Il sogno di uccidere il tempo: perché la fisica ci ricorda di essere umili

Intervista a Guido Tonelli

a cura di Monica Pierulivo

Guido Tonelli è un fisico delle particelle ed è tra i protagonisti della scoperta del bosone di Higgs al CERN. Accanto all’attività scientifica, svolge un’intensa opera di divulgazione, affrontando temi complessi con uno sguardo accessibile e profondamente umano.

Nel suo libro “Il tempo. Il sogno di uccidere Chronos”, Tonelli esplora il concetto di tempo intrecciando fisica, filosofia e riflessione esistenziale, interrogandosi su come gli esseri umani abbiano cercato, nel corso della storia, di comprendere e in qualche modo “superare” lo scorrere del tempo.

Per iniziare, ci può spiegare il titolo del suo libro: Il tempo, il sogno di uccidere Chronos?

La questione del tempo ha intrigato da sempre filosofi, pensatori, artisti o uomini di chiesa. In realtà nasconde una specie di sogno: l’idea che tutti noi, consapevoli del fatto che prima o poi ci aspetta una fine, riflettiamo sul tempo in relazione alla finitezza della nostra vita terrena. Gli esseri umani, nel corso della loro esistenza, non resistono alla tentazione di sognare di vincere chronos, di fermare lo scorrere del tempo. Lo si può vincere con la fede, immaginando una vita eterna; con l’arte, con la scienza, costruendo opere meravigliose, che ci sopravvivono, come le grandi piramidi, o come nuove teorie scientifiche.

È questo il motivo per cui ho scelto questo titolo. La questione del tempo riguarda tutti. Ognuno di noi, prima o poi, in qualche modo, in qualche forma, ha riflettuto sullo scorrere del tempo.

Nel suo libro, l’idea intuitiva del tempo come lineare e universale viene messa in discussione. Quanto c’è di reale nel tempo e quanto è legato alla nostra percezione?

Sì, sono due cose diverse. Non si deve dimenticare che noi siamo scimmie antropomorfe: la nostra percezione del tempo è quella di una specie animale che per millenni ha avuto bisogno, come molte altre, di percepire lo scorrere del tempo come strumento di sopravvivenza.

Immaginiamo la vita dei nostri lontani antenati: dovevano avvicinarsi a una pozza d’acqua quando non c’erano predatori, oppure raggiungere una radura nascosta nel periodo in cui si sapeva che si potevano cogliere frutti maturi. La percezione del tempo era assolutamente necessaria per sopravvivere.

Questo “senso del tempo”, che è posseduto persino da insetti come le api, o come le formiche, non è costruito da un organo specifico. È il cervello nel suo complesso che lo organizza. Raccoglie segnali provenienti dai cinque sensi per confrontarli con quanto è immagazzinato nella nostra memoria, e infine ordina temporalmente gli eventi e cerca di stabilire relazioni di causalità.

Questa concezione del tempo è ancora oggi fondamentale per organizzare le nostre attività ordinarie.

Tutti noi siamo abituati a immaginare una specie di orologio universale, che scandisce il tempo allo stesso modo, ovunque e per tutti, che ci permette di definire un “qui e ora” inequivocabile. Questa concezione del tempo è stata messa a punto più di trecento anni fa, a cavallo del XVIII secolo, quando i più grandi scienziati dell’epoca, come Isaac Newton e i più grandi filosofi, come Immanuel Kant, hanno sviluppato la stessa visione di un tempo assoluto, che scorre imperturbabile e risulta totalmente indifferente a tutto.

La scienza moderna ha messo in discussione tutto questo. Dai primi del ‘900, quando Albert Einstein, con la relatività speciale e generale, ha scoperto che il tempo e lo spazio dipendono dalla velocità e dal campo gravitazionale.

