra la terra e il cielo.

Non è neanche l’ingresso sfacciato del caldo sulla pelle liberata alla stagione.

È la luce.

Lo straordinario riflesso riportato dagli steli dell’erba sui campi, il luccichio tra le foglie che fa portare la mano sopra gli occhi per non accecare, la tavolozza del paesaggio che più colorata non potrebbe essere.

Nautilus n. 48 - giugno 2025

Pensiero e Azione

di Simone Baleani

Nasce un’idea, cresce e si moltiplica. Poi una mescolanza. Una suggestione. Visualizzo il piatto: forme e colori, consistenze. Mi arriva l’odore e un attimo dopo è come se il palato l’avesse riconosciuto e subito masticato. Devo tradurre tutto questo immediatamente in Azione. Ingredienti-Coltivatore-Pescatore-Rivenditore.

Ho quasi tutto, mi manca come realizzare il piatto. Quali le tecniche da utilizzare? 

Abbattimento-Conservazione-Taglio-Cotture. Sono diverse le modalità di cottura per ottenere uno stesso risultato nel piatto. Dispongo poi accanto a me sul banco da lavoro, perché di lavoro artigianale si tratta nel senso più nobile, gli attrezzi necessari. Parola stra abusata ‘Artigianale’. Definirne il significato…Mahhhh c’è grossa confusione. Glottologi d’Italia necessitiamo del vostro aiuto. Alcuni attrezzi rimangono appesi perché serviranno dopo; intanto coltelli, cutter, roner, forni, macchine sottovuoto, griglie, frytop, salamandre, fornelli e poi la minuteria che acquisterà un ruolo decisivo per la riuscita del piatto. 

Nautilus n. 47 - maggio 2025

Le mani battute

di Stefano Lucarelli

È difficile immaginare un qualunque contesto relazionale privo di tensioni e conflitti. È difficile anche immaginarlo caratterizzato dalla presenza di una costante condivisa armonia. Per questo motivo, quando s’interiorizza il termine “Pace”, soprattutto quella “universale”, si rischia di precipitare nella retorica o in un certo conformismo, perché è una condizione personale e sociale carica di contraddizioni e difficoltà oggettive. Resta però un punto: la pace è una continua ricerca di mediazioni, di riflessioni e di analisi, senz’altro, che stravolge e sposta montagne, effettivamente, ma una volta avvertita come necessaria è raro che ci scappi di mano. Non è facile conquistarla o inseguirla, piuttosto assorbirla, attraverso un rapporto con i gesti, le considerazioni e la rinuncia tenere fermo il pensiero. Un pensiero libero, fuori dai recinti identitari e disponibile alla trasformazione critica è un passo fondamentale per costruire una pace visibile, o almeno. 

Nautilus n. 45 - marzo 2025

Fata morgana

di Mathias Canapini

Come nel celebre passatempo da tavolo, ovvero Il gioco dell’oca, il destino di migliaia di persone in fuga da guerre, povertà, instabilità politica, riscaldamento globale, è basato unicamente sulla fortuna. Un lancio di dadi inesatto che dopo anni di sacrifici rischia di riportare tutt* al punto di partenza. Gli sguardi che vorticano giornalmente attorno a noi inquadrano volti dagli occhi che interrogano. Il gioco dell’oca riflette la circolarità della Storia, le guerre costanti, le spirali di violenza che spesso tornano a galla tra propagande, opportunismi, filo spinato (mai fuori moda). Non mancano i corpi, come quello di Amira, ad esempio, che dentro al campo sfollati di Bab Al Salam (Siria) indossa un cappello con la scritta Happy. La bambina non sorride, non piange, ma guarda e chiede, forse, di vedere. 

Nautilus n. 44 - febbraio 2025

Umberto Saba e il gioco del calcio

di Gordiano Lupi

Gli intellettuali snobbano il calcio, soprattutto quello popolare, lo sport legato alla propria terra, che riporta ai tempi dell’oratorio e delle domeniche vissute all’ombra del campanile. Pare quasi un mantra radical-chic, una sorta di appendice al film di Salce, interpretato da Paolo Villaggio nei panni del ragionier Fantozzi, della serie La corazzata Potëmkin è cultura, un bell’incontro di calcio tra Padova e Vicenza no, solo sport, una cosa di poco conto. Luciano Bianciardi non la pensava così, lui era un intellettuale alternativo, scriveva per Playboy e il Guerin Sportivo, alla fine un editore ancor più alternativo ha raccolto molti suoi interventi calcistici in un libro a tema (Il fuorigioco mi sta antipatico) e tanti sono ancora dispersi su riviste d’epoca. Umberto Saba, invece, sembra un letterato fuor di sospetto, scevro da tentazioni popolari, fa parte di quei poeti laureati – alcuni lo definiscono ermetico ma non è vero, forse crepuscolare, pascoliano, di fatto un genio non classificabile – che non ce li vedresti a fare il tifo in gradinata, magari rischiando il freddo d’una giornata di vento.

