La Repubblica e il voto alle donne 

80 anni dopo 

di Vinzia Fiorino 

Con il decreto legislativo luogotenenziale del primo febbraio 1945 sull’Estensione alle donne del diritto di voto, varato durante il secondo governo Bonomi, furono riconosciuti i diritti politici alle italiane. Non proprio a tutte le italiane, però. Non fu riconosciuto, infatti, il diritto di voto alle prostitute «vaganti» (per usare il linguaggio della pubblica sicurezza), quelle cioè che esercitavano in modo visibile e non già nelle famigerate “case chiuse” (che furono invece incluse). Ben presto, nel 1947, cadde questa esclusione, rivelatrice comunque di un clima culturale intriso di perbenismo, ipocrisie e timori. Il decreto, inoltre, riconosceva alle donne il diritto (attivo) di votare, ma non quello (passivo) di essere elette. Con un successivo decreto del marzo del 1946 cadde anche questa anomalia. Sebbene nella memoria e nel rituale commemorativo si sia imposta quella del 2 giugno come data del primo voto femminile, va ricordato che in realtà le italiane avevano già partecipato alle elezioni amministrative che si erano svolte, in più tornate, tra il marzo e l’aprile sempre del 1946. L’associazione, però, con il voto politico e la fondazione della Repubblica conserva una sua pregnanza.

Il decreto luogotenenziale fu varato in un clima non certo disteso: la guerra era ancora in corso e non vi fu alcun dibattito parlamentare; non vi fu neppure un’assemblea consultiva, come avvenne per l’analogo decreto francese del 21 aprile del 1944, a riprendere i fili di un antico dibattito che aveva opposto le ragioni delle suffragiste a quelle delle varie maggioranze politiche. In parte i diritti politici delle donne giunsero come un’ovvia conseguenza della nuova democrazia, e, soprattutto, come pieno riconoscimento del ruolo ricoperto dalle partigiane nella guerra di Liberazione. I processi storici, tuttavia, sono più complessi. Il diritto di voto fu fortemente voluto dall’Unione Donne Italiane (UDI) che fin dalla sua fondazione, nell’ottobre del 1944, si era attivata per fondare il comitato pro-voto che raccoglieva tante associazioni diverse e persino alcune leader del periodo giolittiano ancora in vita. La battaglia fu sostenuta anche dal Comitato italiano femminile (CIF) vicino alla DC nonché dalle partigiane dei Gruppi di Difesa della Donna che avevano inserito il riconoscimento dei diritti politici delle donne in seno al programma del CLN come punto non negoziabile. Il decreto del primo febbraio fu certamente voluto dai due principali protagonisti della politica di quegli anni: Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi. I due leader erano profondamente convinti dell’importanza di un forte radicamento sociale per i loro rispettivi partiti e della rilevanza dell’organizzazione del consenso. È innegabile, inoltre, che De Gasperi vide nell’elettorato femminile una possibilità per ampliare il consenso verso il proprio partito, mentre Togliatti ipotizzò di attrarre qualche consenso in più tra i ceti medi. Non a caso, più tiepidi furono i partiti d’élites, i liberali e gli azionisti, i quali non mancarono di ricordare come non tutte le donne avessero piena coscienza e adeguata preparazione politica per poter esercitare autonomamente tale diritto. A dispetto di vari timori manifestati da politici e intellettuali, le donne espressero un entusiasmo incontenibile ed è certo che soprattutto le partigiane rivendicarono il voto come una conquista e non come una concessione. Non solo le donne votarono numerosissime, ma non si registrò neppure il paventato scarto tra il Nord e il Sud del Paese; insomma, le donne condivisero integralmente il clima di euforia e la voglia di liberazione dalle sofferenze della guerra e dai soprusi del totalitarismo fascista.
 
L’Italia giunse al pieno riconoscimento dei diritti politici alle donne come la Francia, che pure si autorappresentava come la patria dei diritti dell’Uomo (per l’appunto, direi) e il paese sempre capace di respingere i fascismi (regime di Vichy a parte), ma che sui diritti delle donne aveva mostrato solidi tradizionalismi. Neppure l’esile fronte popolare di Leon Blum riuscì a realizzare l’uguaglianza politica, sebbene nominò tre donne come sottosegretarie del suo governo senza che fossero elettrici. Riuscì nell’impresa, invece, la Spagna che nel 1931 riconobbe il diritto di voto alle donne, poi simbolo dello spirito repubblicano e socialista. A dispetto delle ampie riflessioni proposte dai movimenti femministi sul valore del diritto di voto come uscita da una minorità e una piena affermazione di una soggettività collettiva, il riconoscimento del diritto di voto fu nel ‘900 soprattutto un fatto politico che si intersecava ora con le ragioni di un’affermazione indipendentista nel contesto postcoloniale, ora con le esigenze di più ampi consensi nei regimi populisti, ora con le urgenze di accreditarsi come paese veramente democratico nell’alveo di altre democrazie mondiali. Resta centrale, infine, al di là della complessità dei percorsi, l’auspicio che soggetti a lungo esclusi, come le donne e i soggetti razzializzati, possano incidere con nuovi contenuti sulle politiche nazionali e globali.