Le spiagge del Ventennio:

osservazioni sul litorale toscano

di Mirella Scardozzi

Basta accostare due foto, una precedente e l’altra successiva alla Grande Guerra, per rendersi conto del cambiamento repentino del modo di vivere la spiaggia: da una parte rari gruppi a passeggio, dall’altra corpi stesi al sole. Il confronto potrebbe continuare con quadri o testimonianze letterarie, ma il punto è che dal primo dopoguerra la spiaggia assunse un’inedita centralità nel turismo balneare italiano.

Tra le due guerre cambiò il significato corrente del termine “bagni”, senza più confusione tra quelli marini e quelli termali, perché, come gli storici hanno poi ricostruito, la statistica attestava il superamento delle presenze nelle località di mare rispetto a quelle nei centri termali.

Un’emergenza ancora più significativa fu la diffusione delle colonie. La filantropia ottocentesca degli ospizi marini impallidisce rispetto alle nuove realtà, strumenti della costruzione dell’Italiano Nuovo del fascismo. Le colonie comparvero in tutta Italia, ma specialmente sulla costa romagnola e su quella toscana. In Toscana appunto, in località Calambrone al confine tra il comune di Pisa e quello di Livorno, tra il 1920 e il 1940 ne furono realizzate ben sette, contigue, tutte di grandi dimensioni e costruite direttamente sulla spiaggia. Alle spalle dell’arenile e quasi in contemporanea con la loro edificazione, fu tracciato un largo viale litoraneo, che dal 1933 congiunse Pisa e Livorno; lungo lo stesso tragitto e nello stesso anno entrò in funzione una linea tramviaria. Infrastrutture così importanti si spiegano col fatto che le colonie riempivano lo spazio residuale di un progetto molto più vasto e tutt’altro che benefico, cioè la fondazione di un centro turistico sui chilometri di spiaggia orlata di pinete, rimasti liberi tra due famose località balneari ottocentesche, Marina di Pisa e la stessa Livorno. Tra il 1932 e il 1933 nacque Tirrenia, con un piano regolatore approvato e gestito da un Ente autonomo al quale il comune di Pisa aveva ceduto circa 1800 ettari della tenuta demaniale di Tombolo. Bisognava conservare la pineta, “il migliore ornamento della località”, si diceva, e si adottò il modello della città giardino, una lottizzazione con bassi indici di edificabilità e con vincoli per la conservazione dei pini.

Era lo stesso modello che dall’inizio del secolo aveva preso forma qualche decina di chilometri più a nord, lungo le spiagge della Versilia. Viareggio, il nucleo forte di quest’area, dagli anni Venti aveva conosciuto uno sviluppo straordinario. La storica passeggiata aveva cambiato aspetto. Sul lato a monte alcuni alberghi erano stati ingranditi e rimodellati nel tipico stile eclettico internazionale (l’Excelsior nel 1924, nel 1925 il Grand Hotel&Royal, poco dopo il Principe di Piemonte). Lato mare, dal 1924 una commissione comunale, composta tra gli altri da Giacomo Puccini e Galilei Chini, aveva dettato le regole per ridisegnare l’ingresso dei bagni e la disposizione delle cabine. Nel 1932, infine, il piano regolatore dell’architetto Raffaello Brizzi, il maestro della scuola razionalista fiorentina, con l’estensione della città verso nord e il prolungamento del grande viale litoraneo.

Contemporaneamente furono “valorizzate” le spiagge ancora vuote a nord di Viareggio. Forte dei Marmi aveva avuto la sua prima piazza nel 1900, di fronte al pontile d’imbarco dei marmi. Già prima della guerra lo sviluppo era stato rapido: un lungo viale litoraneo e la tramvia che, scriveva il prefetto nel 1914, “corre lungo il litorale, dando facile e comodo modo di utilizzare gli arenili e i terreni circostanti”. Nel dopoguerra, gli Agnelli acquistarono nel 1926 una grande villa ottocentesca, mentre le lottizzazioni assumevano dimensioni inedite con l’intervento di società anonime: nel 1925 la Vittoria Apuana per 101 lotti; nel 1926 la Roma Imperiale per 96; a fine decennio, al lido di Camaiore, la Costa fiorita e l’Italica, che in un manifesto pubblicitario promettevano di realizzare nella pineta “un grande villaggio silvano-marino”.

Dal 1922 lo Stato italiano si era dotato di una legge di tutela delle “bellezze naturali”, una legge che, insieme ai quattro parchi naturali appena istituiti, rimase per decenni l’unico strumento di difesa del territorio. Fu subito chiara la scarsa efficacia della legge, come si intuisce ad esempio da un manifesto del comune di Forte dei Marmi: nel 1931, nel pieno delle lottizzazioni, si ricordava che la Direzione generale Antichità e Belle Arti proibiva “in modo assoluto, l’utilizzazione a scopo fabbricativo delle pinete ancora esistenti”; ma insieme, in singolare contraddizione, si invitavano gli interessati alla zona balneare a presentare per tempo i progetti, perché la necessità di ottenere l’approvazione della Sovrintendenza dell’Arte Medievale e Moderna di Firenze allungava l’iter burocratico.

Nel 1942 la rivista Domus pubblicò un articolo dal titolo Un allarme per la pineta di Tirrenia. A un primo sguardo sembra che la denuncia riguardi solo “l’architettura bolsa” dell’eclettismo e “la furia delle palme”, sostituite ai pini ovunque possibile. In realtà si parla di “battaglia per il paesaggio”, di valorizzazione dei “caratteri originari della nostra costa”, di difesa contro “la civiltà [che] avanza contro la foresta e il deserto si sostituisce alla pineta”.  Per le pinete, si scrive, i giochi erano ormai chiusi a Viareggio, Forte dei Marmi, Castiglioncello, Ostia, ma rimanevano i casi di Tirrenia, Calambrone, Fregene. 

Viene in mente I congiurati della pineta di Antonio Cederna, ma ormai siamo nel 1966, quando l’Italia balneare era diventata una realtà importantissima e uno degli oggetti principali delle politiche ambientali.

 
Riferimento bibliografico:
Per tutte le indicazioni bibliografiche si rimanda a M. SCARDOZZI, Il turismo balneare in Toscana, dall’”invenzione del mare” agli anni Trenta del Novecento, in S. CASINI BENVENUTI, M. SCARDOZZI, O. VACCARI, Storia illustrata della costa toscana, Pisa, Pacini, 2018, pp. 59-121.