Essere femminista oggi
Intervista a Jennifer Guerra
(a cura di Monica Pierulivo)
1. Come ti sei avvicinata al femminismo?
Come tante donne e ragazze della mia età ho scoperto il femminismo su Internet, non avevo realtà femministe intorno a me, venivo dalla provincia di Brescia che non è propriamente l’avamposto della cultura e della politica progressista. In particolare l’ho scoperto grazie a un blog che si chiama “Soft revolution zine”, l’unico che in quel momento, parlo di una decina di anni fa, si occupava di femminismo per adolescenti ragazze con un linguaggio molto fresco e che parlava di cultura pop. Quello è stato il mio avvicinamento, poi probabilmente questa scoperta si è intrecciata col fatto che, vivendo in un contesto piuttosto chiuso e anche un po’ repressivo, sono rimasta affascinata dal messaggio di liberazione del femminismo.
2. Parlando di femminismo oggi non si può non parlare di tutta una serie di diritti come maternità surrogata, diritti lgbtq+, aborto che è legato a una legge molto vecchia, la 194 sempre sotto attacco. In Italia qual è la situazione rispetto a questi diritti, siamo pronti a recepire tutto le istanze che provengono dalla società?
Secondo me c’è uno scollamento evidente tra paese reale e politica soprattutto sui temi dei diritti civili e questa è la ragione per la quale i giovani si distaccano dalla vita politica, quella istituzionale. Tra i giovani c’è infatti un astensionismo fortissimo ma anche una grande mobilitazione sui diritti civili. Questo tipo di diritti, insieme a quelli ambientali, sono quelli che sollecitano i giovani ad andare in piazza. Se da un lato ci sono norme che diamo per acquisite e che sono sotto attacco, come la legge 194 sull’aborto, molto resta ancora da fare e da legiferare per produrre un vero cambiamento di mentalità. Vorrei ricordare ad esempio il tema dell’adozione per le coppie gay, basato sul principio del matrimonio egualitario, un tema attualmente estraneo dal dibattito politico. Da qui la percezione che non si riesca a trasformare questi momenti di mobilitazione in azioni politiche, forse perché si ritiene che la legge non sia lo strumento più adeguato, forse perché abbiamo visto che la legge sull’aborto non garantisce affatto il diritto, nella pratica. Giorgia Meloni ha fatto la sua campagna elettorale dicendo che voleva garantire la 194, ma questo non significa garantire il diritto all’aborto, significa anche garantire i gruppi antiabortisti che entrano negli ospedali pubblici e dicono alle donne che non devono abortire, facendo molta disinformazione, tra l’altro. Quindi tutto questo crea sfiducia nelle istituzioni e lascia ancora irrisolte tante questioni legate alla vita delle persone.
3. Comunque dei passi avanti sono stati fatti anche se non abbastanza. Rispetto all’Europa qual è la nostra situazione?
Anche per quanto riguarda la parità di genere, il nostro paese continua a essere indietro rispetto agli altri paesi europei posizionandosi nella scala più bassa del Gender Equality Index che è l’indice europeo sulla parità di genere. Ritornando al discorso precedente, negli ultimi anni l’Italia ha guadagnato qualche posizione soprattutto nella rappresentanza politica perché ci sono state le quote di genere che hanno permesso di aumentare il numero delle parlamentari, delle donne nei Cda ma restiamo comunque il paese con la disoccupazione più alta in Europa. Questa non è una cosa che si può risolvere semplicemente con una legge. Quello su cui siamo veramente indietro è proprio la questione relativa al modello organizzativo della società, agli aspetti legati alla cura, al welfare, al lavoro, che poi sono i più ingombranti nella vita delle donne.
4. Nonostante la tua giovane età, al tuo attivo ci sono già diverse pubblicazioni interessanti. L’ultima, che uscirà il 5 marzo per Einaudi, s’intitola “Femminismo non è un brand”, dove ti occupi del femminismo di oggi e dei rischi legati al femminismo come fenomeno mainstream, legato spesso al brand. È interessante per riposizionare il femminismo nell’attualità. Qual è la tendenza attuale?
Premetto che non mi piacciono le ricette relative al femminismo che è un fenomeno estremamente delicato e complesso. Nel libro parlo di femminismo egemonico, mainstream. In questo momento ci troviamo di fronte a un fenomeno che ha raggiunto una grande popolarità ma che al suo interno ha molte contraddizioni: c’è il femminismo più istituzionale che è quello delle grandi organizzazioni internazionali, delle grandi aziende, dei brand, quello più addomesticato se vogliamo, e affine agli interessi politici e delle grandi aziende. Questo femminismo, che non è necessariamente dannoso o pericoloso, convive con un femminismo completamente diverso, proveniente dal basso, dal movimento. Se ci allarghiamo al contesto internazionale, vediamo ad esempio che tutti i femminismi dell’America latina sono molto lontani da quello istituzionalizzato. Sono due volti opposti, uno tende a conservare lo status quo e l’altro prova a ribaltarlo. Credo pertanto che ci sia la necessità di trovare una mediazione tra questi due mondi, navigando tra i due opposti. Da un lato senza il femminismo dei movimenti non ci sarebbero i miglioramenti e gli avanzamenti per le donne, ma non credo sia giusto neanche demonizzare un femminismo più istituzionale che ha comunque la sua ragione di essere, anche se a volte nel nome del femminismo vengono fatte politiche repressive e questo è inaccettabile.
