I Parchi della Val di Cornia

Ascesa, declino e speranze di un progetto territoriale

 
Intervista a MASSIMO ZUCCONI

di Monica Pierulivo

 
1.  Il sistema dei Parchi della Val di Cornia affonda le sue radici nella pianificazione coordinata tra i Comuni di Campiglia M., Piombino, Sassetta, San Vincenzo e Suvereto e prende forma con la costituzione della Società mista pubblico-privata Parchi Val di Cornia Spa nel 1993. Da subito si configura come un progetto fortemente innovativo, come è nato e quali erano gli aspetti innovativi che lo caratterizzavano?
A metà degli anni ’70 del secolo scorso la Val di Cornia era caratterizzata dalla monocoltura siderurgica e la popolazione tendeva a concentrarsi nella città di Piombino.
È in quello scenario che prese forma l’esperienza dei piani regolatori coordinati con l’obiettivo di riequilibrare il rapporto tra coste e colline per contenere lo spopolamento delle aree interne e ridurre l’inurbamento lungo le coste.
Dal punto di vista economico l’obiettivo era la diversificazione. Il sistema dei parchi fu una delle leve fondamentali di quella strategia. Era contemporaneamente un progetto culturale, territoriale ed economico. Per attuarlo i Comuni dovevano agire uniti e per questo si dotarono di una società strumentale. Alla luce di ciò che è accaduto nei decenni successivi si può affermare che ebbero grande lungimiranza politica, volontà di cooperazione istituzionale e capacità innovativa.   

2. C’è stata nel tempo, da parte degli enti locali, una forte progettualità e capacità di attrarre finanziamenti. Oggi non è  più così. Cosa è successo?
La maggior parte degli interventi nei parchi sono stati realizzati tra il 1993 e il 2007. Allora la società Parchi agiva per conto del Circondario (la forma associativa di cui si erano dotati i Comuni) con ampia autonomia operativa. Curava le progettazioni, valutava le priorità degli interventi e la sostenibilità economica della gestione. L’obiettivo non era quello di realizzare singoli parchi o musei, ma il sistema territoriale nel suo insieme. Agli occhi dei finanziatori, in primis l’UE, il suo prestigio crebbe per tre ragioni sostanziali: attuava un progetto culturale di area vasta, garantiva la sostenibilità dei servizi e contribuiva alla diversificazione dell’economia in un’area che, a partire degli anni '90, fu segnata dalla crisi della siderurgia. Dopo lo scioglimento del Circondario, nel 2010, ha prevalso invece il rapporto bilaterale tra i singoli Comuni e la società Parchi. È per queste ragioni che non riescono più ad elaborare progetti sistemici e ad intercettare finanziamenti come in passato.   

3. Negli anni sono stati fatti molti interventi e investimenti, per quanto riguarda il parco archeologico di Baratti e Populonia e quello archeo-minerario di San Silvestro attivando collaborazioni importanti con Università, Soprintendenza, Ministero. Qual è stato il legame con il mondo della ricerca e della formazione?
Alla base dei successi c’è stato lo stretto collegamento tra pianificazione urbanistica, ricerca scientifica, tutela e valorizzazione. Per realizzare il secondo lotto del parco di Baratti e Populonia, ad esempio, lavorarono insieme, su un progetto di ricerca condiviso, la Soprintendenza archeologica, cinque università italiane e la stessa società Parchi. Il giorno in cui terminarono gli scavi, nel 2007, le aree furono aperte al pubblico ed incluse organicamente nel sistema culturale. Oggi i Comuni tornano invece ad agire separatamente, con azioni frammentate anche nel campo della ricerca, senza coordinamento e senza garanzie per la gestione unitaria dei beni. E’ un arretramento politico-amministrativo destinato a mortificare la stessa ricerca scientifica, a ridurre le ricadute sociali e a marginalizzare il ruolo della società Parchi.

4. Oltre ai parchi a carattere culturale ci sono poi quelli in cui prevalgono gli aspetti naturalistici, come a Rimigliano, Sterpaia, Montioni, Poggio Neri. Qui come ci siamo mossi e con quali risultati?
Il sistema dei parchi unisce in modo indissolubile storia e natura perché insieme configurano il paesaggio culturale di questa parte della Maremma. All’inizio Comuni e società Parchi si sono mossi in questa direzione, ma con il tempo la componente naturalistica è stata colpevolmente trascurata. I parchi naturali della costa (Rimigliano e Sterpaia) sono oggi considerati prevalentemente per la loro funzione balneare e per le entrate dei parcheggi che i Comuni di Piombino e San Vincenzo incamerano nei propri bilanci. I parchi naturali di Montioni e Poggio Neri sono stati colpevolmente dimenticati. I fatti dicono che nei Comuni si è ridotta la sensibilità per il patrimonio naturale e per la sua valorizzazione sistemica.  E’ in questo scenario che nel 2020 è maturata la decisone del Comune di San Vincenzo di sottrarre il parco di Rimigliano dalla gestione unitaria e nel 2021 quella del Comune di Piombino che, con il piano strutturale, ha previsto un insediamento turistico-ricettivo nel  bosco della Sterpaia sospendendo anche la proposta di inserirlo tra le “riserve naturali regionali” per timore di non poterlo attuare. E pensare che la Sterpaia ha anche un elevato valore simbolico dopo lotta ventennale contro l’abusivismo edilizio.

