Dalla riva temuta alla spiaggia desiderata:
breve storia del turismo balneare
di Annunziata Berrino
Per quanto si dica che oggi il turismo abbia mille immaginari, di fatto la spiaggia paradisiaca, sabbiosa, deserta, con la palma e con l’acqua cristallina domina indiscussa tanti sogni di vacanza.
È ormai ben noto che l’idea della spiaggia associata alla vacanza, al riposo e al piacere del corpo e al sole, è in realtà una costruzione culturale relativamente recente. Per secoli, la linea di costa non fu pensata come uno spazio di svago, ma come un margine instabile: luogo di lavoro, di approdo, di fatica, di naufragi e di pericoli. Pescatori, marinai, mercanti e comunità costiere vivevano la spiaggia come soglia produttiva, non come paesaggio da contemplare. Il mare, nelle culture antiche e premoderne, poteva essere una via di comunicazione e fonte di ricchezza, ma anche elemento minaccioso, imprevedibile, spesso caricato di significati religiosi e simbolici.
La spiaggia iniziò a entrare nell’immaginario occidentale come spazio terapeutico, un luogo lungo il quale passeggiare per respirare l’aria salsa e benefica. La nascente borghesia sperimentava ogni soluzione che tutelasse la vita e la salute. Anche la prima balneazione seguì un rituale terapeutico, che prevedeva sostanzialmente un’immersione. La medicina del tempo, influenzata dall’igienismo, attribuiva ai bagni freddi, all’aria marina e alla permanenza lungo le coste effetti benefici sul sistema nervoso, sulla circolazione e sulla costituzione fisica. Il mare scalzò allora il dominio delle località di bagni e acque minerali, che diventavano sempre più costose e inaccessibili.
Almeno lungo le coste italiane, i tratti più frequentati furono inizialmente quelli in prossimità delle grandi città portuali, come Livorno o Napoli, e dunque non si parlava di spiagge, ma spesso di strutture in legno che agevolavano l’immersione in acqua. Anche i primi stabilimenti più strutturati erano pensati per raggiungere l’acqua senza troppi fastidi, grazie a una serie di passerelle e tavolati. Lì avveniva anche una certa socialità, ma gli incontri avvenivano altrove, negli alberghi e nei kursaal.
Dopo la fase del respiro dell’aria di mare e quella dell’immersione, finalmente arrivò la fase della frequentazione della spiaggia. Era importante a quel punto avere tratti sabbiosi agevoli, liberi da ristagni di acque, da scogli e da alghe. Il Lido di Venezia, Viareggio, Rimini offrirono indicazioni inedite per l’uso della spiaggia: i camerini che un tempo erano in legno e collocati in mare furono collocati tra la sabbia e le dune costiere e utilizzati con una nuova funzione: il cambio di abito. Le spiagge cominciarono così a essere arredate con sedie, tende e ombrelli e divennero anch’esse luoghi di socialità.
Ma ricordiamo che la spiaggia ottocentesca era uno spazio disciplinato. La cura del corpo si intrecciava con il controllo morale, con le distinzioni di classe e con le convenzioni di genere. Anche l’abbigliamento da bagno rifletteva quei principi: coprente, pesante, spesso inadatto al nuoto. Eppure, proprio attraverso quelle forme caute e regolamentate, il corpo cominciò a entrare nello spazio pubblico della vacanza. Il mare non era più solo un orizzonte da temere o da attraversare, ma un’esperienza fisica. Anche le nascenti pratiche sportive incoraggiavano quel passaggio.
La frequentazione delle spiagge non fu naturalmente un processo lineare. La medicina sociale nel corso dell’Ottocento riteneva che l’utilizzo per finalità terapeutiche delle risorse naturali, come appunto il mare, fosse un diritto per tutti, soprattutto per quei segmenti di popolazione che ne vivevano lontani. Le spiagge allora iniziarono a essere censite, analizzate e assegnate alle diverse frequentazioni. Ai primi del Novecento le più importanti destinazioni di balneazione marina avevano già pianificato i tratti delle spiagge a seconda delle frequentazioni. In molti casi lo scopo fu quello di confinare i bambini scrofolosi e deformi delle colonie per non vederli. Fu anche l’occasione per assegnare le zone con maggiore insolazione alle migliori frequentazioni e lasciare i tratti più difficilmente accessibili e meno assolati agli usi gratuiti e popolari. Le spiagge di Sorrento conservano ancora quella ripartizione.
Il Novecento consacrò la spiaggia come teatro della modernità. Con le ferie retribuite, la crescita del tempo libero e l’espansione dei consumi, il turismo balneare assunse dimensioni popolari. Il sole, un tempo evitato dalle classi agiate perché associato al lavoro all’aperto, divenne simbolo di salute, bellezza e distinzione. L’abbronzatura cambiò significato: da segno di fatica a emblema di benessere. La moda accompagnò e accelerò quella trasformazione. I costumi si alleggerirono, il corpo si scoprì, la spiaggia divenne luogo di esposizione, di socialità e di sport.
La valorizzazione turistica delle spiagge ha prodotto sviluppo economico, mobilità sociale e nuove culture del tempo libero, ma anche consumo di suolo, pressione sugli ecosistemi e conflitti sull’accesso alla riva. Oggi molte coste europee e mediterranee sono attraversate da questioni cruciali: l’overtourism, la privatizzazione degli arenili, l’erosione costiera, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, l’aumento del livello del mare e gli effetti del cambiamento climatico. Le spiagge rivelano oggi tutte le loro fragilità: non sono superfici da attrezzare e scenario per il consumo turistico, ma reclamano il loro essere ambienti naturali.