Il tempo della storia tra ricerca e impegno civile
di Rossano Pazzagli
La storia è un fiume che scorre, non è solo il passato, ma qualcosa che fluisce verso il futuro. È anche questo il senso della Associazione Italiana di Public History (www.aiph.it). La Public History (storia pubblica) è un ambito delle scienze storiche che riunisce studiosi impegnati nella ricerca e nella diffusione del sapere al di fuori dell’accademia, sia nel settore pubblico sia in quello privato. Si tratta di una definizione relativamente recente – l’AIPH è nata nel 2016 – ma la dimensione pubblica di questa disciplina è sempre esistita, come parte integrante del lavoro culturale nella società. Ho richiamato il concetto di public history per evidenziare la funzione civile e politica di questa attività.
La storia non coincide con il passato. È piuttosto la disciplina che lo indaga, ma prende avvio dal presente: senza questo legame rischia di ridursi a esercizio erudito o a semplice descrizione degli eventi. Si distingue dalla leggenda e dalla cronaca per il rigore del metodo scientifico e per il rapporto fondamentale con le fonti, utilizzate in modo critico.
La storia non esiste in sé, è qualcosa che si fa, che si fabbrica; è un bisogno umano e sociale. Ogni anno, iniziando le lezioni di storia moderna e contemporanea, dico agli studenti che mi interessa il presente e sono preoccupato per il futuro, e che è per questo che faccio lo storico. Ciò nel tentativo di suscitare in loro una curiosità, un’attenzione verso una materia che solitamente considerano astratta, lontana, non immediatamente percepibile nella sua utilità. Dunque, se la storia è la disciplina che studia il passato, la vera storia è quella che parte dal presente, un’esigenza che scaturisce da noi, uomini e donne del proprio tempo. Specialmente in tempi di crisi e di spaesamento, cresce il bisogno di guardare al percorso che ci ha condotto nella situazione attuale. Lo storico è come un marinaio sfortunato, che trovandosi in mezzo al mare, nella tempesta e senza bussola, ha una sola possibilità per andare diritto e non perdere la rotta: voltarsi indietro e guardare la scia della barca. Dunque, guardarsi indietro non soltanto per sapere come si sono svolte le cose, ma per andare avanti e per gestire i problemi complessi del nostro tempo.
Un bisogno che abbiamo avvertito anche in questi ultimi anni, caratterizzati dalla pandemia e dalla crisi ecologica sempre più incombente. In fondo, all'inizio di ogni di ogni pandemia lo storico è in qualche misura un privilegiato. Nessuno conosce il virus nuovo, ma lo storico sa come sono andate le epidemie precedenti, come sono state percepite, affrontate e gestite. Sa che ogni volta si sono superate, che dopo le tempeste torna il sereno e ovviamente sa quali prezzi si sono pagati per superare le crisi, quelle sanitarie come quelle economiche. Lo stesso potremmo dire per la guerra e per le altre grandi disgrazie dell’umanità. In sostanza, potremmo dire che la storia ci aiuta a non essere indifferenti.
Il contrario dell'indifferenza è l’impegno. Quello dello storico e di chi frequenta questa disciplina è un impegno culturale che diventa impegno civile. È l’odio degli indifferenti di Gramsci, è l’I care di Don Milani in contrapposizione al “me ne frego” di derivazione fascista, è l’aneddoto che raccontava Calamandrei a proposito dei due emigranti del Sud Italia in navigazione verso le Americhe: due poveri contadini che stavano su un piroscafo in mezzo all’Oceano, uno si trovava sul ponte, l’altro stava dormendo nella stiva. Quello sul ponte si accorge che la nave comincia a barcollare per via di una furiosa tempesta; preoccupato chiede a un marinaio che cosa stesse succedendo e questo gli risponde sconfortato che se continuerà così, in poco tempo la nave potrebbe affondare. Allora l’emigrante impaurito corre a svegliare il compagno e gli dice: “Pasquale, se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda”; e quello risponde: “Che me m'importa? Non è mica mio!”. Ecco questo è l’indifferentismo che conduce al disimpegno, chiosava Calamandrei spiegando ai giovani la Costituzione Italiana e invitando al lavoro culturale e all’impegno. L’impegno si concretizza attraverso la partecipazione, cioè il coinvolgimento e la possibilità di incidere sulle scelte che ci riguardano. Essa si basa sulla consapevolezza di ciò che abbiano intorno, dei diritti e dei doveri di ciascuno in rapporto alla società. La partecipazione ha anch’essa una sua storia, connessa all’emergere delle democrazie contemporanee e che oggi ci appare in crisi.