5. In alcuni casi si sono evidenziate criticità nella convivenza con attività preesistenti, come nel caso del rapporto tra il parco arche-minerario di San Silvestro e le cave di Campiglia, problemi che a tutt’oggi non sembrano risolti. Come sono state affrontati?
Il percorso dei parchi è costellato di contraddizioni. Il caso del parco di San Silvestro (insieme a quello di Rimigliano ridotto ormai alla sola fascia costiera) è uno dei più eclatanti. Quando il Comune di Campiglia, negli anni ’90, decise di realizzare il parco, lo fece respingendo la pressione della società proprietaria che in quelle aree chiedeva di aprire cave in sostituzione delle miniere dismesse nel 1976. Allora su Monte Calvi era attiva solo la cava di proprietà delle Acciaierie di Piombino con una concessione comunale che prevedeva di scavare 4,8 milioni di metri cubi di calcare per le sole necessità del ciclo siderurgico locale con scadenza al 2014. Invece dopo l’apertura del parco, nel 1996, il Comune ha autorizzato la libera vendita del calcare sul mercato, la cava è stata scorporata dalla proprietà delle Acciaierie di Piombino e ceduta ad altri proprietari, il Comune ha autorizzato altri 4 milioni di metri cubi di escavazioni ed ha prorogato le concessioni fino al 2026 e la Regione fino a oltre il 2040. I tentativi dell’attuale amministrazione di ottenere compensazioni dalla cava non cancellano la storia di questa vicenda segnata da cedimenti e conflitti che dovevano essere evitati.

6. Come I parchi della Val di Cornia sono diventati un caso nazionale, dimostrando che l’investimento in ambiente e cultura non è solo un costo, ma un fondamentale fattore di sviluppo? Quale è stato il modello di gestione che ha permesso il successo del progetto?
Qui è stato dimostrato che la visione sistemica dei beni culturali e naturali può generare nuove economie e riorientare lo sviluppo. Ha dimostrato anche come la gestione integrata di beni naturali capaci di generare maggiori entrate (come i parchi naturali sulle coste) e di beni culturali deboli (come i musei) consenta una maggiore sostenibilità dei processi di valorizzazione. Nel 2007 la società Parchi raggiunse il 99,68% nel rapporto ricavi/costi divenendo un punto di riferimento nazionale. Un risultato che non aveva tolto nulla alla tutela dei beni, tant’è che nel 2008 il sistema dei parchi fu candidato unico italiano per il premio europeo per il paesaggio. Quel risultato poteva migliorare, invece è stato vanificato dai Comuni che hanno sottratto dal bilancio della loro società le entrate generate dalle aree di sosta dei parchi costieri. Una scelta sbagliata che ha indebolito la società Parchi e l’intero sistema. 

7. Quale può essere in sintesi il bilancio territoriale di questa esperienza in termini di tutela, valorizzazione e integrazione delle risorse culturali e ambientali? Cosa è possibile fare in questa direzione?
La pianificazione territoriale del secolo scorso, non senza contraddizioni, ha rappresentato senza dubbio un argine contro le speculazioni immobiliari nelle zone di maggiore interesse culturale e paesaggistico. Senza quella pianificazione sul promontorio di Populonia sarebbero sorte le ville che oggi vediamo a Punta Ala, sulla costa di Rimigliano ci sarebbero alberghi, nel bosco della Sterpaia sarebbe stato condonato un villaggio turistico abusivo con 2000 costruzioni, le spiagge libere si sarebbero drasticamente ridotte, su Monte Calvi le cave avrebbero frantumato la storia secolare delle miniere, lo spopolamento dei centri collinari sarebbe stato ancora maggiore, così come il consumo di suolo. Pur indebolito, quel disegno resiste tutt’oggi, ma richiede che il patrimonio sottratto alla distruzione sia correttamente valorizzato in forma sistemica per restituire alla comunità benessere e occupazione. Questa era la mission che i Comuni avevano affidato alla società Parchi, ma che progressivamente hanno smarrito. 
Si può ancora fare molto, ma bisogna fare presto. Molte risorse richiedono ancora di essere valorizzate, mentre altre se ne sono aggiunte e sono a rischio. Penso alle straordinarie testimonianze di archeologia industriale, come l’altoforno, che inopinatamente stanno per essere demolite a Piombino. La stessa società Parchi, pur indebolita e disorientata, rappresenta pur sempre un’impresa culturale che ha maturato una straordinaria esperienza e può aiutare lo sviluppo culturale e la rigenerazione economica. Per rilanciare il processo occorre però che i Comuni tornino ad agire unitariamente con una visione strategica di cui oggi, purtroppo, non c’è traccia.