La casa oltre le mura
Costruire comunità solidali partendo dall’abitare
Intervista a Gabriele Danesi
Abitare solidale è un progetto che nasce dall’idea di trasformare il problema abitativo in nuove opportunità per la costruzione di una comunità più coesa e solidale.
Un nuovo patto abitativo per una rinnovata centralità della casa intesa come infrastruttura sociale e uno strumento di dialogo tra lo spazio privato e quello pubblico delle relazioni.
Riportare la città a bene relazionale, luogo di vita e di rapporti tra spazi.
Gabriele Danesi, fondatore di Auser Abitare Solidale e presidente della aps Auser Laboratorio Casa, ci parla di come sono nati questi progetti e degli obiettivi futuri per dare risposte concrete a chi rimane fuori dal mercato abitativo, rafforzando legami e relazioni.
- Come nasce l’associazione Auser Abitare solidale e qual è il vostro metodo di lavoro?
Siamo associazione di volontariato, di battaglia, di frontiera, di quella tipologia che deve affrontare tutti i giorni situazioni estremamente complesse. Quindi un’associazione con un’anima pioneristica, fatta di persone che condividono lo stesso obiettivo, la stessa visione delle cose, non identica, perché non siamo una setta, e quindi anche divergente in alcuni casi, ma con un pensiero condiviso sul tema dell’inclusione e dell’abitare urbano in un contesto antropizzato.
“Auser abitare solidale” è nata nel 2007 proponendo progetti di coabitazione che sono stati i primi in Europa. Coabitazione concepita in maniera diversa; in altri contesti italiani e anche europei viene proposto l’abbinamento tra anziani e studenti universitari, noi invece nasciamo per occuparci di anziani e abbiamo potuto verificare, partecipando anche alle attività del Cesvot, che il tema dell’abitare era già emerso da tempo come un problema da attenzionare, anche se all’epoca non era così drammatico come ora. All’epoca la questione riguardava principalmente alcuni soggetti fragili, immigrati, donne vittime di violenza, tossici o ex detenuti.
In realtà c’era anche un altro problema, quello degli anziani che vivono in case sovradimensionate rispetto ai propri progetti di vita, case che non vogliono abbandonare, perché sono luoghi dove ancora risuonano gli affetti, i legami che hanno caratterizzato la loro vita; quindi l’idea è stata quella di mantenere gli anziani a casa loro senza sradicarli, cercando di dare una risposta abitativa alle persone in difficoltà da questo punto di vista e proponendo pertanto delle coabitazioni.
È stata, come dicevo prima, un’iniziativa pioneristica ed è andata bene tant’è che nel 2014 abbiamo costituito formalmente l’associazione.
Stava cambiando un mondo e il problema non riguardava più soltanto alcune fasce sociali particolarmente fragili, ma cominciavano ad arrivare anche intere famiglie, madri con figli che non riuscivano più a pagare l’affitto a causa dell’aumento dei canoni per le trasformazioni dei centri urbani e dei processi di gentrificazione in atto, soprattutto nelle grandi città a vocazione turistica (allora non c’era tutta questa consapevolezza di questo). Persone che per la loro situazione non avevano accesso ai bandi Erp ma nemmeno alle forme più blande di aiuto perché avevano un Isee troppo alto. Abbiamo dato vita pertanto a un nuovo filone di servizi per aiutare anche altri soggetti, creando una vera e propria filiera dell’abitare, che è quello che manca in tutte le politiche pubbliche.
- Come è organizzata la filiera?
Come una filiera industriale che cerca di coprire tutti i bisogni rivolgendosi anche alla fascia intermedia, quella della “normalità sospesa” come l’abbiamo rinominata noi. Coloro cioè che, pur avendo disponibilità economica e in un contesto normale avrebbero tranquillamente accesso al loro progetto di vita, ma non lo possono avere perché il mercato immobiliare è drogato da fattori esterni: locazione turistica, assenza di politica di governo sui prezzi.
Il primo livello della filiera parte dagli ultimi, da coloro che vivono per strada, o in camper, garage e altre situazioni simili, mettendo a disposizione un posto letto, in una camera esclusiva all’interno di un alloggio. Si tratta pertanto di un livello di “housing first”. Case che diamo a disposizione di una, due persone, puntando sulla dimensione normalizzante della casa. Non sono strutture d’accoglienza sono case, in cui aiutiamo le persone nel recupero graduale della loro dimensione personale e di cura.
Il secondo livello è quello dei condomini solidali, che non esistevano in Italia almeno per come li abbiamo concepiti noi. Si tratta di veri e propri condomini dove le persone che si trovano in una situazione di fragilità ricevono, per un periodo che varia dai dodici ai trentasei mesi, un appartamento a uso esclusivo di loro o della loro famiglia. Nell’area fiorentina abbiamo cinque condomini solidali, quello più grande è a Sesto Fiorentino nell’ambito del Sesto Smart Village, villaggio gestito in modalità di Social Housing. Abbiamo in affitto una palazzina in quel villaggio che diamo a persone segnalate dai servizi sociali in uso esclusivo; all’interno di questi spazi ci sono anche gli spazi comuni, che sono abilitanti per la dimensione relazionale tra gli ospiti. In pratica abbiamo mutuato il modello del co-housing classico con progetti e servizi di housing sociali.