Nautilus n. 44 - febbraio 2025

Palla in gioco

di Stefano Lucarelli

Era una battaglia.

Fino all’ultima goccia di sudore, fino all’ultimo livido sullo stinco, fino all’ultimo gol che segnava la fine della partita.

In piazza, lungo un marciapiede largo accanto alla canonica della parrocchia tra le macchine parcheggiate, si giocava a pallone.

E per giocare lì bisognava aver superato almeno i dieci anni, perché si affrontavano i più grandi. Prima era il cortile sotto casa tra i cancelli e le saracinesche dei garage.

Sotto i quattro grandi palazzi che gli facevano da torri perimetrali.

A un ora precisa appena dopo il pranzo ci si scapicollava sulle scale per scendere di sotto a giocare, e, preferibilmente, a pallone.

Chi lo possedeva arrivava prima di tutti gli altri e lo calciava in alto per richiamare il branco alla sfida. Poteva capitare che dalle finestrone che illuminavano le scale si potesse vedere il pallone salire lungo la parete esterna e poi ridiscendere per essere ripreso al volo dal piede successivo per l’ennesima salita a campanile, come si usava dire.

Una volta scesi tutti si formava un gruppo per fare le squadre.

A quel punto i due più bravi, uno di fronte all’altro, facevano la conta dichiarando a voce alta o pari o dispari.

Gli animali specchio dell’umanità

di Fabio Canessa

Il lupo prepotente che divora il mite agnello, la volpe che definisce acerba l’uva che non riesce ad afferrare, la rana che si gonfia per essere grossa come il bue e scoppia. Nelle favole di Esopo e Fedro gli animali sono maschere trasparenti degli uomini, allegorie espressioniste dei nostri caratteri. Il Medioevo così affascinato dalla magia e ammantato di sacro mistero da scorgere “in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata divinità”, vede negli animali Dio (la colomba) e il Diavolo (il serpente), oppure i peccati, come dimostrano il leone, la lonza e la lupa del primo canto della Commedia, cioè la superbia, la lussuria e l’avidità che impediscono a Dante di uscire dalla selva oscura. 

Nautilus n. 41 - novembre

Bestie sacre

Il vivo del presepe

di Stefano Lucarelli

Diversi anni fa mi capitava nei giorni di Natale di essere ospite di una grande casa parentale dove la sera del 26 dicembre, da tempo, si allestiva il Presepe Vivente. L’intero paese vi partecipava e anche noi eravamo spesso coinvolti. Un appuntamento immancabile dentro un percorso preparato con cura dalle mani esperte di donne e anziane signore per il cibo e da quelle di falegnami, muratori e altri operai del luogo per le suppellettili.

Per un certo periodo sembrava si fosse fermato.

Ora, però, è tornato a far risuonare le sue zampogne in omaggio ad una tradizione tanto bella quanto vissuta.

 

Dalla finestra di casa sento battere chiodi e spostare grandi palanche di legno.

Sono i martelli che colpiscono afferrati da mani professionali.

Nel piccolo paese di Trivigliano, nella Ciociaria profonda, i carpentieri sono al lavoro dal mattino, stanno preparando le capanne e i recinti con i percorsi segnati del loro annuale Presepe Vivente.

Sarà pronto e finito per la sera stessa del 26 dicembre quando una folla di curiosi e di paesani aprirà le porte simbolicamente chiuse e sorvegliate da uomini in abiti da antichi romani, con elmo, mantello porpora e lancia.

Nautilus n. 41 - novembre 2024

Titolo

di Massimo Zamboni

La fila di impronte lungo il recinto delle pecore racconta che hanno proceduto in fila rettilinea, calcando i piedi esattamente nell’orma di chi precede. Una marcia svolta senza sbandamenti, senza digressioni, fino a disperdersi nel bosco e oltre. La neve intatta rivela che non c’è stato stazionamento, il branco non sembra essersi interessato al gregge rinchiuso nello stallino nonostante il richiamo offerto dai belati e l’odore consistente. Questo territorio offre altre opportunità di cibo: ungulati, cinghiali, lepri, fagiani, topi, carcasse. La fame non è più un assillo come poteva essere al tempo della persecuzione.

 

È dalla metà del secolo scorso che non eravamo obbligati a parlarne. L’ultimo esemplare era stato ucciso sull’Appennino reggiano più di settant’anni or sono, in un giorno nevoso nel gennaio del 1949: Torri e Bragazzi, gli sparatori, due montanari che parevano scolpiti nella pietra serena, avevano ricevuto un premio dalle autorità, avevano portato il cadavere in trionfo in mezzo agli applausi e le grida. Era stata festa grande in quel paese di crinale. 

