Un piccolo grande mare

Intervista a David Abulafia

di Monica Pierulivo

“Il grande mare” di David Abulafia, professore emerito di Storia del Mediterraneo all’Università di Cambridge è stato pubblicato nel 2011 e tradotto in 11 lingue. Si tratta di una grande opera di oltre 600 pagine pubblicata per la prima volta in Italia da Mondadori nel 2013, che offre un ampio affresco sui maggiori eventi che nel corso dei secoli hanno plasmato la geopolitica dell’antico “Mare nostrum” romano, dall’antichità fino al 2010, parlando delle persone che lo hanno attraversato e che ne hanno abitato le coste, i porti, le isole. Il tema principale è il processo attraverso il quale il Mediterraneo si è costituito in un’unica area commerciale, culturale e politica (almeno sotto i romani), e il modo in cui questi periodi d’integrazione sono sfociati in violente disintegrazioni, segnate da conflitti e pestilenze.

    Piombino è una piccola città al confine tra il mar Tirreno e il mar Ligure, che, nonostante le sue dimensioni, ha svolto un ruolo significativo per la storia del Mediterraneo soprattutto per la sua posizione strategica e per la vicinanza all’isola d’Elba. Questo a partire dall’antichità con Populonia, unica città etrusca costruita sul mare. Inoltre, se guardiamo al XV secolo, a Piombino è vissuta Simonetta Cattaneo, musa ispiratrice del Botticelli, che ha sposato Marco Vespucci, cugino di Amerigo, famoso navigatore. Un piccolo Stato in questo mare occidentale che è riuscito a sopravvivere per oltre 400 anni anche se sotto la protezione di diverse potenze straniere.
 In riferimento alle ricerche che ha svolto e che ha pubblicato su questa piccola Città Stato della Toscana, come può spiegare questo fenomeno?
 
Ho svolto diverse ricerche su Piombino alcuni anni fa da cui sono scaturiti articoli dedicati proprio a questi temi. Ero interessato ai documenti che erano stati pubblicati nel XIX secolo dal grande arabista siciliano Michele Amari e che riguardavano alcuni trattati tra Piombino e Tunisi tra il ‘300 e il ‘400; mi domandai quali potessero essere i rapporti diplomatici di una piccola città come Piombino con le altre potenze e misi in evidenza il tentativo da parte degli Appiani di trasformare questa città in una nuova Pisa, prima che Pisa fosse conquistata dai fiorentini.
Il ruolo strategico di Piombino dipendeva in gran parte dalle possibilità di sfruttamento delle risorse locali come il ferro dell’Elba e non solo. La sua posizione era così ambita anche perché legata alle possibilità di controllo delle acque intorno all’isola d’Elba e lungo la costa Toscana, tra l’Italia e la Corsica. Quest’ultima fu, anche se per un breve periodo, un obiettivo importante.
Ma per fare questo, il piccolo Stato aveva bisogno di qualcuno che lo sostenesse, per questo intratteneva relazioni speciali con i Genovesi e soprattutto con i re di Napoli, in particolare con Alfonso d’Aragona che fu un protettore di questo piccolo Stato. Ho scritto molto sui re di Napoli e questo ha portato il mio interesse verso la storia del Mezzogiorno in questo periodo.
Il tema proposto è interessante e, come spesso si scopre, non è un fenomeno nuovo in quel contesto.
Populonia è stata l’unica città etrusca costruita sul mare, le altre città etrusche infatti si trovano più all’interno e non sono sulla costa. Già in questo periodo sono importanti le relazioni con le isole mediterranee, non solo con l’Elba ma in particolare con la Sardegna. A dimostrazione del fatto che le relazioni e i traffici che troviamo avviati nel XV secolo erano presenti già 2000 anni prima.

       Quali erano le relazioni di Piombino con la parte orientale del Mediterraneo, con l’Adriatico ad esempio?
Non erano molte perché Piombino aveva una flotta molto piccola. Si trattava di una piccola città nel Mediterraneo occidentale, ma le sue relazioni con Tunisi sono affascinanti perché cercavano di ricostruire relazioni che Pisa una volta aveva stretto usando anche alleanze con i Genovesi. Ci sono documenti preziosi e importanti conservati negli archivi che mi hanno consentito di indagare il tema; mi riferisco in particolare a quelli raccolti e documentati dallo storico locale Romualdo Cardarelli, il cui archivio è conservato a Piombino. Circa 15 anni fa ho avuto l’opportunità di consultare direttamente i suoi documenti alla biblioteca Falesiana e all’archivio comunale di Piombino e sulla base di questo ho scritto tre articoli su questi temi.
Si tratta di un progetto che mi piacerebbe continuare per esplorare ulteriormente l’importanza di queste piccole città in relazione alle loro dimensioni. Alcuni di questi piccoli Stati vengono per lo più ignorati, mentre invece hanno un’importanza enorme per le relazioni che intrattengono. è con Alfonso d’Aragona che Piombino diventa per un periodo un luogo significativo per la sua posizione strategica dal punto di vista geopolitico.

