Ripartire dal mare e dalle spiagge
Intervista a Rossella Muroni sulla sfida di una nuova politica per le coste
a cura di Benedetta Celati
Rossella Muroni, già presidente nazionale di Legambiente e vicepresidente della Commissione ambiente della Camera, attualmente presidente dell’associazione Nuove Ri-Generazioni, ha incrociato il tema del mare e delle coste da più prospettive: l’esperienza in Legambiente, il lavoro parlamentare sulla SalvaMare – legge 17 maggio 2022, n. 60, recante “Disposizioni per il recupero dei rifiuti in mare e nelle acque interne e per la promozione dell’economia circolare”, che assorbe e rilancia una sua proposta sul fishing for litter – e oggi l’impegno su sostenibilità, comunità e rigenerazione.
Questo numero di Nautilus è dedicato alle spiagge intese come ecosistemi fragili e, insieme, come luoghi dell’economia turistica. Per questo ci sembrava importante sentire la tua voce.
Da giurista, credo sia importante partire proprio dalla SalvaMare: ha una genesi articolata, ma anche un cuore pulsante – il fishing for litter – già contenuto in una tua proposta, poi abbinata al disegno di legge presentato dall’allora ministro Sergio Costa.
La mia prima domanda è quindi un bilancio: a quattro anni dall’approvazione della legge, cosa ha funzionato, cosa resta scoperto e cosa manca ancora per proteggere davvero le coste?
La SalvaMare è stata, dal mio punto di vista, un traguardo fondamentale. È una legge di provenienza ministeriale, ma ispirata nel suo cuore a una mia proposta che in realtà nasce da Legambiente: da parlamentare ho portato alla Camera vent’anni di lavoro mio e delle associazioni ambientaliste. Il merito principale è aver riconosciuto un’importanza strategica alla risorsa mare. Sembra una banalità, soprattutto per un Paese con 8.000 chilometri di coste, ma la verità è che il mare resta il grande assente. Paradossalmente, nonostante quest’ultimo governo gli abbia dedicato un ministero – accorpato a quello della Protezione civile (Ministero per la Protezione Civile e le Politiche del mare), con un criterio che non ho ben compreso – il mare continua a essere misconosciuto. Da questo punto di vista la legge ha avuto un impatto culturale e strategico importante.
Oggi, però, va integrata con urgenza da una governance più sistemica, che superi la frammentazione normativa e metta al centro la trasformazione, la conversione ecologica dei litorali. Dobbiamo uscire dalla logica del mantenimento del danno e passare a una strategia strutturale di prevenzione e di rigenerazione degli ecosistemi: serve uno scatto che ci faccia uscire da una prospettiva puramente difensiva per entrare in una fase di visione.
Il primo problema, concreto, è che mancano i decreti attuativi. La Fondazione Marevivo li chiede da anni, con grande insistenza, perché una legge senza decreti attuativi è lettera morta: senza strumenti, senza stanziamenti finanziari e senza una governance, non c’è alcuna messa a terra. È un nodo che riguarda tante buone leggi nel nostro Paese, varate in Parlamento e poi rimaste sulla carta.
Sul fronte dei contenuti, la SalvaMare va sostenuta innanzitutto con le infrastrutture portuali: finanziare isole ecologiche e centri di raccolta nei porti, per azzerare davvero i costi. E poi bisogna lavorare sulla prevenzione alla fonte. In questo Paese non si riesce ancora a introdurre una plastic tax, né a incentivare l’eco-progettazione degli attrezzi da pesca: sono leve di prevenzione in senso positivo che andrebbero attivate.
C’è poi tutto il tema della gestione delle spiagge. È impensabile immaginare che ogni Comune si faccia un proprio piano spiagge: dobbiamo uscire dalla frammentazione anche qui e ragionare in termini ecosistemici. Dall’Europa, peraltro, arrivano stimoli importanti: con la Nature Restoration Law – la legge sul ripristino della natura (Regolamento UE 2024/1991) – ci siamo impegnati a restaurare entro il 2030 una quota significativa di ecosistemi, tra cui spiagge e coste. Dobbiamo quindi abbandonare una visione provinciale, “tratto di costa per tratto di costa”, e ragionare su un ecosistema unico, con caratteristiche specifiche da regione a regione, ma certo non stabilimento per stabilimento. Serve una strategia generale.
In questa direzione va anche la riforestazione marina, il reimpianto della posidonia oceanica, fondamentale per la mitigazione climatica e l’assorbimento della CO₂: pensiamo sempre alle foreste, agli alberi, ai boschi, dimenticando che anche il mare ha una capacità di assorbimento molto forte, e che la sua “forestazione” può aiutarci moltissimo. Su questo l’Italia ha delle eccellenze, penso al lavoro di ISPRA ed ENEA. Accanto alla tutela del mare va poi messa quella delle dune e degli ecosistemi costieri, perché l’erosione sta accelerando a causa del mutamento climatico.