5. Il femminismo è un movimento che mira a mettere fine al sessismo, allo sfruttamento sessuale e all’oppressione, secondo una definizione di Bell Hooks. Alla base c’è la necessità di capire cosa è il sessismo e soprattutto di combattere gli stereotipi di genere. È utile parlare di stereotipi gender nelle scuole, anche tra i più piccoli?
Sicuramente utile anche se spesso il tema non viene affrontato nella sua complessità. Abbiamo visto che dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, è stata proposta e pubblicata una direttiva ministeriale per introdurre l’educazione alle relazioni, che però leggendo la direttiva vuol dire tutto e vuol dire niente, nel senso che non si capisce neanche in cosa consista questa educazione. Nella mia esperienza di persona che ogni tanto va anche nelle scuole, devo dire che è molto difficile riuscire a parlare di certi temi in classe, almeno da un certo punto di vista, nel senso che l’educazione di genere è accettata se è educazione civica, si può fare anche educazione sessuale ma solo se si parla di un certo modo di fare sesso; se invece vengono affrontati argomenti legati all’abbattimento degli stereotipi apriti cielo! È un tema molto complicato, io credo che il problema stia più negli adulti piuttosto che nei ragazzi e negli adolescenti. Ho appena scritto un articolo su Fanpage a proposito dell’ ultimo rapporto di Save the children “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza” che dimostra quanto siano radicati gli stereotipi di genere negli adolescenti. Ad esempio, secondo il 40% degli intervistati, una donna, se vuole, può resistere a uno stupro e cose del genere. Sono praticamente gli stessi numeri che troviamo tra gli adulti. Quindi nel momento in cui parliamo di educazione, di contrasto agli stereotipi, bisogna anche chiedersi chi sarà l’educatore e quali valori trasmetterà. Effettivamente credo che in Italia ci sia ancora un grave ritardo su questo e poche persone competenti che possano svolgere questa attività con la giusta preparazione e il giusto atteggiamento.
6. Un’altra tua pubblicazione “Il capitale amoroso. Eros politico e rivoluzione” edito da Bompiani nel 2021, parla dell’amore in rapporto alla nostra società come sentimento politico e rivoluzionario. Cosa vuol dire?
Per la cultura che ci è stata trasmessa abbiamo un po’ la sensazione che l’amore sia una questione solo privata, anche quando ci sono i politici che si confrontano con la loro vita amorosa la tendenza è dire sono questioni private, voi non dovete entrare. Se da un lato c’è comunque effettivamente un aspetto di intimità, secondo me l’amore ha anche una grande forza politica, alla fine se riduciamo l’amore e la politica nei loro termini essenziali, sono molto simili nel senso che è un prendersi cura l’uno dell’altro anche quando non corrispondono ai nostri.
Ovviamente la politica si può fare anche seguendo soltanto gli interessi dei propri simili, però non è una politica auspicabile e anche nell’amore penso che alla fine se noi amiamo le persone accettando i loro difetti e quello che le rendono diverse da noi sia certamente una buona cosa. Di solito quando due persone sono troppo simili le relazioni vanno a finire male. In questo senso credo che l’amore inteso non solo dal punto di vista romantico, ma anche quello che viviamo nel quotidiano, come l’amicizia, l’amore per la nostra famiglia, per i nostri animali e anche per noi stessi, possa diventare una palestra per agire nello spazio pubblico nel modo migliore, non dimenticando che implica sempre un sacrificio rispetto all’altro.
7. L’attenzione nei confronti dell’altro e della comunità ha a che fare con i sentimenti ma anche con il senso di responsabilità, di azione. Partendo da questo, il tema quindi è anche come il privato possa condizionare la sfera pubblica?
Esatto, infatti secondo me il fatto della componente attiva è molto importante, lo dice bene anche Bell Hooks, dicendo che l’amore non è soltanto un sentimento ma anche un’azione, quindi nel momento in cui noi sottolineiamo questo momento attivo dell’amore, sottolineiamo che c’è anche una responsabilità verso le persone che amiamo, di conseguenza una responsabilità di tipo politico.
8. Da tutto questo scaturisce il tema della libertà che si ricollega al tema dell’emancipazione, del modo di vivere l’amore ecc. Secondo te cosa è la libertà?
Ho letto una definizione di libertà molto particolare di Carla Lonzi, che è il combaciare con sé stessi. L’idea che nel momento in cui si è pienamente libere e si raggiunge appunto una sorta di autorealizzazione, che non vuol dire sbarazzarsi completamente degli altri ma piuttosto non avere più nessuno che ti dica cosa tu debba essere, la libertà è la possibilità di diventare qualcosa di diverso da quello che si è, ma rimanendo in qualche modo fedeli ai propri desideri.