Laura Diaz: una comunista da raccontare
di Enrico Mannari
Nello scrivere il mio libro, “Il cuore rosso di Livorno. San Marco Pontino, viaggio nella memoria di un rione”, mi sono imbattuto in una figura di donna comunista singolare: Laura Diaz, dal forte legame con le popolane livornesi in quegli anni duri della ricostruzione dopo il ventennio fascista. Ed allora mi sono chiesto perché non raccontare quella che mi è apparsa come una “sentinella del cambiamento” possibile nel modo di concepire il ruolo della donna nell’attività politica.
Laura Diaz proviene da una famiglia benestante, di forti convincimenti antifascisti; il padre Augusto, uno degli avvocati più conosciuti a Livorno, viene arrestato e denunciato più volte durante il ventennio, il fratello Furio sarà il primo sindaco della Livorno liberata, in seguito storico e docente universitario di grande prestigio. Laura si iscrive al PCI nel 1944 e da lì partecipa attivamente alla costruzione del radicamento comunista in città e in provincia, ricoprendo numerosi incarichi.
Sono anni in cui si articola la doppia militanza nel suo ruolo di Presidente dell’UDI di Livorno, membro della Presidenza nazionale dell’UDI, “funzionaria” del PCI, responsabile della commissione femminile e membro della Direzione provinciale del PCI.
Quello che già appare dalle prime fasi della mia ricerca è che la Diaz sembra proprio far parte di quella generazione di donne comuniste che hanno contribuito a prendersi cura delle persone: costruttrici del welfare, attraverso la pratica del riformismo della vita quotidiana, inventando i servizi sociali come ad esempio gli asili nidi e autogestendoli, protagoniste di tante iniziative di solidarietà sociali, ideando politiche innovative negli enti locali e avanzando proposte di legge che hanno caratterizzato tante tenaci battaglie parlamentari.
È una delle 19 elette, nel 1948, per il Fronte democratico popolare, con quasi 40.000 preferenze, nella circoscrizione Livorno Pisa Lucca.
La stampa conservatrice parla della nuova pin-up del Parlamento: è giovane, 28 anni, e avvenente, e allora ci “si chiede se questo plebiscito sia offerto alla sua bellezza o alle sue capacità politiche”, affrettandosi ad aggiungere che “in una donna è difficile distinguere dove finisca l’appello del sesso e dove incomincino le attrattive minori” (U. Zatterin, in: La Stampa, 29 aprile 1948).
E qui si apre una bella riflessione sul linguaggio delegittimante e sessista del tempo, non dissimile da quello di oggi. Sovente sulla stampa di allora leggiamo commenti mortificanti, che non doveva essere facile ignorare, ma che non attenuano, anzi sembrano rafforzare il suo impegno sui diversi fronti, compreso quello della Pace che diventa prioritario nei primi anni Cinquanta nella mobilitazione femminile, dove un ruolo fondamentale viene esercitato dall’UDI.
Ci sono, inoltre, segni, in ragione anche della sua personalità, pur con i limiti e le contraddizioni del contesto, del suo battersi contro le diverse forme di “maschilismo” presenti anche nel PCI, compresa la doppia morale sessuale.
La Diaz viene eletta per quattro legislature sino al 1968. Tra i vari incarichi parlamentari, fa parte della commissione diritto-affari giudiziari, commissione lavoro-emigrazione-previdenza e assistenza sociale, commissione industria-commercio-artigianato, commissione affari esteri.
Sarà importante analizzare il suo ruolo per quanto riguarda le proposte legislative e le diverse interpellanze parlamentari e quindi prendere in considerazione se possiamo parlare anche per lei di un “femminismo costituzionale”. Il ruolo delle comuniste nella costruzione della democrazia e nell’attività parlamentare spesso viene sottovalutato nella ricerca storica.
Dopo il 1968, Laura Diaz collaborerà alla sezione esteri della Direzione nazionale del PCI.
Dunque, un vissuto, il suo, da non lasciar cadere nell’oblio. È stata una donna che ha avuto fiducia nella politica, una politica che cambiava anche le questioni di genere. E questa sua fiducia è l’eredità più significativa che quella storia lascia al nostro tempo e consegna alle nuove generazioni.
Non c’è stato il deserto prima degni anni Settanta. Anche per questo mi sono preso l’impegno di scrivere e raccontare questa storia, la storia di una donna che volle essere coinvolta nella politica generale del partito comunista, una dimensione della politica che ha fatto fatica a permeare gli stessi studi sulle donne.