Ferry Boat  Visioni di un territorio

Intervista a Guido Morandini 

di Monica Pierulivo

Regista Rai, vive tra Roma e Piombino. Comunicatore errante, navigatore, indagatore dell’autenticità dei luoghi e dei loro sistemi relazionali più profondi, creativo e visionario, ha realizzato ultimamente tre documentari che hanno al centro il rapporto con l’acqua, il mare e molto altro: “Ferry Boat Canale di Piombino”; “Aurelia, una Statale sull’Acqua”;” Aurelia, Bianco e Nero”, trasmessi su Rai5 e Ra3 nell’ambito della trasmissione televisiva “Di là dal fiume e tra gli alberi”. 

 

Com’è nato il tuo rapporto con Piombino 

 

Negli anni ’80, iscritto alla Facoltà di Architettura di Firenze, dovevo preparare un esame di urbanistica, insieme a Claudio Saragosa, e venni proprio a Piombino per studiare l’architettura sociale di questa città che ancora non conoscevo. All’epoca mi sembrò una città operaia con valori di concretezza, molto definita, non mi colpì particolarmente, forse perché avevo una visione immaginifica del mondo. Una città semplice, ma in quell’occasione non vidi il centro storico. Facevo un’analisi della città operaia e quindi visitai i suoi quartieri, la città nata nei primi decenni del ‘900, le scuole elementari di piazza Dante, il Cotone. Quello che più mi colpì fu il Villaggio Diaccioni e il mare. 

Andando a Salivoli, per vedere questo quartiere all’epoca molto studiato, mi ricordo un’esplosione di luce, era il mare. 

Da quel momento  c’è  stato un grande salto temporale, durante il quale ha preso avvio la mia esperienza presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. 

Il tema dell’acqua, che è una costante o quasi nei miei lavori, emerse con forza durante la mia esperienza nella valle del Po. Il Po è un fiume bellissimo; dal 2010 al 2015 ho vissuto lungo le sue sponde in una baracca di legno dove costruivo barche con Angelo Bosio, orafo, ex pugile, barcaiolo, e navigavo. 

Poi decisi di abbandonare il Po per le difficoltà climatiche (troppo umido, freddo e nebbia) e tornai a Piombino, quasi casualmente, nel 2015. Scoprii una città diversa. 

Conobbi il centro storico, via Garibaldi, la strada più bella, e di nuovo il mare. Decisi quindi di acquistare proprio in quella strada un appartamento, insieme alla mia compagna, che mi ha fatto incontrare di nuovo vecchi amici come Claudio Saragosa, mi ha fatto conoscere Tiziano Arrigoni, storico e insegnante, e una realtà come il museo Magma di Follonica. 

 

Nasce quindi l’idea di un nuovo lavoro su questo territorio: Ferry Boat, canale di Piombino. Un’altra via d’acqua, come il Po, ma in un contesto completamente diverso, con relazioni e dinamiche sociali diverse 

 

A Piombino sei come diviso tra l’entroterra e il mare; dal mare vedi il canale dove transitano i traghetti. Il canale è un territorio di mezzo. Ferry Boat unisce appunto il ferro, carattere distintivo di Piombino e dell’Elba, e la barca. 

Il rapporto che nasce tra l’Elba e Piombino storicamente deriva infatti dalla presenza delle miniere elbane. Anche la strategicità della posizione di Piombino scaturisce da questo. Piombino senza l’Elba e il canale non esisterebbero. Sono due territori collegati profondamente tra di loro anche se diversi. 

Tiziano Arrigoni ad esempio, ha una visione sistemica di questo territorio, un po’ come l’aveva Napoleone Bonaparte, quella cioé di un sistema territoriale che parte dall’interno e arriva fino a Bastia, in Corsica. Piombino nel passato era considerata un luogo strategico per la navigazione tra il mar Tirreno e il Mar Ligure e la porta d’ingresso dalla penisola italiana alla Corsica. Il controllo del canale di Piombino, dell’Elba e della Corsica, era infatti fondamentale per ragioni commerciali. Inoltre l’emigrazione stagionale in Corsica e in Maremma partiva dall’Appennino toscano con un flusso migratorio di lungo periodo. Questa centralità del canale mi sembra quindi fondamentale per parlare di questi territori, una storia di uomini e ferro iniziata tremila anni fa, un viaggio in mare dentro i confini di questo canale, scandito dai traghetti, pescherecci, vele e reso vivo anche dai pendolari che lo attraversano per raggiungere la scuola, l’ospedale, i mercati, gli uffici. E proprio con i pendolari ho conosciuto il mare da sopra, mentre Andrea Specos, un pescatore piombinese,  mi ha fatto conoscere il canale da sotto, con tutte le sue bellezze naturalistiche e le storie dei relitti affondati e depositati sul suo fondale. 

Così ho conosciuto anche la storia del “Calimero”, il minuscolo traghetto tutto nero, costruito in Danimarca e impiegato per la prima volta per la rotta Piombino Portoferraio nel 1966. 