Nautilus n. 41 - novembre 2024

Il silenzio e le parole: le bestie di Adele

di Anna Kauber


Ad Adele non è mai venuto in mente di chiedere prestiti o finanziamenti pubblici: fa parte di coloro che sanno di dover fare da sé, ché tanto nessuno ti aiuta, e la sopravvivenza dipende dalla sola risposta della terra alla tua fatica.
 

Adele ha 74 anni e una piccola stalla con fienile dei primi del Novecento, adiacente all’unico complesso, suddiviso in casa colonica e casa padronale, costruito sui terreni che appartenevano alla sua famiglia. Siamo a Vizzola, piccola frazione lungo la Strada Romea di Monte Bardone, una via dei pellegrini i quali, dalle strade transalpine, attraversavano la Val Taro, superavano l’Appennino al passo della Cisa e scendevano in Liguria. Il podere è a due passi dalla pieve medioevale ricostruita nel Settecento, con l’ulivo centenario segnalato dai Patriarchi sul lato.

Nautilus n. 39 - settembre 2024

Le vacanze finalmente

Un racconto familiare

di Stefano Lucarelli

Introduzione

 

Tante le cose fatte insieme. Nella memoria mia, che in quegli anni tra il 1970 e il 1980 era memoria di tutti, il periodo di maggior frequentazione dal sapore nostrano avveniva in estate. Il Natale era una casa apparecchiata per altro: trame di sacro, profano e botti di fine anno.

In estate si partiva, si andava via, si migrava verso le terre d’origine che per noi erano stagliate oltre l’Appenino per scivolare verso il Mar Adriatico.

Parenti contadini che odoravano di melone e paglia, pane bianco mollicoso e salumi stagionati, fettuccine rugose e vino; e corse con i cugini dentro scarpate interminabili con biciclette prima, e cerotti sulla ferita saldata a sputo dopo.

Giorni e giorni dentro un nuovo linguaggio, chiamato con onore dialetto, che apparteneva solo ai miei e che con gran gioia riversavano sul tavolo del pasto tra un bicchiere e una sigaretta di trinciato forte.

La famiglia, la nostra come quella dei miei amici, era fatta di cose comuni: comuni le aspirazioni, comuni le litanie sulla scuola, sull’educazione prima di tutto e sull’attenzione allo spreco.

Nato all’inizio degli anni ’60, penso di far parte dell’ultima generazione che in Italia si è abbigliata con i pantaloni, le camicie e i maglioni smessi dai fratelli più grandi. 

Nautilus n. 37/38 - luglio/agosto 2024

Se una notte d'estate

di Elena Pecchia

Se una notte d'estate un viaggiatore...

viene interpellato per un articolo sul viaggio, partirà con una dotta disquisizione sulla peregrinazione infinita di Ulisse. Il versatile eroe si imbarcò per una guerra decennale e ci mise poi altri dieci anni a tornare dalla sua Penelope, ammesso che di dieci anni si parli o piuttosto di un tempo incommensurabile come potevano pensare i nostri antenati che, a stento, arrivavano al mezzo secolo. Con il suo nostos per mare comincia la nostra letteratura occidentale: Ulisse incontra sirene, maghe, morti viventi, mostri antropofagi e poi ormai vecchio riparte, come gli predice Tiresia nel Regno dei morti, fino a morire solo e stremato fra popoli che non conoscono il mare e scambiano il suo remo con un setaccio per la farina. E poi Enea, povero esule, un rifugiato in cerca di patria, che alla fine approda in Italia, a Pratica di Mare, portando via la giovanissima Lavinia al suo fidanzato storico per volere del fato. 

Nautilus n. 37/38 - luglio/agosto 2024

I passi degli altri

di Stefano Lucarelli

Presentazione

 

Nel corso degli anni per diverse ragioni mi sono spesso spostato da un luogo all’altro, ma non ho mai frequentato sentieri, percorsi e tantomeno cammini pur avendone avuto voglia, tante e tante volte. Pur avendo da sempre aderito al valore e al senso ideale della loro percorrenza.

Inoltre, negli anni dei cortili a giocare a pallone fino a quelli dei grandi prati cittadini della capitale, e delle vacanze estive, di scarpinate ne ho fatte molte.

Eppure, l’idea del viaggio come quello consapevole dell’appoggio di un piede dopo l’altro, mi ha sempre reso inquieto e attratto allo stesso tempo e tutt’ora mi troverebbe eccitato e predisposto. Ma qualcosa non mi smuove: resto fermo, almeno con le gambe.

