Lumumba, Armstrong e gli altri

di Marco Giovagnoli

Come al solito, un Fabrizio De André è di quelli che con tre-quattro parole esprimono compiutamente quello che pensi ma non sei mai riuscito a dire. “Abortire l’America e guardarla con dolcezza” rappresenta plasticamente il travaglio di più di una generazione novecentesca (non sapremmo dire di quelle post-Novecento), ossia il sentirsi naturalmente antiamericani[1]per tutto quello di negativo e di odioso che quel Paese ha fatto e allo stesso tempo avere assorbito tutto ciò che lo stesso ci ha messo a disposizione per rovesciare gli ancien régime che opprimevano in particolare i più giovani, nel loro voler essere qualcosa di altro rispetto ai loro ‘genitori’ che in qualche modo avevano portato (e stavano ancora portando) il mondo alla catastrofe bellica, poi alla minaccia nucleare, alla distruzione della natura, alla fossilizzazione dei saperi e delle opportunità. Insomma, malattia e medicina hanno sempre fatto spola tra le due sponde dell’Atlantico (per noi Europei) e sugli altri lidi, per il resto del mondo.
La memoria e il rispetto per giovani vite americane immolate per la libertà dell’Europa e del mondo dall’incubo nazifascista e dal fascioimperialismo nipponico ha garantito ai ‘filoatlantici’ un argomento inoppugnabile contro i critici degli USA (memoria e rispetto giusti, ma sono un credito inesauribile?) e l’epica della ‘giovane nazione’ nella rivolta contro i colonialisti inglesi, del diritto alla felicità costituzionalmente sancito, dei grandi simboli della libertà universale, da Lincoln ai due Kennedy, John e Robert, a Martin Luther King e tanti altri (la maggior parte dei quali assassinati in casa, detto per inciso), aleggia ancor oggi, in un tempo nel quale scacciati via i professionisti dell’antiamericanismo dai restauratori dell’ordine mondiale sempre in attività, gli States sono di nuovo al centro dell’attenzione mondiale, magari con un timoroso rispetto, al netto del cialtronismo opportunista di qualche politico neo-atlantista.

La Nazione che ha dato così tanto al mondo – detto fuor di ironia, molto nel bene – è la medesima che nel suo palma respuò annoverare (in tempi relativamente recenti e solo per parlare della scala vasta) lo schiavismo, una guerra civile, un genocidio, un feroce sistema legale di apartheid giunto sin quasi ai nostri giorni, l’uso sinora unico dell’arma nucleare sui civili, del napalm sempre su civili e ambiente, della forza più o meno indiretta nel rovesciare governi democratici nel sostenere ‘gorilla’ al loro posto (Allende e Pinochet, per dire), l’ostilità per la maggior parte dei trattati internazionali di civiltà, con una certa intermittenza su quelli relativi all’ambiente – e l’elenco sarebbe lungo, ma non è questa la sede per continuarlo. La cosa sorprendente è la capacità – lo diciamo con ammirazione – di rigenerazione di quel grande Paese, il continuo bagno nelle acque del Lete per cui, ad esempio, l’eleggere un Presidente afroamericano è il segno di una grande forza democratica e liberale e non la cosa più normale del mondo, solo a non essere pervicacemente razzisti. O anche il sostegno all’autodeterminazione dei popoli, certamente vincente nello scontro con quella vergogna umana che è stato il Socialismo reale e ancor oggi argomento di grande appeal contro i vari ‘assi del male’.
 