     Come mai nel suo libro il Mediterraneo viene definito come “Il grande mare”?
É un mare che ha avuto molti nomi: il “Mare Bianco” dei Turchi, il “Mare di mezzo” di cui parla lo storico britannico John Julius Norwich, che ha scritto una storia del Mediterraneo. Il nome “Grande mare” appare talvolta nelle fonti greche antiche ma in particolare fu usato nella Bibbia, dove si parla proprio del Grande mare da non confondere con il Mar Rosso, che all’epoca era conosciuto, così come probabilmente era conosciuto l’Oceano indiano. Gli antichi guardavano però alla grandezza del Mediterraneo perché questo rappresentava la parte più significativa del loro mondo e per questo lo definivano così.
Concludo con un punto sul quale mi interrogo ancora oggi: nel Medioevo i Genovesi, i Veneziani così come anche Piombino, consideravano il Mar Nero come il Mare Maius il Greatest Sea e io ancora mi interrogo su questo fatto e sul perché fosse considerato tale.
 
      Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa. Questa mescolanza di culture, scambi, incroci può costituire un modello per un’Europa che non si rassegni all’omologazione? Può il Mediterraneo aiutare l’Europa a ritrovare sé stessa, per capire il suo genius loci in quanto luogo d’incontro di diversità e assumere le diversità come un fattore positivo e di sviluppo e non di debolezza?
Questo mi ricorda un grande dibattito tra gli storici, sia che lo si guardi dalla prospettiva dell’unione che della disunione. Io tendo più verso la disunione e di questo mi sono occupato affrontando il tema dell’identità del Mediterraneo l’anno scorso a Catania nell’ambito dell’European Citizens Festival. Credo che non sia un termine molto utile quello dell’identità mediterranea, se si pensa soltanto alle grandissime varietà e diversità delle più tipiche caratteristiche mediterranee come il cibo, la cucina. Solo all’interno dell’Italia incontriamo tante varianti e differenze e la facilità e la frequenza degli scambi culturali ai nostri giorni aumentano queste contaminazioni. A questo si unisce il fenomeno dell’omologazione. Se immaginiamo di camminare per Firenze, non nella parte vecchia ma nella parte commerciale, alla moda, è difficile capire dove ci troviamo, potremmo essere indifferentemente a Firenze, a Siviglia o nel Nord Europa, stessi negozi, stessi oggetti. Si tratta di un fenomeno legato alla globalizzazione che non riguarda solo il Mediterraneo. Personalmente sono dispiaciuto  dell’inevitabile erosione e scomparsa di alcune delle tradizioni locali tra le più genuine che sono peculiari dei luoghi. Mi rattristo anche quando queste tradizioni diventano meri spettacoli turistici. Penso ad esempio alla famosa corsa dei tori a Pamplona in Spagna che si è svolta proprio in questi giorni. Ormai è diventata solo un’attrazione turistica. 

