Gli ottant’anni del diritto di voto alle donne
Intervista a Giuliano Serges
a cura di Benedetta Celati
1. Inizierei da una riflessione sull’importanza del riconoscimento del diritto di elettorato attivo e passivo alle donne. Nel 1946, infatti, per la prima volta le donne in Italia non furono soltanto chiamate a votare, ma poterono anche essere elette. Il riferimento è, naturalmente, all’Assemblea Costituente, della quale fecero parte ventuno donne, ma anche alle amministrazioni comunali. A ottant’anni di distanza, appare quanto mai necessario tornare sul significato di quella conquista e interrogarsi sulla sua effettiva attuazione.
Ci sono due date da ricordare. La prima, più nota, è quella del 2 giugno 1946, con le donne che, per la prima volta, partecipano a consultazioni nazionali – il referendum sulla repubblica, l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente – non soltanto da elettrici, ma anche da candidate. La seconda, meno nota, è quella del 21 febbraio 1945, giorno in cui è entrato in vigore il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, con il quale si è esteso il diritto di voto alle donne. Grazie a tale decreto, peraltro, le donne poterono partecipare, ben prima del 2 giugno del ‘46, ad alcune elezioni amministrative, riuscendo non di rado anche a farsi eleggere nei consigli comunali. Credo, in ogni caso, che sia davvero molto significativo che una delle prime cose che si è pensato di fare in Italia una volta finita la dittatura fascista sia stato riconoscere il voto alle donne, a dimostrazione dell’enorme importanza, anche simbolica, di tale riconoscimento sul piano democratico. Quanto all’Assemblea Costituente, le elette furono – come si suol dire – “poche ma buone”. Le candidature femminili complessive furono 226, a fronte di soltanto 21 elette: 9 comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi), 9 democristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio), 2 socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin) e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna). La loro storia è raccontata in un volume edito nel 2007 a cura di M. T. A. Morelli (Le donne della Costituente, La terza) e, più di recente, in un libretto edito dall’archivio storico della Camera dei deputati (Ventuno donne all’Assemblea Costituente, 2016).
Credo però che, di là dallo specifico (e non trascurabile) contributo che le donne diedero ai lavori della Costituente, il vero valore della presenza femminile all’interno dell’Assemblea fu di tipo simbolico, dimostrativo, nel senso che tale presenza costituì la “prova provata” che le donne potevano svolgere anche quel tipo di lavoro, potevano, cioè, far parte della classe dirigente, e non limitarsi a svolgere “lavori da donna”. Oggi sembra una cosa scontata, ma all’epoca non lo era per nulla. E, ancora negli anni ‘50, si potevano trovare, all’interno di riviste scientifiche, “dotte” riflessioni sul perché le donne non avrebbero potuto fare le magistrate o le professoresse universitarie. Oggi – e vengo così al punto sull'effettività – la presenza delle donne in politica è un dato di fatto. Basti pensare che sono di sesso femminile tanto la nostra Presidente del Consiglio, quando la leader del principale partito di opposizione.
Certo, talvolta ho l'impressione che nell’agone politico predomini, ancora, una cultura fondamentalmente “maschilista”. È emblematico, ad esempio, che Giorgia Meloni voglia essere chiamata “il” Presidente. Spero che con il tempo anche questi “residui” di un mondo passato – e che non ci manca – finiranno per essere rimossi.
2. Rispetto al tema dell’equilibrio nella rappresentanza, come valuti strumenti istituzionali come il Ministero (o il Dipartimento) per le Pari Opportunità e le norme elettorali a sostegno della parità di genere? E, più in generale, quanto contano, invece, le politiche per l’uguaglianza sostanziale — dal divario retributivo alle misure di conciliazione, come il congedo parentale — nel rendere effettiva la parità tra uomini e donne?