La storia si fa prima di tutto nel tempo; essa ha cioè una dimensione cronologica ed è il frutto di un incontro tra due protagonisti principali: lo storico e il documento (la fonte). Il primo vive nel presente ed interroga il passato per conoscerlo, mentre il secondo costituisce la testimonianza da cui è possibile ricavare informazioni sul passato, vicino o lontano che sia. In secondo luogo, la storia si fa nello spazio visto nelle sue molteplici dimensioni (politica, culturale, sociale, ambientale) e pone dunque la necessità di uno stretto rapporto con la geografia. Infine, la storia, intesa più precisamente come ricerca storiografica, si fa, negli archivi e nelle biblioteche, cioè con i documenti e in particolare con quelli scritti, pur tenendo conto della pluralità delle fonti possibili e della necessità di incrociarle tra di loro. La sottolineatura del “si fa” sta a dimostrare che la storia è un qualcosa che si fabbrica, che il fatto storico non è un dato bell’e pronto, ma costruito seguendo un metodo preciso che si avvale di un costante atteggiamento critico. Ecco perché solo aggiungendo ai contenuti l’idea della fabbricazione della storia (del fare storia), possiamo riuscire a suscitare quello spirito e quel senso della utilità cognitiva della storia che sono tra gli obiettivi principali dello studio, dell’insegnamento e della pratica di questa disciplina.
Se Benedetto Croce diceva che la storia è tutta contemporanea e che solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato, Antonio Gramsci in una nota lettera esortava il figlio ad amare lo studio della storia: “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi… tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi”. Nella storia ci sono le dinamiche della vita umana e della vita associata, della società. Dunque, il fare storia implica un costante interesse per il presente e per il futuro. Chi non si interessa di cosa gli succede intorno, chi non guarda le cose del suo tempo non può trovare, dunque, la spinta e l'approccio utile per interessarsi alla storia, tanto meno per farla.
La storia ci serve a capire come siamo diventati quello che siamo, è la ricostruzione a ritroso del percorso della modernità. Modernità. Anche questa parola richiederebbe una riflessione approfondita sui suoi significati, perché parlare di modernità oggi significa riferirsi a un mondo in crisi, a una modernità stanca, all’esigenza di una nuova modernità. La ricostruzione storica ci serve anche a questo, a cercarne una nuova al cospetto di una modernità che sta mostrando tutte le sue contraddizioni, forse addirittura annunciando la fine di un'epoca, un punto di svolta. Ma noi non lo sappiamo, o meglio non ce ne accorgiamo perché in genere è possibile definire un’epoca solo a posteriori, quando già la svolta è avvenuta. Così è successo per le epoche passate: sono stati i posteri a identificare e definire l’età antica, il medioevo, l’età moderna e infine quella contemporanea, che sempre moderno è. Questa esigenza di periodizzare non discende soltanto dalla ovvia utilità di stabilire dei confini temporali, ma dalla necessità di riconoscere ed attribuire ad ogni diversa epoca un peculiare sistema di valori. In definitiva, la ricerca e la conoscenza storica sono, come tutto il lavoro culturale in senso lato, strumenti per affrontare il tempo che viviamo, per interpretarlo e in qualche modo governarlo. Adriano Prosperi ha scritto che ci si dimentica il passato quando scompare la speranza nel futuro, sottolineando il nesso tra i due grandi tempi della vita, cioè il passato e il futuro, e mettendo in guardia da un presentismo sterile e da un tempo senza storia.
Per tutto questo, nella sempiterna ruota del tempo, lo studio della storia è indispensabile per formare una coscienza critica e una cittadinanza attiva, per dimostrare che le società non sono immutabili e che altri mondi sono possibili, contrastando l'idea che l'attuale sistema sia l'unico possibile.
Nota bibliografica
P. Bevilacqua, L'utilità della storia. Il passato e gli altri mondi possibili, Roma, Donzelli, 2007.
O. Giorgetti (a cura di), La doppia crisi. Ambiente e società al tempo del Covid-19, Pisa, ETS, 2021.
F. Mineccia, L. Tomassini, Cinquant’anni di Ricerche Storiche, “Ricerche Storiche”, a. LI, n. 3, 2021, pp. 5-21.
R. Pazzagli, La partecipazione “effettiva”. Dalla Costituzione alla Rete del Nuovo Municipio, “Nautilus”, n. 11, maggio 2022.
A. Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Torino, Einaudi, 2021.