     Il Mediterraneo si può ancora chiamare mare in un sistema in cui rappresenta fondamentalmente una congiunzione con l’oceano Atlantico tramite lo stretto di Gibilterra e con l’oriente tramite il canale di Suez e l’oceano Indiano?
 Ci sono stati cambiamenti significativi che risalgono a circa un secolo e mezzo fa, con l’apertura del Canale di Suez quando il Mediterraneo divenne un distretto britannico, un semplice passaggio per l’impero britannico senza un interesse specifico per questo mare. Ciò fu determinante per capire il cambiamento nel posizionamento di quest’area nel mondo globale. Ma possiamo andare anche più indietro, alla scoperta dell’America e alle rotte commerciali legate alla presenza di flotte nel Mediterraneo, comprese le navi che commerciavano con il Portogallo. Al termine del XVI secolo il Mediterraneo iniziò a perdere il suo primato nel traffico marittimo dell’Europa occidentale con i mercanti atlantici che spaziavano ormai su altri mari, dall’Olanda al Brasile alle Indie orientali, dall’Inghilterra a Terranova. A segnare l’inizio del declino del “grande mare”, più che la scoperta di nuove rotte oceaniche verso le vecchie e nuove Indie fu la situazione di conflitto tra l’Impero Ottomano e i vari regni e potentati occidentali.
Non era stato così nell’antichità e nel Medioevo, quando, per le popolazioni che ci abitavano, il Mediterraneo rappresentava il centro del mondo esistente. Negli ultimi cinque secoli ma in particolare dal XIX secolo, abbiamo assistito quindi a un’erosione di questa centralità, soprattutto per ragioni geo-politiche.
Adesso ci sono molte più grandi opportunità economiche attraverso l’oceano Atlantico, l’oceano Indiano, così nel corso dei secoli il ruolo centrale del Mediterraneo è diminuito gradualmente.
Incidono le relazioni con l’Atlantico e anche la rinnovata importanza del Mar Nero, i rapporti con i Russi che stanno cercando di crearsi un’apertura all’interno del Mar Mediterraneo attraverso il Mar Nero per il loro disegno geopolitico.
 
      Oggi e anche in futuro sarà sempre più importante il controllo delle risorse energetiche sotto il mare e l’affermazione delle “Zone esclusive economiche” che possono estendersi fino a 200 miglia dalle coste, potrebbero mettere a rischio i confini degli altri Paesi. Il Mediterraneo è un grande mare ma anche un piccolo mare. Qual è la chiave per far convivere tutte le ambizioni? C’è secondo lei una politica comune, una visione su questo tema? Il Mediterraneo sembra diventare sempre più frontiera?
La domanda pone il tema del controllo delle aree marine. È una questione aperta che risale al XVII secolo, ancora una volta l’inquadramento storico è importante e necessario, ma ora stiamo assistendo ad ambizioni di sovranità legate allo sfruttamento delle risorse sotto il mare, come petrolio e gas, e lo abbiamo visto appena due mesi fa con l’accordo sorprendente tra Israele e Libano in cui incredibilmente i due Stati si sono parlati dopo lungo tempo e hanno comunque raggiunto un accordo che è più favorevole al Libano. Questo non risolve il problema con l’Egitto e comunque possiamo vedere quanto sia pericolosa la situazione, anche per le questioni irrisolte sui confini marittimi tra Turchia, Grecia e Ciproche hanno ancora questioni molto difficili da risolvere, tra Spagna e Marocco per il predominio su Ceuta. Tutte queste aree possono generare di volta in volta delle tensioni serie. Se questo può consolare, c’è ancora la Nato che impedisce lo svilupparsi del conflitto tra Grecia e Turchia in questo momento, essendo due Paesi che appartengono allo stesso tetto. Considerando la battaglia per controllare le risorse in ambito marino comunque è un grande problema Inoltre tra le varie criticità non possiamo tralasciare la questione migranti che molti mettono in relazione con le altre problematiche economiche e di cui noi dovremmo comunque prenderci cura. Si veda il caso di Lampedusa e Pantelleria dove ci sono acque territoriali ma che in realtà avvantaggiano coloro che vogliono fermare le barche dei migranti. Si tratta pertanto di un quadro complesso e di una situazione di grande fragilità.
Concordo sul fatto che non ci sia allo stato attuale una visione comune su quest’area e sul rischio che possa diventare una frontiera.
Il “Grande Mare” continua ad essere teatro di incontri ma anche scontri tra culture, religioni e idee.
 
     Qual è la mappa, tra quelle conosciute, che per lei meglio rappresenta l’area mediterranea?
É una domanda interessante. La mia preferita è una mappa conservata alla British Library, datata a Maiorca intorno al 1340 che mostra l’intero Mediterraneo e che fu usata come Portolano. Potrebbe essere stata usata da un Capitano di una barca ma probabilmente no, altrimenti non sarebbe sopravvissuta. I suoi fantastici dettagli non solo di ogni città, ma di ogni piccolo promontorio, di ogni piccolo punto e luogo dei quali vengono riportati i nomi lungo le coste dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia la rende estremamente preziosa e unica. Se progettassimo una mappa moderna non ci sarebbe tanta differenza, nonostante l’Italia sia spinta un pochino verso Est. Inoltre è una bellissima rappresentazione delle isole ed è molto interessante perché pone il Mediterraneo al centro di un mondo molto grande, 
è riconoscibile l’entrata nel mar Nero, nell’Atlantico, la parte iniziale del Mar Rosso dipinta appunto di rosso.