Identità e metamorfosi: il potere dei classici

Intervista a Sacha Naspini

a cura di Monica Pierulivo

Sacha Naspini (1976) è uno degli autori italiani più intensi e riconoscibili della narrativa contemporanea. Originario della Maremma, ha pubblicato romanzi che spaziano dal realismo feroce al gotico rurale, fino alla riflessione psicologica più sottile. Tra i suoi libri più noti figurano Nives, Le Case del malcontento, Ossigeno e Villa del seminario, opere che hanno confermato la sua capacità di indagare le zone d’ombra dell’identità umana, le dinamiche delle comunità, i segreti familiari e le contraddizioni del presente. La sua scrittura unisce ritmo narrativo, profondità emotiva e uno sguardo lucidissimo sul comportamento umano. In questa conversazione, Naspini riflette sul ruolo dei classici oggi, analizza l’attualità del Conte di Montecristo e mette in relazione questi temi con la sua produzione letteraria.
 
Qual è la funzione della letteratura oggi, soprattutto dei classici?
Difficile dirlo in poche parole. I classici sono posti magici, che trascendono il proprio tempo. Hanno la capacità di parlare a epoche diverse, fotografando temi universali. Un libro scritto nell’Ottocento o nel 2000 prima di Cristo può indicare dinamiche che appartengono al presente, nonostante i cambiamenti epocali. La funzione della letteratura sta proprio qui: a parte le trasformazioni della cornice, restiamo creature nude, attraversate dalle stesse paure, dagli stessi desideri, dalle stesse contraddizioni.

Il Conte di Montecristo è un esempio potente di questo?
L’ho letto per la prima volta da giovanissimo, nella versione ridotta per ragazzi. Quest’anno mi sono fatto coraggio, prendendo in mano l’edizione integrale – lasciarlo andare è stato un lutto.
Di solito, pensando al Conte di Montecristo, ci si concentra sul tema dominante della vendetta. In realtà è solo il contenitore di molte altre categorie: la giustizia, per dirne una, e le sue forme. Volendo attualizzare questo aspetto, penso alla giustizia personale, mediatica, istituzionale. Guardato con gli occhi di oggi, il romanzo sembra perfino parlarci dell’era dei social come luogo di esecuzioni sommarie: basta una voce, un sibilo di vento, e sei marchiato. Solo per un fare un esempio.

C’è anche il tema dell’identità…
Edmond Dantès cambia pelle molte volte: marinaio, prigioniero, conte. È un percorso di trasformazioni continue, senza contare i giochi di specchio e i rovesciamenti che coinvolgono gli altri personaggi di questa storia. Il Conte di Montecristo è il risultato di tante metamorfosi. In termini moderni, potremmo addirittura dire che Dantès è un maestro ante litteram di personal branding… Il romanzo nasce da una congiura, ed è attraversato da dinamiche di potere: lobby, interessi economici, verità che non bastano quando l’apparato decide altro. Guardato dalla nostra prospettiva, è sorprendentemente attuale: fake news, manipolazioni, concentrazioni di potere. Sempre a proposito di dinamiche universali ricorrenti.

Nel romanzo si parla anche di ricchezza e disuguaglianze.
Sembra quasi una parabola sul capitalismo: la ricchezza nascosta di Edmond Dantès richiama le élite economiche globali. Ovvero, un potere invisibile, che agisce nell’ombra, e che può permettersi di intervenire sulle vite altrui senza esporsi. Il denaro diventa uno strumento di giustizia privata, ma anche un acceleratore delle disuguaglianze, appunto. C’è una distanza netta tra chi può permettersi una seconda possibilità, una redenzione o una vendetta ben orchestrata, e chi invece resta schiacciato dalle circostanze. Chi possiede le risorse, non controlla solo il presente, ma il destino degli altri.

C’è anche il tema della libertà.
Una libertà che nasce dalla sua negazione. Il carcere, nel romanzo, è il luogo del cambiamento. Dantès fugge da Château d’If – scena clamorosa, quella del sacco; e Faria sarà sempre nei nostri cuori – completamente trasformato dopo quattordici anni di ingiusta reclusione. La solitudine estrema, capace di modificare radicalmente la percezione di sé e del mondo… Edmond fugge dalla prigionia accecato dall’ira e con una mappa del tesoro. Ha avuto la possibilità di usare quel tempo per prepararsi. Compie un suo “percorso di riabilitazione”. Cosa che, sempre per mettere giù un ponte con il presente, spesso le carceri di oggi non fanno. Si limitano a punire. Non c’è quasi mai un Abate Faria nella cella accanto, pronto a riparare alle mancanze dello Stato, fornendo nuove opportunità.

Se dovessi scegliere un tuo libro per attualizzare questi temi?
Le Case del malcontento. C’è dentro un po’ di tutto: vendetta, rancore, amori impossibili, tradimento, segreti inconfessabili, famiglia, supplica di perdono, vite ferme in cerca di riscatto… In quella storia (in quelle storie) il passato non passa mai davvero: continua a lavorare sotto, determinando i comportamenti dei personaggi e il modo in cui si guardano, si giudicano. L’identità, in questo senso, non è qualcosa di individuale, ma un fatto profondamente sociale, costruito dentro una rete di aspettative e silenzi.

Il tema dell’identità ricorre anche nel Conte di Montecristo: un viaggio di trasformazione.
Il conte di Montecristo non racconta soltanto una vendetta o una rinascita, ma una lunga educazione alla consapevolezza. Dantès sperimenta molti profili. Come suggerendoci che l’identità non è un dato acquisito, ma un processo. Nel senso: non siamo ciò che siamo stati (anche), né ciò che crediamo di essere (anche). Siamo quello che continuiamo a diventare.