Restaurare il mare
Intervista a Roberto Danovaro
(a cura di Monica Pierulivo)
La biodiversità marina rappresenta una ricchezza inestimabile per tanti motivi. Qual è la situazione oggi nel Mediterraneo?
Noi abbiamo la fortuna di vivere in uno dei luoghi con la maggiore ricchezza di biodiversità del pianeta, soprattutto se pensiamo che il Mediterraneo contiene circa l’8% della biodiversità marina mondiale con una varietà e una ricchezza di specie straordinaria, molte delle quali sono esclusive di questo mare, ovvero endemiche. Partiamo dunque da un quadro meraviglioso, frutto di una storia evolutiva ricchissima e molto lontana che ha portato, a partire da circa 250 milioni di anni fa, alla convivenza di specie assai diverse tra di loro attraverso l’isolamento e la separazione della Tetide, il mare primordiale Mediterraneo. Oggi i cambiamenti climatici che stiamo vivendo e l’azione dell’uomo, la pesca e i traffici marittimi anche a seguito dell’apertura del canale di Suez, stanno determinando il più profondo e rapido cambiamento della biodiversità marina che l’umanità abbia mai visto. In 150 anni, che sono un nanosecondo della storia della vita, si sono diffuse un migliaio di specie aliene, che stanno cambiando completamente i paesaggi sottomarini. Stiamo perdendo quasi completamente ad esempio i grandi banchi di ostriche, perso oltre l’80%, così come è andato perso l’80% delle foreste algali sottomarine e il 30% delle praterie sommerse di fanerogame e di altre piante dei fondali. Insomma, il paesaggio sottomarino è visibilmente diverso rispetto a quarant’anni fa e ce ne possiamo rendere facilmente conto facendo semplicemente una nuotata in una giornata d’estate. Questa trasformazione è oltre ogni possibile immaginazione e infatti non era stata mai prevista da noi scienziati, le grida di allarme dei ricercatori sono state superate dai dati reali che risultano ben peggiori delle previsioni più nefaste. Questo non vuole essere un de profundis, però dobbiamo prendere atto che questo ambiente sta cambiando profondamente e il cambiamento non è solo nell’aspetto estetico ma sottintende uno scombussolamento dei processi funzionali, del loro stesso funzionamento e quindi anche di quello che questo ecosistema restituisce a nostro beneficio.
Alla base di queste perdite c’è il cambiamento climatico ma ci sono anche altre attività umane, come ad esempio alcuni tipi di pesca che portano alla distruzione degli habitat.
Le diverse cause di alterazione dei nostri mari non agiscono in modo isolato, si sommano si moltiplicano tra di loro, si cumulano con effetti sinergici, in poche parole, piove sul bagnato. Anche le priorità dei problemi sono cambiate. Siamo passati da un Mediterraneo che presentava problemi di inquinamento chimico da idrocarburi circa cinquant’anni fa, per la presenza di navi cisterna, per gli incidenti delle petroliere e altro, a un problema legato alla presenza di troppi nutrienti, di alghe tossiche. Ricordiamo il periodo in cui c’era un’emergenza alghe nella laguna di Venezia, mentre più recentemente una delle criticità maggiori è rappresentata dalla concentrazione di microplastiche. Ma il problema più grande è sicuramente la distruzione degli habitat o il loro danneggiamento, e una delle zone più rischio è sicuramente il mar Adriatico. La pesca a strascico è una delle cause maggiori di alterazione dei fondali marini e la salvaguardia degli habitat è il vero problema che cominciamo a percepire solo da pochi anni. Ma è solo proteggendo gli habitat che proteggiamo la biodiversità e continuano a funzionare gli ecosistemi intorno. Le Nazioni Unite hanno dedicato il decennio 2021-2030 al restauro degli ecosistemi, non è poco, mentre l’UE ha approvato il 27 luglio scorso in via definitiva la legge sul restauro della natura, che vuol dire avere coscienza del fatto che abbiamo già distrutto e degradato gran parte degli habitat intorno a noi. L’art. 5 di questa legge è dedicato proprio al restauro degli ecosistemi marini. Siamo di fronte quindi a quello che è il vero impegno del secolo: restaurare gli habitat che l’uomo, soprattutto negli ultimi ‘70 anni, ha devastato.