Credo che, in generale, il Ministero (o il Dipartimento) per le pari opportunità possa costituire un elemento positivo del paesaggio politico istituzionale, se inteso come Ministero o Dipartimento specificamente preposto all’attuazione del secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”). Mi pare, tuttavia, che le potenzialità dello strumento non siano state adeguatamente sfruttate negli ultimi anni. Di qui l’impressione, che qualcuno potrebbe avere, di una sua “inutilità”. La questione delle “quote rosa” invece è più delicata. Esse hanno certamente un senso in contesti in cui il livello culturale medio della popolazione ritiene le donne inadeguate a svolgere certi compiti (si pensi ai primi anni della Repubblica nei quali, come dicevo, in molti erano convinti che le donne non potessero fare le carriere accademica, di magistratura, ecc.). Oggi noi abbiamo una vivace presenza femminile in parlamento e negli organi degli enti locali. Abbiamo anche avuto una Presidente del Consiglio, una Presidente della Camera, una Presidente della Corte costituzionale e una Prima Presidente della Corte di Cassazione di sesso femminile. In pratica manca soltanto la Presidenza della Repubblica (ma credo - sperando di non illudermi – che sia soltanto una questione di tempo). In un simile contesto, allora, le “quote rosa” possono comportare due rischi. Il primo è che il sacrificio in termini di principio di rappresentatività e di libertà del voto sia eccessivo rispetto ai vantaggi conseguiti. Il secondo è che il dibattito sulla presenza femminile nelle istituzioni faccia apparire il movimento femminista come “elitario” – perché riguarda quella minoranza di donne che appartiene al ceto politico – oscurando istanze più universali di giustizia sociale, sulle quali c’è davvero molto da lavorare (e vengo, così, alla seconda parte della domanda). Ancora oggi le donne non possono avere alcun rimborso per gli assorbenti. Ancora oggi, alle donne che vanno a fare un colloquio di lavoro, viene chiesto se intendono rimanere incinta. Ancora oggi il numero delle donne manager è infinitesimale rispetto a quello degli uomini. E si badi che tutte queste situazioni offendono non soltanto il principio di eguaglianza, ma anche una nutrita serie di diritti costituzionali che riguardano, tanto la donna, quanto l’uomo: si pensi al diritto al lavoro (art. 4) o a tutti quelli correlati alla famiglia (artt. 29 ss.). Da questo punto di vista non può non osservarsi una certa “miopia” da parte del decisore politico, il quale sembra considerare i diritti delle donne come diritti di una minoranza (ammesso e non concesso che sia tale) e non coglie l’impatto sistemico delle diseguaglianze. Quanto al discorso che facevo prima, mi viene in mente la polemica che ci fu quando venne formato il governo Draghi, per la quantità di Ministre ritenuta insufficiente. Polemica morta il giorno in cui la “quota rosa” nel governo fu aumentata con la nomina dei (e soprattutto delle) sottosegretarie. Ecco, mi sarebbe piaciuto che chi, allora, si stracciò le vesti per un posto al Governo, avesse continuato a stracciarsele anche per i diritti delle donne “comuni”, che magari non ambiscono ad un posto da sottosegretario ma non hanno alcun aiuto da parte dello Stato nelle piccole cose quotidiane.
3. Ti chiederei, infine, una considerazione più generale sulla partecipazione al voto. L’astensionismo elettorale è un problema sempre più rilevante. Quanto pesa, secondo te, la crescente distanza tra politica e cittadinanza, e quanto incide rispetto alla difficoltà di invertire la tendenza la scarsa consapevolezza del fatto che non votare è anche il segnale di una frattura sociale?
Parto dalla fine della domanda: il voto come segnale di frattura sociale. Ecco, io temo che di questo la classe politica sia estremamente consapevole e sia proprio per questo che, in realtà, non è motivata a fare qualcosa per combattere l’astensionismo. Anzi. Una certa politica spera nell’astensionismo, perché prospera nelle fratture sociali. In fondo, lo schema è sempre quello, vecchissimo ma efficace, del divide et impera. Si è ormai affermata un’idea formalistica della democrazia, per la quale quest'ultima sarebbe assicurata solo per il fatto che vengono rispettate le procedure democratiche. Insomma, finché si vota, va tutto bene. E finché il Governo continua a ricevere la fiducia, tutto bene, anche se magari quella fiducia è stata ottenuta con una maggioranza drogata da premi di maggioranza abnormi. Io invece ritengo che esista una dimensione sostanziale della democrazia, e che un Paese in cui si reca al voto il 30% della popolazione e in cui un partito che rappresenta il 10% degli elettori possa avere la maggioranza assoluta in Parlamento non possa definirsi davvero democratico. È proprio per questo che si era dato il voto alle donne: affinché tutti, ma proprio tutti, potessero contribuire a scegliere chi deve fare le leggi e governare, non già una percentuale infinitesimale della popolazione. Dispiace che in molti lo abbiano dimenticato. Servirebbe una nuova rivoluzione culturale. Anche se temo che, visto il livello medio della nostra classe dirigente, non siano questi i tempi giusti per poterci sperare.