Investiamo tanto sulla dimensione relazionale, sul fare in modo che le persone che vivono all’interno dei nostri condomini riescano a comprendere che il rapporto con l’altro può arricchire e che l’altro non è da calpestare per avere un beneficio ma che per raggiungere quel beneficio è necessario lavorare tutti insieme. Lavoriamo quindi per costruire spazi abilitanti, spazi esclusivi ben arredati la cui permanenza è legata in questo caso al pagamento di una retta da parte del Comune, che è circa il 50% meno rispetto a quello che normalmente i Comuni pagano per servizi meno qualificati. Faccio un esempio, l’albergo popolare di Firenze costa 18,50 a persona al giorno, i nostri appartamenti costano 16 euro a persona e sono appartamenti, non stanzoni dove dormono insieme più persone.
Un altro modello, penultimo livello della filiera, è il co-housing pubblico. Con il Comune di Empoli, abbiamo investito in un progetto di rigenerazione urbana, nell’ambito del PIU (Piano d’Innovazione Urbana), realizzando il primo co-housing pubblico in Toscana. Quattordici appartamenti di cui dieci assegnati tramite un avviso elaborato da noi, in collaborazione con un ATI molto valida e molto ampia, altre tre destinati a ospitare anziani e un quattordicesimo appartamento dove vengono ospitati ragazzi con disabilità, seguiti dall’associazione “Vorrei prendere il treno”.
L’ultimo livello della filiera, il quarto, è la casa di transizione, un’iniziativa sperimentale. Molto spesso le persone che noi inseriamo in struttura, proprio perché oggi il mercato immobiliare è bloccato, trovano grandi difficoltà a uscire anche se hanno stipendi “normali”. Oggi una madre sola con due figli e uno stipendio di 1500 euro non si può permettere un bilocale, soprattutto a Firenze. Allora abbiamo deciso di prendere in affitto degli appartamenti dove costruiamo un modello abitativo con il Comune che paga la retta, sulla base dei condomini, ma la retta del Comune gradualmente diminuisce in corrispondenza con l’aumento dell’autonomia degli ospiti fino a quando gli ospiti sono in grado da soli di provvedere non solo a loro stessi ma anche a pagare l’affitto e le utenze.
Si tratta di un vero e proprio accompagnamento verso l’autonomia.
- Ricapitolando, avete iniziato nel 2007, vi siete costituiti nel 2014 come associazione e avete orientato le vostre attività in forme diverse sulla base delle esigenze, delle necessità. Ora come vi state muovendo?
Nel 2021 abbiamo fatto nascere un’altra associazione che adesso sta portando avanti il 90% dei servizi, Auser laboratorio casa, che si basa sul principio che non possiamo continuare a erogare servizi nello stesso modo, rispetto al 2007, perché i processi di desertificazione del contesto urbano sono talmente veloci, specie dopo il Covid, che ogni anno ci dobbiamo adeguare. Facciamo un lavoro a tutto tondo e lavoriamo anche fuori dalla Toscana con spin off anche in Piemonete, nelle Marche, in Emilia Romagna.
- C’è la qualità dell’abitare e la qualità delle relazioni, queste vostre attività sono anche un modo per riprogettare la città?
Partiamo da questo presupposto, la nostra mission diretta è garantire l’accesso alla casa, sotto varie forme e fuori dalla retorica. Se una persona ha un reddito di quattrocento euro non può vivere, è giusto offrire quindi una sistemazione adeguata per utti. Un ragazzo che esce da un SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione) o da una struttura di accoglienza con seicento euro al mese, deve avere il diritto di trovare una soluzione anche temporanea che gli permetta di migliorare la propria condizione di vita. Quindi ci vogliono risposte adeguate, nemmeno innovative, termine che non amo. Preferisco parlare di risposte progressive e come queste risposte si trasformino in una politica socio abitativa che vada a garantire una riqualificazione e una rigenerazione urbana immateriale. Le mura e le infrastrutture sono contenitori vuoti se non li riempiamo di relazioni tra i residenti, stabili o non stabili, come lavoratori fuori sede, studenti e anche turisti.
Tra i servizi inseriamo anche i negozi di vicinato. Alcune zone sono state totalmente private di esercizi commerciali di vicinato che costituivano dei presìdi sociali fondamentali.