In sintesi, serve una regia unica nazionale che ci aiuti a superare il conflitto di competenze; serve un fondo nazionale per le coste, un capitolo di bilancio statale e strutturale destinato agli interventi di cui parlavo; e serve continuare a tutelare la natura. Le aree marine protette e i parchi marini vanno sostenuti e calati realmente sul territorio: dobbiamo evitare che restino soltanto sulla carta.
Mi aggancio proprio a quest’ultimo punto, perché in parte la risposta me l’hai già data. Una delle questioni che volevo porti riguarda le biomasse spiaggiate, e in particolare la posidonia. La domanda, un po’ provocatoria, è questa: sono soltanto rifiuti da rimuovere, oppure elementi da gestire con maggiore intelligenza ecologica? Penso ai banchi di posidonia spiaggiata, che spesso vengono trattati come un problema da togliere dalla vista per ragioni turistiche, anche se, in realtà, svolgono una funzione di protezione naturale contro l’erosione. La stessa SalvaMare, del resto, se ne occupa proprio sotto la voce delle biomasse vegetali spiaggiate. Come dovremmo cambiare lo sguardo su questo tema?
È un tema reale perché si lega moltissimo alla dimensione culturale. Il fatto che le persone, quando vedono la posidonia spiaggiata, scrivano al sindaco per protestare perché “il mare è sporco” la dice lunga sull’idea che abbiamo dell’ecosistema marino. In realtà è vero il contrario: la presenza di quella posidonia sull’arenile è un segno di buona salute del mare, perché significa che lì, sui fondali, c’è una prateria viva. È espressione di quell’atteggiamento per cui il mare sarebbe a nostro servizio, un oggetto da sfruttare il più possibile, mentre invece è non solo prezioso ma anche estremamente delicato.
Per questo, sul piano della gestione, ritengo che la posidonia sia un tema importante: bisogna promuovere linee guida nazionali per il mantenimento in loco dei banchi spiaggiati, superando la logica del rifiuto da eliminare. E su questo l’ISPRA lavora moltissimo: abbiamo tutte le competenze e le soluzioni possibili. Quello che manca è la conoscenza, la consapevolezza culturale diffusa – e ho l’impressione che manchi anche nel decisore politico. Ben venga, quindi, una legge come la SalvaMare; ma, di nuovo, senza decreti attuativi rischia di restare lettera morta.
In effetti il problema dei decreti attuativi vale per molti interventi legislativi, ma in questo caso il fattore culturale – sia dal lato dei cittadini sia da quello delle istituzioni – mi sembra davvero dirimente. E proprio da qui nasce un’altra questione: come si tengono insieme la tutela ambientale, il lavoro balneare e il diritto di accesso al mare? Anche qui, in fondo, c’è un nodo culturale. Il tema della posidonia è emblematico, e mi fa piacere che abbia risuonato, ma accanto a quello c’è la dimensione dello sfruttamento economico del mare. La mia impressione è che tutelare l’ecosistema marino dovrebbe essere percepito, anche culturalmente, come un modo per tutelare l’economia del mare: le due cose non sono affatto in conflitto. È un atteggiamento che si potrebbe estendere ad altri campi. Da una voce attenta come la tua mi interessa sapere: come si costruisce la tenuta tra protezione dell'ecosistema e attività economiche legate al mare?
Anche qui abbiamo una direttiva europea, la Bolkestein, che continuiamo a rimandare: come Paese mandiamo la palla in tribuna, con una classe politica che rincorre il consenso — in questo caso quello dei balneari, che sono evidentemente un’ottima lobby, nel senso che sanno fare bene il loro mestiere. Ma non gli stiamo facendo un favore. Perché quello che sta accadendo lungo le nostre coste con i mutamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi — e non parlo solo di trombe d’aria, alluvioni e mareggiate, ma anche di un mare che ormai registra temperature altissime in tutte le stagioni — impone un cambio di passo.
Io credo sia fondamentale una nuova alleanza con i balneari e, più in generale, con chi del mare fa un pezzo della propria economia e del proprio lavoro, legittimamente. Faccio un esempio: quando si ragiona della messa a bando delle concessioni, invece di farsi prendere dall’isteria, sarebbe più utile costruire un sistema di premialità che riconosca quanto i balneari possano essere strategici nella battaglia per la salvaguardia dell’ecosistema costiero e, soprattutto, dunale. Coinvolgerli direttamente in progetti e politiche di tutela, e poi valorizzare quel coinvolgimento all’interno del sistema di bandi e di riassegnazione delle concessioni: premiare, insomma, questo tipo di atteggiamento e di strategia.