Nel tempo saranno intervenuti gli affanni dell’età, e il desiderio di trovare “casa” e di abbandonare il senso, pur meraviglioso, della “tenda”, il massimo concetto/oggetto di mobilità e precarietà che tanto rende nobile e fantastico il girovaghesimo filosofico e mistico.

Resta però la nostalgia di andare, di andare e basta, perché, come dice un vecchio monito: “…se non si va, non si vede…”.

Nautilus n. 35 - maggio 2024

Lavori in corso

di Stefano Lucarelli

Introduzione

Negli ultimi tempi ho iniziato sempre più ad apprezzare nelle persone che incontro il desiderio di non accontentarsi, di non fermarsi nell’identità di parole e gesti determinati da un lessico regionale e familiare o di appartenenza. Con loro riesco a scorgere la porta aperta alla curiosità, all’indagine, alla ricerca di una visione che sappia metterle in condizione di riempire e nutrire la propria anima.

Ascoltarle è un piacere, sentirgli porre domande, avvertire la loro attenzione e concentrarne il vocabolario del cuore è ancora meglio.

Queste persone sanno regalare respiro e aria, tanta aria, intorno e dentro a chi le frequenta, o meglio: le abita.

La loro grazia e il loro garbo tessono una trama allargata della vicenda umana che rallegra lo spirito e che, una volta trovate, lasciano ad ogni saluto il desiderio di incontrarle ancora.

In questi tempi di acciaio e fuoco, di certezze assolutiste e di confini sempre più segnati a filo spinato, rimpiango di non avere queste persone a gestire le cose del mondo.

Ma la grazia, si dice, è un segno del cielo, o perlomeno questo credono in molti, e invece vive e si muove intorno, cercando disperatamente di farsi riconoscere.


Nautilus n. 33 - marzo 2024

La Vecchietta e il Sistema della salute

di Marco Giovagnoli

 
In tenera età (negli anni 60 del Novecento) capitava che a volte soffrissi di una indisposizione che allora chiamavano torcicollo e che ora credo avrebbe una definizione molto più ‘scientifica’; alla bisogna, dunque, le donne di casa – madre e nonna – chiamavano una vicina ai miei occhi molto anziana (abitavamo in una città non grandissima e in un condominio ‘popolare’) la quale veniva ad applicarmi un impacco fatto con erbe a me ignote (oggi direi anche camomilla, ma forse è una sovrascrittura postuma) che aveva effetti miracolosi. Il dolore passava e il ricorso alla farmacia, o addirittura al medico ‘di famiglia’, non era in quel caso contemplato. Tornano a volte in mente quei frangenti nella mia occasionale rilettura degli scritti di Ivan Illich ed anche, devo dire, nelle riflessioni su cosa sia successo negli ultimi anni nel campo della salute pubblica, sia locale che globale, con particolare riferimento allo ‘spartiacque’ della vicenda della pandemia da SARS-CoV-2, ai destini della sanità pubblica (in Italia in particolare) e alla frattura sociale tra sostenitori e oppositori delle misure straordinarie adottate in quell’occasione. 
 

Nautilus n. 33 - marzo 2024

La borsa del medico

di Stefano Lucarelli


L'acqua di San Giovanni è uno dei più antichi rimedi che si trovino nelle comunità rurali e di campagna in genere. Nella notte del Solstizio d'Estate che porta dal 23 al 24 giugno si mettono nell'acqua, fuori di casa, dentro una ciotola, preferibilmente di vetro, diversi tipi di erbe tra cui salvia, rosmarino, iperico, artemisia, trifoglio, ginestra, sambuco e fiori di campo colti al tramonto in aree non contaminate.

La ciotola così preparata, viene lasciata tutta la notte all'aperto in modo che venga bagnata dalla rugiada, quest'acqua va poi utilizzata la mattina del 24 giugno per lavarsi viso, occhi e corpo.

Era un rimedio "medico" e "leggendario" che proteggeva i raccolti e le persone allontanando calamità naturali, malattie e attirando fortuna e prosperità.

Alcuni medici di "frontiera", appunto, cominciarono e consigliarne l'uso verificando più volte l'effetto benefico narrato. 

Altri, stanno proseguendo la loro opera.

Il suo predecessore svolgeva il suo lavoro come una missione: girava e rigirava visitando tutti i suoi pazienti, da quelli in cima al paese a quelli situati nei poggi più scalcinati.

Lei usa il computer.

Lui parlava e ascoltava tutto quello che i malati avevano da dire: le lamentele, le difficoltà e solo dopo si passava ai clisteri e alle iniezioni pronte dopo la bollitura della siringa sul fuoco.

Lei ascolta i messaggi nella segreteria telefonica o sul gruppo su whatsapp che ha appositamente creato.