E qui entra in gioco l’Africa. Perché la vicenda raccontata in quello straordinario film (docu-film, ma sembra riduttivo) che è Soundtrack for a Coupe d’Etat, del regista belga Johan Grimonprez (2024) sembra, al di là dell’assoluto valore artistico, proprio una metafora di questo continuo altalenarsi degli USA tra ciò che di meglio hanno dato e ciò che di peggio sono stati in grado di compiere – certo, non sempre in assoluta solitudine, come si capisce bene dal film. Ovviamente si rimanda alla sua visione (su una piattaforma tv) per apprezzare sia la narrazione che la costituzione filmica, serratissima e travolgente, che fa scorrere il tempo (non breve, è un film di due ore e mezza) in un lampo. Qui occorre solo richiamare rapidamente il ‘pretesto’ per il racconto, ossia il vortice di eventi che ha portato, nel 1961, all’assassinio di uno dei leader più importanti del processo post-coloniale africano, Patrice Lumumba, presidente eletto della Repubblica Democratica del Congo e grande sostenitore del panafricanismo. Lumumba ha pagato con la vita il trovarsi al crocevia di una storia che appunto, al di là della retorica della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli, pochissimo spazio concedeva a quei ‘lussi’; l’Africa era l’ennesimo campo di battaglia della Guerra Fredda, ancora pensata in termini di interesse nazionale da parte delle potenze ex-coloniali (in questo caso il Belgio, sempre meno potenza), con in più due elementi cruciali: il primo, l’accelerazione data da Lumumba all’idea di una alleanza africana all’interno del continente e in connessione con le altre esperienze di emancipazione dal ‘fardello dell’uomo bianco’ che erano in atto nel mondo e che cominciavano a trovare un palcoscenico ideale nell’ingresso di molti nuovi Stati del Sud (allora era ‘il Terzo Mondo’) nell’ONU, con pericolosi (per l’Occidente) esperimenti di nuove maggioranze – non a caso nel film appaiono Nehru, Nasser, Castro, Nkrumah, Sukarno etc.; il secondo, l’essere ricco l’ex Congo belga di un materiale strategico per la Guerra Fredda e per l’economia occidentale, ossia l’uranio. Di là è arrivato il materiale per le carneficine di Hiroshima e Nagasaki, di là doveva arrivare l’uranio per la primazia nella corsa agli armamenti ma anche per il nucleare civile, come anche altri materiali che troveranno impiego, ad esempio, nella guerra del Vietnam (e oggi, per la digital era). Che la nuova repubblica sfuggisse al controllo euroamericano sia sul versante politico – Lumumba era un simbolo vivente dell’anticolonialismo – sia su quello del complesso militare-industriale non era pensabile né tollerabile, e il far terra bruciata attorno al giovane leader congolese diviene una strategia coordinata tra l’ex potenza coloniale, gli Stati Uniti e la stessa ONU, dove un ruolo non secondario nella delegittimazione di Lumumba fu svolto dallo stesso Segretario generale Dag Hammarskjöld, che pure molto si spese per il nuovo assetto postcoloniale e forse perse la vita proprio per questo (secondo Truman, un assassinio).

Nel film un ruolo importante viene dato anche ad un’altra figura di rilievo della nuova Africa, Andrée Blouin, attivista politica e scrittrice centrafricana, che di fatto era la portavoce di Lumumba e in parte la sua ghost writer, e venne per questo esiliata, braccata e attaccata in Occidente con il doppio esito di essere stata poi ‘dimenticata’ nelle narrazioni postcoloniali, pur essendone stata una delle protagoniste (forse anche il suo essere donna ha influito). Non a caso, il film attinge molto alle sue memorie e ne fa una delle voci narranti. La brevissima storia del tentativo di Lumumba di accreditarsi come il legittimo presidente della RDC e uno dei leader dell’Africa futura finisce quasi subito: tra il 30 giugno del 1960 e il 17 gennaio del 1961 si ha il tempo di vedere la destituzione dalla carica di Primo Ministro di Lumumba da parte del Presidente filo-occidentale Kasa-Vubu, il suo tentativo di resistere, l’intervento belga a sostegno dell’indipendenza del Katanga (la regione mineraria…) e la successione con un Presidente-fantoccio come Mobutu; di Lumumba, fucilato assieme ad altri esponenti governativi e poi sciolto nell’acido, rimarrà solamente un dente, ora esposto in un mausoleo della RDC. Lo shock provocato dalle accelerazioni panafricane, autonomiste e indipendentiste di Lumumba viene plasticamente messo in scena alle Nazioni Unite, in un vorticoso avvicendarsi – con sullo sfondo la storica Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 1514 (XV) del 14 Dicembre 1960 sulla decolonizzazione e l’ingresso di 17 nuovi Stati, di cui 16 africani – di figure passate alla storia, dalle performances (anche ‘percussionistiche’) di Nikita Kruscev alle figure emergenti, come detto, da Fidel Castro a Nasser, tra sostegni più o meno pelosi a vere e proprie dichiarazioni minacciose degli Occidentali, sempre comunque patinate dal principio di autodeterminazione.
Nel film compaiano anche altri storici protagonisti dell’epoca, da MalcomX (figura radicale dell’afroamericanismo, incidentalmente assassinato ‘in casa’ anch’egli) a Re Leopoldo II del Belgio, e ovviamente emergono in maniera limpida gli auspici, anche espliciti ad es. da parte del presidente statunitense Eisenhower, di morte per Lumumba (“che finisca in bocca ai coccodrilli”) ma anche il ruolo primario della CIA (nel film parlano in prima persona i suoi dirigenti) nell’eliminazione dell’‘incidente storico’ di un leader africano che non si allineava ai desiderata occidentali, sempre sospettato di essere ‘un comunista’ e quindi disfunzionale agli equilibri della Guerra Fredda – con in più la questione dell’uranio, come sopra accennato. Ma, e qui sta sia la qualità artistica del film sia il doppio volto dell’America, il filo conduttore di tanta geopolitica è affidato agli inserti musicali di alcune delle più straordinarie figure della musica jazzma più in generale della musica di tutti i tempi, tutti afroamericani, che gli Stati Uniti utilizzano anche in funzione propagandistica sia nei confronti del mondo sovietico, sia nei territori ‘contendibili’, come appunto il Congo. Appare chiaro come alcuni di loro non fossero pienamente consapevoli del ruolo assegnato, avendo come primo obiettivo quello di suonare e di suonare a quei livelli; figure come Duke Ellington, Dizzy Gillespie, John Coltrane, Nina Simone, Abbey Lincoln, Max Roach ed altri si muovono su un filo sottile come ambasciatori della nuova cultura americana nel mondo, assumendo su di sé una difficile doppia identità – della quale appaiono spesso consapevoli in questo caso – di afroamericani discendenti di schiavi e provenienti da uno Stato segregazionista e di testimoni dell’American Way of Lifepresso altre culture. In questo scenario, nel film assume un particolare profilo il grande Louis Armstrong, la ‘Voice of America’ che deve suonare oltre la Cortina di ferro, in Africa e, per quanto ci riguarda, proprio nel Congo della guerra civile fomentata dalle potenze occidentali in risposta all’indipendentismo di Patrice Lumumba. Armstrong viene inviato in tournée in Congo ed in particolare nel Katanga, la regione mineraria dove un leader fantoccio, Moïse Kapenda Tshombé (o Ciombe), viene sostenuto in funzione anti Lumumba, dove l’arma americana era una blue note in a minor key(chi conosce il blues e il jazz sa di cosa si tratti); pur essendo un entusiasta ambasciatore del jazz americano nel mondo, Armstrong e la sua orchestra intuiscono il ruolo loro assegnato, che era quello di magnificare la libertà degli Stati Uniti evitando in tutti modi di entrare nelle questioni politiche dei luoghi dove suonavano, e questo viene testimoniato da alcuni musicisti del suo gruppo (“tra Tshombé e Lumumba, abbiamo capito che aveva ragione Lumumba”, disse il trombonista di Satchmo, Trummy Young), ed anche da una dichiarazione finale di Armstrong che, resosi conto del ruolo strumentale che gli era stato assegnato, minacciò addirittura di rinunciare alla cittadinanza americana per acquisirne una africana ed in particolare del Ghana. Abbey Lincoln, la grande musicista jazz ed attivista per i diritti civili (come lo era anche Nina Simone, ad esempio), organizzò una irruzione con un gruppo nutrito di attivisti nel Palazzo dell’ONU, alla notizia dell’assassinio di Lumumba, tra lo sconcerto di molti di coloro che di fatto, presenti nell’emiciclo dell’ONU, erano stati direttamente o indirettamente coinvolti nell’omicidio stesso e che, con facce compunte ne apprendevano la notizia dallo speaker dell’assemblea.

