Il ritorno della guerra: temi e riflessioni in un podcast per Internazionale

Intervista a Davide Maria De Luca

a cura di Monica Pierulivo

Il tema centrale del tuo nuovo podcast, in uscita tra poche settimane per il settimanale “Internazionale”, è il ritorno della guerra nelle nostre vite. Negli ultimi anni la guerra ha riacceso un forte interesse, come dimostrano le mobilitazioni in sostegno alla Sumud Flottilla, fermata da Israele in acque internazionali, mentre il dibattito politico verte sempre più spesso sul riarmo. Il podcast intende offrire strumenti per comprendere davvero cos’è la guerra e come possiamo proteggerci, giusto?
«Assolutamente sì. La frase “la guerra è tornata nelle nostre vite” merita di essere approfondita. La guerra oggi è vicina non solo per motivi geografici, come il conflitto in Ucraina un paese europeo il cui confine è facilmente raggiungibile con due ore di aereo, ma anche per motivi politici. Basta osservare le grandi manifestazioni di piazza o la centralità che il tema della guerra ha assunto nei dibattiti tra le forze politiche. Lavorando da cinque anni al quotidiano “Domani”, con i colleghi siamo concordi nell’affermare che mai, negli ultimi decenni, la guerra è stata così centrale nel discorso pubblico. Da questa consapevolezza nasce l’idea di dare, attraverso il podcast, strumenti culturali per orientarsi nella nuova realtà: molti hanno dimenticato cosa significa vivere in un’economia di guerra, questo vuoto di memoria ci rende vulnerabili verso chi la guerra la sostiene.»
 
La guerra in Ucraina, iniziata con l’invasione russa, rappresenta una novità perché per la prima volta in un’epoca tardocapitalistica come la nostra, si confrontano due grandi paesi dalle forze comparabili. Ucraina: una guerra “nuova” tra potenze simili?

«È uno degli aspetti più rilevanti. Dopo decenni dove i conflitti erano caratterizzati da forti asimmetrie — come i gli Stati Uniti contro i talebani, oppure gli interventi occidentali in Iraq o Libia — oggi vediamo uno scontro diretto tra Stati quasi paritari. La Russia, più grande e popolosa, l’Ucraina, meno ricca rispetto all’Europa ma avanzata rispetto alla media mondiale. Eppure, nonostante tre anni di guerra, la vita civile resiste: ristoranti e cinema aperti a Kiev e persino nelle città vicine alla linea del fronte, attività quotidiane che continuano, economie che cercano di funzionare. È un fenomeno da studiare: pur nella distruzione e nel dolore — pensiamo agli oltre 200mila militari caduti — non si assiste al collasso totale della società.»

Economia di guerra: cosa significa oggi?
«In Ucraina si parla di “mettere l’economia su binari militari”, una formula che richiama la mobilitazione totale delle potenze nel Novecento. Oggi però la percentuale di popolazione sotto le armi è inferiore rispetto alla Seconda guerra mondiale; la vita civile continua, a differenza di Berlino nel 1944 o l’Italia nel 1942, dove tutto era sacrificato allo sforzo bellico. In Ucraina e Russia, nonostante la guerra, rimane spazio per una sorta di normalità.»
 
Qual è la situazione delle vittime civili in Ucraina?
«Le cifre sono controverse. Alcune fonti parlano di decine di migliaia di morti, ma personalmente considero le cifre fornite dalle Nazioni Unite, per quanto sottostimate per ciò che riguarda i primi mesi di guerra, una cifra che ci dà un realistico ordine di grandezza. Questo resta comunque un conflitto che colpisce soprattutto i militari.»

Prospettive di soluzioni: nessuna svolta all’orizzonte?
«Al momento, purtroppo, no. I negoziati provati nell’estate scorsa hanno mostrato come il Cremlino abbia adottato una posizione ferma: la Russia, percependo una situazione militare vantaggiosa e una tenuta economica sostenibile, chiede condizioni estreme, praticamente una capitolazione da parte dell’Ucraina. Finché questo equilibrio non cambierà, difficilmente si vedranno progressi nelle trattative.»

Cosa vuol dire lavorare come inviato di guerra in Ucraina oggi?
«Dopo aver visitato anche la regione di Kursk mentre era occupata dagli ucraini, ora risulto ricercato per attraversamento illegale del confine — come venti colleghi nella stessa situazione. In Ucraina invece, il giornalismo trova terreno fertile: è un paese vicino a noi, la vita funziona, non è come raccontare guerre in Congo o Sudan. È un’esperienza davvero istruttiva: questa guerra pone domande sulla presenza del conflitto nel nostro tempo, sulle cause, sul futuro del modo di combattere in epoca tardo-capitalista.»

Europa e riarmo: una riflessione critica
«Personalmente, ritengo che teoricamente possa avere senso: la storia mostra che il riarmo può condurre anche a effetti distributivi positivi. Negli Stati Uniti dopo la crisi del ’29 fu il riarmo a porre fine alla depressione, non le politiche sociali del New Deal. Oggi però il riarmo europeo non somiglia per niente agli esempi virtuosi che abbiamo visto nel passato, sembra il riarmo misto tra trucchi contabili per poter aumentare il proprio bilancio militare inserendoci un po’ di tutto tipo il ponte sullo stretto, e dall’altro una lunga lista della spesa di armi da comprare a Washington per cercare di ingraziarsi l’amministrazione americana. Così facendo non si ottiene niente, né un’Europa più sicura e autonoma, né effetti positivi redistributivi perché se compriamo armi dagli Stati Uniti stiamo solo dando lavoro agli operai di quel paese non certo a quelli europei.»
 
Due anni dopo l’attentato di Hamas in Israele, oggi assistiamo alla distruzione di Gaza. Possiamo ancora parlare di guerra ?
«Ritengo sia un conflitto, anche se estremamente asimmetrico e sproporzionato, con una quantità impressionante di vittime tra la popolazione di Gaza. La resistenza esiste, come dimostrano i video recenti di Hamas contro le forze israeliane, ma il divario con Israele è abissale. Il timore è che il supporto unilaterale agli attori più forti apra scenari inquietanti per il futuro, rendendo sempre più difficile frenare conflitti condotti con estrema violenza. Il rischio è che si spalanchino porte che erano state almeno socchiuse, come dimostrano alcune giustificazioni nel dibattito pubblico sui bombardamenti, non solo a Gaza ma anche in passato.»