Dopo la Seconda guerra mondiale, grazie a tecnologie sempre più robuste, sempre più efficienti, abbiamo rapacemente saccheggiato la Natura e adesso ci ritroviamo con habitat erosi e popolazioni naturali decimate. Il 30% delle popolazioni di specie naturali di interesse commerciale è collassato, ovvero hanno perso più del 90% della loro abbondanza e biomassa rispetto a valori storici. Il 70% delle specie commerciali è sovrasfruttato e nel frattempo abbiamo arato i fondali trasformando le foreste sommerse in deserti.
Lei è coordinatore di progetti europei per il restauro di habitat delle acque profonde. Quali sono i progetti principali avviati?
Ho coordinato e sto coordinando diversi progetti che si occupano di restauro marino: il primo progetto sul restauro che affrontava un po’ tutti gli habitat, si chiamava Merces; il progetto Afrimed e Forescue focalizzati solo sulle foreste delle alghe costiere e l’ultimo, Redress si occupa di restauro degli ecosistemi marini profondi. A questi si aggiunge un grande progetto italiano finanziato dal PNRR e forse anche per questo la Comunità europea mi ha appena chiamato a far parte di un gruppo di esperti sulla applicazione della legge sul restauro della natura. Quindi stiamo iniziando a lavorare a Bruxelles per definire il testo di questa legge che è senz’altro a mio avviso la legge ambientale più importante che sia mai stata concepita e quindi più importante anche di quelle che si rivolgono alla conservazione in questo momento, perché rappresenta un po’ una cartina di tornasole per capire le possibilità di tornare a una natura oppure se siamo a un punto di non ritorno. Questa è la grande sfida a cui dovremo guardare nei prossimi anni.
Parlando di ricchezza e di biodiversità, ci sono delle specie marine abissali capaci di sopravvivere anche senza ossigeno?
Sì, nel mare troviamo tutto, organismi che vivono nelle oasi a temperature elevatissime, anche superiori a 150°C, altri che invece resistono e non ghiacciano a -2°C e che vivono negli ambienti dell’Antartide, altri che vivono addirittura senza ossigeno come quelli delle fosse anossiche del Mediterraneo e di vastissime aree degli oceani. Questa è la straordinarietà della vita marina che si è evoluta nell’arco di miliardi di anni. La vita marina ha infatti almeno tre miliardi di anni. Il punto è che i cambiamenti che noi stiamo imponendo alla biodiversità in pochi decenni, non permettono agli organismi di adattarsi; l’uomo vuol trasformare la natura con dei tempi incompatibili con la capacità della natura di adattarsi all’uomo. Questo porterà sicuramente a un aumento delle estinzioni o, forse peggio ancora, alle decimazioni di molte specie. Tra una specie che si estingue e la maggior parte delle specie sul pianeta che vengono ridotte a pochi esemplari capaci di svolgere funzioni ecologiche non c’è tantissima distanza. Mantenere un albero al posto di foreste estese non è esattamente la stessa cosa e non serve a molto per il funzionamento degli ecosistemi. La lotta per la difesa della biodiversità non deve dimenticarsi del fatto che noi non possiamo fare a meno della ricchezza della natura intorno a noi, non possiamo contare solo su una rappresentanza simbolica delle specie. In questo modo stiamo decimando l’abbondanza delle specie che invece lavorano per noi e per il nostro benessere.
Parlando di biodiversità, viene in mente anche il Santuario dei cetacei Pelagos, ampia zona marina transfrontaliera che presenta condizioni ambientali particolari, favorevoli alla vita dei cetacei appunto e che si estende dall’isola d’Elba in Toscana fino alla Francia (Costa Azzurra e Corsica), Liguria e Sardegna. Quali sono le condizioni di vita dei cetacei e quali le minacce a cui sono sottoposti?
