Prima del voto, un lungo cammino
di Rossano Pazzagli
Nel 1861 ci fu la proclamazione del Regno d’ Italia. Alla costruzione dell’unità nazionale avevano partecipato anche molte donne, tra le quali spiccano i nomi di Cristina di Belgiojoso, Carmelita Manara, Bianca Milesi, Jessie White Mario e Anita Garibaldi. Elevato fu anche il numero di quelle che parteciparono ai moti del Risorgimento. Tuttavia, guardando alla popolazione si vede che la condizione femminile rimaneva arretrata in gran parte d’Italia: l’analfabetismo, la miseria e la sottomissione agli uomini erano molto presenti. Il Regno d’Italia ereditò dalla precedente legislazione sabauda il principio dell’incapacità giuridica della donna, che comportava la tutela maritale: ciò significava la necessità del consenso del marito per decisioni come donare, acquistare e vendere i propri beni, ecc. La vita delle donne è collegata a quella della famiglia. Il capo famiglia era quasi sempre il padre o il marito. Il codice civile italiano del 1875 fa dei passi avanti rispetto al passato: la donna, come l’uomo, diventa maggiorenne a 21 anni di età e le si riconosce anche la capacità di essere titolare della patria potestà e di esercitarla in caso di impedimento o morte del padre. Intanto negli ambienti intellettuali stava sorgendo la necessità di migliorare la condizione femminile. In questo si impegnarono molte donne, che diedero impulso ad attività a sostegno della maternità, per la diffusione dell’istruzione femminile e contro la prostituzione. In questo periodo cominciano i primi obbiettivi di emancipazione, espressi in primo luogo da Anna Maria Mozzoni, nella speranza che il Risorgimento politico fosse anche un risorgimento femminile (La donna e i suoi rapporti sociali, 1864).
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, le donne impegnate per l’emancipazione puntano più in alto dando inizio a una campagna per la conquista del voto politico. Ancora una volta in prima linea si distinsero, in Italia, Anna Kuliscioff e Anna Maria Mozzoni, mentre sia in Francia che nel Regno Unito si cercava di dare concretezza alle idee che già alla fine del Settecento, in pieno clima illuministico e rivoluzionario, avevano ispirato figure come Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, autrici rispettivamente della Déclaration des droits de la femme et de la cytoienne (1791) e di A Vindication of the Right of Women (1792). È proprio in Gran Bretagna che nella seconda metà del XIX secolo nasce il movimento delle Suffragette che intraprende lotte per ottenere il suffragio femminile, anche tramite azioni dimostrative ed eclatanti, fino allo sciopero della fame. Il movimento delle suffragette si sviluppò in forme simili in vari paesi. Eppure, fino ai primi del Novecento il suffragio universale maschile continuò ad escludere le donne da tutti i diritti politici ad eccezione degli Stati Uniti, dove solo in alcuni Stati come lo Wyoming il suffragio femminile era stato parzialmente riconosciuto nel 1869. Il primo paese ad introdurre per intero il suffragio universale è la Nuova Zelanda (1893), seguita dalla Finlandia e dalla Norvegia nei primi quindici anni del ‘900. Ma è soprattutto dopo la Prima guerra mondiale che diversi Stati concedono il diritto di voto alle donne: Regno Unito (1918), Russia (1918), Canada (1918), Olanda (1919), Germania (1919), Stati Uniti (1920), Turchia (1926), Spagna (1931).