C’è poi il tema della funzionalizzazione degli spazi. Oggi si cerca di attribuire funzioni specifiche a spazi che invece dovrebbero essere vissuti più liberamente (giardini, sottopassaggi ecc.). Invece questi spazi dovrebbero essere vissuti con funzioni naturali e non specializzate. Stiamo pertanto lavorando anche su questo, in un contesto più ampio di cui fanno parte anche altri soggetti compreso il profit. Noi lavoriamo infatti con Abitare Toscana, e con Investire perché vogliamo fare in modo che nuovi progetti abitativi trasformino la casa da spazio fisico a cellula esistenziale indispensabile. Stiamo investendo sul tema della relazione tra le persone.
- Quanti siete e come fate a garantire la sostenibilità economica dell’associazione?
Siamo pochi, in totale siamo sei operatori e poi ci sono volontari fissi; di questi ultimi quattro lavorano come se fossero operatori, altri tre nella gestione amministrativa, poi ci sono le figure degli “affiancatori”. Per quanto riguarda gli enti pubblici abbiamo convenzioni e collaborazioni con la Società della Salute, il comune di Firenze e altri comuni. La Regione Toscana ha inserito la coabitazione tra le buone pratiche ma a dire il vero non è che sia così attenta ai processi sperimentali o di evoluzione sul tema abitativo perché di Social housing abbiamo cominciato a parlarne nel 2014, oltre a questo non c’è molto altro, ci sono gli alloggi ERP, ma nel mezzo c’è il vuoto.
Si sta cominciando adesso soprattutto con il PINQuA (Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare), a vedere un certo interessamento delle istituzioni verso modelli abitativi diversi, compreso il co-housing, il co-living, ma sono progetti che presuppongono una cultura dell’inclusione reale, altrimenti si rischia di coinvolgere interlocutori che si reinventano, grandi consorzi di cooperative che hanno tante risorse e che vanno a proporre idee non propriamente adeguate.
Noi lavoriamo molto con Abitare Toscana e il fondo InvestiRE perché grazie anche alla sensibilità di Abitare Toscana si riesce ad armonizzare l’interesse legittimo di chi investe con l’interesse di chi ha necessità abitative. Questo vuol dire che quando noi abbiamo proposto di spostare l’accento da social housing alla polifunzionalità residenziale, l’hanno accolta e questo è stato molto importante. Per quanto riguarda il Sesto Smart Village ad esempio, duecento appartamenti, ci siamo posti la domanda se non fosse più giusto creare un tessuto diversificato che risponde a una realtà dinamica, evitando di destinarli alla stessa tipologia di persone con il rischio di creare dei ghetti. Perché creare il senior housing in uno stesso condominio, gli studenti nello stesso condominio ecc.? L’obiettivo è stato quello di inserire funzioni abitative diverse che vanno a rispondere a esigenze diverse nello stesso condominio, mettendo insieme residenze tradizionali con altre a favore di soggetti anziani ancora autosufficienti ma con un supporto sanitario più sostenuto, giovani coppie, famiglie, studenti, lavoratori fuori sede. Prevedendo quindi anche residenze temporanee e un accompagnamento alla costruzione della comunità che fa si che tutte le differenze si diluiscano perché magari si gioca a carte insieme, ci si aiuta ecc.
Si ricostruiscono relazioni che non esistono più. È un approccio di forte sperimentazione che rivendichiamo con forza. Su questa visione lunga gli enti pubblici difficilmente ti vengono dietro e quando iniziano a farlo è troppo tardi.
Bisogna trovare un modo o per modificare alcuni processi, oppure capovolgere totalmente l’impostazione del sistema casa.
- Qual è una sfida per il futuro prossimo?
Mi piacerebbe, ma è una sfida mia personale, passare da una fase di gestione diretta a quella di formazione/consulenza. Sto già facendo un lavoro simile nella città metropolitana di Firenze derivante dal PINQuA. Riuscire a orientare due poli apparentemente antitetici: il pubblico per rimettere al centro le politiche abitative, ma una visione adeguata ai tempi dove si parla di relazione e di spazi di relazione. Quindi se c’è uno spazio da recuperare, non realizziamo una Spa e nemmeno un coworking, costruiamo case con spazi comuni, tipo una biblioteca dove uno studente o chiunque altro può andare a studiare.
La seconda sfida è incentivare un nuovo linguaggio sul tema dell’utilizzo della casa, una nuova cultura dell’abitare e della visione della casa non come bene speculativo. La casa è un bene primario e non possiamo tollerare la presenza di un grosso patrimonio abitativo lasciato vuoto.
Sarebbe importante riuscire a convincere i piccoli proprietari, perché i grandi sono in mano a Airbnb o ad affitti turistici, a mettere a disposizione di un soggetto autorevole e accreditato come diverse realtà del terzo settore lo sono, questo tipo di attività. Far passare questo messaggio: è legittimo che tu abbia degli interessi dalla casa tua ma è altrettanto legittimo che quella casa non possa rimanere vuota e che sarebbe bene tu non la utilizzassi per fini speculativi e di rendita ma per creare benessere.