Lui accoglieva in ambulatorio decine e decine di persone e non se ne andava fino a che non aveva finito e nessuno aveva di che preoccuparsi.

Lei ha messo la macchinetta col numeretto che si ferma una volta raggiunta la soglia impostata precedentemente.

Nautilus n. 32 febbraio 2024

Femmine folli 

di Elena Pecchia

In principio fu Medea. Si era data un gran daffare per aiutare il suo amato Giasone a recuperare il vello d’oro, capace di guarire le ferite e custodito da un terribile drago. Si era spinta perfino a fare a pezzettini suo fratello in modo da sviare suo padre dalle tracce dell’eroe; poi, arrivata a Corinto, con un copione vecchio già allora, Giasone le aveva preferito una donna più giovane, la tenera Glauce. Medea prepara un ferale dono di nozze alla futura moglie e al futuro suocero regalando delle vesti intrise di veleno. Loro muoiono fra atroci dolori e lei si volge ai figli suoi e di Giasone immolando anche loro. Medea era una straniera, della Colchide, una barbara, una strega, infatti se ne va dopo la mattanza su un carro verso il Sole, suo nonno.

Nautilus n. 31 gennaio 2024


Abitare...una vita

di Enrico Mariani

L’abitare sembra essere ovunque e da nessuna parte. Ambito fondamentale della vita quotidiana, proprio per questo attività ordinaria, irriflessa, inconsapevole. Per quanto le scienze sociali se ne siano sempre occupate, anche senza volerlo, l’abitare resta un oggetto enigmatico, il cui significato sembra continuamente sfuggire di mano. Sulla carta ne conosciamo bene gli effetti, a cui si riferisce il significato etimologico del latino habitare. Cioè, sappiamo che abitare significa stabilire una relazione di continuità con uno spazio che è sia disponibile, sia adeguato, ad organizzare il soddisfacimento di diverse esigenze, cosiddette primarie, per un dato periodo di tempo. È da questo punto di vista che si rende comprensibile come il razionalismo modernista, a cui si deve la pianificazione di gran parte delle città contemporanee, abbia potuto ridurre il significato di abitare in senso oggettuale, schiacciandolo sull’abitazione e sui suoi valori d’uso. La storia dell’architettura si fonda proprio sulla necessità di isolare un dentro protetto e utile, da un fuori pericoloso e caotico. Da questo punto di vista i significati primari (riparo, rifugio, economicità, cura) sarebbero distinti, e gerarchicamente più rilevanti, rispetto ai significati simbolici e affettivi connessi all’abitare: l’urgenza dei primi è condizione imprescindibile della riproduzione sociale, mentre i secondi sarebbero tutt’al più derivati e accessori. Per tentare di andare oltre questo dualismo potremmo anzitutto osservare che l’ampio campo semantico aperto dal verbo abitare si fonda sulla temporalità, sottintendendo diverse fasi di una pratica che non può essere intesa se non processualmente. 

 
Nautilus n. 31 gennaio 2024 


Con i semi tra le mani 

di Stefano Lucarelli 

Esco volentieri la mattina presto: l’aria pizzica il viso e scioglie i pensieri. 

Il mio corpo impietrito dall’età si è infustito, e solo per questo riesco a spingerlo fin sopra l’altura, oltre il sentiero segnato dalle tracce del pascolo.

Da sopra, posso osservare il paesaggio steso a lenzuolo, fino al mare. Sotto, nei campi liberati alle mani dopo anni di abbandono, ci sono dei giovani contadini.

Sono arrivati qualche tempo fa.

In paese ci si chiedeva chi fossero questi forestieri.

Alcuni avevano mugugnato pensieri in avaria, arrugginiti dai bicchieri di troppo e dall’ingresso in quell’età che nobilita il rancore, altri sembravano più indifferenti che curiosi; sicuri che spettasse a loro farsi vedere, semmai. Io da parte mia, ero incredulo.

Che venivano a fare, fino a qui, intorno a questo sperone di roccia tenuto insieme dalle radici degli ulivi e dall’emigrazione?

Insegnante di professione, collocato a riposo, continuo ad essere poco incline a giudicare e a pontificare senza un minimo di indagine.

Decisi che avrei verificato di persona.