Si può ragionare in questi termini? Io penso di sì, perché la contrapposizione non ci porta da nessuna parte. Allo stesso tempo, però, non possiamo continuare con un sistema in cui, in nome dell’economia di un pezzo di Paese, si ignorano i diritti di un altro: penso a chi non ha i soldi per pagare ombrelloni e lettini e che ha comunque diritto di andare al mare, fino a prova contraria, esattamente come chi vuole fruirne in un altro modo. Quella è un’appropriazione privatistica dei beni comuni, ed è uno dei temi da superare. Chi gestisce una risorsa naturale — in questo caso i balneari, ma è un ragionamento che vale per moltissimi settori — deve avere ben presente che ciò che riceve non è un diritto di proprietà: è una concessione. E che, allo Stato, si paga ancora troppo poco.
Certo, il cambiamento climatico è un danno anche per chi, in quel momento, è toccato da un altro problema. Se ciò viene compreso, allora forse la strategicità di cui parli potrebbe davvero essere presa in considerazione: serve però una grande lungimiranza, che io personalmente — lo confesso — fatico a vedere; sono poco ottimista. Condivido però la tua proposta, perché in fondo è la stessa logica che animava la SalvaMare a proposito del ruolo dei pescatori: mettere sempre gli attori economici, o comunque chi svolge un’attività legata al mare, in una chiave di alleanza anziché di contrapposizione. Questo, per me, è fondamentale.
Considera che io ho iniziato a occuparmi di ambiente a vent’anni, quando facevo Goletta Verde. All’epoca le aree marine protette venivano sostanzialmente disegnate su una carta, a Roma, al Ministero dell’Ambiente: puoi immaginare cosa comportasse tutto questo nella relazione con i pescatori. Era un conflitto durissimo, che esplodeva quando arrivavamo nei porti.
La chiave di volta è stata proprio iniziare a ragionarne insieme. Penso, per esempio, al pescaturismo, a come i pescatori intorno alle aree marine protette potessero riconvertire la propria economia; e al riconoscimento, da parte nostra, che i pescatori erano attori protagonisti della gestione del mare — non i nemici, ma interlocutori necessari e preziosissimi. E poi sono stati loro, per primi, a constatare che la presenza di un’area marina protetta faceva aumentare la pezzatura del pesce che potevano legittimamente pescare nelle zone limitrofe alla riserva: quell’area, insomma, aveva cominciato a ripopolare il mare ben oltre i propri confini.
Sono processi difficilissimi: ho fatto assemblee pubbliche con i pescatori in cui davvero la tensione era alta. Ma è proprio il riconoscimento reciproco dei rispettivi punti di vista che può aiutare. E forse la dimensione di crisi climatica in cui ci troviamo può addirittura accelerare questo riconoscimento reciproco.
E allora, per concludere, una domanda volutamente ampia: dal tuo punto di vista, qual è oggi la battaglia culturale più urgente sul mare – e, di conseguenza, sulle coste? Cosa ritieni che vada fatto, tanto dal lato dei cittadini quanto da quello delle istituzioni, per la tutela del mare e per affermare quella visione ecosistemica e strategica di cui parlavamo poco fa?
Innanzitutto, sarebbe molto utile istituire una regia unica nazionale. Un ministero ce l’abbiamo, ma in questo momento mi sembra che ci sia un deficit sia di attenzione sia, proprio, di governance sul tema del mare. Lo dico perché i rivoli in cui finisce la gestione del mare sono mille: penso alle aree marine protette, in capo al MASE; ma penso anche al grande tema dello sviluppo dell’eolico offshore, che continua a essere un non detto, mai davvero affrontato, e che è invece assolutamente necessario; c’è tutto il capitolo della Marine Strategy; c’è la messa in sicurezza delle coste, che attiene alla Protezione civile. In realtà parliamo di una politica del mare che dovrebbe essere del tutto trasversale. E poi, naturalmente, c’è l’intera economia che si muove lungo le nostre coste.
Per questo una regia unica, una task force che ci aiuti a ragionare non per canne d’organo ma in maniera strategica ed ecosistemica, mi sembra il primo passo fondamentale. In questo Paese non si parla più di mare, se non in modo episodico: quando c’è un’emergenza, oppure quando si apre la stagione balneare. Il tema va invece affrontato in una chiave che non sia solo difensiva, di reazione alla crisi, ma strategica e rivolta al futuro.
Pensa al turismo: come si fa a scindere il ragionamento del Ministero del Turismo da quello che, lungo le coste italiane, dovrebbe fare un “ministero del mare”? Bisogna tenere insieme la crisi economica e sociale – perché sempre più persone faticano a permettersi la stagione turistica – e la crisi climatica. Se la situazione fosse nelle mie mani, la prima cosa che farei sarebbe mettere intorno a un tavolo i protagonisti di questa sfida ormai epocale, provando a coordinare strategie e politiche. E da questo punto di vista l’Europa ci aiuta molto, perché quando legifera adotta proprio uno sguardo trasversale sulle questioni.