Il Santuario dei cetacei è un luogo straordinario e vero dal punto di vista naturalistico, dove i canyon sottomarini che solcano tutto quell’argine continentale che va dalla Toscana alla Francia e che si configurano come una fitta rete d’incisioni, svolgono un ruolo fondamentale proprio perché consentono la risalita di acque profonde che fertilizzano questa ampia porzione di mare rendendolo così ricco di krill da essere un punto importante per la creazione di popolazioni stanziali di balene, capodogli, delfini, stenelle, megattere e altro. Aggiungiamo però che non è l’unico luogo “magico” per la presenza dei grandi cetacei, ce ne sono altri, pensiamo al mar Ionio, al mar Tirreno, dove è presente il Canyon di Cuma a largo di Ischia, al mar di Alboran vicino allo stretto di Gibilterra. Questi, a differenza del Santuario Pelagos in mar Ligure, non sono però protetti come risultato di una cooperazione internazionale. C’è da dire comunque che il Santuario dei cetacei è un sistema di protezione in larga misura solo sulla carta, poiché di fatto non esiste una vera e propria regolamentazione e non ci sono degli strumenti veri di tutela, neanche quelli più basilari come, ad esempio, quello di abbassare la velocità di crociera delle grandi navi che permetterebbe ai cetacei di non subire incidenti. Il traffico nautico, insieme alla pesca e all’inquinamento, sono infatti le maggiori minacce per i cetacei. Se una nave naviga a una velocità che supera i 10 nodi, i grandi cetacei non riescono ad evitarla nella rotta; basterebbe quindi anche solo questo per evitare tante perdite. Un’altra misura, adottata in Baja California, potrebbe essere la creazione di un sistema acustico passivo per individuare i cetacei, avvisare le navi della loro presenza in modo da evitare collisioni. Non stiamo facendo molto quindi, neanche le cose più elementari, è un dato triste a cui si potrebbe porre rimedio, se non ci accontentassimo solo di tracciare delle linee sulla carta e cercassimo di dare anche sostanza a quanto si scrive.
Per il resto sappiamo che i cetacei sono una componente straordinariamente rilevante per il funzionamento degli ecosistemi e svolgono un grande ruolo ecologico, contribuendo anche al sequestro di anidride carbonica, sebbene lo facciano con un valore dell’1-2%. Sicuramente quindi meritano attenzione e protezione. Sono inoltre uno strumento forte per promuovere un’economia sana: il whale watching, ad esempio, è un ecoturismo legato alla bellezza di questi organismi, che viene praticato anche in Liguria e che potrebbe diffondersi.
La pesca della balena è ancora consentita?
Non lo è per i trattati internazionali ma alcuni paesi quali Norvegia, Islanda, Russia, Giappone ne rifiutano l’adesione adducendo ragioni tra le più disparate, tra le quali anche il fatto che si tratti di una attività riconducibile alla tradizione storica. In realtà dietro queste attività, in nome della tradizione, si nasconde una cultura della pesca che è quella più becera. Il mondo ha bisogno di un’umanità diversa che non può continuare a fare le mattanze che appartengono ormai ad altre epoche.
Tra le attività sempre più diffuse e legate al mare e ai pesci c’è anche l’acquacoltura. Cosa possiamo dire in merito alla sua sostenibilità e sulla salute dei pesci allevati nelle vasche in mare?
Si tratta di una questione molto ampia difficile da risolvere in breve. In principio l’acquacoltura, quella intensiva e non quella estensiva che viene praticata ad esempio nelle valli di Comacchio, è stata vista come un progresso equiparabile a quello che ha trasformato l’uomo da allevatore ad agricoltore. In realtà, per come vengono allevati adesso, i pesci sono l’equivalente degli allevamenti zootecnici industriali e non l’equivalente delle mandrie di bestiame in Argentina. Il problema che noi abbiamo in questo settore è lo stesso della zootecnia, consumi straordinari con rese basse, un forte impatto ambientale e una forte impronta ecologica. Attenzione però, produrre un chilo di carne di bovino può richiedere 8 volte in più di mangime rispetto a quanto necessario per produrre un chilo di pesce, quindi nell’itticoltura abbiamo sicuramente un vantaggio rispetto alla zootecnia terrestre. Ma questo non ci basta se per produrre pesce noi peschiamo del pesce e poi produciamo ancora pesce, e se in mare alleviamo orate, branzini, ingrassiamo tonni che sono all’apice della rete trofica. È un po’ come se mangiassimo leoni, aquile, tigri. Abbiamo una cultura del tutto marginale del mare. Abbiamo un problema a stabilire le vere priorità. Noi mangiamo predatori apicali come se fossero insalata ma non è così. Quindi, come abbiamo scritto in un documento pubblicato nel 2017 dalle accademie europee, il cibo degli oceani sarà il cibo del futuro anche per far fronte alla crescita demografica, ma non sarà costituito da pesce spada tonni, balene, bensì da cozze, ostriche, plancton, alghe. Tra l’altro le alghe stanno esplodendo nei menù del pianeta e sono ricchissime di proteine. Siamo già in ritardo su questo ma dovremmo davvero pensare di fare quello che fa l’agricoltura 4.0 a terra, cioè l’agricoltura del mare, non la zootecnia intensiva del mare. Questo potrebbe essere il futuro sostenibile e in grado di soddisfare i bisogni di una umanità in continua crescita.