 

Nautilus n. 31 gennaio 2024 


Il paese non dimentica i suoi abitanti: custodisce e tramanda il ricordo

di Mirco Di Sandro ed Emidio Ranieri Tomeo 


Nel clima sereno e festivo dello scorso 1° di gennaio, la campana della Chiesa San Leonardo di Colli a Volturno (IS) ha dovuto rintoccare a morto per ben due volte. Non poteva esserci un inizio più malaugurato per un paese che ha chiuso il 2023 con più di venti decessi e solamente 7 nascite. Tra le dipartite, anche quella di un caro amico e compaesano, Massimo Lucariello, divorato da un cancro a soli sessant’anni, come succede spesso da queste parti. L’esperienza abitativa di Massimo, per il suo portato, il suo habitus, le sue modalità e il suo lascito emozionale, ci porta a riflettere sul ruolo e sulle funzioni della “memoria collettiva” nella dimensione del paese e - in ciò consiste la nostra argomentazione - come questa condizioni l’abitare e svolga una funzione essenziale di identificazione nel luogo.
Abitare, infatti, vuol dire anche farsi custodi della “memoria collettiva”. Conviene subito chiarire che maneggiamo un’espressione ambigua, come evidenzia lo storico Jay Winter nel suo Remembering War (2006), che rischia di essere pensata più come un prodotto o un oggetto che come un processo. Inoltre, la sua qualità “collettiva” allude alla condivisione da parte di tutti, mentre nella maggior parte dei casi appartiene solo a piccoli gruppi di persone. In questo senso, ci suggerisce Winter, faremmo meglio a parlare di “atto di ricordare” (remembering), piuttosto che di memoria collettiva.

["Punto di Racconto", la cassetta di raccolta di memorie a Colli a Volturno installata dal CISAV e realizzata dall'artista Michele Fattore (2022)]

 

Nautilus n. 30 dicembre 2023

Le stelle non vedono

di Carlo Cecchi

Le stelle ci guardano, ma sono cieche per via  del loro stesso splendore. Così è come per la pittura, che vive nel suo silenzio e nel contempo è cieca anch’essa, incantata dalle immagini a cui il pittore dà origine per via della trepidazione poetica di cui è portatore. 

La pittura rivela l’invisibile ed eclissa il riconoscibile, per questo non può essere in assoluto obbiettiva, quindi è di parte. Lei nasconde il concreto con il suo silenzio e quando le si chiede verità mente...

Le menzogne dell'arte

di Carlo Cecchi

 Si dice che l’arte appartiene al genere umano, ma esiste ancora il genere? Esiste ancora l’umano? Invece l’arte non appartiene, essa è, per sua stessa natura, un corpo estraneo al mondo, quindi è, in sostanza, illegittima. Portatrice di menzogna, si costituisce come la madre dell’equivoco. Così è per la pittura, che vive nel suo silenzio, essa è cieca dalla nascita, incantata dalle immagini a cui da origine il pittore per via dell’inquietudine di cui lui e solo lui è portatore sano, l’artefice di scompensi visuali e di scenari esistenziali...

Nautilus n. 30 dicembre 2023

DialoQui

di Antonella De Nisco


In giro per il mondo un’invasione di “corpilievi”, non di “ultracorpi” comodi solo all’occhio perché fatti sì di fili ma anche di nodi, rami, tronchi, frottole e frittate. E, allora, facile, l’occhio ne segue le invasioni di campo e di spazio; ma il bricolage-divertissement tessile finisce qui. La “prestigiatrice coi fili” ha il mondo e non il salotto o la cucina di nonna Felicita da col-legare. Un mondo su cui distendere il suo “monumento continuo” che non si staglia, radicale, imperterrito ed implacabile ma svolazza, disturba, distoglie, e distrae, non di pietra ma di vento, dal frastuono. Non “città cartoline” ma città “cartine al tornasole” del sentire, del mostrare, del comunicare di individui “liberati” a parti di corpo o di psiche, che ormai sappiamo impossibile esserlo interamente. (Giorgio Teggi)

 

In questi tempi storici che disorientano abbiamo bisogno di VISIONI

Ripenso alle mie azioni artistiche e partecipate e ricordo DialoQui, intrecci in dialogo tra le persone, lo spazio e le cose, nella ricerca di una reciproca comprensione di pace. Sono installazioni che ho sperimentate a lungo, in forme, modi e luoghi sempre nuovi. 

DialoQui nasce 20 anni fa, nella primavera del 2003 a Felino (Parma) dove Anna e Luigi mi invitano ad effettuare un’installazione ambientale. L’occasione è la festa dell’Associazione “Natura e vita”. Il luogo è il “Podere La Padovana”.

Nautilus n. 30 - Dicembre 2023

Vedere e non vedere

A proposito del lavoro di Jimmy Nelson


di Patrizia Lessi


“Questa non è antropologia. Non è etnologia. Non è giornalismo. Non sono statistiche. È un modo emotivo di connettersi. È arte.”[1] 

Nell’ asciutta affermazione che libera il campo da interpretazioni fuorvianti sta tutta l’essenza del lavoro di Jimmy Nelson, di origine britannica con cittadinanza olandese, bambino in Africa e Sudamerica, ragazzo in Tibet, fotoreporter nei teatri di guerra in (fra gli altri) Afghanistan, Somalia, Jugoslavia e ancora reporter in Oriente e fotografo pubblicitario.
Nelson porta avanti da anni un ambizioso e raffinato progetto personale di visione dell’altro che non si impigli nelle maglie dei modi principali di raccontare gli infiniti mondi che popolano la Terra. Modi che meritano di essere ricordati perché molto hanno a che fare con il tema del vedere: nel 1978 lo scrittore Edward Said denunciava in Orientalismo, l’immagine europea dell’Oriente[2], la tendenza tutta occidentale di proiettare su una cultura diversa le suggestioni e le aspettative della propria. 