Noi umani non ci siamo mai accorti di questi fenomeni perché ci siamo sempre mossi a velocità insignificanti e non ci siamo mai allontanati troppo dalla superfice terrestre.
Anche quando voliamo a 30.000 km all’ora, come gli astronauti di Artemis, ci spostiamo comunque a velocità ridicole rispetto a quelle della luce. Per questo non abbiamo mai verificato direttamente gli effetti relativistici sul tempo, che sono invece esperienza quotidiana, quando si studia il comportamento delle particelle elementari. Gli elettroni, che sono minuscoli e leggerissimi, possono muoversi a velocità prossime a quella della luce e quando questo succede, gli scienziati che effettuano gli esperimenti scoprono che, per le particelle ultra-relativistiche, il tempo rallenta significativamente.
Allo stesso modo, si è scoperto che il tempo scorre più lentamente in un forte campo gravitazionale e più velocemente lontano da esso, come accade per i satelliti del sistema GPS rispetto alla superficie terrestre.

Questo può mettere in discussione anche l’esistenza del tempo?

Le conferme sperimentali delle intuizioni di Einstein sono innumerevoli. Oggi sappiamo che il tempo è legato indissolubilmente allo spazio, e che assieme costituiscono una nuova sostanza, plastica e deformabile: lo spazio-tempo.

Tempo e spazio possono essere curvati, deformati, come se fossero entità materiali. È una delle conseguenze della relatività generale: costituiscono una sorta di “tessuto sottilissimo” che permea l’universo intero. Il nostro universo non è fatto solo di massa-energia, cioè stelle, galassie, polveri, e ogni sorta di energia, è fatto anche di spazio-tempo deformato, un altro tipo di struttura materiale, molto diverso da quelli che ci sono famigliari, ma fondamentale per capire la nascita e l’evoluzione del nostro universo.

Insomma, per comprendere ciò che accade su scale estremamente piccole, come quelle dei quark e degli elettroni, o su scale cosmiche, vicino ai buchi neri o alle grandi galassie, dobbiamo abbandonare il nostro concetto abituale di tempo assoluto e accettare il fatto che il tempo si comporta in modo molto diverso rispetto alla nostra esperienza quotidiana. 

Perché alcuni scienziati dicono che il tempo è una mera illusione, che in realtà non esiste?

Alcuni scienziati ritengono che il tempo non sia un elemento costitutivo fondamentale del nostro universo. Si tratta di una congettura, elegante e suggestiva, ma che, per ora, non è stata confermata da alcun risultato sperimentale. Dal punto di vista scientifico non si può dire che il tempo non esiste.

Al contrario, abbiamo innumerevoli prove che il tempo gioca ancora un ruolo fondamentale nella struttura più intima del nostro universo.

Oggi viviamo in un’epoca in cui la tecnologia sembra accelerare e frammentare il tempo. È solo una percezione oppure incide sul nostro rapporto con la realtà?

Da circa settecento anni, da quando sono stati costruiti i primi orologi meccanici, abbiamo imparato a misurare il tempo con sempre maggiore precisione. È stato un tentativo di dominarlo.

Ma oggi, pur riuscendo a misurare frazioni infinitesimali di tempo, ci rendiamo conto che invece di dominarlo ne siamo diventati schiavi. La nostra società è organizzata attorno ai “clocks”: una miriade di orologi segna il tempo nei cellulari, negli aerei, nelle macchine utensili, nelle automobili, ovunque.

Paradossalmente, più siamo riusciti a “sezionare” il tempo, più ne siamo diventati prigionieri. Non mangiamo più quando abbiamo fame, né dormiamo quando abbiamo sonno: è l’orologio a stabilire i nostri ritmi di vita.

Viviamo una nuova forma di schiavitù. Anche nel tempo libero non siamo mai davvero liberi: c’è sempre un messaggio, un impegno, qualcosa da fare.

Dovremo prima o poi rimettere in discussione questa ossessione di riempire ogni momento. Abbiamo sempre meno tempo per gli affetti, per le relazioni, e persino per il semplice “non fare nulla”, che è essenziale per la creatività e il benessere.

Fino a dove arriveremo di questo passo?

Questa dinamica inizia già da bambini. Un tempo i bambini giocavano con nulla, talvolta si annoiavano, spesso inventavano nuovi giochi. Oggi hanno mille attività: è quasi proibito annoiarsi.

Eppure è proprio nella noia che nascono le idee. La noia è fondamentale per crescere e pensare, ma oggi si fa di tutto per eliminarla sistematicamente dalla nostra vita.

Come si fa a rallentare il tempo?

