Il Mediterraneo e le radici emigratorie delle golondrinas
Marzo 1891 – marzo 2025: 134° anniversario dal tragico naufragio del piroscafo Utopia
di Gianni Palumbo
La leggenda narra che quando l’ultimo avamposto arabo in Europa, il sultanato di Granada, cadde sotto i colpi della Reconquista spagnola ad opera congiunta dei Regni di Castilla e di Aragona, ai mori che non vollero convertirsi al cristianesimo non rimaneva far altro che fuggire verso il mare. Su un irto sperone montuoso, durante la fuga, si fermarono, guardarono per l’ultima volta la loro città e Boabdil, Muhammad XI, ultimo sultano della dinastia dei Nasridi, si voltò per un ultimo sguardo al suo dominio perduto, alla magnificenza de la Alhambra, alle distese meravigliose della verde vallata che la circondava, pianse perdutamente e sospirò: “Ahh Granada!”. Da qui il nome di quella località, El suspiro del moro, da cui si osserva Granada da una parte e il Mediterraneo dalla parte opposta; il mare quale elemento liberatore o via di fuga per la salvezza o per nuove, insperate, avventure.
Da quel momento esatto il mare diventa uno spazio aperto di opportunità, non solo luogo di incontro/scontro tra civiltà, non solo medium di collegamento tra diverse sponde, tra punti differenti del mondo, ma una zona franca attraverso la quale raggiungere obiettivi mai pensati prima.
Al mare, alla navigazione in mare, è affidato il potenziale e simbolico approdo alla Utopia di Thomas More e alla Nuova Atlantide di Francis Bacon, entrambe parte di un sogno rinascimentale di progresso e sbocchi verso un mondo, anche interiore, nuovo e fecondo. Da quel momento ai mori viene concesso lo spazio da occupare solo al di là dello Stretto. Eppure, sarà sempre da quel momento che la Spagna cercherà e troverà, a sua volta, spazi di conquista sull’altra sponda del Mediterraneo: le città di Ceuta e Melilla, avamposti al di là del mare, in continente africano.
Saranno proprio queste enclave in terra araba a costituire uno dei primi moderni emblemi dell’emigrazione, col suo portato di tragicità, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo. Ma sarà anche il 1492, anno della capitolazione del sultanato a Granada, il momento della partenza di Cristoforo Colombo verso il Nuovo Mondo, l’inizio di una ambigua e cruenta Conquista dei territori americani e della progressiva emigrazione dal Vecchio Continente che diverrà imponente nei secoli successivi, il più delle volte per motivi di necessità.
Il tragico naufragio del piroscafo Utopia, alcuni secoli dopo, e precisamente la sera del 17 marzo del 1891, è figlio di questa tensione e dei rischi impliciti che la stessa comportava, oltre che di un subentrato e legittimo desiderio di vita e di libertà che si faceva spazio nel vecchio continente tra le classi meno agiate che affidavano alla sorte la possibilità di un miglioramento delle proprie condizioni esistenziali.
Il periodo (e)migratorio, per l’Italia, assumeva connotati di consistenza proprio in quella fase post-unitaria e avrebbe progressivamente riguardato migliaia, centinaia di migliaia e poi milioni di persone che sarebbero migrate verso le Americhe alla ricerca di una connessione con il senso stesso dell’esistenza, resa aspra e complessa da un insieme di fattori, tra i quali il vulnus politico ed economico e le disparità territoriali dell’Italia unita.
Dal sud italiano le migrazioni divennero numericamente consistenti verso il continente americano a partire da circa quindici anni dopo l’Unità d’Italia, quando le aspettative di lavoro e di terra sarebbero state – di fatto – tradite, divenendo elementi di riflessioni sociopolitiche ed economiche da parte degli intellettuali meridionalisti, analisti attenti dei mancati riflessi positivi che l’unificazione italiana avrebbe potuto e dovuto generare. Una enorme massa di contadini partì, quindi, per le Americhe e in particolare, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, verso gli Stati Uniti e il Canada. Questa enorme massa-lavoro si aggiungeva a quella partita nei decenni precedenti e che era stata caratterizzata dalla esportazione di mestieri nel piccolo artigianato o di musicisti; si pensi agli arpisti di Viggiano, in provincia di Potenza, che, al pari degli zampognari molisani, emigravano per partecipare a differenti forme di itineranza pre-circense che aveva origine nelle montagne e si sviluppava con la messa in scena di spettacoli di strada anche attraverso l’uso di minori. D’altronde raggiungere le Americhe con i piroscafi era una soluzione addirittura più economica del treno per raggiungere mete nordeuropee e l’emigrazione si strutturava attraverso la creazione di complesse reti amicali e parentali che regolavano la dimensione dei flussi a seconda dei momenti politici, sociali ed economici in maniera tale che quando si registravano periodi di particolare difficoltà in Italia e di espansione in America, le partenze divenivano consistenti.
Al sud Italia i primi significativi movimenti migratori per necessità lavorative risultavano essere di natura temporanea e stagionale. Soprattutto nella prima metà dell’Ottocento e nei primi decenni post-unitari ogni partenza per l’estero assunse i toni di una temporaneità che prevedeva la ciclicità di partenze-permanenze-ritorno, reiterando tale ciclo più di una volta nel corso della vita lavorativa tanto da far assumere il nome di golondrinas, rondini, agli emigranti che non stabilivano rapporti di integrazione con la comunità ospitante.
A marzo del 1891 sul piroscafo Utopia, della compagnia Anchor Line, al suo undicesimo viaggio tra il Mediterraneo e New York, insieme all’equipaggio viaggiavano poco meno di 900 golondrinas, tutte provenienti dalle regioni meridionali italiane, tutte in terza classe (i passeggeri di prima furono solo tre, nessuno di seconda), circa 600 trovarono la morte in un tragico naufragio a Gibilterra, in seguito alla collisione con una corazzata della Royal Navy, ancorata nel porto del protettorato britannico. Tra i sopravvissuti circa la metà – con un altro piroscafo messo a disposizione dalla compagnia di navigazione – continuò, nonostante tutto, il viaggio verso New York, coltivando attivamente la speranza di un “cambio di rotta” per la propria stessa esistenza, per dare un senso alla migrazione, la cui potente suggestione non fu spezzata nemmeno dalla morte di parenti e amici. La migrazione, quasi come l’istinto migratorio delle rondini, fu più forte della sconfitta, delle avversità e del fato, tragiche circostanze, tra le altre, che caratterizzarono il naufragio.
Riferimenti Bibliografici
G. PALUMBO, L’Utopia tra le nebbie della memoria. Appunti di un naufragio, Marotta&Cafiero Editori, Napoli, 2024.
M. COLUCCI, M. SANFILIPPO, Guida allo studio dell’emigrazione italiana, Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana, Edizioni Sette Città, Viterbo 2010.