Nautilus n. 25/26 - Luglio/Agosto 2023

Breviario mediterraneo

di Fabio Canessa


 Predrag Matvejevic scrisse nel 1987 “Breviario mediterraneo”, libro fondamentale per conoscere l’inizio della civiltà, la storia e la geografia, la religione e la cultura. Non solo le nostre. Il Mediterraneo, spiega Matvejevic in quella che rimarrà la sua opera migliore, contiene il Cristianesimo, l’Islam e l’Ebraismo, Sparta e Atene, Roma e Costantinopoli, Alessandria e gli arabi, le Crociate e il Rinascimento. Il Mediterraneo si rivela “un mondo a sé” e contemporaneamente “il centro del mondo: un mare interno, una terra intorno al mare”...

Nautilus n. 23 - Maggio 2023


Elogio della scarsità

di Fabio Canessa

“Se ciò che hai/ fosse quello che ti resta/ da un naufragio/ sopra un'isola deserta.../ Grideresti di gioia/ di
avere una coperta,/ di avere pelle addosso/ ed un bottone d'osso/ e un berrettino rosso,/ una cannuccia,/
un temperino nelle tue mani”.

Così Renato Rascel esaltava la scarsità in una canzone degli anni Settanta ispirata al Padre Brown di Chesterton, un autore convinto che la felicità e la cultura siano nemiche
dell’abbondanza. La gioia della conquista rispetto alla noia di avere tutto, il piacere della scoperta rispetto alla paralisi di trovarsi impacciati di fronte a pareti fitte di libri, dischi e dvd. 
La rete è una miniera infinita di testi, film e musiche a nostra disposizione: solo le canzoni che possiamo trovare su Internet sono più di 30 milioni ed è stato calcolato che, per ascoltarle tutte, dovremmo campare 228 anni senza mai dormire e
sempre con l’orecchio incollato al web. 
Le opere d’arte che i grandi musei italiani, dagli Uffizi a quelli di arte contemporanea, non possono esporre per mancanza di spazio e giacciono invisibili nei magazzini sono quasi
5 milioni...

Nautilus n. 22 - aprile  2023

C'è tuo qui? Il limite dei confini 

 di Fabio Canessa

Romolo traccia col piede la linea del pomerio della città che sta per fondare, Remo per dispetto la attraversa e il fratello gli tira una sassata nel cervello lasciandolo stecchito. La nostra storia comincia così: la nascita dell’Occidente inizia con un fratricidio per motivi di confine.
Più allegra la disputa tra Totò e Fernandel nel film “La legge è legge”: i due vivono in un paesino di frontiera dove un albergo ha la cucina in Italia e le camere in Francia.
Sembra una trovata assurda e invece esiste una situazione così anche nella realtà: Baarle è una cittadina divisa a metà tra Belgio e Olanda, dove il confine passa in mezzo a una casa. Il portone è uno, ma a destra ha il numero 19 della olandese via Loveren e sulla sinistra il numero 2 della belga via Hertog: gli abitanti hanno la cucina in Belgio e il salotto in Olanda. 
Entrambe le bandiere fanno bella mostra di sé di fronte al palazzo. 

Nautilus n. 21 - marzo 2023

Blackwater, una saga fluviale         

di Fabio Canessa

L’acqua è all’origine della vita: Talete, il primo dei filosofi, la giudicava l’ἀρχή, cioè il principio primo, della realtà. Così come è all’origine delle grandi civiltà e città: il Nilo ha prodotto l’Egitto, il Tigri e l’Eufrate la Mesopotamia, il Tevere Roma, la Senna Parigi, il Tamigi Londra e l’Arno Firenze. Ma è anche all’origine della grande letteratura: l’Odissea di Omero e l’Eneide di Virgilio raccontano due viaggi avventurosi attraverso il Mediterraneo; per dare un’idea della imprevedibile casualità della vita Giovanni Boccaccio scrive la novella di Landolfo Rufolo nel Decameron, mentre il più grande romanzo americano è “Moby Dick” di Herman Melville.
Sacra generatrice di vita nei film di Marco Ferreri e minacciosa portatrice di morte nei naufragi di Gericault o con lo squalo di Spielberg, l’acqua è protagonista bifronte di “Blackwater”, una serie romanzesca scritta da Michael McDowell alla fine degli anni Ottanta e solo adesso tradotta in italiano per l’editore Neri Pozza.
Ambientata a Perdido, una cittadina dell’Alabama alla confluenza di due fiumi, la storia si incentra sull’improvvisa apparizione dalle acque della bellissima Elinor, creatura aliena saggia e terribile, metà donna metà mostro fluviale.