Si può fare nei romanzi! Borges immagina di fermarlo nel suo racconto fantastico “Il miracolo segreto” di cui parlo nel mio libro. La storia è incentrata su un autore condannato a morte. Al momento della sua esecuzione, il tempo si ferma, permettendogli di terminare il suo capolavoro, anche se tutto avviene soltanto nella sua mente.

Nonostante tutti i progressi scientifici, la condizione umana è comunque di fragilità. Tutti noi, comprese le persone più ricche e potenti del pianeta, siamo ancora esposti a malattie e incidenti. Non a caso alcuni multi-miliardari stanno accarezzando l’idea di “fermare il tempo”. Finanziano progetti per raggiungere l’immortalità, o per allungare indefinitamente la loro esistenza. È una forma moderna di follia che sembra imperversare soprattutto fra gli individui che hanno accumulato le fortune più strabilianti.

Si potrebbe rallentare il tempo avvicinandosi a un grande buco nero, un oggetto capace di sviluppare un campo gravitazionale talmente mostruoso da rallentare sensibilmente lo scorrere del tempo. Ma, anche se avessimo le astronavi capaci di percorrere le enormi distanze che ci separano dai buchi neri più vicini, non sarebbe consigliabile avvicinarsi troppo. I buchi neri sono gli oggetti più pericolosi dell’universo.

Nella nostra realtà il tempo non può essere fermato: possiamo solo imparare a usarlo meglio. La vera domanda che ci dovremmo porre tutti è: come impieghiamo il tempo, breve o lungo che sia, che abbiamo a disposizione? Cosa posso fare io con il tempo che mi resta? Posso buttarlo via e sprecarlo in attività inutili, o usarlo per qualcosa di importante, per me e per gli altri, come alleviare una sofferenza, creare della bellezza, contribuire alla comunità. Queste sono le scelte che danno senso al nostro tempo.

La prospettiva della fisica può offrire un modo diverso di guardare al limite e alla finitudine?

Sì. C’è una sorta di pregiudizio nei confronti degli scienziati che vengono visti spesso come coloro che sanno tutto e sono privi di limiti. In realtà, più conosciamo le leggi della natura, più dovrebbe aumentare la consapevolezza dei nostri limiti. Nei secoli abbiamo fatto enormi progressi dal punto di vista conoscitivo, ma rispetto alla complessità dell’universo sono solo briciole. È come osservare un meccanismo meraviglioso, senza capirlo davvero.

Più approfondiamo, più ci rendiamo conto della vastità di ciò che non sappiamo. Questo dovrebbe portarci all’umiltà, non all’arroganza.

Anche sistemi apparentemente semplici, come una foglia o un granello di sabbia, diventano straordinariamente complessi se osservati con uno sguardo scientifico e ci fanno capire la bellezza di quello che abbiamo intorno. Non si può quindi avere un atteggiamento arrogante, nei confronti di quanto è stato prodotto in miliardi di anni di evoluzione, secondo le leggi della natura. È necessario essere estremamente rispettosi, umili, facendo attenzione agli equilibri, perché la specie umana è arrivata sulla terra solo da qualche milione di anni. Chi ci dà il diritto di intervenire senza tenere conto di questi equilibri? Sono molto preoccupato, ad esempio, dalle manipolazioni genetiche, che in alcuni casi sono benefiche, ma se poi vengono usate per altri scopi, diventano un’arma terribile che può produrre disastri. Sono meccanismi di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine; il fatto che si siano, almeno in parte, compresi, non vuol dire che si possano dominare. Quindi il senso del limite è fondamentale.

La scienza dovrebbe essere sempre accompagnata da una visione umanistica?

Assolutamente sì. Le conoscenze scientifiche possono anche produrre disastri: basti pensare alla bomba atomica o ai rischi legati a virus artificiali e a crisi ambientali. Non si può separare il progresso scientifico da quello umanistico. Serve una comunità che costruisca regole, valori, senso e responsabilità. Gli scienziati da soli non possono decidere: è necessario il contributo di filosofi, artisti, uomini e donne di cultura.
Oggi vediamo, ad esempio, gli effetti dei social sui più giovani: senza regole adeguate, questi strumenti possono generare conseguenze terribili. 

Serve una comunità di intellettuali, poeti, di uomini e donne che insieme agli scienziati possano costruire le basi per un uso equilibrato degli strumenti più avanzati che abbiamo a disposizione.