In Italia l’avvento del fascismo interrompe il cammino verso i diritti. La nascita del Partito socialista, fondato nel 1892, aveva modificato le cose, in particolare per quanto riguarda i diritti delle donne lavoratrici. Il tema del lavoro delle donne e della sua regolamentazione si intrecciava con le mobilitazioni per il voto. A sostegno del voto femminile, a partire dal 1904 nelle maggiori città italiane nascono comitati e si pongono le basi per un comitato nazionale. Nel 1906 spiccano due iniziative: una petizione promossa dall’unione femminile di Milano e un’altra delle donne italiane al Senato del Regno e alla Camera dei deputati per il voto politico e amministrativo. Manifestazioni e comitati pro-voto si intensificano a partire dal 1912-13, quando una riforma elettorale non tenne conto delle donne, ma lo scoppio del conflitto mondiale non consente il raggiungimento degli obiettivi. Subito dopo la guerra, sarà Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, a inserire nel programma il suffragio esteso alle donne, ma un disegno di legge in tal senso, presentato nel 1919, non approderà in Parlamento per l’approvazione. Così l’Italia, come la Francia, dovrà aspettare il 1945 per cogliere finalmente l’obiettivo del voto alle donne.
Nel mezzo ci sta l’impegno delle donne nella lotta antifascista e il loro apporto alla lotta partigiana, fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945, con la completa liberazione del Paese. Non abbiamo dati precisi, ma le stime ci dicono che nella resistenza almeno il venti per cento dei combattenti furono donne. I ruoli che ricoprirono furono molteplici: dalla partecipazione alle agitazioni nelle piazze alla pericolosa attività di spola, dalla cura dei feriti alla raccolta di armi, munizioni e indumenti e, infine, alla dura e spesso sanguinosa lotta sulle montagne. La Resistenza fu così il crogiuolo che vide nascere tesi di emancipazione femminile che avrebbero costituito il presupposto per l’inserimento della donna nella società e l’ampliamento dei suoi diritti civili, politici e sociali. Le donne parteciparono anche alla costituzione del Comitato di liberazione nazionale (CLN), sabotando coraggiosamente le deportazioni in Germania e contribuendo agli scioperi. Un ulteriore e particolare rilievo ebbe con la nascita di varie associazioni tra il 1943 e il 1946: i Gruppi di difese della donna (GDD), l’Unione delle donne italiane (UDI), il Centro Italiano femminile e infine, l’Associazione nazionale donne elettrici (ANDE) con l’obiettivo di promuovere e incoraggiare ogni iniziativa relativa all’attività istituzionale, la formazione e la partecipazione politica della donna e a combattere l’indifferenza e l’assenteismo nell’elettorato.
Tra gennaio e febbraio del 1945 viene riconosciuto alle donne il diritto di voto, che deve essere considerato come il frutto maturo di questo lungo e costante impegno. Il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, scaturito dall’ accordo tra De Gasperi e Togliatti, estende alle donne il suffragio universale alle stesse condizioni riconosciute agli uomini. Le donne votano dunque per la prima volta nelle elezioni amministrative della primavera 1946, tra marzo e aprile, e poi il 2 giugno dello stesso anno nel referendum per la Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente, nella quale risulteranno elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Era il coronamento di un lungo cammino e l’inizio di un percorso nuovo. Eppure, i caratteri dell'inferiorità della donna non erano destinati a dissolversi nel breve periodo. Nel 1949 la scrittrice Simone de Beauvoir pubblica in Francia Il secondo sesso, un libro che apre una riflessione più ampia sulle cause dell'oppressione femminile. Le riflessioni di de Beauvoir colsero le donne europee in un momento di profonde trasformazioni che le coinvolgevano: in numero sempre maggiore esse accedevano all'istruzione superiore ed entravano nel mondo del lavoro, della produzione e, come abbiamo visto della politica. Il femminismo nascerà solo negli anni Settanta a partire dagli Stati Uniti. Esso rappresenta la fase estrema del movimento ottocentesco e al tempo stesso il suo superamento: la battaglia per l'emancipazione della donna aveva avuto come obiettivo il raggiungimento della parità giuridica, politica, economica; con l'idea di liberazione, propria del femminismo, l'obiettivo non è più tanto la parità, quanto l'affermazione della differenza della donna, intesa come assunzione storica della propria identità di genere e ricerca di valori nuovi che portassero ad una effettiva trasformazione della società.