Nel documentario c’è quindi anche un’antropologia degli oggetti. 

Dopo di che viene il ferro. Sono entrato in fabbrica, nella grande acciaieria ora denominata JSW Italy, e sono rimasto colpito dall’Afo4, l’ultimo superstite della produzione “a caldo” dell’acciaio dopo il suo spegnimento nel 2014; è lì che ho deciso di far suonare in quel luogo così emblematico un gruppo di giovani musicisti operai, “I Blues Eaters”. 

Il documentario nasce da tutto questo e dal rapporto con l’archivio storico di Piombino, con i “Tre Delfini” (Sandro Leonelli, Milco Tonin e Claudio Gennai) e con alcuni custodi della memoria come Gianpiero Vaccaro che mi ha fatto conoscere la storia e la bellezza di Punta Falcone. 

Sono rimasto colpito da questo mare e dall’isola davanti. Per me che venivo dall’Arno, perché sono nato a Figline, dal Po e poi dal Tevere, dopo il mio trasferimento a Roma, mi sembrava un modo per avere un’altra sponda. 

 

Il trait d’union dell’acqua ritorna anche nei documentari sull’Aurelia, in particolare nel secondo, dopo Ferry Boat. Questa volta al posto del canale c’è una strada da percorrere, rigorosamente in bicicletta, per costruire nuove visioni che connettano la storia con la contemporaneità, che facciano emergere ciò che non è immediatamente percepibile. “Il Campidoglio a Roma è lo zero chilometrico della Statale Aurelia, come per tutte le altre vie consolari principali.” Parte da qui il tuo secondo filmato 

 

L’Aurelia è una strada sull’acqua, legata alle paludi, dal Tevere al Magra passando per l’Arno e per l’Ombrone. Qui si intersecano storia, ambiente e natura. 

E’ la strada non delle vacanza ma della grande industria, dei grandi impianti, basti pensare alle Acciaierie di Piombino, alla Solvay, alle raffinerie di Livorno. 

Allo stesso tempo è un territorio di isole. Questo asse tirrenico (attraversato in barca, in bici, in treno, in camion) unisce un sacco di isole, un arcipelago fatto di terra e di mare. La stessa Piombino è un’isola. In fondo siamo tutti delle isole che a volte si mettono in relazione attraverso il viaggio. E quello che è interessante è il sistema relazionale che riusciamo a costruire attraverso queste connessioni. Sono visioni appunto. 

Nel terzo documentario, uscito recentemente, “Aurelia, bianco e nero” il tratto percorso è quello che intercetta altri due fiumi, l’Arno e il Magra, sempre in Toscana. In questo lembo di terra , acqua e marmo diventano gli elementi fondanti del territorio, l'indole ribelle che si respira in ogni racconto, un’inquietudine che trova la sua espressione in forme diverse. 

 

Altro tema a cui dedichi molta importanza è quello dell’erranza, del nomadismo, un tema che ha a che fare storicamente con la Maremma 

 

Il nomadismo rimanda alla transumanza tipica di quest’area e della Maremma. Lo ritroviamo in altre forme anche in contesti completamente diversi come ad esempio le “Marine”, i porticcioli, che rappresentano luoghi del nomadismo contemporaneo. Il pontile è a questo proposito una strada dove la sera, quando le barche sono rientrate, si costruiscono relazioni. 

Da Pisa fino all’Argentario ci sono quasi 16mila posti barca. Il mare quindi è anche questo, dà la possibilità di costruire sistemi relazionali diversi e meno studiati ma non per questo meno importanti. 

I porti possono essere fonte di biodiversità sociale e non solo naturale, dove è possibile mettere in discussione un’organizzazione urbana che sembra consolidata, aprendo il locale al globale. Nelle “marine” ci sono persone diverse che si incontrano e costruiscono sempre qualcosa e che rappresentano nuovi insediamenti costieri temporanei. 

A Piombino ad esempio si parte sempre dal mare. Da piazza Bovio, attraverso un’unica direttrice si arriva alla fabbrica passando per corso Vittorio Emanuele e corso Italia, riproducendo una geometria che segna la storia di questa città. Prima della pandemia avevamo avuto l’idea di “correre” queste distanze, organizzando una mezza maratona aperta a tutta la cittadinanza che dal mare arrivasse dentro la fabbrica, sotto l’Afo4, per creare una connessione esplicita tra mare e patrimonio industriale. Poteva essere un progetto interessante che è stato bloccato dalla pandemia ma anche dall’attuale situazione industriale. 

C’è poi il rapporto più ampio e comunque interconnesso tra l’Elba, Piombino, Campiglia e Suvereto. In pochi chilometri si sviluppano contesti che ricreano quasi un arcipelago con la presenza del mare, l’industria in dismissione, le miniere, l’archeologia, la pianura, la collina agricola e la viticoltura. Un insieme di contesti fortemente interconnessi da conoscere  e da valorizzare. Una visione sistemica che può aiutare a immaginare concatenazioni future.