Nautilus n. 20 - febbraio 2023

Supereroi vulnerabili e forti 

 
di Fabio Canessa

Sbaglia chi prende sottogamba i film dei supereroi, convinto che siano solo dei giocattoloni rivolti a un pubblico di ragazzini nerd o caciaroni. Tra mezzo secolo questi saranno ricordati come gli anni del cinema Marvel, un universo, anzi ormai un multiverso, complesso e articolato, dove si intersecano con intrecci sofisticati le vicende dei vari supereroi, con rimandi continui tra i film (circa una cinquantina, di cui almeno un terzo di qualità molto alta) e le serie (spesso sorprendenti, come “Wanda Vision” e “Loki”). Altro che blockbuster stereotipati, il vero cinema di ricerca dei nostri tempi è proprio questo, come dimostra, per esempio, il cartoon “Spiderman un nuovo universo”, premiato con l’Oscar.
I supereroi sono gli unici personaggi dell’immaginario contemporaneo capaci di rispecchiare l’identità fragile, inquieta e sfaccettata dei giovani di oggi. Solo chi non ha mai letto un fumetto della Marvel né visto uno di questi film può pensare che agli adolescenti piacciano Spiderman e gli Avengers perché sono invincibili: al contrario, i ragazzi si identificano in loro perché sono vulnerabili

Nautilus n. 20 - febbraio 2023

Un luogo senza luogo immaginava...

di Patrizia Lessi 


È grazie all'albero sul cui tronco tagliato aveva edificato anni prima il letto matrimoniale che Odisseo si rivela a Penelope, fino a quel momento incerta sulla sua identità.  Soltanto loro conoscono la storia della  camera interamente costruita attorno a un ulivo sfrondato e livellato per divenire la base di un talamo nuziale. Prima è con un ramo di ulivo che Ulisse acceca Polifemo ed è con una zattera fatta di tronchi che l'eroe omerico abbandona l'isola di Calipso.  Un ramoscello di ulivo consente ad Atena di conquistare il favore dei fondatori della futura città. Olive ed olio sono i doni identitari della città di Atene. Ma la Grecia propone molti miti in cui negli alberi si onorano le virtù umane, dall'altruismo di Filemone e Bauci premiati da Giove e Mercurio con la metamorfosi in quercia e tiglio uniti per il tronco, allo spirito indomito di Dafne che Ovidio descrive trasformarsi in alloro pur di fuggire alla brama di Apollo. 

Nautilus n. 19 - gennaio 2023

L’albero nella poesia: da Virgilio alla Shoa

 di Fabio Canessa                     

L’albero più famoso della letteratura italiana è quello sul quale sale il dodicenne Cosimo per non mangiare le lumache servitegli a pranzo dai genitori e dal quale non scenderà più, trascorrendo l’intera vita a spostarsi da un albero all’altro. È “Il barone rampante” di Italo Calvino, del quale si celebra quest’anno il centenario della nascita, e si tratta di un albero illuminista, del Settecento razionale. Invece gli alberi nell’immaginario letterario, pittorico e cinematografico rimandano per lo più a una dimensione prima bucolica (il grande faggio del Titiro di Virgilio) e poi romantica (il querceto spettrale di Caspar David Friedrich), fuse dalla poesia di Giovanni Pascoli. 

Nautilus n.13/14 Luglio/Agosto 2022


Il porto dell'immaginario

di Fabio Canessa


Se la navigazione è da sempre metafora del viaggio della vita, il porto non può che esserne l'approdo finale. Non solo e non tanto come placida rappresentazione della vecchiaia e della morte, ma soprattutto come esito, chiusura perfetta. Arrivare in porto significa soprattutto raggiungere l'obiettivo: dal momento che l'esistenza si configura come un percorso avventuroso gravido di minacce e di dolori, durante il quale la fragile navicella sulla quale viaggiamo rischia di naufragare, la vista del porto già ci riempie di gratificazione, facendoci intravedere la salvezza. Il porto è sinonimo di protezione, di liberazione dagli affanni e dai disagi di chi si sforza di mantenere la rotta durante la tempesta. Chi non salpa non vive, chi non ha il coraggio di tentare l'avventura per mare si priva delle emozioni di stare al mondo, impedendosi di conoscere se stesso e l'universo che lo circonda...