Nel film, dunque, compare ancora una volta il doppio volto degli USA: da un lato, il suo storico ruolo di free rider, ossia di uno Stato dalle ottime prediche e dal pessimo razzolare, potenza mondiale che può permettersi tutto e il contrario di tutto, come oggi ben vediamo rappresentato nella messa in scena trumpiana e, proprio notizia di questi giorni, dall’idea di una re-immigration scaricando migranti – non prioritariamente africani, si immagina – dagli USA in diversi Paesi africani (dev’essere un vizio WASP, come abbiamo visto in UK, poi dilagato anche nelle cattolicissime nazioni mediterranee); dall’altro gli straordinari doni che quel paese ha offerto al mondo, in questo caso la grande cultura della musica jazz e dei suoi straordinari interpreti, orientamenti musicali ma anche culturali per il mondo intero. E poi c’è l’Africa, quella delle grandi speranze postcoloniali, incarnate da figure come Patrice Lumumba, Leopold Senghor, lo stesso Nkrumah per un certo periodo, e poi Mandela, la Mama Africa Miriam Makeba e tanti altri; e quella delle pulsioni autodistruttive, dell’infinite guerre, degli orribili dittatori cannibali del proprio popolo, del servilismo nei confronti delle potenze ora occidentali, ora sovietiche, ed oggi anche di alcuni degli ex paesi terzomondiali, Cina compresa.
 
Soundtrack for a Coup d’Etat, di Johan Grimonprez (2024)
A. Blouin, My Country, Africa: Autobiography of the Black Pasionaria, Verso Book, 2025

[1] Come elemento di colonizzazione culturale, per riferirsi ai soli Stati Uniti d’America il mondo intero usa sia l’acronimo inglese, USA, sia abbreviazioni assolutizzanti come gli States, sia termini cannibaleschi come America, e poi Americani per i suoi abitanti, etc. L’uso è talmente diffuso che anche in questa sede non se ne sfugge.