Fascismo e industria turistico-balneare
di Paolo Giovannini
Già dagli ultimi decenni del XIX secolo le vacanze al mare avevano iniziato a rappresentare una consolidata abitudine della borghesia italiana, con scopi ludici e di benessere fisico. Sullo sviluppo di tale settore, negli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma, investe il capo indiscusso del fascismo pesarese Raffaello Riccardi, deciso a utilizzare il controllo del potere locale come base per la sua ascesa politica a livello nazionale, oltre che come strumento per lasciarsi alle spalle una condizione economica finora oltremodo precaria.
Nell’ottobre del 1924 nasce a Pesaro la Società anonima industria bagni e alberghi (Saiba), con un capitale sociale effettivamente versato di un milione, aumentabile fino a due, sottoscritto in larghissima parte da un numero ristretto di persone, «che furono le iniziatrici e l’anima dell’impresa e che ne ebbero nelle mani l’indirizzo e l’amministrazione».
Come era apparso subito evidente dalle norme statutarie prefissate, essa non era però sorta soltanto con l’obiettivo di sviluppare nel capoluogo provinciale delle Marche settentrionali l’industria turistico-balneare, che le viene data in gestione dal Comune di Pesaro attraverso sottoscrizione di una convenzione, ma con intenti - «sia pure con essa connessi» - molto più ampi, fra i quali quello «principalissimo» dell’acquisto e della vendita di terreni nei pressi della spiaggia.
Che il fine prioritario della società fosse quello speculativo della gestione del «commercio dei suoli» era attestato dal fatto che essa si era rivelata una «diretta ed immediata filiazione» di un’altra società anonima, la “Società anonima Immobiliare”, costituita sul finire di settembre del 1924, ossia un mese prima della seconda: «Dico filiazione diretta e immediata – sottolinea un primo ispettore chiamato districare l’ingarbugliata matassa - perché gli uomini dell’Immobiliare (quelli cioè aventi in mano la quasi totalità del capitale sociale e l’amministrazione dell’azienda) sono sempre stati […] quelli stessi della Saiba». Risultava dunque evidente che «il gruppo di cui trattasi» si era prefisso «per scopo principale il commercio delle aree edificatorie, in regime di monopolio, in tutto il versante nord-ovest della città nuova», dove da qualche tempo stavano sorgendo «ininterrottamente villini».
L’intento principale degli amministratori dell’Immobiliare-Saiba non era stato affatto quello sbandierato dell’«incremento della ridente spiaggia», di dare a Pesaro «impulso di nuova vita e di avvenire prosperoso, rendendola una delle più importanti ed accreditate stazioni balneari dell’Adriatico», in quanto che ciò che di utile costoro avevano comunque fatto in questo settore «fu prevalentemente diretto alla valorizzazione […] del commercio dei suoli edificatori, dal quale ci si riprometteva […] di ritrarre i maggiori guadagni».
Ma le cose non erano andate come si era sperato con troppa avventatezza, causa il consistente debito cambiario a cui avevano dovuto fare ricorso gli amministratori, facilmente ottenuto negli anni 1924-1925, nella fase cosiddetta liberista della politica economica fascista. Nel 1926 gli effetti della nuova politica economica rigidamente deflazionistica intrapresa con “quota 90”, la conseguente stretta creditizia e la contemporanea crisi del settore edilizio avevano drasticamente modificato le condizioni generali. Sennonché per il compimento del programma in breve tempo si era già spesa la considerevole cifra di oltre 9 milioni, coperti solo per un terzo dal capitale sociale delle due società.
Di fronte al succedersi degli avvenimenti, con una situazione sempre più intricata e pericolante dell’Immobiliare-Saiba, interviene all’inizio degli anni Trenta anche il sottosegretario agli Interni Leandro Arpinati con l’intento di fare ulteriore luce sulla questione, anche nei suoi risvolti più propriamente politici. Così è commissionata una seconda inchiesta, nella quale si specifica che gli ideatori e primi promotori della Saiba, pur se non figureranno mai fra i suoi amministratori, saranno stati Riccardi e tal rag. Luigi Favilla, personaggio piuttosto discusso, divenuto a Pesaro «fraterno amico» del gerarca, il quale, sin dall’inizio, come segretario federale, deputato e sottosegretario si era sempre interessato alla società, «appassionato di costituire a Pesaro un grande centro balneare». Il secondo ispettore sostiene che essa era partita da «un principio sbagliato: fare della spiaggia di Pesaro una spiaggia elegante, in concorrenza con le migliori stazioni balneari», senza valutare che essa non appariva adatta a ciò, «né per la sua natura, né per la sua tradizione», considerato che era sempre stata frequentata dalla piccola e media borghesia, «da un pubblico onesto e modesto di famiglie di professionisti, impiegati, piccoli proprietari». La società era stata altresì costituita con il proposito di «impiantare e sfruttare» un casinò, in considerazione di un progetto di legge allora presentato che sembrava sul punto di essere approvato, ma che poi non lo sarà, ed anche in questo aveva sbagliato: essa era «nata malata di megalomania»; laddove l’interesse privato degli amministratori aveva collaborato non poco ad alimentare «questa tendenza megalomane nello spendere e nel costruire». Come indicato dalla prima inchiesta, al suo fianco era stata costituita dagli stessi amministratori la Società Immobiliare, per speculare sui terreni edificabili della zona mare, le cui attività avevano richiesto un credito bancario di diversi milioni: «L’“Immobiliare” - si sottolinea senza perifrasi – è la causa del disastro della Saiba».
Erano così iniziate «le più angosciose ricerche» da parte della società per cercare di cedere l’azienda, ma non si trovano acquirenti. Della sua sorte avevano iniziato ad occuparsi varie «persone bacate», mentre Riccardi appare comunque al centro, più o meno direttamente, delle molteplici iniziative per trovare una soluzione alla questione, salvando il patrimonio del maggiore azionista, che aveva seriamente rischiato di essere travolto.
Senza grandi rimpianti la storia della Saiba si conclude nel marzo del 1933, quando il nuovo podestà di Pesaro decide di rescindere la convenzione fra l’amministrazione comunale e la società.
Bibliografia
- Paolo Giovannini, Il fascio e il campanile. Problemi di storia del fascismo provinciale marchigiano, Affinità elettive, Ancona 2024;
- Paolo Giovannini e Marco Palla (a cura di), Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo, Laterza, Roma-Bari 2019.
- Annunziata Berrino, Storia del turismo in Italia, Il Mulino, Bologna 2011.